La sperimentazione con psilocibina nel trattamento della depressione

Da Come cambiare la tua mente,
di Michael Pollan (Adelphi, 2019)

 

Al principio del 2017, quando Roland Griffiths e Stephen Ross presentarono alla FDA i risultati dei loro studi clinici sperando di ottenere l’approvazione per una più ampia sperimentazione di fase III sull’uso della psilocibina nei pazienti oncologici, accadde qualcosa di inatteso. Impressionato dai loro dati ed evidentemente per nulla scoraggiato dalle difficoltà esclusive poste dalla ricerca con gli psichedelici – per esempio il problema del mascheramento, la combinazione di terapia e medicina, e il fatto che la sostanza in questione è ancora illecita –, lo staff dell’FDA sorprese i ricercatori chiedendo loro di espandere il proprio interesse e le proprie ambizioni, verificando se la psilocibina non potesse essere usata per trattare il problema ben più vasto e urgente della depressione nella popolazione generale. Secondo le autorità regolatorie, i dati contenevano un «segnale» abbastanza forte del fatto che la psilocibina potesse alleviare la depressione; considerando l’enorme necessità di terapie e i limiti di quelle oggi disponibili, sarebbe stato un peccato non verificare quell’ipotesi. Ross e Griffiths si erano concentrati sui pazienti oncologici perché pensavano che sarebbe stato più semplice ottenere l’approvazione per lo studio di una sostanza controllata in persone già seriamente ammalate o in fase terminale. Adesso invece le autorità stavano dicendo loro di mirare più in alto. «Una cosa surreale» commentò Ross – due volte – raccontandomi l’episodio, ancora sbalordito dalla reazione e dall’esito di quell’incontro. (La FDA rifiutò di confermare o negare questa descrizione, spiegando che non rilascia dichiarazioni su sostanze in corso di sviluppo o in esame per l’approvazione).

Qualcosa di molto simile accadde in Europa, quando nel 2016 alcuni ricercatori si rivolsero all’EMA (l’European Medicines Agency, ovvero l’agenzia per la valutazione dei medicinali dell’Unione Europea) chiedendo l’approvazione per l’uso della psilocibina nel trattamento dell’ansia e della depressione in pazienti con diagnosi che stravolgono la vita. La «sofferenza esistenziale» non è una diagnosi ufficiale del DSM, sottolinearono le autorità, e quindi i servizi sanitari nazionali non ne copriranno i costi. Esiste tuttavia un segnale che la psilocibina possa essere utile nel trattamento della depressione: perché allora non fare un grande studio multicentrico per quell’indicazione?

L’EMA stava reagendo non solo ai dati della Hopkins e della NYU ma anche al piccolo «studio di fattibilità» sul possibile uso della psilocibina nella depressione diretto da Robin Carhart-Harris nel laboratorio di David Nutt all’Imperial College. In quest’ultimo lavoro, i cui risultati preliminari apparvero su «Lancet Psychiatry» nel 2016, i ricercatori somministrarono la psilocibina a sei uomini e sei donne con «depressione resistente al trattamento» – in altre parole, persone che avevano già provato senza successo almeno due terapie. Non era previsto gruppo di controllo, e quindi ciascuno sapeva che stava prendendo la psilocibina.

In capo a una settimana tutti i volontari mostrarono un miglioramento dei sintomi, e due terzi di essi non erano più depressi, in alcuni casi per la prima volta dopo anni. A tre mesi di distanza sette dei dodici volontari mostravano ancora un sostanziale beneficio. Lo studio fu ampliato così da comprendere un totale di venti volontari; dopo sei mesi, sei restavano in remissione, mentre gli altri avevano avuto ricadute di diversa entità, a indicazione del fatto che probabilmente il trattamento va ripetuto. Lo studio era di scala modesta e non randomizzato, ma dimostrò che in quella popolazione la psilocibina era ben tollerata, giacché non aveva indotto eventi avversi e la maggior parte dei soggetti aveva tratto benefici rapidi e marcati. L’EMA rimase a tal punto impressionata dai dati, che suggerì la conduzione di uno studio molto più ampio per il trattamento della depressione resistente al trattamento, un problema che in Europa affligge più di ottocentomila persone (su un totale – secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità – di circa quaranta milioni di europei con disturbi depressivi).

Rosalind Watts era una giovane psicologa clinica che lavorava per il National Health Service quando lesse sul «New Yorker» un articolo riguardante la terapia con gli psichedelici. L’idea che si potesse effettivamente riuscire a curare la malattia mentale invece di limitarsi a gestirne i sintomi la spinse a scrivere a Robin Carhart-Harris, che la ingaggiò per collaborare allo studio sulla depressione: la prima incursione del suo laboratorio nella ricerca clinica. Watts guidò diverse sedute e poi condusse interviste qualitative con tutti i volontari a sei mesi dai trattamenti, sperando di capire esattamente quale fosse stato l’impatto della seduta con gli psichedelici.

Le interviste di Watts portarono alla luce due «temi» principali. Il primo era che i volontari descrivevano la propria depressione soprattutto come uno stato di «disconnessione»: dagli altri, dal proprio sé precedente, dai sensi e dai sentimenti, dalle convinzioni profonde e dai valori spirituali, oppure dalla natura. Diversi soggetti riferivano di vivere in una «prigione mentale», altri di essere «bloccati» in circoli viziosi di ruminazione infinita che paragonavano a «ingorghi» mentali. Mi tornò in mente l’ipotesi di Carhart-Harris, e cioè che la depressione possa derivare da un’iperattività della DMN – il sito del cervello in cui sembra aver luogo la ruminazione.

I soggetti depressi dell’Imperial si sentivano scollegati anche dai propri sensi. «Guardavo le orchidee» disse a Watts uno di loro «e razionalmente capivo che c’era della bellezza, ma non la sentivo».

Anche se solo temporaneamente, l’esperienza con la psilocibina aveva fatto uscire moltissimi volontari dalle loro gabbie mentali. Una partecipante allo studio mi disse che il mese successivo alla sua seduta era stato il primo periodo, dal 1991, in cui non si era sentita depressa. Altri descrissero esperienze simili.

«Fu come prendermi una vacanza dalla prigione del mio cervello. Mi sono sentito libero, pieno di energia».

«Fu come accendere la luce in una casa buia».

«Non sei più immerso negli schemi di pensiero; la copertura di cemento è saltata via».

«Un po’ come quando fai la deframmentazione dell’hard disk del computer… Pensavo: “il mio cervello si sta deframmentando, è proprio fantastico!”».

Per molti volontari queste modificazioni nell’esperienza della propria mente si dimostrarono persistenti.

«La mia mente funziona in modo diverso. Rumino molto meno, e ho la sensazione che i miei pensieri siano ordinati, contestualizzati».

Diversi soggetti riferirono di essersi nuovamente connessi ai propri sensi.

«Mi cadde un velo che avevo sugli occhi, e all’improvviso le cose divennero chiare, luminose, brillanti. Guardavo le piante e percepivo la loro bellezza. Ancora adesso guardo le mie orchidee e riesco a sentirla – questa è una cosa che effettivamente è rimasta».

Alcuni rientrarono in connessione con se stessi:

«Provai tenerezza nei miei confronti».

«In sostanza, mi sento come prima della depressione».

Ci fu chi rientrò in contatto con le altre persone.

«Stavo parlando con degli sconosciuti. Avevo lunghe e intense conversazioni con chiunque incontrassi».

«Guardavo la gente per strada e pensavo: “Quanto siamo interessanti” – mi sentivo legato a tutti loro».

E alla natura.

«Prima, la natura mi dava piacere; adesso mi sento parte di essa. Prima la guardavo come un oggetto, come la tv o come un quadro. Invece tu sei parte di lei, non c’è alcuna separazione o distinzione, tu sei lei».

«Ero chiunque, un’unità, una vita con sei miliardi di facce. Ero quello che chiedeva amore e dava amore; nuotavo in mare, e allo stesso tempo il mare era me».

