For an anarchic International (an approximate manifesto)

Thursday, May 5, 2022

(last modified on
Thursday, July 14, 2022:
minor changes)

The pandemic of covid and its variations, that as of today directly caused more than 6 millions deaths in the world, and indirectly caused more than 15 millions, is for the most part a consequence of the environmental devastation caused by capitalist exploitation of the whole living [1] [2] [3], and of the material and cultural misery it determines and pursues.

The onset of new pandemics and their increasing frequency were foreseen by many scientists (see the previous links). Nonetheless, even in the richest countries, the pandemic stroke after a long period during which nothing was done by those who could do the most to reduce the risk that those predictions foresaw; instead, they weakened further the public health systems (the italian one, for example, had undergone massive cuts during the previous ten years, which were made by institutional right, center, left parties to almost identical extents: see [1] and [2]).

The anti-covid vaccines which are currently disposable in the richest countries do work: they are statistically very effective in preserving people who accept to get vaccinated from getting ill, although they provide a rather brief cover. But, despite the fact their development was financed to a great extent by rich states with money from tax payers, these same states in developed countries buy them at a price per dose that is up to 24 times its cost of production, while the states where the large majority of the people of the world lives can’t afford to buy them and the bosses of pharmaceutical multinationals producing them don’t remise, not even temporarily, to the related patents, and don’t publish the know-how that’s necessary to build the machines to produce them, nor are they disposable to help in building these machines and to train the people who could use them within less rich and poor countries.

This way, the covid and variants pandemic will never be defeated, and other, new pandemics will happen more and more frequently.
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Da “La devastazione dello spazio vitale”

Da La devastazione dello spazio vitale, capitolo terzo di Gli otto peccati capitali della nostra civiltà, di Konrad Lorenz, 1973 – con un commento mio alla fine

La fretta affannosa del nostro tempo, di cui avremo occasione di trattare nel prossimo capitolo, non lascia il tempo agli uomini di vagliare le circostanze e di riflettere prima di agire. Ci si vanta anzi, da veri incoscienti, di essere dei “doers”, della gente che agisce, mentre si agisce a danno della natura e di se stessi. Veri misfatti vengono oggi compiuti dovunque con l’uso di prodotti chimici, per esempio nell’agricoltura e nella frutticultura dove servono a distruggere gli insetti; ma in modo quasi altrettanto irresponsabile si agisce con i farmaci. Gli immunologi manifestano serie preoccupazioni anche per quel che riguarda l’uso di farmaci molto diffusi. Il bisogno psicologico di avere tutto subito, su cui mi soffermerò nel quarto capitolo, fa sì che alcune branche dell’industria chimica diffondano con delittuosa leggerezza dei medicamenti il cui effetto a lungo termine è assolutamente imprevedibile. Sia per quanto concerne il futuro ecologico dell’agricoltura, sia in campo medico, vige una quasi incredibile superficialità. Chi ha cercato di mettere in guardia contro l’uso indiscriminato di sostanze tossiche è stato screditato e messo a tacere nel modo più infame.
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Progetto di opere future (P.P. Pasolini)

PROGETTO DI OPERE FUTURE
(Novembre-Dicembre 1963 – da Poesia in forma di rosa, 1964)
(Con un piccolo commento mio alla fine)

Anche oggi, nella malinconica fisicità
in cui la nazione è occupata a formare un Governo,
e il Centro-Sinistra ai fragili linguisti fa

fremere gli organi normativi-l’inverno
imbeve di oscura luce le cose lontane
e accende appena, mauve e verde, le vicine, in un esterno

perduto nel fondo delle età italiane …
con le terre azzurre di Piero sgorganti da indicibili
azzurrini di Linguadoca … se non da siciliane

azzurrità di Origini … che qui, nelle rozze appendici
degli squisiti Centri, sono verdi e mauve,
per fango e cielo, limoni e rose … occhi di Federici

con metà cuore in cerchi di mandorli rupestri dove
cade luce d’Arabia, l’altra metà in qualche avvallamento
imperlato di nebbia: con Alpi lontane, follemente nuove..

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Cani e gatti sciolti, il mio ricordo di Genova G8 2001

Antefatto: ero ancora in analisi, dal ’96 mi pare: 4 incontri a settimana. Avevo 25 anni, ora ne ho 45. Avevo detto alla mia analista che con un amico, F., sarei andato a Genova per partecipare alle manifestazioni contro il G8. L’intenzione era di andare il 19 luglio, il giorno del corteo dei migranti, e fare 19, 20 e 21. Non ricordo cosa disse lei di questo progetto, probabilmente niente (facevo analisi “classica”, “freudiana”, steso sul lettino con lei alle spalle, spessissimo non diceva niente su quel che dicevo e raccontavo), ma quando le chiesi esplicitamente “Lei ci sarà?” mi rispose “Ah io no!” con un tono da “Fossi matta!” che mi dette fastidio. Tempo dopo seppi che suo marito, anche lui analista freudiano, col quale lei condivideva appartamento e studio nello stesso palazzo, era andato a Genova con un gruppo organizzato di psicologi, anche con pazienti mi pare.

