Diversamente da René Girard credo che il desiderio non sia solo e nemmeno prevalentemente mimetico, ma principalmente innato, e d’altro canto non importa che origini abbia perché determini in un gruppo sociale rivalità crescenti, secondo dinamiche spesso molto meno schematiche rispetto a quella tratteggiata da lui, ma ugualmente distruttive; credo però abbia parecchia ragione sul ruolo fondativo e rifondativo, all’interno di ogni società, della dinamica sacrificale del “tutti contro uno”, o del “tanti contro pochi”, sempre i più fragili.
Categoria: Patriarcato
Alcune tesi sul Municipalismo Libertario – Murray Bookchin, 1984
Da Anarchy: A Journal of Desire Armed,
N. 13, autunno/inverno 1986.
Traduzione parziale, ancora in corso,
del testo come pubblicato qui.
Storicamente, teoria e pratica sociale radicale si sono focalizzate su due aree dell’attività sociale umana: il posto di lavoro e la comunità. A cominciare dagli albori dello Stato-Nazione e poi con la Rivoluzione Industriale, l’economia ha acquisito una posizione predominante rispetto alla comunità non solo nell’ideologia capitalista, ma anche nei vari socialismi, libertari e autoritari, che emersero all’inizio del secolo scorso. Lo spostamento da un’enfasi etica a una economica sul socialismo è un problema di vaste proporzioni che è stato ampiamente discusso. Ciò che è più rilevante per il tema che stiamo trattando ora è che gli stessi socialismi acquisirono presto inquietanti tratti borghesi, uno sviluppo che si rivela nel modo più evidente nella visione Marxiana secondo cui l’emancipazione umana si ottiene attraverso il dominio sulla natura, un progetto storico che avrebbe richiesto il “dominio dell’uomo sull’uomo”, secondo la spiegazione Marxiana e borghese dell’emergere di una società divisa in classi come “precondizione” dell’emancipazione umana.
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Come salvare “il mondo” e farne uno tanto migliore
Quando si considera qualsiasi conflitto, frizione, attrito, che sia passato o in divenire, tra due o più esseri umani, o tra due o più gruppi di esseri umani, quanto più indietro si va a cercarne “colpe” o responsabilità, tanto più difficile e poi impossibile diventa definirne.
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Da una chiacchierata tra Primo Moroni e Ivan Della Mea: la forza terribile del patriarcato
[Due brani da una lunga chiacchierata tra Primo Moroni e Ivan Della Mea, da una registrazione effettuata il 5 novembre 1993 da Ivan Della Mea]
Primo Moroni: Quella manifestazione del ’62 era proprio per Cuba.
Ivan Della Mea: Sì, esatto, la prima. Ci sono parecchi elementi, perché è stata la prima manifestazione in piazza Duomo delle tre confederazioni sindacali per la pace.
Primo Moroni: Poi, tempo dopo, c’è stato anche un comizio nostro, di comunisti, in piazza Santo Stefano, contro l’attacco americano alla Baia dei Porci a Cuba. Lì abbiamo lanciato il corteo e a tutti dicevamo «Noi il corteo lo facciamo lo stesso anche se non abbiamo l’autorizzazione». Ma all’altezza di via Tommaso Grossi…
Ivan Della Mea: È stato come infilarsi in un cul de sac. Tutte le volte che c’era una manifestazione e il corteo andava a infilarsi in Tommaso Grossi per sfondare in piazza della Scala a me venivano i brividi. È sempre stata una trappola.