Il secondo tema principale era un nuovo accesso a emozioni difficili, che spesso la depressione ottunde o blocca completamente. Watts ipotizza che l’incessante ruminazione dei pazienti depressi limiti il loro repertorio emozionale. In altri casi, il depresso tiene a bada le emozioni perché viverle è troppo doloroso.

Questo è vero soprattutto per i traumi infantili. Watts mi mise in contatto con un trentanovenne che aveva partecipato allo studio: Ian Rouiller, un giornalista che scriveva di musica, il quale, da bambino, insieme alla sorella maggiore, era stato abusato dal padre. Divenuti adulti, i due fratelli denunciarono il genitore, che finì in carcere per diversi anni, ma questo non aveva alleviato la depressione che ha perseguitato Ian per gran parte della sua vita.

«Ricordo benissimo il momento in cui quell’orribile nube mi sovrastò la prima volta. Ero nella sala del Fighting Cocks, un pub di St. Albans. Avevo dieci anni». Gli antidepressivi furono d’aiuto per un po’, ma «mettere il cerotto sulla ferita non guarisce nulla». Con la psilocibina, Ian riuscì per la prima volta a confrontarsi con il suo dolore di sempre – e con il padre.

«In genere, quando mi viene in mente papà, mi limito a respingere il pensiero. Ma quella volta andò diversamente». La sua guida gli aveva detto che doveva «affrontare e sperimentare» qualsiasi materiale spaventoso gli si presentasse durante il viaggio.

«Così questa volta lo guardai negli occhi. Per me fu una cosa veramente grandissima, letteralmente come affrontare il demonio. E eccolo lì. Ma era un cavallo! Un cavallo militare in piedi sulle zampe posteriori, in divisa, con un elmo e un’arma da fuoco. Era terrificante, e volevo allontanare l’immagine, ma non lo feci. Affrontare e sperimentare. Così guardai il cavallo negli occhi – e cominciai immediatamente a ridere, era veramente ridicolo».

«Fu il momento della vera svolta in quello che era stato un bad trip. Adesso avevo ogni genere di emozione – positiva, negativa, non importa. Pensavo ai rifugiati [siriani] a Calais e cominciai a piangere per loro, e capivo che ogni emozione è valida come qualsiasi altra. Non devi scegliere felicità e divertimento, le cosiddette emozioni buone; andava bene anche avere pensieri negativi. È la vita. Per me, cercare di resistere alle emozioni non faceva che amplificarle. Una volta che entrai in questo stato fu bellissimo – un senso di profondo appagamento. Avevo questa sensazione travolgente – non era nemmeno un pensiero – che tutto e tutti, me compreso, dovessero essere avvicinati con amore».

Ian godette diversi mesi di sollievo dalla depressione e maturò anche una nuova prospettiva sulla sua vita – qualcosa che nessun antidepressivo gli aveva mai offerto. «Come Google Earth, avevo zoomato all’indietro» disse a Watts nell’intervista svoltasi sei mesi dopo. Per diverse settimane dopo la seduta «rimasi completamente connesso con me stesso, con ogni creatura vivente, con l’universo». Alla fine, però, l’effetto della veduta di insieme sparì, e Ian fece ritorno allo Zoloft.

«Il brillio e la lucentezza che la vita e l’esistenza avevano riacquisito subito dopo la sperimentazione, e che conservarono per diverse settimane, a poco a poco svanirono» scriveva un anno dopo. «Le rivelazioni avute durante la sperimentazione non mi hanno mai lasciato e non mi lasceranno mai. Ora, però, sembrano più delle idee» dice. Afferma che adesso sta meglio di prima ed è riuscito a conservarsi un lavoro, ma la depressione è tornata. Mi ha detto che vorrebbe poter fare un’altra seduta con la psilocibina all’Imperial; poiché attualmente non è possibile, a volte fa meditazione e riascolta la playlist usata nella sua seduta. «Mi aiuta molto a riportarmi laggiù».

Alla fine, più di metà dei volontari partecipanti alla sperimentazione dell’Imperial hanno visto tornare le nubi della depressione, e quindi sembra probabile che, qualora si dimostrasse utile e fosse approvata, la terapia psichedelica non si risolva in un unico intervento. Ad ogni modo i volontari consideravano preziosa anche la tregua temporanea, perché ricordava loro che esisteva un altro modo di essere, e che per riconquistarlo valeva la pena di impegnarsi. Come la terapia elettroconvulsiva, a cui per certi versi somiglia, la terapia con gli psichedelici è uno shock inferto al sistema – un «riavvio» o una «deframmentazione» – che può dover essere ripetuto di tanto in tanto (supponendo che, quando viene ripetuto, il trattamento funzioni altrettanto bene). Il potenziale della terapia spinge tuttavia autorità regolatorie, ricercatori e gran parte di coloro che si occupano di salute mentale a nutrire delle speranze.

«Io credo che questo possa rivoluzionare l’assistenza nel campo della salute mentale» mi disse Watts. La sua convinzione è condivisa da tutti gli altri ricercatori che lavorano sugli psichedelici e che ho intervistato.

«Quando contro una data malattia si ordinano tante medicine,» scrisse Čechov, che era medico oltre che scrittore, «significa solo che la malattia è incurabile». Ma che dire dell’inverso di quell’affermazione? Che cosa dovremmo pensare di un unico rimedio prescritto per moltissime malattie? Come è possibile che la terapia con gli psichedelici si riveli utile per disturbi diversi come la depressione, le dipendenze, l’ansia dei pazienti oncologici – per non parlare del disturbo ossessivo compulsivo (sul quale è stato svolto uno studio incoraggiante) e dei disturbi del comportamento alimentare (che la Hopkins ha in programma di studiare)?

Non dovremmo dimenticare che fin dall’inizio la ricerca sugli psichedelici è stata afflitta da entusiasmi irrazionali; la convinzione che queste molecole siano una panacea per qualsiasi nostro male risale almeno a Timothy Leary. Può darsi benissimo che l’attuale entusiasmo lascerà infine il passo a una valutazione più moderata del loro potenziale: all’inizio i nuovi trattamenti sembrano sempre più brillanti e promettenti. Nei primi studi condotti su piccoli campioni, i ricercatori – che tendono a essere sbilanciati a favore del riscontro di un effetto – si permettono il lusso di selezionare i volontari che hanno maggiori probabilità di rispondere. Poiché i numeri sono tanto esigui, questi volontari si avvantaggiano delle cure e dell’attenzione di terapeuti eccezionalmente preparati e dedicati, anch’essi con una visione parziale a favore del successo del trattamento. Di solito, poi, l’effetto placebo è più forte per un nuovo medicinale, e col tempo tende a ridursi, come è stato osservato nel caso degli antidepressivi: oggi non sono neanche lontanamente efficaci com’erano negli anni Ottanta, dopo la loro introduzione. Nessuna di queste terapie psichedeliche si è finora dimostrata efficace in grandi popolazioni; più che dimostrazioni definitive di guarigione, i successi finora riportati dovrebbero essere considerati segnali promettenti che emergono dal rumore di fondo dei dati.

Nondimeno, il fatto che gli psichedelici abbiano prodotto tale segnale in una serie di indicazioni diverse può essere interpretato in una luce più positiva. Parafrasando Čechov, il fatto che un singolo rimedio sia prescritto per moltissime malattie potrebbe significare che esse sono più simili di quanto siamo soliti pensare. Se una terapia ha in sé un’implicita teoria del disturbo cui si propone di rimediare, il fatto che la terapia psichedelica sembri affrontare così tante indicazioni che cosa può insegnarci? Che cosa ha da dirci su ciò che quei disturbi hanno forse in comune, e sulla malattia mentale in genere?

Ho posto questa domanda a Tom Insel, l’ex direttore del National Institute of Mental Health. «Non mi sorprende affatto» che lo stesso trattamento si mostri promettente in moltissime indicazioni. Sottolinea poi che il DSM – il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, ormai alla quinta edizione – traccia confini alquanto arbitrari tra i disturbi mentali, confini che si spostano a ogni nuova edizione.