Non ricordo per che motivo, non partiamo il 19 mattina ma la mattina seguente, il 20. Il corteo dei migranti del 19 è stato bello partecipato e tranquillo, e noi siamo abbastanza tranquilli. Del viaggio di andata ricordo solo che col mio amico ci sedemmo per caso in un vagone su cui la maggioranza delle persone erano del centro sociale Vittoria, che allora (forse anche adesso) stava in via Muratori a Milano. Ricordo che a un certo punto un compagno del Vittoria ci dette delle mascherine leggere, tipo le FFP1 di adesso, “per difendervi dai gas, facile che ci saranno”. Per il resto situazione nostra, mia e del mio amico, che mi pare di ricordare un po’ tesa, emozionata, ma in chiave di presa bene.
Il treno viene fermato prima della stazione di destinazione, non ricordo con che motivazione. Scendiamo a questa stazioncina di periferia genovese già tuttə un pochetto più in tensione per via di questo imprevisto. Io e il mio amico aiutiamo altri a portare confezioni da 6 di bottiglie d’acqua. Prendiamo un autobus e l’autista ci fa scendere vicino a piazzale Kennedy. Girelliamo lì intorno, soprattutto intorno e dentro piazza Rossetti, dove ci sono vari stand tra cui alcuni di Rifondazione Comunista. Ricordi vari. Una mucca di agricoltori francesi nel pratino della piazza, dico al mio amico che mi ricorda la mucca allucinatoria che vede uno dei personaggi de L’odio di Kassovitz, ridiamo. Un ragazzo in fuga da un manipolo di rifondaroli incazzati, io e il mio amico appoggiati a delle transenne, il ragazzo corre nella nostra direzione, qualcuno dal manipolo grida “Bloccatelo, non fatelo passare!”, noi vediamo che sono tipo 10 contro 1, spostiamo una transenna e lasciamo passare il ragazzo, inseguito ancora da 2 o 3 del manipolo se li lascia sempre più abbondantemente dietro, gli altri del manipolo si fermano da noi, “Stronzi quello ha fatto…” non ricordo cosa, “Be’ noi abbiamo visto che eravate 10 contro 1” dico, il mio amico che studia psicologia accenna un discorso sulla psicologia delle masse, dopo poco il manipolo se ne va. Riprendiamo a girellare. Ci spostiamo all’inizio di via Rimassa. Lì ci sono 4 o 5 tizi tutti vestiti di nero che cercano di svellere delle assi messe davanti a dei negozi. Qualche fotografo fotografa. Qualcuno da lontano gli urla “Ma che fate? Smettetela!”. Noi proseguiamo un po’ lungo via Rimassa, ma a un certo punto torniamo indietro perché più avanti vediamo in lontananza del fumo e un fotografo ci dice che “C’è casino”. Torniamo a piazza Rossetti, dove la situazione pare più tranquilla, ma poco dopo vediamo che un sacco di polizia si schiera, uomini in fila e qualche tank di quelli blu, davanti alla rotonda 9 novembre. Un po’ di gente si siede davanti allo schieramento, a una ventina di metri. Ci sediamo anche noi. Ci sono 2 o tre giocolieri che, qualche passo più avanti, giocolierano. Uno prende una buccia di banana e la mette un po’ più avanti, come a dire “Se partite occhio che scivolate” ai poliziotti, noi ridiamo. Poco dopo parte la carica, i tank un po’ più veloci della corsa dei poliziotti appiedati, qualcuno dice “Non spostiamoci!”, chi prima chi dopo ci spostiamo tuttə perché questi non sembrano avere la minima intenzione di fermarsi; per un po’, con altrə, corriamo insieme ai poliziotti appiedati dietro ai tank, gridando insulti vari, stanno correndo, tank e poliziotti, verso gli ingressi a piazzale Kennedy e piazzale Cavalieri di Vittorio Veneto, dove sono più o meno asserragliate un sacco ma un sacco di persone di varie realtà (tra le quali mi pare Cobas, o qualche altra sigla sindacale), io mando un bacio d’odio a un poliziotto che mi sta guardando, “Bravo sei fortissimo!” gli grido con ironia rabbiosa. Dopo un po’ questi ci lasciano indietro. Da lontano vediamo che han sfondato gli ingressi dei due piazzali. “Sono pazzi!” ci diciamo. Fumo di lacrimogeni dentro. Un fottio di gente. Elicotteri sopra la testa. Chi riesce sciama, esce dal piazzale. I poliziotti menano. Ci allontaniamo, torniamo dentro piazza Rossetti, giriamo un po’ lì, scambiamo qualche parola con chi è lì, poi proseguiamo verso l’interno di Genova, probabilmente per via Finocchiaro Aprile, o per via Magnaghi. I ricordi si diradano. Camminiamo un sacco, situazione abbastanza tranquilla, dopo un po’ più tranquilli anche noi. Vediamo vie chiuse da alti sbarramenti di metallo, altre da container. Incontriamo gente di Genova che non riesce a tornare alle proprie case. Vari gruppi di manifestantə sparsə, alcunə di uno di questi gruppi ci danno qualcosa da mangiare e da bere (del formaggio, del pane e due birre mi pare). A un certo punto ci troviamo davanti alla stazione Brignole. Passiamo tra un container e il muro e entriamo in piazza Verdi. Pochissima gente. Sulla sinistra della stazione ci sono dei container, andiamo verso i container pensando di riuscire a passare anche lì e proseguire poi verso sinistra, sperando di trovare un qualche corteo cui unirci, ma non sappiamo bene dove stiamo andando. Arrivati a una decina di metri dai container vediamo che c’è un manipolo di poliziotti lì dietro. Ci vedono, ormai ci han visti, ci pensiamo fottuti, ma paiono “tranquilli”, niente caschi addosso, sembra cazzeggino tra loro. Decidiamo che se svoltassimo e ce ne andassimo sarebbe più pericoloso, e quindi di proseguire verso di loro e, se ci chiedono qualcosa, di dirgli che vogliamo solo passare per unirci a qualche corteo pacifico. Quello che sembra il capo ci ferma, ci prende in giro, “Dove pensate di andare?”, “Stiamo cercando di unirci a un corteo pacifico”, un suo sottoposto enorme si mette di fronte a noi e ci sbraita in faccia “Nun ce dovevate venì qui perché ve ce ammazziamo! Ve ce ammazziamo!”, il capo ordina a un altro suo sottoposto di portarci dietro uno dei container e perquisirci, andiamo col sottoposto che nel frattempo estrae il manganello e agitandolo, una volta che siam fermi dietro il container, ci intima di togliere gli zaini e svuotarli davanti a lui. Eseguiamo, piuttosto impauriti, ma riusciamo a dire che non c’è bisogno del manganello, lui si indurisce di più, ci tratta sempre peggio. Svuoto il mio zaino prima del mio amico. Ne esce la mascherina datami dal compagno del Vittoria sul treno. “E questa che cazzo è?” urla il poliziotto e mi tira una manganellata sul ginocchio. Non fa molto male ma mi spaventa un po’ di più. “Prendila!”, mi piego di nuovo, la prendo, mi rimetto dritto, manganellata sul polso, “CHE CAZZO È QUESTA?”, gridando più forte, “È una mascherina da bricolage che ci han dato sul treno per difenderci dai lacrimogeni”, e poi non ricordo bene ma diciamo che parlando con odiata deferenza al poliziotto quello alla fine ci molla e ci lascia pure passare. Passiamo. Io un po’ sotto per quel che è successo. Altri giri in giro, molta più gente ora. A un certo punto ci troviamo davanti a un ponte sul torrente Bisagno. Sul ponte ci sono poliziotti e tank. All’inizio del ponte un bel po’ di gente sta mettendo in piedi barricate. Ricordo due freakkettoni psichedelici che suonano dei bonghetti intanto, con aria divertita, e un monaco buddista di rosso vestito che passa. Noi stiamo nei dintorni, indecisi se prendere parte alla costruzione della barricata o allontanarci, a un certo punto un ragazzo con una maglietta legata intorno alla bocca, che sta andando verso la barricata, ci incalza dicendo che “Hanno ammazzato un ragazzo, dobbiamo fargliela pagare”, e prosegue. Io ho un momento di profondissimo sconforto. Mi siedo sul marciapiede. “Che cazzo vuol dire che hanno ammazzato un ragazzo, che senso ha? Che senso ha?”. Non ho una reazione di rabbia, ho sul momento una reazione di annichilimento. Il mio amico mi si siede a fianco, “Cerchiamo di capire meglio cos’è successo” mi dice, ci rialziamo, cerchiamo di parlare con qualcunə intorno ma poco dopo parte la carica della polizia, tank e poliziotti, dal ponte, scappiamo con altrə, scappiamo scappiamo inseguiti dai tank e dai poliziotti, per viuzze strette, tutte in salita, vediamo qualcunə che non ce la fa più a correre scavalcare cancelli per entrare in cortili, continuiamo a correre, quelli sempre dietro, finché dopo un po’ non li vediamo più. Siamo con un gruppo di ragazzə giovanə, siamo contenti di averla scampata, ridiamo e parliamo un po’ con loro. Poi cerchiamo di tornare da dove siamo partiti, torniamo verso il mare e arriviamo di nuovo a piazza Rossetti, dove la situazione ora pare tranquilla, entriamo in piazzale Kennedy-Cavalieri di Vittorio Veneto dove ora c’è molta meno gente, rispetto alla mattina, ma comunque ce n’è un bel po’, incontriamo un amico che è in comunità da Don Gallo ed è lì con un gruppo suo, di Don Gallo, ci facciamo le feste, c’è una banca che brucia su corso Marconi, commentiamo, “Che delirio!”, ridiamo, “Ma dai insomma stiamo bene, ma il ragazzo che è morto?”, ci dice M. il nostro amico che forse è un punkabbestia, non sa bene nemmeno lui, non si sa bene, “Porco dio, che merde, che merde!”, arrivano i pompieri spengono l’incendio, con il nostro amico M. ci salutiamo, continuiamo a girare in piazzale Kennedy-Veneto, c’è il concerto di Manu Chao, a un certo punto – non ricordo se prima o dopo il concerto – c’è questa cosa allucinante, nel piazzale montano una specie di gazebone bianco, luci forti accese puntate sullo spazio sotto il gazebone, telecamere, parte una diretta di Gad Lerner che vuole fare tipo il punto della situazione, personaggi vari che non so, non ricordo se ne conoscessi riconoscessi, c’è una contestazione in diretta di alcune ragazze, noi le sosteniamo, gridiamo “Siete assurdi!” e altro, è tutto assurdo, questi in doppiopetto calati da chissà dove a pretendere di fare il punto della situazione, ce ne andiamo, torniamo in strada davanti a piazza Rossetti, c’è un assurdo divertente passarci a calci una bottiglia d’acqua mezza vuota con altrə per almeno un’oretta, è notte, sarà tipo l’una, proviamo a dormire, ci stendiamo nel prato di piazza Rossetti, io non riesco a chiudere occhio, il mio amico si, a un certo punto partono gli innaffiatori automatici del prato, svegliano di soprassalto i dormienti, le dormienti, dico al mio amico un po’ impanicato da quel risveglio che sono gli idranti della polizia, ridacchiamo, tuttə ci spostiamo dal prato, non ricordo poi bene. Del 21 mattina non ricordo niente, mi sa che è lì che son riuscito a dormire un po’, il mio amico credo abbia continuato, ricordo a un certo punto siam riusciti a mangiare qualcosa, boh. Più tardi c’è il corteo del 21. Andiamo sul lungomare, risaliamo lungo corso Italia insomma, in controsenso rispetto al corteo che sta scendendo, lo risaliamo un po’, la situazione sembra tranquilla, a parte gli onnipresenti elicotteri, manifestantə pacifichə gridano “Assassini!, Assassini!” un po’ al vento un po’ agli elicotteri, anche noi. Incontriamo un mio amico che da poco è uscito dai disobbedienti, scambiamo un abbraccio e due parole, ci salutiamo, poco dopo la situazione si intesisce di nuovo, gira voce che più avanti, ovvero più indietro nel corteo, stiano menando, invertiamo rotta, cominciamo a ridiscendere lungo corso Italia, svelti sempre più svelti, e più avanti vediamo in lontananza, di nuovo davanti alla rotonda 9 novembre, un botto, ma un botto di polizia schierata con tank camionette ecc. Alle nostre spalle ormai è il panico, davanti un botto di polizia e cominciano a lanciare i primi lacrimogeni, è chiaro che vogliono spezzare il corteo, tiriamo dritti verso lì, partecipiamo un po’ al tentativo di resistere, tiriamo indietro qualche lacrimogeno a calci, coperti con le magliette intorno alla bocca a tratti, a tratti anche no, respiriamo un sacco di lacrimogeno, ci spremiamo limoni sul volto passiamo limoni, un gruppo sta sfondando quel che resta delle vetrine della banca data alle fiamme il giorno prima, parte la carica che spezzerà il corteo, scappiamo verso il centro, ci perdiamo!, io e il mio amico, non lo vedo più, io o lui non abbiamo cellulare, forse nessuno dei due, il resto è fuga e fuga verso nord, quando la situazione torna un po’ più tranquilla (niente sbirri niente tank con gli idranti alle calcagna) faccio amicizia con uno un po’ sperso come me, con lui poi ci aggreghiamo a un gruppo, non ricordo bene come alla fine riusciamo a prendere un treno e tornare a Milano, non ricordo se col mio amico ci sentiamo già quella sera per telefono o il giorno dopo.

Riuscii a piangere per la morte di Carlo Giuliani solo a partire da una settimana dopo, ascoltando una poesia che aveva scritto dedicata ai suoi genitori, in un video che non ricordo più come si intitolasse né di chi fosse, e poi ancora in altre occasioni, e mi capita ancora, ogni anno, in questi giorni, che mi vengano i lucciconi.

