For an anarchic International (an approximate manifesto)

The pandemic of covid and its variations, that as of today directly caused more than 6 millions deaths in the world, and indirectly caused more than 15 millions, is for the most part a consequence of the environmental devastation caused by capitalist exploitation of the whole living [1] [2] [3], and of the material and cultural misery it determines and pursues.

The onset of new pandemics and their increasing frequency were foreseen by many scientists (see the previous links). Nonetheless, even in the richest countries, the pandemic stroke after a long period during which nothing was done by those who could do the most to reduce the risk that those predictions foresaw; instead, they weakened further the public health systems (the italian one, for example, had undergone massive cuts during the previous ten years, which were made by institutional right, center, left parties to almost identical extents: see [1] and [2]).

The anti-covid vaccines which are currently disposable in the richest countries do work: they are statistically very effective in preserving people who accept to get vaccinated from getting ill, although they provide a rather brief cover. But, despite the fact their development was financed to a great extent by rich states with money from tax payers, these same states in developed countries buy them at a price per dose that is up to 24 times its cost of production, while the states where the large majority of the people of the world lives can’t afford to buy them and the bosses of pharmaceutical multinationals producing them don’t remise, not even temporarily, to the related patents, and don’t publish the know-how that’s necessary to build the machines to produce them, nor are they disposable to help in building these machines and to train the people who could use them within less rich and poor countries.

This way, the covid and variants pandemic will never be defeated, and other, new pandemics will happen more and more frequently.

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Darwinismo e anarchia

Da La concezione anarchica del vivente,
di Jean-Jacques Kupiec (elèuthera, 2021)

 

Capitolo sesto
Risposta ad alcune obiezioni

 

[…]

 

6.4 Il darwinismo non è anarchico

 

Associare il darwinismo e l’anarchia nello stesso quadro concettuale potrebbe essere fonte di malintesi che vanno evitati. Una prima precisazione si impone. Quando si fa riferimento al darwinismo per spiegare i meccanismi di embriogenesi non si tratta evidentemente di trasferire il meccanismo preciso della selezione naturale così come viene descritto da Darwin. Si tratta piuttosto di recuperare in primis l’ontologia e la specifica causalità introdotte da Darwin, le quali forniscono un nuovo quadro generale per pensare l’ontogenesi. D’altronde, il meccanismo della selezione naturale non era del tutto precisato in Darwin, dal momento che all’epoca non erano completamente note le modalità della variazione. I biologi di solito fanno riferimento al darwinismo in senso lato quando traspongono la selezione naturale al di fuori del suo originale ambito di applicazione. Che sia nella teoria clonale degli anticorpi o nel darwinismo neuronale citati in precedenza, o ancora nel modello anarchico della differenziazione cellulare, il riferimento al darwinismo indica uno schema generale comune e non un’analogia dei meccanismi in senso stretto, cosa che sarebbe assurda. In ognuno di questi casi quel che si intende esattamente con variabilità e selezione è differente. Del resto, fin dall’inizio l’utilizzo del concetto di «selezione» da parte di Darwin era metaforico.

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L’ultimo capitolo di “La penultima verità”

Da La penultima verità,
di Philip K. Dick

 

Capitolo 29

 

All’una di quel pomeriggio Carol Tigh effettuò con successo l’operazione di trapianto del pancreas sul corpo ancora congelato di Maury Souza; poi, grazie alle risorse mediche più sofisticate del formicaio, ripristinò la circolazione sanguigna, il battito cardiaco e la respirazione del vecchio. Il suo cuore cominciò a pompare sangue da solo, e subito, con cautela e abilità, gli stimolatori artificiali delle funzioni vennero rimossi uno dopo l’altro.

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Progetto di opere future (P.P. Pasolini)

Da Poesia in forma di rosa, di Pier Paolo Pasolini, 1964

 

Con un piccolo commento mio alla fine

 

Progetto di opere future

(Novembre-Dicembre 1963)

 

Anche oggi, nella malinconica fisicità
in cui la nazione è occupata a formare un Governo,
e il Centro-Sinistra ai fragili linguisti fa

 

fremere gli organi normativi-l’inverno
imbeve di oscura luce le cose lontane
e accende appena, mauve e verde, le vicine, in un esterno

 

perduto nel fondo delle età italiane …
con le terre azzurre di Piero sgorganti da indicibili
azzurrini di Linguadoca … se non da siciliane

 

azzurrità di Origini … che qui, nelle rozze appendici
degli squisiti Centri, sono verdi e mauve,
per fango e cielo, limoni e rose … occhi di Federici

 

con metà cuore in cerchi di mandorli rupestri dove
cade luce d’Arabia, l’altra metà in qualche avvallamento
imperlato di nebbia: con Alpi lontane, follemente nuove..

 