Secondo Insel, «le categorie del DSM non riflettono la realtà»; esistono più che altro per comodità delle compagnie assicurative. «Questi disturbi mentali si trovano lungo un continuum, molto più di quanto riconosca il DSM». Qui si riferisce al fatto che, quando funzionano, gli SSRI sono utili per trattare, oltre alla depressione, tutta una serie di condizioni, compresi l’ansia e il disturbo ossessivo-compulsivo, il che suggerisce l’esistenza di qualche meccanismo comune di fondo.

Andrew Solomon, nel suo libro Il demone di mezzogiorno, traccia i collegamenti tra dipendenze e depressione, spesso presenti simultaneamente, come pure l’intimo rapporto tra depressione e ansia. Cita un esperto di ansia che ci suggerisce di pensare ai due disturbi come a «gemelli fraterni»: «La depressione è la risposta a una perdita passata, l’ansia a una perdita futura». Entrambi sono il riflesso di una mente impantanata nella ruminazione, in un caso intenta a rimuginare sul passato, nell’altro a preoccuparsi per il futuro. A distinguere i due disturbi è più che altro il tempo verbale.

Alcuni ricercatori attivi nel campo della salute mentale sembrano procedere a tentoni verso una grande teoria unificata della malattia mentale, benché non siano così pretenziosi da definirla così. David Kessler, il medico già a capo della FDA, ha recentemente pubblicato un libro intitolato Capture: Unraveling the Mystery of Mental Suffering, nel quale sostiene un tale approccio. «Capture» – cattura – è il suo termine per descrivere il comune meccanismo alla base di problemi quali dipendenze, depressione, ansia, mania e ossessione; secondo lui, tutti questi disturbi comportano abitudini apprese di pensiero e comportamento negativi che sequestrano la nostra attenzione intrappolandoci in circoli viziosi di autoriflessione. «Quello che era cominciato come un piacere diventa poi una necessità; quello che un tempo era cattivo umore diventa un continuo autoaccusarsi; quello che un tempo era un fastidio diventa una persecuzione», in un processo che Kessler descrive come una forma di «apprendimento inverso». «Ogni volta che rispondiamo [a uno stimolo], rafforziamo il circuito neurale che ci spinge a ripetere» i medesimi pensieri o comportamenti distruttivi.

La scienza degli psichedelici potrebbe offrire un contributo allo sviluppo di una grande teoria unificata della malattia mentale – o almeno di alcune malattie mentali? La maggior parte dei ricercatori attivi nel campo – da Robin Carhart-Harris a Roland Griffiths, Matthew Johnson e Jeffrey Guss – è convinta che, nel cervello e nella mente, gli psichedelici agiscano su alcuni meccanismi di ordine superiore che probabilmente sono alla base di un’ampia gamma di disturbi mentali e comportamentali, e forse anche della comune infelicità – e che contribuiscano a spiegarli.

Potrebbe essere qualcosa di semplice come il concetto di «riavvio mentale» – il control-alt-delete biologico di Matt Johnson –, che scuote il cervello liberandolo da schemi distruttivi (quali la «cattura» di Kessler) offrendo a nuovi schemi l’opportunità di metter radici. Potrebbe essere che, come ha ipotizzato Franz Vollenweider, gli psichedelici aumentino la neuroplasticità. La miriade di nuove connessioni che spuntano nel cervello durante l’esperienza psichedelica e che sono state mappate negli esperimenti di neuroimaging effettuati all’Imperial College, insieme alla disintegrazione di vecchie connessioni a lungo utilizzate, può servire semplicemente – per usare l’espressione di Robin Carhart-Harris – ad «agitare la palla di vetro con la neve»: una premessa per aprire nuove vie.

Mendel Kaelen, un olandese che svolge il suo lavoro di post-dottorato all’Imperial, propone un’altra metafora, sempre con la neve, ma più estesa: «Pensi al cervello come a una collina innevata e ai pensieri come a slitte che scivolano giù dal pendio. Via via che, una dopo l’altra, le slitte scendono sulla neve, vi lasceranno un piccolo numero di solchi più profondi. E ogni volta che scenderà un’altra slitta, sarà attirata nei solchi preesistenti, quasi come da una calamita». Quelle tracce più profonde rappresentano, nel cervello, le connessioni neurali più utilizzate, molte delle quali attraversano la DMN. «Col tempo, è sempre più difficile scendere dalla collina in una direzione diversa o percorrendo una qualsiasi altra traiettoria.

«Ora, pensi agli psichedelici come agenti che, temporaneamente, battono la neve. I solchi più profondi scompaiono, e all’improvviso le slitte possono andare anche in altre direzioni, esplorando nuovi paesaggi e creando letteralmente nuove piste». Quando la neve è più fresca, la mente è più impressionabile, e basta una minima esortazione – qualsiasi cosa, una canzone, un’intenzione o il suggerimento di un terapeuta – per esercitare un’influenza potente sulla sua direzione futura.

La teoria del cervello entropico proposta da Robin Carhart-Harris rappresenta una promettente elaborazione di quest’idea generale, e un primo tentativo in direzione d’una teoria unificata della malattia mentale che contribuisca a spiegare tutti e tre i disturbi esaminati in queste pagine. Secondo lui, un cervello felice è un cervello flessibile ed elastico; la depressione, l’ansia, le ossessioni e il fortissimo desiderio tipico delle dipendenze sono ciò che si prova ad avere un cervello troppo rigido o fissato nelle sue vie e nei suoi collegamenti: un cervello con più ordine del giusto. Sullo spettro da lui tracciato nell’articolo sul cervello entropico – spettro che si estende dall’eccesso di ordine a quello di entropia – la depressione, la dipendenza e i disturbi ossessivi coincidono tutti con l’estremo del troppo ordine. (La psicosi si trova invece all’estremo entropico dello spettro, il che probabilmente spiega perché non risponda alla terapia con gli psichedelici).

Nella visione di Carhart-Harris, il valore terapeutico degli psichedelici sta nella loro capacità di aumentare temporaneamente l’entropia di un cervello troppo rigido, riscuotendo il sistema dai suoi schemi di default. Carhart-Harris usa la metafora della ricottura, prelevata dalla metallurgia: gli psichedelici introducono energia nel sistema, conferendogli la flessibilità necessaria perché esso si pieghi, e quindi cambi. I ricercatori della Hopkins usano una metafora simile per ribadire lo stesso concetto: la terapia psichedelica crea un intervallo di massima plasticità in cui, con una guida appropriata, è possibile apprendere nuovi schemi di pensiero e di comportamento.

Tutte queste metafore riferite all’attività del cervello sono esattamente quello – metafore – e non l’oggetto in sé. Nondimeno gli studi di neuroimaging eseguiti sui cervelli in trip all’Imperial College (da allora replicati in diversi altri laboratori usando non solo la psilocibina ma anche l’LSD e l’ayahuasca) hanno identificato modificazioni cerebrali misurabili conferendo credibilità a queste metafore. In particolare, i cambiamenti di attività e connettività riscontrati nella DMN sotto l’effetto degli psichedelici indicano la possibilità di mettere in relazione l’esperienza percepita in alcuni tipi di sofferenza mentale con qualcosa di osservabile e alterabile nel cervello. Se la DMN fa quello che i neuroscienziati pensano faccia, allora un intervento che abbia come bersaglio quella rete può forse contribuire ad attenuare diverse forme di malattia mentale, compresi i disturbi che i ricercatori interessati agli psichedelici hanno sottoposto finora a sperimentazione.

Moltissimi dei volontari con cui ho parlato – sia tra i malati terminali, sia tra le persone con dipendenze o con depressione – raccontavano la sensazione di essere mentalmente «bloccati», catturati in circoli viziosi di ruminazione che sentivano di non poter spezzare. Parlavano di «prigioni del sé», di spirali di introspezione ossessiva che alzavano un muro tra loro e gli altri, la natura, il loro sé precedente e il momento attuale. Tutti questi pensieri e sentimenti possono essere generati da una DMN iperattiva, ovvero da quell’insieme di strutture cerebrali strettamente collegate che sono implicate nella ruminazione, nel pensiero autoreferenziale e nella metacognizione (pensare al pensiero). Il fatto che silenziando la rete cerebrale responsabile del pensiero su se stessi e della metacognizione sia possibile spingersi al di là di quella pista, o cancellarla dalla neve, ha una sua logica.