Malatesta sulla strage del Diana (oggi, cento anni fa) e la violenza

Oggi, 100 anni fa, intorno alle 23, si compì la strage al teatro Diana di Milano, e mi pare giusto ricordare anche questo, che credo fu tra gli errori nostri più tragici. Anarcopedia riporta, a chiusura della pagina linkata qui sopra, che Malatesta «sempre condannò risolutamente il gesto ma mai gli autori», dei quali disse: «Quegli uomini hanno ucciso e straziato degli incolpevoli in nome della nostra idea, in nome del nostro e del loro sogno d’amore. I dinamitardi del “Diana” furono travolti da una nobile passione, ed ogni uomo dovrebbe arrestarsi innanzi a loro pensando alle devastazioni che una passione, anche sublime, può produrre nel cervello umano […]», e penso che a questa posizione pervenne in particolare quando seppe che la loro intenzione non era di compiere una strage, ma di colpire soltanto il questore; però – citando dal bel librone di Vincenzo Mantovani Mazurka blu – La strage del Diana – il primo commento noto a proposito dell’attentato al Diana, che Malatesta fece dal carcere, fu più duro nei loro confronti:

I giornali parlano di attentato anarchico. Ebbene io ci tengo a dichiarare che quel triste fatto non può aver niente a che fare con le idee anarchiche. Quell’orribile gesto di massacro non corrisponde, anzi è contro, alla dottrina e alla tattica anarchica. Gli anarchici sono per la insurrezione armata contro lo stato capitalistico, contro il governo borghese, al fine di instaurare un ordine sociale nuovo, di formare una società di giustizia e di libertà, ma restano assolutamente contrari alla piccola o grande violenza individuale, alla vana guerriglia contro le persone, alla inutile strage. Io ricorderò ai miei giudici e al popolo le antiche e le recenti mie polemiche contro gli atti terroristici individuali, contro il ravasciolismo, contro il cosiddetto banditismo rosso, contro la propaganda col fatto. L’umanità nuova non si prepara, non si costruisce con azioni selvagge e pazzesche, uccidendo donne, bambini e pacifici spettatori in un ritrovo popolare. Anch’io qualche volta mi recavo al teatro al Diana. Neanche come rappresaglia ad altre violenze può esser compreso quell’attentato. Se tu hai colpito me io risponderò colpendo te, non mai facendo del male a un terzo che non sa niente delle nostre querele, che vi è perfettamente estraneo. La morale anarchica deve essere una morale superiore, non scendere alla barbarie. Se coloro che hanno compiuto l’opera di distruzione e di sangue dovessero o volessero chiamarsi anarchici, restano però sempre degli individui che non sanno che cosa è l’anarchismo.

E Mantovani prosegue citando un articolo di Malatesta apparso nel 1892 sulla rivista parigina En-dehors

Siamo rivoluzionari per amore degli uomini; né colpa nostra è se la storia ci ha costretti a questa dolorosa necessità; ma soprattutto rispetto alla rivoluzione occorre tener conto dell’uso del minimo mezzo, del più parsimonioso, giacché il dispendio si totalizza in vite umane.
Conosciamo abbastanza le spaventevoli condizioni materiali e morali in cui si trova il proletariato per spiegarci gli atti di odio, di vendetta, persino di ferocia che potranno prodursi. Ma altro è spiegarli, certi eccessi selvaggi, altra cosa è l’ammetterli. Non sono questi gli atti che possiamo accettare, incoraggiare, imitare.
Dobbiamo essere risoluti ed energici, ma dobbiamo anche sforzarci di non oltrepassare mai il limite segnato dalla necessità. Dobbiamo fare come il chirurgo che taglia quando occorre ma evita d’infliggere inutili sofferenze; insomma dobbiamo essere ispirati dal sentimento dell’amore degli uomini, di tutti gli uomini.
Ci sembra che questo sentimento d’amore sia il fondo morale, l’anima del nostro programma; ci sembra che solamente concependo la rivoluzione come il grande giubileo umano, come la liberazione e la fratellanza di tutti gli uomini, qualunque sia la classe o il partito al quale hanno appartenuto, il nostro ideale potrà realizzarsi. La ribellione brutale si produrrà certamente e potrà anche servire a dare l’ultima spinta che deve atterrare il sistema attuale; ma se non trovasse il contrappeso dei rivoluzionari che agiscono per un ideale si divorerebbe da se stessa. L’odio non produce l’amore; per mezzo dell’odio non si rinnovella il mondo. E la rivoluzione dell’odio o fallirebbe interamente o farebbe capo a una nuova oppressione, che potrebbe magari chiamarsi anarchia, come si chiamano liberali i governi attuali, ma che non sarebbe meno un’oppressione e non mancherebbe di produrre gli effetti che produce ogni oppressione.

…e poi un altro, scritto cinque anni dopo per l’Agitazione di Ancona:

L’atto di rivolta collettivo, a priori, a parità di circostanze, è più importante dei fatti individuali; ma sarebbe illogico misurare la bontà di un atto dal numero di quelli che l’hanno compiuto. Noi protestiamo contro certi fatti che ci sembrano cattivi e dannosi perché sono quei tali fatti, e non già perché sono stati commessi da un uomo isolato. Così, per esempio, io disapprovo l’attentato al caffè Terminus [che fu del genere di quello del Diana, benché le sue conseguenze fossero state infinitamente meno gravi][…] perché mi pare ingiusto, feroce, insensato, intendendo con ciò di giudicare, non le intenzioni e la personalità di Henry, ma l’atto obbiettivo nella sua portata sociale, cioè sul bene o sul male che poteva produrre agli altri uomini.

Io a volte penso però che l’errore tragico della strage del Diana fu anche e forse soprattutto conseguenza di un altro errore: l’aver abortito – i sindacati confederali, la gran parte dei socialisti e dei comunisti – la rivoluzione che sarebbe stata possibile all’apice del biennio rosso.

Ma forse in realtà ha ragione Malatesta su tutta la linea: «Noi facemmo tutto quello che potevamo[…]. Non riuscimmo, e il movimento fallì perché noi eravamo troppo pochi e le masse troppo poco preparate.» (dalla nota VIII qui).
Perciò, anche se gli anarchici di allora avessero “forzato le cose” (anche se per esempio avessero davvero fatto prigionieri i dirigenti confederali, come Bosio, socialista, rimprovera loro a posteriori di avere “solo architettato”), e anche se il moto rivoluzionario avesse avuto seguito e successo, a raccoglierne i frutti sarebbero stati proprio i socialisti e-o i comunisti, sfruttando il vuoto di potere per prendere il potere.
Sarebbe stato comunque meglio?
Visto come andarono le cose in URSS, direi proprio di no.

La rivoluzione messa ai voti

Da Mazurka blu. La strage del Diana, di Vincenzo Mantovani,
Seconda parte, cap. 45: La rivoluzione messa ai voti

Con un mio commento alla fine, scritto oggi, sabato 7 maggio 2022

Nell’estate del 1920, in seguito a un dissidio di carattere amministrativo e personale con Nella Giacomelli, Mario Perelli lasciò Umanità Nova[I]. Da una ditta genovese ricevette l’incarico di raccogliere inserzioni per una pubblicazione destinata alle Camere di commercio. Nonostante l’inesperienza, il lavoro gli andò bene. La giornata del neo-agente pubblicitario finiva spesso al Grand’Italia, il lussuoso ristorante della Galleria. Così, tra contratti e buone cene, Perelli passò il mese di agosto.

Io abitavo al rondò Cagnola [oggi piazza Firenze]. Da quelle parti c’è via Ruggero di Lauria, dove c’era l’officina dell’ingegner Romeo.

Una mattina sono a letto – non ho urgenza di andare a lavorare – quando sento un vociare, un tramestio. Mi alzo, vado giù. La Romeo s’è messa in sciopero. C’era una controversia che si trascinava da un certo tempo, credevano di risolverla così. Loro vanno alla Camera del lavoro, e io dietro. Pensavo: caso mai farò un servizio per Umanità Nova.

Vado là, e la discussione pare che si allarghi, perché viene convocato il consiglio delle leghe. Quelli della Romeo non si muovono. Io non vado neanche a mangiare.

Verso le quattro c’è la decisione: il consiglio generale delle leghe proclama l’occupazione delle fabbriche. Figurati, con la notizia calda! Attraverso Garlaschelli – il portinaio, che vendeva anche i giornali – cerco di avere informazioni precise. «Sì, ti assicuro, hanno deliberato così.» Via! Corro a Umanità Nova, porto la notizia.1

Il 1° settembre 1920 il quotidiano anarchico annunciava:

La presa di possesso delle fabbriche avvenne verso le 17 [del 31 agosto 1920] simultaneamente in tutti i 300 stabilimenti di Milano. La massa operaia dopo la serrata alla Romeo comprese subito che l’unico modo per impedire la serrata generale e l’occupazione delle fabbriche da parte della forza armata era di rimanere nei reparti, tutta, compatta e unita. Verso le 17 […] gli operai abbandonarono i reparti, circondarono gli uffici, facendo prigionieri i direttori, i capiofficina, gli impiegati; tagliarono ogni comunicazione telefonica e posero delle sentinelle alle porte.

«Quale che sia la piega che prenderà il movimento» concludeva Umanità Nova «è certo che da ieri le coscienze degli operai metallurgici si sono tese, si sono destate e han capito quale immensa forza possiede la massa operaia. E ciò le sarà d’auspicio per ogni eventualità rivoluzionaria.»2 Ricorda Perelli:

Vien fuori Umanità Nova, con questo titolo qui, e subito si combina di fare una visita alle fabbriche occupate. Quella sera lì, verso le sei e mezzo o le sette, andammo, mi pare, dalle parti di Porta Romana, non so se era la O.M. o la Brown Boveri. C’era Quaglino, Malatesta, io e ancora un altro o due. Mica tanti, quattro o cinque persone eravamo.3

Dice Quaglino:

Io ricordo che andammo alla Bianchi, che allora faceva le biciclette in viale Abruzzi, e alla Brown Boveri. Alle Fonderie Milanesi siamo andati un altro giorno per la morte di un compagno, che aveva fatto scoppiare una bombaII. C’era… c’era un entusiasmo enorme. Ma entusiasmo dentro la fabbrica.4

Ricorda Perelli:

Ti avvicinavi a una fabbrica, di quelle grosse, e tutti i cancelli erano chiusi. Sul muro di cinta c’era una sentinella col fucile. E la porticina di ferro era difesa dalle guardie rosse, ormai si chiamavano così, che facevano entrare le donne con la cena per gli operai.