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Lo shiatsu e la rivoluzione

A me il trattamento shiatsu che mi fa una mia amica che per impararlo ha fatto un corso di tre anni fa un sacco bene. È il fatto di esser palpugnato, certo, ma anche, mi sembra, che con le sue mani, ginocchia, gomiti, schiaccia, a volte in profondità, dei punti in cui accumulo tensione muscolare, probabilmente di origine prevalentemente psichica, senza neanche accorgermene; a volte anche provocandomi un po’ di dolore iniziale, finché il corpo oppone resistenza. Mi sembra che rispetto alla resistenza lei stia molto attenta al respiro: prova a premere un po’ di più solo mentre espiro, sente la reazione della parte che sta premendo (se resta tesa, immagino) e vede un po’ anche quella del mio corpo in generale (se smetto di espirare, se sposto un po’ la parte, e tant’altro), e decide se e quanto affondare di più alla successiva mia espirazione. L’idea che mi son fatto è che sciolga, almeno per un po’, le tensioni muscolari lì dove si accumulano. Poi, noto che per un po’ (un paio di giorni) penso meno, o meno freneticamente, in particolare alle piccole e grandi violenze e oppressioni in cui siamo immersi, e forse le noto anche meno, probabilmente perché il trattamento mette in circolo endorfine, o simili; e noto di più le cose belle, gentili, che pure continuano a esserci, un pochino. Così poi pian piano mi torna la voglia di uccidere i prepotenti, di fare la rivoluzione, e la tensione ricomincia ad accumularsi, e mi resta la domanda: dove la metteremo, poi, la nostra “parte cattiva”, competitiva, ecc., ecc.? Basteranno l’arte, la catarsi in fiction sempre più interagibili, l’autocontrollo per consapevolezza culturale? Be’, quando la reprimeremo in noi, per autocontrollo, accumulando via via tensione, anche lo shiatsu potrà aiutarci, penso.

Gesù e me

Dal vangelo secondo Matteo

 

«Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra; e a chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà a fare un miglio, tu fanne con lui due. […] Allora Pietro gli si avvicinò e gli disse: “Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?”. E Gesù gli rispose: “Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette.»

 

Dalla mia testa

 

Allora Pietro gli chiese: “Quanto fa?”. Rispose Gesù: “Abbastanza da ridursi a non potersi più nemmeno difendere, forse a schiattarci”. “Diabolico!”, esclamò Pietro, gli voltò le spalle e se ne andò. Non si videro più per millenni. Si reincontrarono nel 2021, e Pietro disse a Gesù quanto segue.

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La rivoluzione messa ai voti

Da Mazurka blu. La strage del Diana, di Vincenzo Mantovani,
Seconda parte, cap. 45: La rivoluzione messa ai voti

 

Con un mio commento alla fine, scritto oggi, sabato 7 maggio 2022

 

Nell’estate del 1920, in seguito a un dissidio di carattere amministrativo e personale con Nella Giacomelli, Mario Perelli lasciò Umanità Nova[I]. Da una ditta genovese ricevette l’incarico di raccogliere inserzioni per una pubblicazione destinata alle Camere di commercio. Nonostante l’inesperienza, il lavoro gli andò bene. La giornata del neo-agente pubblicitario finiva spesso al Grand’Italia, il lussuoso ristorante della Galleria. Così, tra contratti e buone cene, Perelli passò il mese di agosto.

 

Io abitavo al rondò Cagnola [oggi piazza Firenze]. Da quelle parti c’è via Ruggero di Lauria, dove c’era l’officina dell’ingegner Romeo.

Una mattina sono a letto – non ho urgenza di andare a lavorare – quando sento un vociare, un tramestio. Mi alzo, vado giù. La Romeo s’è messa in sciopero. C’era una controversia che si trascinava da un certo tempo, credevano di risolverla così. Loro vanno alla Camera del lavoro, e io dietro. Pensavo: caso mai farò un servizio per Umanità Nova.

Vado là, e la discussione pare che si allarghi, perché viene convocato il consiglio delle leghe. Quelli della Romeo non si muovono. Io non vado neanche a mangiare.

Verso le quattro c’è la decisione: il consiglio generale delle leghe proclama l’occupazione delle fabbriche. Figurati, con la notizia calda! Attraverso Garlaschelli – il portinaio, che vendeva anche i giornali – cerco di avere informazioni precise. «Sì, ti assicuro, hanno deliberato così.» Via! Corro a Umanità Nova, porto la notizia.1

 

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Il biennio rosso, una grande occasione sprecata

Il biennio rosso fu una grande occasione sprecata, e quanto ci costò sprecarla, e chissà mai quando e se si ripresenterà. Ogni volta che rileggo o torno con la mente a questo passaggio da Mazurka blu di Vincenzo Mantovani, che a sua volta cita La grande paura. Settembre 1920: L’occupazione delle fabbriche di Gianni Bosio, mi sale il più grande dei mannaggia e tendo, guardando quanto siamo distanti al presente da situazioni simili, a deprimermi piuttosto e anzichenò. Però forse mi sbaglio (io è da mò che son quasi totalmente fuori dai movimenti reali) e non siamo poi così distanti.


Da Mazurka blu. La strage del Diana,
Vincenzo Mantovani, Rusconi, 1979

 

Se è vero che gli anarchici, proclamando l’occupazione delle fabbriche «momento rivoluzionario», hanno assunto, come scrive Gianni Bosio, una posizione non soltanto «non […] abborracciata e improvvisata» ma «di altissima responsabilità», una posizione che permette loro di trattare «un avvenimento e un congegno tanto delicato e pericoloso come l’avvio per la rivoluzione» con esemplare «coerenza propagandistica e politica», con «misura», «consapevolezza» e «diremmo quasi […] gradualità», viene spontaneo chiedersi se in definitiva non fu proprio questo senso di responsabilità, stimolato dalla manovra confederale di Sampierdarena, a comprometterne irrimediabilmente l’azione.

 

Il movimento anarchico e l’Usi, i quali teoricamente erano spinti in avanti da un’analisi continua, rinnovantesi e corretta fino a ipotizzare che questa rivoluzione, trovando le masse naturalmente disposte a occupare tutti i luoghi di lavoro, sarebbe stata la meno sanguinosa, e che senza la spinta in avanti non vi sarebbe stata che una reazione sanguinosa, e che avevano architettato, solo architettato, di far prigionieri alcuni dirigenti confederali, cioè di toglierli dalla circolazione, al primo responsabile, decisivo impatto con il reale per un’azione che sarebbe stata determinante, esitano, rimandano e poi si ritirano.