La DMN sembra essere la sede non soltanto dell’ego, o del sé, ma anche della abilità mentale di viaggiare nel tempo. Ovviamente le due cose sono strettamente legate: senza la capacità di ricordare il nostro passato e di immaginare un futuro, il concetto di un sé coerente sarebbe difficile da sostenere; noi ci definiamo facendo riferimento alla nostra storia personale e ai nostri obiettivi futuri (come scopre chi fa meditazione, se si smette di pensare al passato o al futuro e ci si immerge nel presente, il sé sembra scomparire). Il viaggio mentale nel tempo ci porta costantemente lontano dalla frontiera del momento presente, il che può avere un grande valore adattativo: ci permette di imparare dal passato e di pianificare il futuro. Ma quando il viaggio nel tempo diventa ossessivo, alimenta lo sguardo volto all’indietro della depressione e il protendersi in avanti dell’ansia. Anche la dipendenza sembra implicare un viaggio nel tempo incontrollabile – chi ne soffre se ne serve per scandire il tempo: Quand’è stato l’ultimo buco, e quando posso farmi il prossimo?

Affermare che la DMN è la sede del sé non è un’asserzione semplice, soprattutto se si considera che il sé può non essere del tutto reale. Nondimeno, possiamo dire che esiste un insieme di operazioni mentali – il viaggio nel tempo ne è un esempio – associate al sé; pensate dunque ad esso semplicemente come al luogo di questo particolare insieme di attività mentali, molte delle quali sembrano avere la propria sede nelle strutture della DMN.

Un altro tipo di attività mentale che il neuroimaging ha collocato nella DMN (e specificamente nella corteccia del cingolo posteriore) è il lavoro del cosiddetto sé autobiografico o esperienziale: l’operazione mentale responsabile delle narrazioni che legano la nostra prima persona al mondo esterno, contribuendo in tal modo a definirci. «Questo sono io», «Non merito di essere amata», «Sono il tipo di persona che non ha la forza di volontà per spezzare questa dipendenza». Attaccarsi eccessivamente a queste narrazioni, ripeterle come verità immutabili su se stessi e non come storie soggette a revisione, contribuisce in modo potente alle dipendenze, alla depressione e all’ansia. La terapia con gli psichedelici sembra indebolire la presa di tali narrazioni, forse disintegrando temporaneamente le regioni della DMN in cui esse operano.

E poi c’è l’ego, forse la creazione più formidabile della DMN, il quale lotta per difenderci da minacce interne ed esterne. Quando tutto funziona come dovrebbe, l’ego mantiene l’organismo in carreggiata, aiutandolo a realizzare i suoi obiettivi e a far fronte alle sue necessità, in particolare quelle mirate alla sopravvivenza e alla riproduzione. Fa quel che va fatto. È anche, però, fondamentalmente conservatore. Come dice Matt Johnson, «l’ego ci trattiene nei nostri solchi»: nel bene e, a volte, nel male. Sporadicamente infatti può diventare tirannico e rivolgere i suoi formidabili poteri contro altre parti di noi stessi. Forse è questo che lega le varie forme di malattia mentale in cui la terapia con gli psichedelici sembra essere di maggior aiuto: implicano tutte un disturbo dell’ego – dispotico, punitivo e deviato.

Nel discorso pronunciato a un college tre anni prima di togliersi la vita, David Foster Wallace chiese al suo pubblico di «pensare al vecchio luogo comune sulla mente, che “è un ottimo servitore ma un pessimo padrone”. Come molti luoghi comuni, in superficie tanto deboli e banali, esso esprime in effetti una verità grande e terribile» disse.

«Il fatto che quando commettono suicidio con un’arma da fuoco, quasi sempre gli adulti si sparino in testa, non è affatto una coincidenza. Sparano a quel pessimo padrone».

Di tutti gli effetti fenomenologici riferiti dalle persone sotto l’effetto degli psichedelici, la dissoluzione dell’ego mi sembra di gran lunga il più importante e il più terapeutico. Ho trovato uno scarso consenso terminologico tra i ricercatori che ho intervistato; tuttavia, in ultima analisi, quando esplicitano le proprie metafore e i propri vocabolari – siano essi di natura spirituale, umanistica, psicoanalitica o neurologica –, essi indicano quale fondamentale fattore psicologico che orienta l’esperienza la perdita dell’ego o del sé (quella che Jung chiamava la «morte psichica»). È questa perdita a donarci l’esperienza mistica, il processo di far pratica della morte, l’effetto della veduta d’insieme, l’idea di un riavvio mentale, la costruzione di nuovi significati e l’esperienza dell’awe.

Consideriamo il caso dell’esperienza mistica: le sensazioni di trascendenza, sacralità, coscienza unitiva, infinitezza e beatitudine riferite dai soggetti possono tutte essere spiegate come ciò che una mente prova quando le viene improvvisamente a mancare il suo senso di essere, o di avere, un sé distinto. C’è forse da meravigliarsi se ci sentiamo tutt’uno con l’universo, nel momento in cui i confini tra il sé e il mondo, sorvegliati dall’ego, improvvisamente vengono meno? Poiché siamo creature che generano significati, la nostra mente cerca di escogitare nuove storie per spiegare quanto sta accadendo durante l’esperienza. Alcune di esse probabilmente saranno soprannaturali o «spirituali», se non altro perché i fenomeni sono così straordinari che è difficile dar loro una spiegazione utilizzando le nostre consuete categorie concettuali. Il cervello predittivo riceve un tal numero di segnali d’errore che è costretto a sviluppare nuove e stravaganti interpretazioni di un’esperienza che va oltre le sue capacità di comprensione.

Se poi le più grandiose di queste storie rappresentino una regressione al pensiero magico, come credeva Freud, oppure l’accesso a domini transpersonali quali l’«Intelletto in Genere», come credeva invece Huxley, è essa stessa una questione di interpretazione. Chi può dirlo con sicurezza? A me comunque sembra molto probabile che la perdita o la contrazione del sé faccia sentire più «spirituali», comunque si decida di definire la parola, e che questo tenda a far stare meglio.

Il consueto antonimo del termine «spirituale» è «materiale». Questo almeno è ciò che credevo quando ho cominciato questa ricerca – ovvero che l’intera questione della spiritualità dipendesse da una questione di metafisica. Adesso sono incline a pensare che probabilmente un antonimo di «spirituale» molto migliore e di certo più efficace sia «egotistico». Il sé e lo spirito definiscono gli estremi opposti di uno spettro, ma affinché quello spettro abbia per noi un significato non occorre che si spinga al cielo: può benissimo restare qui sulla terra. Quando l’ego si dissolve, si dissolve anche una concezione limitata non soltanto del nostro sé ma anche del nostro personale interesse. Immancabilmente, quella che emerge al suo posto è un’idea più ampia, più magnanima e altruistica – in altre parole, più spirituale – di ciò che conta nella vita: un’idea in cui sembra essere prominente un nuovo senso di connessione o di amore, comunque lo si definisca.

«Il viaggio psichedelico può non darle ciò che desidera,» fu il memorabile avvertimento di più d’una guida; «ma le darà ciò di cui ha bisogno». Credo che nel mio caso sia stato così – forse nulla di simile a ciò per cui mi ero imbarcato, ma adesso capisco che in definitiva il viaggio è stato un’educazione spirituale.

Difficile

Ho 45 anni, una diagnosi che ad oggi è di “disturbo schizoaffettivo” e invalidità riconosciuta al 100%. Questo è un tentativo di spiegarmi e spiegare come si son sviluppate, cosa sono state e in parte sono ancora queste difficoltà in più che ho rispetto ad altr*.

Dopo un ricovero di 10 giorni al San Paolo nel 2013 e poi un breve periodo a casa con mia madre, lei mi convinse ad andare da un altro psichiatra, il dottor S. F., che mi chiese di scrivere una mia breve autobiografia, quella che segue, e poi mi consigliò caldamente di entrare in comunità riabilitativa per persone con disturbi psichici, dove ho vissuto per tre anni; poi per un anno ho abitato in “casa protetta” (“residenzialità leggera”) con tre coinquilini, anche loro disturbati; ora, da circa un anno, ne sono uscito e sono tornato a vivere con mia madre.