Era una cosa! E un movimento! In un gran silenzio, tutti si davano da fare. Cosa facessero non lo so. Ma lavoravano intorno ai camion, li blindavano con certi lamieroni per poter uscire e occupare la città. Preparavano la rivoluzione. Ti sentivi un brivido nella schiena e dicevi: è giunta l’ora, finalmente. E quasi non credevi ai tuoi occhi. Invece era la rivoluzione che cominciava. Tutti la prendevano sul serio. E il giorno dopo l’avevano presa sul serio anche i poliziotti, che stavano dall’altra parte della strada e mica si avvicinavano ai soldati della guardia rossa. Niente, facevano finta di non vederli…5

La sensazione di Perelli, che la rivoluzione fosse cominciata, era condivisa da molti in quel momento. Si veda, per esempio, questo ricordo personale di Luigi Fabbri:

Uno spettacolo che mi dette quasi l’impressione del trionfo raggiunto fu quello che mi passò rapidamente davanti agli occhi tre o quattro giorni dopo, mentre tornavo in ferrovia a Bologna. Lungo la strada ebbi l’impressione di una regione in rivoluzione. Tutte quelle città, paesi, e fino i più piccoli villaggi della Lombardia e dell’Emilia, percorsi dal treno, davano la sensazione del movimento. Sulle fabbriche, stabilimenti e officine sventolava la bandiera rossa; ve n’erano fin sulle più alte ciminiere. Nelle stazioni, nei passaggi a livello e in certi punti strategici, squadre di lavoratori sorvegliavano che non si trasportassero truppe da un punto all’altro, pronti nel caso a dar mano ai ferrovieri per arrestare i treni. Le automobili venivano fermate per ispezionarle. E a Bologna trovai la classe operaia in armi, come a Milano. In uno stabilimento vicino a casa mia mi mostrarono delle casse piene di bombe, pronte alla bisogna.6

Il 2 settembre l’Unione sindacale italiana invitava i lavoratori «a tenersi preparati all’urto decisivo in ogni centro industriale».

Preveniamo le Camere del lavoro, le sezioni tutte d’Italia aderenti all’Usi, che è molto probabile non si possa far giungere ovunque e in tempo le necessarie disposizioni della lotta: debbono quindi agire al momento opportuno con prontezza ed energia.7

Ma gli operai chiusi nelle fabbriche intravedevano la possibilità di uno sbocco rivoluzionario? Si rendevano conto che era necessario uscirne al più presto per estendere l’occupazione agli altri centri del potere economico e politico? Secondo Quaglino, no:

Si doveva uscire, certo. Giolitti lo aveva capito: fin che stanno dentro il pericolo non c’è. Ma nessuno pensava di uscire. Gli anarchici volevano allargare il movimento, coinvolgere tutti gli altri lavoratori. Parliamoci francamente: uscire voleva dire essere armati. E il proletariato non lo era.8

Diversa l’opinione di Perelli:

Occupare la fabbrica, occupare la città. Questa fu la parola d’ordine, almeno per qualche giorno. Noi avevamo delle bombe, ricavate da tubi di ghisa, che erano per l’occupazione della città, per affrontare la resistenza della polizia. Ma chi avrebbe fatto resistenza? Nessuno. Milano era nostra.9

Ribatte Quaglino:

La nostra posizione era quella di Malatesta, che diceva: «Per abbattere la monarchia» – la questione era tutta lì – «bisogna estendere il movimento di occupazione delle fabbriche. Bisogna che i marinai occupino le navi, i postelegrafonici gli uffici postali». Allargare il movimento. Sempre per via legale. Non si parlava di prendere il fucile e occupare la questura o la prefettura, che erano i centri del potere. Malatesta sosteneva che allargando il movimento si creava un vuoto di potere. Si sarebbe neutralizzata la classe borghese e si sarebbe fatta la repubblica. Tutto lì. Solo questo poteva produrre un moto di smarrimento nella borghesia. Perché tu capisci che, finché ad essere occupate sono le fabbriche, la vita non muore. La gente andava a spasso, andava al cinema…10

Ha scritto Luigi Fabbri:

Ciò ch’egli [Malatesta] sosteneva allora in pubblico e in privato era questo: non potersi presentare mai più un’occasione migliore per vincere quasi senza spargimento di sangue; estendere l’occupazione delle fabbriche metallurgiche a tutte le altre industrie e alle terre; dove non c’erano industrie, scendere in piazza con scioperi e sommosse locali, che distogliessero le forze armate dello stato dai grandi centri; dalle località più piccole dove non vi fosse proprio nulla da fare accorrere in quelle maggiori più vicine; scesa in campo di gruppi d’azione di fiancheggiamento; armarsi nel più gran numero possibile e intensificare la raccolta di armi. E così via.11

Anche Perelli, tuttavia, pare d’accordo con Quaglino quando afferma che le ripercussioni dell’occupazione delle fabbriche nelle città furono assai scarse.

La gente accettava il fatto dell’occupazione e basta. Gli operai andavano, quelli che ci andavano, a fare la guardia. E dopo i primi giorni molti non ci andarono neanche più. La cosa cominciava a trascinarsi. L’entusiasmo dell’inizio era sbollito. I camion non uscivano. I socialisti rifiutavano di assumere la direzione del movimento e i sindacati, che non avrebbero voluto, erano costretti ad accettare la responsabilità di quel movimento così grande, più grande di loro, per trasformarlo in una questione sindacale. Così, ogni volta che andavi in una fabbrica occupata, il morale era sceso di due o tre gradi.12

Ha scritto Gianni Bosio, sulla scorta degli articoli sull’occupazione delle fabbriche pubblicati da Umanità Nova l’1 e il 2 settembre, che per sciogliere le difficoltà alle quali il movimento andava incontro e per forzare la mano a chi era propenso all’attesa sia il quotidiano che il movimento anarchico, come pure la direzione dell’Usi, «puntavano, speravano, dichiarandolo, in un intervento brutale e armato dello stato: ciò avrebbe fatto uscire, fra l’altro, il movimento dal corporativismo in cui era nato e si manteneva»13. Contemporaneamente, tuttavia, era anche molto forte la sfiducia nella volontà rivoluzionaria dei sindacalisti della Cgl, per i quali si temette, fin dai primi giorni, che l’occupazione fosse solo «un bel gesto». Umanità Nova dichiarava:

Per noi anarchici il movimento è molto serio, e dobbiamo fare il possibile per incanalarlo verso una maggiore estensione, tracciando un programma preciso di attuazioni, da completarsi e perfezionarsi radicalmente, giorno per giorno, prevenendo, oggi, le difficoltà e gli ostacoli di domani, perché il movimento non vada ad infrangersi ed esaurirsi contro gli scogli del riformismo.14

Il 5 settembre lo stesso quotidiano «indicava nella difesa delle fabbriche il fronte unico della lotta proletaria»15 e prospettava l’opportunità di un incontro fra tutti gli organismi operai. Subito dopo, temendo che l’incontro non potesse aver luogo, o che da esso si cercasse di escludere gli anarchici e gli iscritti all’Usi, il movimento anarchico rompeva gli indugi e passava all’offensiva. Forte della propria consistenza nella regione ligure, indiceva un convegno «per decidere l’estensione dell’occupazione e per creare, anche in una sola zona, il fatto compiuto del passaggio visibile e dimostrato dalla fase economica a quella politica»16.

A questo punto eran le cose quando l’Usi convoca un convegno a Sampierdarena la domenica sette settembre. Sono invitati e intervengono tutti i sindacati della regione ligure e di ogni corrente sindacale. A quel convegno […] si fa presto strada l’idea di prender possesso del porto di Genova e di allargare l’occupazione tutta nella Liguria senza nulla attendere dai massimi dirigenti.

Questa volta si verifica un caso strano: la Confederazione del lavoro invia al convegno due suoi rappresentanti: uno dei massimi gerarchi, Colombino, e il compagno nostro Garino.

Lo sviluppo degli avvenimenti dimostrò in piena luce l’abile manovra confederale: impedire una decisione di occupazione locale immediata allargata, come quella a cui abbiamo accennato. Ma l’intervento di Colombino non avrebbe che ottenuto un effetto contrario; ci voleva un compagno nostro, il quale – nella più perfetta buonafede sulle intenzioni del Colombino – perorasse alla sua volta la causa della sospensiva. Della sospensiva, avvertendo che la Confederazione del lavoro si degnava di comunicare che tra pochi giorni sarebbe stato convocato da parte sua un convegno a Milano nel quale non sarebbe stata esclusa nessuna frazione sindacale e nel quale la decisione dell’occupazione generale si sarebbe potuto prenderla concordemente con tutte le forze d’Italia. Una tale impostazione delle cose non poteva che avere per risultato di convincere tutti i convenuti a Sampierdarena della ragionevolezza di non prendere una decisione affrettata. E così fu.III

Il 7 settembre Umanità Nova ammonisce:

[…] gli operai si sono asserragliati nelle loro fortezze del lavoro scacciandone i capitalisti. Il governo è un’altra volta impotente a reagire e cerca un accomodamento e un compromesso con gli operai. Se riuscirà a farli uscire dalle fabbriche, si rimangerà poi abilmente tutte le promesse, magari anche quella della liberazione delle vittime politiche, e si preparerà alacremente ad allestire nuovi mezzi di difesa e di offesa contro i lavoratori per salvare ancora una volta la baracca borghese. […] Un’occasione così favorevole per iniziare l’espropriazione dei capitalisti col minimo sacrificio di sangue non si presenterà mai più!

E, avendo forse raccolto le voci di una non improbabile compravendita, conclude il suo appello con un’invocazione di tono quasi biblico: «Operai […]. Guai a voi ed ai vostri figli se vi lasciate ancora una volta ingannare!»17.

Se è vero che gli anarchici, proclamando l’occupazione delle fabbriche «momento rivoluzionario» hanno assunto, come scrive Gianni Bosio, una posizione non soltanto «non […] abborracciata e improvvisata»18 ma «di altissima responsabilità», una posizione che permette loro di trattare «un avvenimento e un congegno tanto delicato e pericoloso come l’avvio per la rivoluzione» con esemplare «coerenza propagandistica e politica», con «misura», «consapevolezza» e «diremmo quasi […] gradualità»19, viene spontaneo chiedersi se in definitiva non fu proprio questo senso di responsabilità, stimolato dalla manovra confederale di Sampierdarena, a comprometterne irrimediabilmente l’azione.

Il movimento anarchico e l’Usi i quali teoricamente erano spinti in avanti da un’analisi continua, rinnovantesi e corretta fino a ipotizzare che questa rivoluzione, trovando le masse naturalmente disposte a occupare tutti i luoghi di lavoro, sarebbe stata la meno sanguinosa, e che senza la spinta in avanti non vi sarebbe stata che una reazione sanguinosa, e che avevano architettato, solo architettato, di far prigionieri alcuni dirigenti confederali, cioè di toglierli dalla circolazione, al primo responsabile, decisivo impatto con il reale per un’azione che sarebbe stata determinante, esitano, rimandano e poi si ritirano.20

Nonostante la sfiducia cominciasse a serpeggiare tra gli operai che occupavano le fabbriche («si erano disamorati, avevano visto che diventava un bidone»)21, Malatesta – che era stato uno dei primi a lanciare l’idea dell’occupazione e che qualcosa di simile aveva fatto sei anni prima ad Ancona durante la Settimana Rossa22 – continuò a girare per gli stabilimenti. Il 7 settembre diceva alle maestranze della Bianchi:

Quale che sia la piega che prenderà il movimento, voi dovete essere pronti a tutto: esso può estendersi a tutte le fabbriche, alle miniere, alla terra, ecc., senza che governo e borghesia abbiano la forza di arrestarne l’estensione e l’intensificazione. Ma se la forza bruta dei vostri padroni interverrà, non dovrete spaventarvi per questo. Attorno a voi si stringe tutto il proletariato, si stringono tutti i sovversivi rivoluzionari d’Italia. Allora sarà la lotta decisiva, e voi avrete iniziata la battaglia per la completa emancipazione dei lavoratori.23

La denuncia, la distinzione, l’opposizione anarchica saranno però da questo momento «puramente verbali e scritte, tali cioè da dare il crisma di credibilità all’azione confederale»24. L’8 settembre un «gruppo di operai anarchici» distribuisce nelle fabbriche di Milano un volantino:

Oggi non è più questione di trattative e di memoriali. Oggi è questione di tutto per tutto: per voi come per i padroni. Per far fallire il vostro movimento i padroni sono capaci di concedere tutto quello che domandate: poi, quando voi avrete rinunciato al possesso delle fabbriche e queste saranno presidiate dalla polizia e dalla truppa, allora guai a voi! Non cedete, dunque. Avete in mano le fabbriche, difendetele con tutti i mezzi. Entrate in relazione tra fabbrica e fabbrica e coi ferrovieri per il rifornimento delle materie prime, intendetevi colle cooperative e col pubblico. Vendete e scambiate i vostri prodotti senza tenere alcun conto di coloro che furono i padroni. Padroni non ve ne debbono essere più – e non ve ne saranno se voi vorrete.IV

Il 9 settembre, dopo aver constatato che né l’Usi né la Uai sotto state invitate al «convegnissimo» confederale in programma per il giorno dopo a Palazzo MarinoV, Umanità Nova denuncia il tradimento. L’11 settembre – affidando, nota Bosio, «a uno sperato potere taumaturgico delle parole ciò che doveva essere invece esito di una azione e di consenso politico»25 – lancia un appello alle forze operaie:

Metallurgici,
qualunque cosa stiano per decidere «i dirigenti», non abbandonate la fabbrica, non cedete la fabbrica e non consegnate le armi. Se oggi uscite dalla fabbrica, domani non vi rientrerete che decimati, dopo di esser passati sotto le forche caudine della tracotanza padronale.

Operai di tutte le industrie, arti e commerci; seguite “subito” i metallurgici nell’occupazione degli stabilimenti, dei cantieri, dei depositi, dei panifici e dei mercati.

Contadini, occupate la terra!

Marinai, occupate le navi!

Ferrovieri, non fate marciare i treni se non per la causa comune! Postelegrafonici, sopprimete la corrispondenza della borghesia! Una imprevista possibilità viene prospettata dalla occupazione delle fabbriche: quella di compiere una grande rivoluzione, senza spargimento di sangue e senza disorganizzare la vita nazionale. Non lasciamocela sfuggire!

E voi soldati fratelli nostri, ricordatevi che quelle armi che vi hanno dato per difendere il privilegio e massacrare i proletari che anelano alla loro emancipazione possono essere adoperate contro gli oppressori e [per] la redenzione dei lavoratori tutti.26

Parole inutili. Il 10 settembre, a Palazzo Marino, la rivoluzione era stata messa ai voti e rinviata a una occasione più propizia. Ricorda Perelli:

Dopo i primi giorni, ch’io sappia, non siamo più andati in giro per le fabbriche. Il momento era passato. Eh, le cose bisognava farle di slancio. Malatesta insisté fino alla fine, parlando e scrivendoVI. Per onor di bandiera, ma non ci credeva più nemmeno lui. Non ci credeva più nessuno. Dopo otto giorni era finito tutto.27

E gli anarchici, erano tutti d’accordo con Malatesta?

C’era una diversificazione di attività. Chi faceva il suo giornalino continuava a farlo. Chi discuteva di Nietzsche o di Kropotkin continuava a discuterne. C’era una parte, la parte sindacalizzata del movimento anarchico, che partecipava attivamente anche perché era in fabbrica. Ma gli anarchici come… ideologia erano spezzettati. Ognuno aveva la sua chiesuola.28

E l’Usi non era un momento coagulante?

No, l’Usi non aveva mai goduto di troppa considerazione tra gli anarchici. L’Usi, in fondo, era legalitaria, perché il movimento sindacale non esce dalla legalità: devi riconoscere un padrone e lottare con lui sul terreno dei fatti. Non c’era molto slancio verso l’Usi. La si considerava uno strumento per diffondere certe idee, non un organismo capace di far qualcosa. Nell’organismo non si aveva molta fiducia.29

Ci fu la sensazione che le masse l’avrebbero pagata?

No, no, no. Il pensiero della «grande paura»? Credo che non li abbia neanche sfiorati. No. A Milano, almeno, andò così. Pochi capirono che si era perduta una grandissima battaglia.30

Scrive Gino Cerrito:

L’entusiasmo che animava gli anarchici durante le settimane di occupazione delle fabbriche è perfettamente rispecchiato dalle colonne di Umanità Nova. […] Ma il movimento rimase slegato e quasi isolato località per località; mentre i dirigenti confederali, con il tacito consenso della pavida direzione socialista, coordinavano i loro sforzi con Giolitti per svuotarlo di ogni contenuto rivoluzionario, ostacolando altresì il suo estendersi.

D’altra parte, dopo i primi giorni, il blocco borghese contro l’occupazione si irrigidì e fu evidente che, facendo a meno del credito e dell’organizzazione bancario-commerciale a cui gli stabilimenti erano legati, il movimento non avrebbe resistito a lungo. Anarchici, comunisti, sindacalisti sostenevano in maniera differenziata che, per sopravvivere e trasformarsi in rivoluzione sociale, il moto avrebbe dovuto uscire dalle fabbriche e usufruire della solidarietà coordinata della classe lavoratrice tutta. Sarebbe stata – scriveva allora Malatesta – la rivoluzione meno sanguinosa […].31

Tre volte nel dopoguerra, secondo Luigi Fabbri, le istituzioni monarchiche erano state a un pelo dall’esser rovesciate. La prima nel 1919, quando i moti del caroviveri si propagarono in tutta Italia «come una striscia di fuoco», qua e là favoriti anche da elementi militari. La seconda nel 1920, quando la rivolta militare di Ancona provocò uno scompiglio nel governo: allora «una mossa audace sarebbe bastata a far proclamare la repubblica, cui […] era disposta favorevolmente anche una parte della borghesia». La terza fu rappresentata dall’occupazione delle fabbriche, finita la quale il governo avrebbe confessato di non aver mai avuto le forze sufficienti per espugnare «tante fortezze quanti erano gli stabilimenti» dove si erano trincerati gli operai.32

L’occupazione fallì e la responsabilità maggiore di questo fallimento fu dei socialisti.

Ma un po’ di responsabilità […] spetta anche agli anarchici, che negli ultimi tempi avevano conquistato un notevole ascendente sulle masse e non seppero utilizzarlo. Essi sapevano, per averlo mille volte detto prima e per averlo ripetuto nel loro congresso a Bologna […], che cosa bisognava fare. Il governo e la magistratura, anzi, credettero proprio che gli anarchici avessero fatto quel lavoro di preparazione che tanto avevano propugnato.33

Per questo, quando anche gli operai più ostinati furono costretti a rientrare nei ranghi, la reazione si scatenò. L’abbandono delle fabbriche fu «come il principio della ritirata per un esercito che aveva fino a quel giorno avanzato»34.

Mentre lo scoraggiamento si propagava nelle file del movimento operaio, il governo riprendeva animo. Una pioggia di perquisizioni e di arresti si abbatté sugli anarchici, che erano in quel momento il gruppo rivoluzionario più aggressivo e meno numerosoVII. Quando qualcuno chiese il loro aiuto, i socialisti spalancarono le braccia: che cosa avrebbero potuto fare? Gli anarchici furono lasciati soli. E su quella grande sconfitta del movimento operaio il fascismo costruì il suo regno di violenza e di oppressioneVIII.

NOTE

I Nella Giacomelli era il consigliere delegato della società proprietaria del giornale. Il dissenso fu provocato dall’offerta della Giacomelli a Perelli di una percentuale sui crediti da recuperare, offerta che Perelli ritenne incompatibile con l’ideologia anarchica. Sulle dimissioni di Perelli cfr. Umanità Nova, 8 agosto 1920.

II L’anarchico Bertolotti, ucciso a ventidue anni dallo scoppio di una bomba caduta accidentalmente da un carrello. (Cfr. Umanità Nova, 16 settembre 1920.)

III Fabbriche. «L’Occupazione»: 34 anni fa. Supplemento al n. 29 di Umanità Nova, Roma, settembre 1954, p. 13. «Garino non poteva penetrare nei retroscena segreti e loioleschi di Colombino. La solennità della proposta e dell’occasione lo convinsero a sostenere anche lui questo punto di vista. Molti altri aderirono. Quindi la decisione estrema fu rimandata. Se il convegno avesse insistito nell’occupazione immediata, tutti avrebbero detto che l’Unione sindacale era formata da gente intrattabile, maniaca della scissione.» (A. Borghi, Mezzo secolo cit., p. 249.)