 

Breve autobiografia per il dottor S. F.

 

Sono nato il 19 gennaio 1976 a Milano. Durante la prima infanzia sono stato molto seguito da mia nonna. I primi ricordi che ho risalgono al periodo della scuola materna. Ero abbastanza socievole ma stavo prevalentemente con una ristretta cerchia di due o tre amici, e abbastanza spesso mentre gli altri giocavano insieme mi appartavo a giocare da solo. Ebbi un’“amica del cuore”, C., con la quale passavo gran parte del tempo a inventare e “vivere” storie di fantasia. Con lei scambiai il primo bacio, non diretto ma attraverso la tendina di un guardaroba dell’asilo; una maestra ci vide e ci riprese.

Un altro episodio che ricordo del periodo della materna fu una volta che con C. e altri due amichetti – un bambino nero di nome G. e uno rom di nome C. – cercammo di accendere un fuoco nel cortile dell’asilo; fummo messi in castigo e poi a sera i nostri genitori furono informati del fatto. Con gli stessi amici, un’altra volta, tentammo di fuggire dal cortile scavalcando l’inferriata, con gli stessi esiti.

Durante tutta l’infanzia ho avuto un rapporto difficile con la mia sessualità. Mi masturbavo dal periodo dell’asilo, sdraiandomi a pancia in giù e sfregando il bacino sul letto, e avevo degli orgasmi, ovviamente senza eiaculazione. Lo facevo di nascosto e avevo un timore grande, a periodi quasi ossessivo, che i miei o qualcun altro scoprissero quella mia attività. Collego questa paura a un altro episodio accaduto proprio alla scuola materna: una volta, durante la ginnastica, il maestro ci fece sdraiare a pancia in giù sul pavimento; io presi, davanti a tutti, a sfregare il bacino per terra, credo anche per verificare se fosse una cosa che facevo solo io o no; altri bambini risero e io ebbi il dubbio forte che ridessero di una cosa strana, a loro aliena; poi il maestro si accorse di quello che stava accadendo e mi sgridò piuttosto duramente. Forse fu da quel momento che per me quell’attività divenne qualcosa da nascondere, o forse lo era in parte già da prima, “naturalmente”, inconsciamente, per “cause edipiche” (non rivelare di avere una sessualità per non entrare in conflitto-competizione col padre?); in ogni caso sicuramente quell’episodio ebbe un peso importante sulla paura di essere visto durante quell’attività, e sul dubbio piuttosto atroce e a tratti, come già detto, ossessivo che accompagnò tutta la mia infanzia: che quell’attività fosse qualcosa di “mostruoso”. A quel dubbio si alternava, a tratti, ma in second’ordine, l’idea che invece si trattasse di una mia qualità positiva, ma speciale, forse esclusiva.

Durante la mia prima infanzia mio padre fu poco presente, era molto preso dai suoi concerti; in seguito, quando la sua attività concertistica si diradò, fu fisicamente molto più presente, perché lavorava principalmente da giornalista a casa, ma non fu mai molto presente “con me”. Spesso mi diceva, già a partire da quando avevo circa sei anni, che lui non poteva essermi padre perché non sapeva come si fa, siccome un padre praticamente non l’aveva avuto: i suoi lo mandarono a balia e poi in orfanotrofio per le loro condizioni di miseria, e perché suo padre era un fascista ubriacone che picchiava sua madre, cattolica innamorata e votata al subire.

Fin da piccolo ho avuto problemi con il sonno, spesso facevo molta fatica ad addormentarmi e avevo incubi; durante le elementari ci furono dei periodi in cui le maestre, durante la ricreazione, mi lasciavano tentare di recuperare il sonno con pisolini in classe, mentre gli altri bambini giocavano fuori.

Alle elementari ho avuto un “amico del cuore”, T., con il quale mi vedevo anche fuori dal contesto scolastico. Ad oggi l’ho sostanzialmente perso di vista, ma suo fratello G. è un mio caro amico e uno dei pochi che frequento con una certa regolarità.

Mia madre mi ricorda come fossi, durante la mia infanzia, un “angioletto”, e sostiene che solo con l’adolescenza cominciai a problematizzarmi e dare grattacapi; è solo parzialmente vero: ero un bambino generalmente piuttosto tranquillo ma con episodi di “ribellione” abbastanza forti, soprattutto nel contesto scolastico, e in realtà anche alle elementari, in particolare dalla terza in poi, a volte prendevo note, venivo mandato fuori dall’aula (alle medie fui sospeso una volta, alle superiori tre).

Il mio rendimento scolastico, alle elementari come poi anche alle medie, era molto buono. Gli insegnanti sostenevano fossi molto in gamba.

È almeno a partire dalle elementari che ho avuto episodi frequenti e intensi di depersonalizzazione / derealizzazione.

Alle medie avevo un gruppo di amici, tutti un po’ “scavezzacollo”, che frequentavo al pomeriggio e con i quali la mia attività preferita era andare a esplorare le strutture industriali dismesse e i nuovi cantieri della mia zona.

Fu qualche anno dopo l’inizio delle superiori che il mio malessere uscì dallo stadio larvale per diventare conclamato, cominciando a influire sempre più pesantemente sulla mia vita. Finite le medie con ottimi risultati mi iscrissi al liceo scientifico Einstein. Lì un atteggiamento che in parte avevo già sviluppato alle medie – un mio essere costantemente, quasi ossessivamente scherzoso con gli amici – si radicalizzò sempre più, mentre internamente ero sempre più triste, sempre meno trovavo senso alla vita, sempre più il mondo e la storia dell’uomo mi parevano un insieme di brutalità più o meno esplicite, più o meno ipocritamente dissimulate. Riuscii a superare i primi due anni scolastici, nonostante le materie a settembre, mentre al terzo fui bocciato due volte di seguito. A casa, sullo studio e i compiti, mi impegnavo poco, in parte anche perché soffrivo di una grande difficoltà di concentrazione. Con i miei amici di allora cominciammo a fumare molto hashish. Dopo la seconda bocciatura all’Einstein mi iscrissi all’ITSOS, dove al primo anno (la terza ripetuta), da un punto di vista scolastico andai bene: lo sforzo richiesto era molto minore che all’Einstein; mentre da un punto di vista esistenziale la mia depressione, più o meno nascosta, continuava ad accrescersi. In quel periodo fumavo hashish ancor più che in precedenza: la mattina con i nuovi compagni di scuola, il pomeriggio con alcuni dei vecchi nella piazzetta che frequentavamo. Sporadicamente prendemmo anche dei “trip” di LSD, in dosi basse, e a parte il primo, esilarante, i successivi furono per me brutte esperienze; in particolare l’ultimo della mia vita, quello che presi la notte di capodanno ’95-’96 in un contesto in cui già da prima non avevo alcuna voglia di andare, una discoteca ad Aulla; fu un’esperienza orribile, densa di percezioni persecutorie, e fu un po’ “la goccia che fa traboccare il vaso”: tornai a scuola dopo le vacanze con livelli d’ansia divenuti insostenibili e, dopo due o tre giorni, non ci andai più (già negli ultimi mesi del ’95 avevo frequentato molto poco, ma da gennaio del ’96 smisi completamente). Nello stesso periodo smisi quasi completamente di frequentare anche gli amici. In sostanza vivevo rinchiuso in casa, dove l’ansia era un po’ meno forte che fuori. Parlando con mia madre decisi di cercare aiuto presso uno psicoterapeuta. Ebbi un primo approccio con il dottor F. B., il quale mi indirizzò a un percorso analitico chiedendomi di scegliere tra un terapeuta maschio e una terapeuta femmina; così cominciò la mia analisi con la dottoressa M. B. R., freudiana, che proseguì poi per otto anni, dal marzo 1996 a luglio 2004, con quattro sedute alla settimana per quasi tutto il periodo.