IV Un trentennio cit., pp. 41-2. Il manifesto, non firmato, secondo Fabbri era stato scritto da Malatesta. Vedilo, completo, in Umanità Nova, 10 settembre 1920, raccolto in E. Malatesta, Scritti, cit., vol. I, pp. 154-5.

V Furono invitati a partecipare alla riunione anche la direzione del partito socialista e il gruppo parlamentare socialista; e a puro titolo consultivo, senza diritto di voto, i rappresentanti dei ferrovieri, dei marittimi, dei portuali, degli impiegati statali e dei postelegrafonici (tutte organizzazioni non confederate).

VI «Voi avete» diceva il 14 settembre alle maestranze degli stabilimenti metallurgici Levi e Bologna «iniziata la rivoluzione in Italia. Le passate rivoluzioni avevano cangiato il governo, senza che l’assetto sociale borghese venisse distrutto. Oggi invece gli operai si sono impadroniti dei mezzi di produzione, e per questo fatto nuovo essi hanno iniziato la vera rivoluzione. I padroni, se vorranno mangiare, dovranno lavorare come voi e con voi; il governo è impotente a fermare colla forza bruta la vostra marcia. […] Malgrado le decisioni dei “pompieri”, la causa della rivoluzione non è ancora perduta […].» (Umanità Nova, 16 settembre 1920.) «Se le circostanze v’imporranno di lasciare malgrado tutto le officine» disse il 20 settembre agli operai e alle operaie della Fibra Vulcanizzata di viale Monza «lasciatele con questo sentimento: che per il momento, per l’inettitudine dei vostri dirigenti, siete stati sconfitti, ma che presto riprenderete la lotta, e allora non sarà per ottenere delle concessioni che si risolvono in una mistificazione ma per espropriare definitivamente i vostri sfruttatori […].» («Tutto non è finito!», ibidem, 22 settembre 1920, raccolto in E. Malatesta, Scritti, cit., vol. I, pp. 164-5.)

VII Già il 30 settembre, a pochi giorni dall’inizio della restituzione delle fabbriche ai rispettivi proprietari, il guardasigilli Fera, redarguito al senato per la sua «inerzia», rispose: «Procedimenti penali sono stati iniziati dappertutto. A Milano sono già in corso 14 processi per le occupazioni». (Un trentennio cit., p. 45.)

VIII L. Fabbri, La controrivoluzione cit., p. 178; G. Cerrito, introd. a E. Malatesta, Scritti scelti, cit. «L’occupazione delle fabbriche e delle terre», scrisse Malatesta nel 1924, «era perfettamente nella nostra linea programmatica. Noi facemmo tutto quello che potevamo, coi giornali e con la nostra azione personale nelle fabbriche, perché il movimento si intensificasse e si generalizzasse e avvertimmo, purtroppo buoni profeti, gli operai di quello che sarebbe successo loro se avessero abbandonato le fabbriche, aiutammo a preparare la resistenza armata, prospettammo la possibilità di fare la rivoluzione quasi senza colpo ferire se solamente si fosse mostrata la decisione di adoperare le armi che si erano accumulate. Non riuscimmo, e il movimento fallì perché noi eravamo troppo pochi e le masse troppo poco preparate. Quando D’Aragona e Giolitti concertarono la burla del controllo operaio, coll’acquiescenza del partito socialista, che allora era diretto dai comunisti, noi gridammo al tradimento e ci prodigammo nelle fabbriche per mettere in guardia gli operai contro l’inganno iniquo. Ma appena fu diramato l’ordine della Confederazione di uscire dalle fabbriche, gli operai docilmente ubbidirono all’ordine quantunque disponessero di possenti mezzi militari per la resistenza. La paura in ciascuna fabbrica di restare soli a combattere e le difficoltà di assicurare l’alimentazione dei vari presidii indussero tutti alla resa, malgrado l’opposizione dei singoli anarchici sparsi per le fabbriche. Confederazione e partito socialista, comunisti compresi, si misero contro e tutto doveva finire con la vittoria dei padroni.» (Pensiero e volontà, 1° aprile 1924, cit. in S. ARCANGELI, Errico Malatesta e il comunismo anarchico italiano, Milano, Jaca Book, 1972, p. 134.)

~

1 Interv. Perelli, 10 maggio 1973.

2 Umanità Nova, 1° settembre 1920.

3 Interv. Perelli, 10 maggio 1973.

4 Interv. Quaglino, 21 luglio 1973.

5 Interv. Perelli, 10 maggio 1973.

6 «L’opinione di Fabbri (Da un articolo del settembre 1920)», in Umanità Nova, settembre 1954, suppl. al n. 39, pp. 8-9.

7 Umanità Nova, 3 settembre 1920, cit. in G. Bosio, op. cit., p. 57.

8 Interv. Quaglino, 21 luglio 1973.

9 Interv. Perelli, 12 novembre 1974.

10 Interv. Quaglino, 21 luglio 1973.

11 E. Malatesta, Scritti, cit., vol. I, p. 17.

12 Interv. Perelli, 12 novembre 1974.

13 G. Bosio, op. cit., p. 57.

14 Umanità Nova, 4 settembre 1920, cit. in S. ARCANGELI, Errico Malatesta e il comunismo anarchico italiano, Milano, Jaca Book, 1972, p. 133.

15 G. Bosio, op. cit., p. 57.

16 Ivi, pp. 57-8.

17 Umanità Nova, 7 settembre 1920, cit. in S. Arcangeli, op. cit., p. 133.

18 G. Bosio, op. cit., p. 53.

19 Ivi, p. 57.

20 Ivi, p. 59.

21 Interv. Perelli, 10 maggio 1973.

22 S. Arcangeli, op. cit., p. 132.

23 Umanità Nova, 8 settembre 1920.

24 G. Bosio, op. cit., p. 59.

25 Ibid.

26 Umanità Nova, 11 settembre 1920.

27 Interv. Perelli, 12 novembre 1974.

28 Ibid.

29 Ibid.

30 Ibid.

31 G. Cerrito, introd. a E. Malatesta, Scritti scelti, cit., p. 55.

32 L. Fabbri, La contro-rivoluzione preventiva, cit., pp. 175-6.

33 Ivi, p. 177.

34 Ivi, p. 178.


Leggendo le conclusioni cui Bosio, socialista, arriva a grande distanza temporale dai fatti, ovvero nel 1970[*], per quello che sono, ovvero una critica molto tardiva a noi anarchici per quel che all’apice del biennio rosso non facemmo («al primo responsabile, decisivo impatto con il reale per un’azione che sarebbe stata determinante [si riferisce al fatto che, come racconta egli stesso poco prima, avevamo “architettato, solo architettato, di far prigionieri alcuni dirigenti confederali”], esitano, rimandano e poi si ritirano» – vedi qui la citazione completa, se vuoi, e puoi tornare poi a quanto stai leggendo ora premendo il tasto “indietro” del tuo browser), le trovo molto scorrette dal punto di vista storico, perché se davvero in quel contesto avessimo fatto prigioniero qualche dirigente confederale, tra i quali non pochi erano i socialisti, non avremmo ottenuto altro che un radicale affievolirsi della fiducia degli operai e del resto della classe lavoratrice di allora nei nostri confronti e nei confronti della possibilità; e le trovo molto scorrette anche dal punto di vista etico: quello di Bosio è un tentativo di scaricare la colpa storica dei dirigenti socialisti di allora, i quali non fecero nulla per dare sbocco rivoluzionario al movimento nonostante da tanto tempo dichiarassero di perseguire la rivoluzione sociale come passo necessario per costruire il socialismo, sul movimento anarchico. Le stesse critiche rivolgo a Mantovani quando scrive «viene spontaneo chiedersi se in definitiva non fu proprio questo senso di responsabilità, stimolato dalla manovra confederale di Sampierdarena, a comprometterne irrimediabilmente l’azione» [a compromettere, cioè, la possibilità di un buon esito dell’azione di noi anarchici][vedi qui la citazione completa, se vuoi]. Anche per questo sono totalmente d’accordo con la riflessione fatta da Malatesta poco dopo gli eventi (vedi nota VIII).

[*] G. BOSIO, La grande paura. Settembre 1920: L’occupazione delle fabbriche, Roma, Samonà e Savelli, 1970, p. 22

Il biennio rosso, una grande occasione sprecata

Il biennio rosso fu una grande occasione sprecata, e quanto ci costò sprecarla, e chissà mai quando e se si ripresenterà. Ogni volta che rileggo o torno con la mente a questo passaggio da Mazurka blu di Vincenzo Mantovani, che a sua volta cita La grande paura. Settembre 1920: L’occupazione delle fabbriche di Gianni Bosio, mi sale il più grande dei mannaggia e tendo, guardando quanto siamo distanti al presente da situazioni simili, a deprimermi piuttosto e anzichenò. Però forse mi sbaglio (io è da mò che son quasi totalmente fuori dai movimenti reali) e non siamo poi così distanti.

Da Mazurka blu. La strage del Diana,
Vincenzo Mantovani, Rusconi, 1979

Se è vero che gli anarchici, proclamando l’occupazione delle fabbriche «momento rivoluzionario», hanno assunto, come scrive Gianni Bosio, una posizione non soltanto «non […] abborracciata e improvvisata» ma «di altissima responsabilità», una posizione che permette loro di trattare «un avvenimento e un congegno tanto delicato e pericoloso come l’avvio per la rivoluzione» con esemplare «coerenza propagandistica e politica», con «misura», «consapevolezza» e «diremmo quasi […] gradualità», viene spontaneo chiedersi se in definitiva non fu proprio questo senso di responsabilità, stimolato dalla manovra confederale di Sampierdarena, a comprometterne irrimediabilmente l’azione.