Nel 1997, a febbraio, spinto soprattutto da mia madre, andai dal dottor F. B. per un consulto su un supporto farmacologico. Mi prescrisse una compressa di Prozac da 20 mg al mattino e una compressa di Xanax da 0,25 al mattino più una la sera prima di dormire. Seguii la terapia per un giorno soltanto: avevo molte remore, in parte ideologiche, sulle terapie farmacologiche in campo psichico. Poco tempo dopo, a marzo del ’97, andai da uno psicoterapeuta cognitivista e psichiatra, il dottor E. S., di nuovo per un consulto su un supporto farmacologico, di nuovo su insistenza di mia madre. E. S. mi prescrisse Seroxat 20 mg, ma dalla ricetta di allora non riesco a capire la posologia. In ogni caso, di nuovo, lo presi solo una volta, per gli stessi motivi di cui sopra.

Tornando all’analisi con la dottoressa M. B. R., sebbene durante una delle prime sedute mi avesse detto che avevo una conoscenza e una consapevolezza di me e della mia storia “molto approfondita, e fin troppo”, fu un percorso difficile, a cui io opposi molte resistenze emotive. L’analisi fu poi interrotta da mia madre perché, a fronte delle spese, non vedeva risultati concreti per lei apprezzabili, nonostante nel periodo dell’analisi avessi fatto il servizio civile (esperienza per me difficile ma anche in qualche misura positiva) e avessi lavorato per un anno e mezzo in un piccolo studio editoriale; nonostante, insomma, stessi in realtà comunque un po’ meglio di prima.

Dopo la fine dell’analisi per alcuni anni non seguii più alcuna terapia, né farmacologica né della parola, continuando la mia vita molto appartata fatta principalmente di letture, “smanettamenti” al computer (sempre più tecnici e sempre meno “artistici”), qualche lavoro saltuario (sempre da casa). In quel periodo mi vedevo quasi soltanto con G., il fratello del mio “amico del cuore” delle elementari T., del quale ho già accennato.

Alla morte di mio padre, nel 2009, ebbi un picco forte di malessere, con allucinazioni uditive – mi pareva a volte che persone più spesso sconosciute, ma a volte anche conoscenti e amici, mi facessero oggetto di insulti sommessi, ecc. –, pensieri fortemente morbosi, ecc. Di nuovo cercai aiuto rivolgendomi, per un consulto orientativo, a un’amica di famiglia, psicoanalista, la quale mi consigliò una terapia farmacologica indirizzandomi a una sua amica psicoanalista e psichiatra, la dottoressa R. C., e, per la terapia della parola, a una sua amica consulente di orientamento, L. F.

Nel frattempo decisi di iscrivermi a una scuola privata per conseguire il diploma in attività sociali, indirizzo “dirigente di comunità”; era un progetto che già avevo prima della morte di mio padre e volli provare a portarlo avanti nonostante il mio stato psichico precario.

Qui sotto riporto l’evoluzione della terapia farmacologica prescrittami dalla dottoressa R. C.

 

17 novembre 2009
Mattino: 1 Xanax 0,25 mg; ½ Cipralex 10 mg per la prima settimana; dalla seconda, 1 Cipralex intero
Alle 14: 1 Xanax 0,25 mg
Mezz’ora prima di dormire: 10 gocce di Haldol per 2 settimane

 

15 ottobre 2009
Mattino: 1 Cipralex 10 mg; 5 gocce di Haldol
Ore 14: 1 Xanax 0,25 mg; 5 gocce di Haldol
Mezz’ora prima di dormire: 2 Xanax 0,25 mg

 

19 novembre 2009
Mattino: 1 Cipralex 10 mg
Mezz’ora prima di dormire: 2 Xanax 0,25 mg; 10 gocce di Haldol

 

15 dicembre 2009
Mattino: 1 Cipralex 10 mg
Mezz’ora prima di dormire: 5 gocce di Haldol; 1 Stilnox 10 mg

 

17 aprile 2010
Mattino: 1 pastiglia e mezza di Cipralex 10 mg; 5 gocce di Haldol
Sera: 1 Tavor 1 mg; 10 gocce di Haldol
Al Bisogno: 1 Xanax 0,25 mg

 

8 luglio 2010
Mattino: 1 Cipralex 10 mg; 10 gocce di Haldol (se danno troppa sedazione, 5 al mattino e 5 alle 14)
Ore 14: 1 Xanax 0,25 mg
Mezz’ora prima di dormire: 1 Xanax 0,25 mg al bisogno

 

26 ottobre 2010
Mattino: 1 pastiglia e mezza di Cipralex 10 mg; 5 gocce di Haldol
Mezz’ora prima di dormire: prima settimana: 10 gocce di Minias; seconda settimana: 5 gocce di Minias
Al bisogno: 5 gocce di Haldol

 

Non ricordo bene il proseguimento della terapia farmacologica dall’ottobre 2010 al 23 aprile 2013, data del mio ricovero al reparto psichiatrico del San Paolo; ho chiesto a mia madre e lei sostiene che in seguito risentii varie volte la dottoressa R. C. telefonicamente per aggiustarla, riducendo l’Haldol fino a eliminarlo e mantenendo alla fine soltanto il Cipralex (non ricordo se 1 pastiglia o 1 e mezza), più lo Stilnox per dormire, al bisogno.

Rimando alla fine di questo testo una breve panoramica delle mie impressioni sull’effetto dei farmaci.