Il movimento anarchico e l’Usi, i quali teoricamente erano spinti in avanti da un’analisi continua, rinnovantesi e corretta fino a ipotizzare che questa rivoluzione, trovando le masse naturalmente disposte a occupare tutti i luoghi di lavoro, sarebbe stata la meno sanguinosa, e che senza la spinta in avanti non vi sarebbe stata che una reazione sanguinosa, e che avevano architettato, solo architettato, di far prigionieri alcuni dirigenti confederali, cioè di toglierli dalla circolazione, al primo responsabile, decisivo impatto con il reale per un’azione che sarebbe stata determinante, esitano, rimandano e poi si ritirano.

Forme estreme di violenza simbolica

Da Frammenti di antropologia anarchica, di David Graeber

[…] Ma il ragionamento di Mauss e Clastres suggerisce qualcosa di più radicale. Suggerisce che il contropotere, almeno in un senso molto elementare, esiste anche là dove gli Stati e i mercati non sono ancora presenti. In casi del genere, piuttosto che realizzarsi in istituzioni popolari che si oppongono al potere di signori, re e plutocrati, si realizza in organizzazioni capaci di garantire che figure del genere non compaiano sulla scena. Quello che è «contro», allora, è un aspetto potenziale, latente, o se preferite una possibilità dialettica interna alla società stessa.

Questo può aiutare a spiegare un’altra particolarità, ovvero il fatto che le società egualitarie sono le più dilaniate da terribili tensioni interne o perlomeno da forme estreme di violenza simbolica.

Ovviamente tutte le società sono in qualche modo in guerra con se stesse. Ci sono sempre scontri tra interessi divergenti, fazioni, classi, e via di questo passo; anche i sistemi sociali si basano sempre sulla ricerca di differenti forme di valore che spingono le persone in direzioni contrapposte. Nelle società egualitarie, che pongono un’enfasi enorme sulla creazione e il mantenimento del consenso generalizzato, questo sembra creare una sorta di meccanismo compensatorio basato su un mondo notturno abitato da mostri, streghe e altre creature orribili. E le società più pacifiche sono quelle più perseguitate, nel loro immaginario cosmologico, da spettri di guerre interminabili. I mondi invisibili che li circondano sono dei veri e propri campi di battaglia. È come se l’incessante opera di costruzione di un accordo mascherasse una continua violenza interna – o forse sarebbe meglio dire che quella violenza interna è dosata e contenuta da questo processo – e l’intreccio di contraddizioni morali che ne consegue risulta essere la fonte primaria della creatività sociale.

Ma questi principi in conflitto e questi impulsi contraddittori non costituiscono la realtà della politica, che va invece cercata nel processo regolatore che li media.

Alcuni esempi possono essere di aiuto.

Primo esempio: i Piaroa, una società altamente egualitaria che vive lungo i tributari dell’Orinoco, è stata descritta dall’etnografa Joanna Overing come una società anarchica. Essi attribuiscono un valore enorme alla libertà individuale e all’autonomia e sono ben consci dell’importanza di non sottomettersi agli ordini di un altro, o di evitare che qualcuno conquisti il controllo delle risorse economiche per poi utilizzarle per limitare la libertà degli altri. Eppure sostengono che la loro cultura è stata creata da un dio malvagio, un buffone cannibale con due teste. I Piaroa hanno sviluppato una filosofia morale che definisce la condizione umana come racchiusa tra due mondi: un «mondo dei sensi», con desideri selvaggi e pre-sociali, e un «mondo del pensiero». Crescere significa non solo imparare a controllare e contenere il primo mondo attraverso una ponderata sollecitudine verso gli altri, ma anche elaborare un senso dello humour. Non si tratta di un compito facile, perché le forme della conoscenza tecnica, sebbene necessarie alla sopravvivenza, sono intrecciate – a causa della loro origine – con elementi di follia distruttiva. Così, i Piaroa sono famosi per i loro sentimenti pacifici – non si registrano casi di omicidio, dal momento che si pensa che chi uccide un altro uomo è immediatamente contaminato e avrà una morte orribile – ma abitano un cosmo di continue guerre invisibili, nel quale gli stregoni parano i colpi sferrati da divinità rapaci e insensate e le morti sono provocate da forme spirituali di assassinio che devono essere vendicate con il massacro, sempre realizzato magicamente, di intere comunità (distanti e sconosciute). […]


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Cose che sto pensando

L’intelligenza maggiore della specie umana rispetto alle altre racchiude in sé al tempo stesso l’opportunità per la diffusione della vita su altri pianeti (che è importante per la continuità della vita per esempio rispetto al problema, certo molto di là a venire, dello spengimento del sole) e il rischio di un’estinzione potenzialmente totale della vita sul pianeta (guerre atomiche).
La specie di scimmie da cui si è evoluta la specie umana non era certo tra le più pacifiche (era onnivora, non plantivora), ma forse non era neanche, di per sé, più aggressiva e competitiva di altre specie onnivore; però uno dei frutti della sua maggiore intelligenza, l’invenzione di certe tecnologie, in particolare delle armi da caccia, la mise in condizione di squilibrare pesantemente l’ecosistema tutto già al tempo delle tribù di cacciatori-raccoglitori, determinando periodi di carestia di altre specie da cacciare e raccogliere che a loro volta contribuivano a rendere le rivalità tra individui e gruppi di individui di questa specie, siccome armata, una vera e propria tragedia ricorrente: per esempio, se una tribù su un territorio già divenuto povero di altre specie da cacciare e raccogliere ne incontrava un’altra su un territorio ancora ricco, erano guerre sanguinosissime; se invece non incontrava altre tribù e non trovava territori ancora ricchi, si determinava un crescente “tutti-contro-tutti” interno alla tribù soprattutto intorno al possesso del poco che restava da mangiare; un “tutti-contro-tutti” che, in ragione dell’uso delle armi, decimava gli appartenenti alla tribù.
In questo caso, il sacrificio di un individuo della stessa tribù era un modo per evitare il “tutti-contro-tutti” catastrofico, e questo era tanto più vero quanto più l’individuo era emarginato, debole, solo, senza amici e parenti che lo potessero poi vendicare, e “innocente”, ovvero estraneo alle rivalità interne alla tribù, accresciute dalla carestia.
Il meccanismo sacrificale, in assenza di prigionieri di guerra di altre tribù, si produceva su un individuo della stessa tribù, quello maggiormente portatore delle caratteristiche di cui sopra.
Tutto l’intreccio di “colpe” reciproche veniva addossato a questo individuo, lo stesso veniva sacrificato e nella tribù si ripristinava una certa coesione, utile alla sopravvivenza dei singoli e della tribù nel suo insime.
Questo meccanismo, ritualizzato, si rivelò funzionale alla sopravvivenza dei vari gruppi anche al di fuori dei periodi di carestia e in particolare, credo, col passaggio dalle pratiche di caccia e raccolta allo stanzialismo agricolo e di allevamento: l’aggressività che prima si sfogava nella caccia ora “stazionava” più tempo all’interno del gruppo di appartenenza.
In certe società il meccanismo sacrificale “catartico” evolvette dal sacrificio umano a quello animale, poi a quello di piante (la storia di Caino e Abele è contradditoria rispetto a questa ipotesi: il “dio” degli ebrei accoglie il sacrificio animale di Abele a rifiuta quello vegetale di Caino, ma probabilmente perché ai tempi gli ebrei erano costretti alla sola pastorizia nomade; Caino risentito ammazza il fratello).

Ora sono stanco, magari proseguo più avanti.

Il fatto è, comunque, che quel meccanismo non è mai finito, ed è la base della costruzione di potere. Per ora sono dell’idea che la nostra forza di individui variamente fragili può essere solo la solidarietà e, a un certo punto, anche l’autodifesa “a schiaffazzi”.

I robot del futuro potranno venir buoni anche per sfogare le nostre tensioni, competitività, aggressività, sull’inanimato.

Da «Negoziare con il male», di Piero Coppo

4.2. Può un gesuita essere stregone?

Nel 1957 Eric de Rosny, gesuita, è inviato in Camerun, a Duala, per insegnare francese e inglese al Collegio cattolico Libermann. Il contatto con i suoi allievi, giovani liceali camerunesi, lo convince ben presto che, senza una conoscenza delle basi della loro cultura, gli sarebbe stato impossibile svolgere bene il suo mestiere. In particolare, un episodio lo obbliga a interrogarsi sulla cultura d’origine di quei giovani. Una notte, nel dormitorio, un giovane allievo è preso da convulsioni, con spasmi violenti e incontrollabili frammisti a grida: «Acqua, acqua!» Finalmente gli spruzzano addosso dell’acqua, che lo calma. Gli altri allievi spiegano che non è una crisi normale, ma una possessione da parte di jengu, lo spirito dell’acqua, che non vuole che il giovane resti al Collegio. Nonostante tutti gli sforzi del gesuita, da quel giorno il giovane non riesce più a seguire le lezioni, e resta per ore seduto al banco, prostrato e assente. Fino a che, per allontanarlo dalle «cattive influenze», la famiglia lo ritira dal Collegio e lo invia in una cittadina del Nord. Rosny non ne avrà più notizie; ma aver condiviso con i suoi compagni il dramma di quella notte apre all’insegnante una via di comunicazione con gli allievi su differenti aspetti della loro cultura di origine, e non solo sulla cultura che Rosny rappresenta e alla quale, attraverso gli studi, i giovani avrebbero dovuto accedere. Iniziano così loro a parlare, e Rosny a chiedere, di stregoneria, antenati, spiriti e geni. L’interesse del gesuita per quel mondo che inizia a svelarsi, per quella cultura1, lo costringe a interrogarsi perché mai, mentre

i giovani africani sono attirati in un universo nuovo, quello dei Lumi, della scienza e di un modo di vita planetario … io invece sono trascinato nel mondo della notte, dei simboli e dei riti iniziatici? Perché sono attirato dalle manifestazioni di una cultura evidentemente fin d’ora condannata. Domanda irritante, che respingo come una tentazione, ma alla quale dovrò pure, un giorno, rispondere (Rosny 1981, p. 23).