A primavera del 2013 ebbi di nuovo un progressivo ma veloce inasprimento di malessere. In quel periodo volevo rivedere la psichiatra perché mi pareva a tratti di essere “troppo su” e “sopra le righe”, perciò volevo chiederle se non fosse il caso di rivedere la terapia diminuendo magari il dosaggio del Cipralex; quando mi decisi a chiamarla mi dette appuntamento di lì a un mese. Nel frattempo però il mio essere “troppo su” aumentava; avevo cominciato a usare facebook e ci passavo molto tempo, spesso andando a dormire molto tardi la notte. Lo usavo più o meno freneticamente, chattando molto con alcune persone e in particolare con una ragazza di 31 anni, L., che poi conobbi anche di persona e con la quale ci fu una piccola storia. Nello stesso periodo ripresi a fumare hashish, dapprima poco e poi decisamente troppo. Mia madre era sempre più preoccupata, soprattutto in relazione al mio andare a dormire troppo tardi, e avemmo parecchi screzi. Nel frattempo, complice l’hashish, il mio vissuto di quelle giornate passate a comunicare tramite facebook si stava innervando sempre più di suggestioni da “pensiero magico”: spesso immaginavo che alcune delle persone con cui comunicavo non fossero ciò che mostravano di essere ma, per esempio, appartenenti a una sorta di “carboneria” di cui io, finalmente, stavo entrando a far parte – una rete di rivoluzionari intenzionati a costruire una nuova Resistenza in Italia. Inoltre stavo sviluppando un delirio di persecuzione e di grandezza in cui google e servizi segreti vari mi avversavano personalmente perché, sulla mia bacheca facebook, avevo preso posizione contro il controllo globale delle telecomunicazioni e avevo dato indicazioni su come aggirarlo. A un certo punto chiamai il dottor F. B. e riuscii ad avere un appuntamento con lui a pochi giorni; ci andai con mia madre una mattina ed ero in piena paranoia, convinto che il taxi che prendemmo fosse seguito da “agenti” (ma che la taxista fosse “dalla mia parte”). Il dottor F. B. mi diagnosticò (dal referto) un “importante quadro dissociativo delirante”, mi prescrisse una pastiglia di Zyprexa da 10 mg al giorno e mi indirizzò al CPS per una visita preliminare a un percorso terapeutico. Nell’accomiatarsi disse a mia madre di andare a comprare lo Zyprexa e darmene mezza pastiglia subito. Uscito dallo studio del dottore ebbi un picco di paranoia nel vedere alcune auto della polizia posteggiate sul percorso, per cui a un tratto cominciai a fuggire, cercando di trascinarmi dietro mia madre, perché ero ancora convinto che “mi stessero seguendo”. Mi “rifugiai” in una chiesa, poi mi tranquillizzai e tornammo a casa con mia madre in taxi. Devo dire che, anche durante questi “picchi”, non ero mai pienamente convinto delle paranoie; era sempre anche un po’ come quando da piccoli si gioca a “facciamo che io ero”, il vissuto delirante era sempre almeno un po’ “ipotetico” e c’era sempre sullo sfondo un po’ di consapevolezza, sebbene anch’essa “ipotetica”, della realtà. Appena arrivati a casa presi la mezza pastiglia di Zyprexa e dopo pranzo mi addormentai pesantemente; mi risvegliai solo a sera, poco prima dell’ora di cena. Nel frattempo era arrivato mio zio Paolo, chiamato da mia madre, molto preoccupata per quello che aveva visto durante la mattinata. Visto come mi aveva steso mezza pastiglia, mi rifiutai, dopo cena, di prendere la pastiglia intera del farmaco, anche perché dovevo andare all’Arci Corvetto per una riunione del consiglio direttivo: tempo prima mi ero messo d’accordo con una consigliera per parteciparvi allo scopo di proporre di installare al circolo l’attrezzatura per il wi-fi pubblico, ma la seconda pastiglia mi avrebbe di nuovo steso e non sarei potuto andarci. Dopo averla rifiutata cercai di uscire di casa, ma mio zio si oppose mettendosi di fronte alla porta; io dapprima cominciai a scavalcare il muretto alla base della finestra minacciando di buttarmi giù, mio zio si spostò dalla porta per impedirmelo, io sgattaiolai alla porta, mio zio mi bloccò tenendomi per il bavero della giacca; a quel punto a tenermi si aggiunse anche mia madre. Io le staccai la mano dal mio bavero e lei perse l’equilibrio capitombolando all’indietro sul pavimento (non la spinsi, diversamente da quanto riportato sul modulo per l’ASO redatto dalla dottoressa che poi incontrai a casa mia). Poi riuscii a divincolarmi anche da mio zio. Andai all’Arci, feci la riunione riuscendo abbastanza lucidamente a fare la proposta, che venne accolta, e poi tornai a casa. Nel frattempo mia madre aveva chiamato il 118 e perciò a casa trovai una dottoressa e un lettighiere. Mi arrabbiai parecchio e dissi alla dottoressa che non avevo alcuna intenzione, il giorno dopo, di recarmi al CPS; poi me ne andai in camera mia, dove mi misi a chattare su facebook cantando a tratti canzoni partigiane ad alta voce, e poi ascoltando musica a volume piuttosto alto. Nel frattempo la dottoressa compilava un modulo per l’ASO e dopo un po’ quattro poliziotti bussarono alla porta della mia camera. Mandai giù l’ansia dell’incontro, che sentivo salire veloce, prendendo la “visita” con un po’ d’ironia, e concordai di esser portato al San Paolo, dove fui visitato dalla dottoressa M. G. S. la quale scrisse sul referto «[…] abbiamo realizzato un lungo colloquio, la vita del paziente è ricca di sfaccettature ma in questo periodo vi sono situazioni che tendono a indurgli molta ansia fino a sviluppare una vera e propria sintomatologia delirante. Propongo al paziente un possibile ricovero ma non vi sono gli estremi per il TSO, accetta la terapia e gli si spiega l’importanza dell’assunzione quotidiana di Zyprexa tesa ad aiutarlo a superare questo periodo di crisi. Si riduce la terapia con Cipralex a ½ cp. die. Viene somm. in PS Zyprexa 10 mg 1 cp e 10 gt di Lexotan. Lo invito a recarsi domattina in CPS dove ha un appuntamento con la dottoressa M. A. Il paziente collaborante e tranquillo viene dimesso».

La mattina seguente, al CPS, la dottoressa M. A. mi propose un ricovero volontario al San Paolo. Accettai. Fui ricoverato dal 23 aprile al 3 maggio. Durante quei dieci giorni il mio delirio, più interno che espresso, si attenuò abbastanza, ma non tanto quanto l’agitazione e l’angoscia associate. In particolare nei primi giorni ero comunque spesso convinto di essere parte di un “intrigo”, di essere “attenzionato” se non “braccato” dagli “agenti”, sebbene abbastanza al sicuro presso il reparto. Guardai inizialmente con sospetto un uomo che venne ricoverato il giorno dopo il mio ingresso. Quando mi raccontò di essere il figlio del proprietario di un rivenditore di arredamenti, e che era stato ricoverato a seguito di un forte litigio con suo padre in merito all’azienda in grande crisi, gli credetti, ma poi spesso ebbi momenti in cui pensavo fosse un “agente cattivo”; e poi ancora, dopo esserci entrato un po’ più in relazione, che fosse un “agente buono”, mandato lì per proteggermi dagli “agenti cattivi” qualora fossero entrati in reparto; a volte, la sera prima di addormentarmi, immaginavo addirittura che fosse la reincarnazione di mio zio Cesare Roda, che fu partigiano e morì poco prima della mia nascita. Questi non erano però pensieri assidui, solo sporadici e sempre meno presenti, e nel frattempo feci amicizia con lui e con alcuni altri ricoverati e ricoverate. Il 3 maggio fui dimesso con una diagnosi di “psicosi schizoaffettiva”. Cito alcuni stralci dal referto di dimissione: «Il paziente ha riferito una riduzione della tensione, è apparso pertanto più tranquillo, tono dell’umore in asse, ha mostrato un maggior distacco emotivo rispetto ai contenuti idetici di tipo paranoideo presentati all’ingresso, ha recuperato un ritmo sonno-veglia nella norma. Ha usufruito di permessi al di fuori del reparto con una buona gestione degli stessi. Infine abbiamo organizzato un permesso al domicilio con la madre […] e durante lo stesso ha mantenuto un comportamento adeguato».

Dopo la dimissione cominciai un percorso col CPS di via Barabino, la dottoressa M. A. e l’infermiera A. Frequento, il mercoledì pomeriggio, un piccolo gruppo con altri pazienti. Nel periodo intercorso tra la dimissione e oggi, però, allo stato euforico e paranoideo si è sostituito uno stato prevalentemente depresso. Penso molto spesso al suicidio e l’idea è presente quasi costantemente sullo sfondo dei miei pensieri anche quando non è in primo piano.

La terapia farmacologica che sto seguendo attualmente, prescrittami dalla dottoressa M. A., consiste in una compressa di Depakin da 500 mg al mattino, insieme a una compressa di Cipralex da 10 mg; un’altra compressa di Depakin 500 mg la sera, insieme a una di Invega da 3 mg e, al bisogno, mezza compressa di Stilnox da 10 mg.

Per quanto riguarda l’effetto dei farmaci che ho preso, sicuramente il Cipralex mi ha sollevato un po’ il tono dell’umore; l’Haldol, nel periodo successivo alla morte di mio padre, mi ha abbastanza aiutato ad abbassare l’angoscia e a eliminare le impressioni persecutorie; l’Invega a uscire dal periodo dei pensieri deliranti dell’ultima crisi.

Non so quanto derivi dai farmaci che sto prendendo, ma in questo periodo mi sento quasi sempre molto stanco anche fisicamente.

Per quanto riguarda il sonno mi addormento di solito piuttosto tardi, verso le due, ma dormo fin verso le nove o le dieci; però anche in queste circostanze la mattina mi alzo spesso con la sensazione di non aver dormito profondamente, forse di aver solo sognato. Mi sento privo di energie anche fisicamente, e come “irrigidito”, a lungo. Mi pare che questo aspetto si sia molto accentuato da quando prendo il Depakin e l’Invega (non so quale dei due influisca, o se influiscano entrambi). Non di rado, comunque, non riesco ad addormentarmi prima delle tre; a volte sono le quattro o le cinque di mattina.

 

Riflessioni

 

Le difficoltà aggiunte del mio vivere rispetto a quello degli altri io le lego principalmente a due cose: l’episodio che mi mandò in paranoia sulla sessualità alla scuola materna (leggine se vuoi qui sopra ☝️) e il fatto di avere avuto un padre molto difficile e molto diverso, come “modello educativo”, da mia madre, che è un po’ autoritaria e molto apprensiva, laddove mio padre era “fai quel che vuoi, ma non far soffrire la mamma”.

Mio padre che, fin da quando sono piccolo, e fino a quando è morto, mi dice di tanto in tanto e non di rado, in momenti importanti, ma anche quando a me sembrerebbe non averci niente a che fare con la situazione, “Non posso esserti padre perché un padre non l’ho avuto” (in realtà lo ebbe, un fascista di merda che picchiava sua madre, ma i suoi lo abbandonarono a balia e poi in orfanotrofio per via della miseria in cui versavano). E io che a volte ancora penso “Va be’, ma se lo sapevi, e se già davi per scontato che non ci avresti nemmeno provato, perché mi hai messo al mondo?”.

Mio padre che – ero alle elementari, avevo passato il pomeriggio dopo la scuola a giocare con lui, il mio “amico del cuore” T., suo fratello G. e suo padre D. – una volta soli, con un’aria indecifrabile, ma seria seria e attenta attenta, mi chiede: “Ma tu preferiresti D. come papà?”. “N-no”, rispondo, con la paura atroce che mi voglia abbandonare. Poco tempo dopo provo a dirgli che a me va bene com’è e a fargli coraggio, dicendogli una frase che ho letto su Topolino, detta dal figlio di Ezechiele Lupo a Ezechiele Lupo: “Sei forte papà!”; lui si indispettisce.

Mio padre che – già andavo male a scuola, liceo, non studiavo, fumavo decisamente troppi cilum e sbevazzavo – mi dice: “Tu per me puoi fare quel che vuoi, però stai facendo soffrire la mamma e questo non lo sopporto: datti una regolata”, e io che penso, col freddo nel cuore: “Di me non gliene frega niente, gliene frega solo della mamma”.

Mio padre che, una sera che stavo sclerando con mia madre e i toni si erano particolarmente accesi, e lui come sempre non aveva detto niente durante tutta la discussione, perché non partecipava mai alle discussioni riguardanti me e il mio quotidiano scolastico e di vita, tutt’a un tratto scatta in piedi infuriato, con gli occhi due fessure iniettate di sangue, mi fa alzare e gridando e ripetendo “Hai mancato di rispetto a tua madre!” mi porta in camera a schiaffi forti e secchi.

Mio padre che – avevo appena abbandonato la scuola, a 20 anni, e stavo molto male, da mesi (e poi per anni) non riuscivo a uscire di casa neanche per vedere gli amici – accetta un nuovo lavoro e se ne va a stare per gran parte del tempo nei dintorni di Firenze.

Mio padre che, vedendomi una sera qui a casa a Milano sclerare di rabbia, disperazione e senso d’impotenza esistenziali e politici, a un certo punto si porta le mani a coprirsi il volto fattosi a un tratto tutto rosso e comincia a ripetere in un mormorio “Che cosa ho fatto? Che cosa ho fatto?”, con aria disperata e con vergogna.

Su quella sua domanda andai un po’ tanto in ossessione, mi chiedevo se avesse inteso qualcosa come “Ho sbagliato a metterti al mondo” o se fosse espressione del suo senso di inadeguatezza e di colpa, oppure… Una sera che eravamo in casa solo io e lui gli chiesi, con una fatica enorme, “Ma non è che tu, quando io ero molto piccolo, mi toccavi?”, perché a volte mi veniva in mente che chi, come mio padre, ha subito molestie sessuali da piccolo – da un mezzo prete, nel caso di mio padre – non di rado, da grande, le compie a sua volta. Questo dubbio, la prima volta, mi venne vedendo il film Festen (mi identificavo tantissimo nelle parole del biglietto suicida lasciato dalla sorella, le ricordo più o meno così: “Forse dopo morta arriverò in un mondo bello”… tipo così), ma per quanto riguarda mio padre era il dubbio che in qualche modo mi avesse insegnato lui la masturbazione, quando ero piccolo, forse toccandomi.

Alla mia domanda lui non rispose, rimase zitto, continuando a lavare i piatti, ma vedevo che stava un po’ in panico e mi chiedevo “Perché non parla?”, e dopo un po’, non riuscendo più a sostenere quel suo silenzio inizialmente impacciato, la risposta che non arrivava, lui che con aria ora risentita se ne stava andando nel suo studio senza dir nulla, gli dissi, impacciato a mia volta, “Va be’… Non credo, io credo tu sia buono, non credo tu abbia fatto quella cosa”. Non disse niente, né quella sera né il giorno dopo, mai.

Mi accorgo che il dubbio riaffiora in me ogni volta che si avvicinano le date della sua morte, della sua nascita, e più in generale quando viene celebrato, e ogni volta devo fare uno sforzo di razionalizzazione non indifferente per togliermelo, alla fine del quale sono sicuro del fatto che non mi abbia mai toccato, perché capisco che in questo moto emotivo c’è anche la mia competitività repressa nei suoi confronti, ma soprattutto il fatto che il mio senso di colpa legato alla masturbazione infantile è andato in circolo vizioso col suo senso di inadeguatezza e di colpa come padre, diventando poi in me quello che è stato e spesso tuttora è tanto spesso una specie di senso di inadeguatezza rispetto a tutto, e una specie di enorme senso di colpa di esistere. Così me la spiego. Fossi riuscito a dire almeno a lui, da piccolo, di quella mia attività, forse le cose sarebbero andate diversamente tra noi. Una volta, da preadolescente, ci riuscii quasi: stavamo tornando dal tennis e introdussi l’argomento cercando di descrivergli, con molta fatica, i miei episodi di derealizzazione e depersonalizzazione, perché poco prima me ne era capitato uno molto forte, con un senso fortissimo di “falsità della realtà”, mentre i miei compagni di tennis scherzavano sul sesso, discorsi in cui io non entravo praticamente mai, e insomma già da un po’ legavo intuitivamente quegli episodi al mio rapporto difficile con la mia sessualità; quando gli descrissi quei miei momenti di dubbio forte sulla veridicità della realtà, lui mi rispose che avevo una bella fantasia visionaria; io replicai con un “Si, ma…”, e avrei voluto dirgli che quelle impressioni io me le vivevo, mentre ce le avevo, con grande angoscia, anche se poi a volte a distanza mi divertivo anche a elucubrarci e inventarci sopra ipotesi, ma pur sempre con un senso di angoscia e di pericolo, perché a volte per esempio l’ipotesi era che il mondo, con tutte le sue brutture, fosse una simulazione, un brutto sogno, e l’unico modo per fuggirne e approdare alla realtà, e magari a una realtà bella, fosse il suicidio); non ci riuscii e dopo un po’ di silenzio gli dissi, tipo, “No, niente… niente, lascia perdere”.

È stato un padre molto difficile, e la sua inadeguatezza in quel ruolo, e la sua consapevolezza della sua inadeguatezza e il suo senso di colpa sono andati, molto sfortunatamente, in circolo vizioso con le mie paranoie sulla mia sessualità e con la mia conseguente tendenza a sentirmi colpevole e “mostruoso”, poi, un po’ su tutto. In ogni caso, in questo testo mi sono concentrato sulle mie difficoltà e sulle sue, ma gli volevo anche molto bene, e so che anche lui me ne voleva, solo era terrorizzato e reso piuttosto incapace dall’idea di non essere capace come padre, e certo un po’ paraculo, ma d’altro canto si può dire anche che a suo modo cercava di cambiare questo mondo di merda per sé e per me e per tutti gli altri, presenti e futuri; e ci furono anche tante cose belle per me e tra noi, e comunque tutta la sua inadeguatezza e gli errori che ha fatto non sono colpa sua ma conseguenza della miseria economica, morale e culturale cattofascista in cui nacque, figlia di questa merda assoluta che è il capitalismo. E anche l’episodio del maestro che mi sgridò invece di spiegarmi, per me, lo è: è figlio dell’ipocrisia di matrice cattolica che vede i bambini come angioletti asessuati e interviene repressivamente invece di spiegare che è normale provare piacere anche da piccoli. E la realtà di questo pianeta non è un brutto sogno ma è quello che sappiamo. E per questi motivi e tanti altri ancora anch’io, come lui, reputo necessaria e desidero una nuova Internazionale.