Nel suo alloggio a Duala, il gesuita sente tutti i sabati, di notte, un tamburo suonare in una casa vicina, con ritmi a volte lenti a volte precipitosi. L’emozione che gli suscita gli ricorda quella provata, da bambino, quando la sera, nella campagna francese, andava a ritirare le lenze da fondo nei fossati.

Sotto la superficie di quell’acqua calma e scura, che per me ricopriva un abisso, immaginavo tutta l’intensità della vita di un ambiente misterioso. Mi sottoponevo alla più totale solitudine e al più grande silenzio interno per avvicinarmi alla riva, sulla punta dei piedi, lì dove la lenza si immergeva. Se faceva dei bruschi zig-zag, ero come paralizzato insieme dalla paura e dalla gioia. Gli altri tipi di pesca, con la mosca o col galleggiante, non mi soggiogavano nello stesso modo. Solo questa lenza da fondo, questo tamburo nella notte… Dei richiami… Degli avvertimenti venuti da quali profondità? (ibid., p. 47)

Da qualunque parte venisse, il richiamo aveva funzionato. Il sacerdote chiede di essere ammesso alle cerimonie che, la notte di ogni sabato, si svolgono nella casa di Din, un guaritore esperto in pratiche di controstregoneria. Din è un mota bwanga, un conoscitore e possessore di rimedi carichi di una potenza che supera i semplici farmaci; ma anche un nganga, un terapeuta tradizionale conoscitore dei comuni rimedi. I mota bwanga sono nemici degli stregoni: sia dei bato ba lemba (quelli che si procurano, spesso comprandoli, oggetti malefici e possono divenire invisibili), sia dei bato b’ewusu, quelli che hanno ricevuto per eredità il bisogno, per aumentare la propria forza, di divorare altri umani (detti anche stregoni dell’acqua, o del caimano: quelli che uccidono e divorano). Infine, i bato b’ekong portano via la componente invisibile, il doppio di altri umani, fino a farli morire, perché lavorino nelle loro piantagioni invisibili, e accumulare così ricchezze che non hanno, nel mondo ordinario, giustificazioni. I comuni mortali vedono le vittime ammalarsi, deperire e morire mentre vicino a loro altri prosperano e si arricchiscono senza ragione; gli iniziati invece vedono, come in pieno giorno, il traffico di uomini che c’è sotto. Ekong era, una volta, il nome di una associazione che riuniva commercianti, notabili e capi: era un gruppo di potere, certo, ma non aveva il carattere malefico, nascosto e odioso che ha invece oggi, dovuto forse, secondo l’autore, all’apparizione in quel contesto della carta moneta e del lavoro salariato.

Rosny comincia così a partecipare alle cerimonie nel corso delle quali Din si immerge in un’altra dimensione, lo ndimsi, non percepibile dai comuni mortali, dove stanno le intenzioni segrete e i disegni nascosti, e che bisogna frequentare per poter agire sulla salute, la malattia, la fortuna e la sfortuna dei singoli. È proprio in questa dimensione che gli stregoni catturano la forza della vita, il doppio degli altri, per sottometterli ai loro propri interessi; è quindi in questa dimensione che il controstregone, vero e proprio guerriero dell’invisibile, deve immergersi per combatterli. L’esecutore delle intenzioni degli stregoni è il nyungu («arcobaleno» in lingua duala), il serpente malefico che solo chi è dotato della doppia vista può vedere in azione anche nella vita ordinaria: si nasconde nelle case, gira in cerca delle sue vittime per mangiarne il cuore. Poiché è invisibile agli occhi ordinari, la sua presenza è svelata dai rumori strani che abitano la notte, o dall’improvviso schiamazzare dei polli e latrare dei cani. La mattina, se ne possono osservare le tracce sulla sabbia.

Vestito di rosso, una sciarpa alla vita, Din alterna nelle cerimonie notturne esibizioni davanti al pubblico (danze, canzoni, fachirismi), interventi diagnostici (sulla natura del problema, sulla sua causa soprannaturale), prescrizioni terapeutiche (sacrifici da fare, azioni da intraprendere) e lunghi periodi in cui, sdraiato e immobile dentro la stanza che racchiude i suoi oggetti di potere, lascia il corpo per accedere allo ndimsi, condurre le sue battaglie, prendere le necessarie informazioni.

A tutto questo il gesuita partecipa e tutto descrive, mano a mano che ha accesso a quella visione del mondo e a quel sistema originale e complesso di gestione del male, della sfortuna, delle disgrazie. Lì, il guaritore e soprattutto il controstregone svolgono un ruolo fondamentale, riordinando il disordine, regolando conflitti, aggressioni, risentimenti. Strada facendo, però, Rosny incontra problemi che non aveva previsto e registra anche in se stesso dei cambiamenti.

Intanto, coinvolto in alcuni processi di guarigione gestiti da Din, si trova costretto a prendere partito; e comunque viene percepito dall’ambiente come un suo alleato, vista l’assiduità della presenza al suo fianco. E forse, non solo un alleato, ma addirittura un allievo. E che allievo! Un bianco, un sacerdote, un insegnante al prestigioso Collegio Liberman, dove si formano al mondo dei bianchi (e, spesso, a lasciare quello degli antenati) i figli delle nuove élite camerunesi. Così, in un paio di occasioni, il ricercatore si trova in pericolo, circondato da una piccola folla minacciosa che lo teme come stregone, o esposto al sospetto di far parte di una confraternita dalle ambigue intenzioni, quando, con altri, si reca lontano, nella boscaglia, alla ricerca delle piante necessarie. Sperimenta così, sulla propria pelle, quanto sia difficile mantenersi sul filo di rasoio che separa guaritori e stregoni; equilibrio che solo una scelta esplicita di campo, mai però definitiva per gli altri, può consentire: esporsi, operando pubblicamente, appunto, come controstregone.

Poi, la relazione col suo maestro conosce dei momenti di crisi. Din, quando andava nella casa del gesuita, beveva l’acqua che gli veniva offerta solo dopo averci messo un piccolo oggetto, un oggetto di protezione, che poi riprendeva dal bicchiere vuoto. A volte, il maestro esprimeva il dubbio che l’allievo volesse carpire i suoi segreti per poi eliminarlo, e prenderne il posto. Dal canto suo, un mattino, il gesuita, alzandosi dal letto, era stato preso da vertigine, al punto da non riuscire ad attraversare la strada. D’improvviso, un pensiero inaspettato lo aveva attraversato: Din gli aveva forse somministrato un veleno? Il crescere di questa reciproca diffidenza andava di pari passo con la trasmissione sempre più approfondita da Din al gesuita del saper-fare del guaritore. Anzi: più il gesuita veniva accompagnato dentro quel sistema, più aumentavano gli equivoci, le diffidenze, le prese di distanza. C’era ovviamente una sola via per continuare quel lavoro, la via che Din aveva infatti un giorno proposto al sacerdote, in seguito alla sua ennesima richiesta di spiegazioni: se vuoi continuare a vedere quello che faccio, non ho niente da dirti, continua a guardare ed è tutto; ma se vuoi veramente vedere, allora dobbiamo fare una «convenzione». Davanti a questo ulteriore, impegnativo passo, il gesuita prende tempo per riflettere. Nel corso di un soggiorno a Parigi, chiede consiglio ad altri della sua confraternita e si espone ad alcune sedute di psicoanalisi di gruppo, che descrive nel suo libro. Le dinamiche che vive in quel contesto lo costringono a una implicazione personale, emotiva, diretta. Si rende conto, allora, che fino a quel punto aveva preso, a scuola dal controstregone, la posizione dello studente muto e riservato, seduto in un angolo, a distanza dal tavolo dove si giocava l’azione; e capisce che ci sono solo due modi per cambiare posizione: o mettersi dalla parte delle vittime, dei perseguitati, degli stregati e quindi subire un trattamento; o «farsi aprire gli occhi» per essere davvero, da allora in poi, insieme ai maestri della notte.

Nella cultura duala, infatti, gli umani dispongono di quattro occhi. Chiudono quelli visibili nel momento della morte, per aprire gli altri sul regno degli antenati. Ma alcuni nascono con i quattro occhi aperti. Ci si rende conto di questa anomalia quando, per esempio, un bambino vede passare furtivamente l’ombra di qualcuno che muore poco tempo dopo. Allora i familiari si affrettano a farglieli chiudere, a «trapassare» i due occhi aperti sull’invisibile con un idoneo trattamento, perché un bambino non ha la forza per sopportare simili rivelazioni. Quelli che sanno chiudere gli occhi sanno però anche come aprirli. Gli umani che così sommano le due visioni, quella dei vivi e quella dei morti, fanno da intermediari tra il mondo visibile e quello invisibile. Vedono le cose nascoste e quindi sono incaricati dal gruppo di intervenire per contrastare l’attività degli stregoni. È tra loro che si scelgono e si formano i controstregoni (cfr. Rosny 1981, pp. 313-14).

Il gesuita alla fine decide, e chiede a Din di aprirgli gli occhi; vuole passare la soglia. Si tratta quindi di chiarire le condizioni: stipulare la «convenzione». Il controstregone si rivolge così ai suoi altari, in presenza dell’allievo:

Gli chiederò cosa mi darà in cambio del mio insegnamento, quale grande gesto farà per me. Per aprire gli occhi, la tradizione vuole che si domandi un «animale senza peli sul corpo», e cioè una persona. Quando avrai ucciso questa persona, allora, ma allora soltanto, ti verrà messo qualcosa negli occhi, e comincerai a vedere la notte, a sapere tutto. Ma io rifiuto questa cosa. Non sono d’accordo con questa transazione. Non mi hanno insegnato le cose in questo modo. Siete voi, le piante e le erbe, che mi avete aperto gli occhi. Al posto della persona, si può portare una capra. (ibid., p. 336)

Il gesuita-antropologo offre allora la capra e descrive poi minuziosamente la sua iniziazione, che dura parecchie settimane, e i suoi stati d’animo mentre vi si inoltra, passo dopo passo, seguendo le indicazioni di Din. E, intanto, riflette sull’ambiguità degli uomini di potere, e quindi anche di Din, e, forse, anche sull’ambiguità della sua ricerca e della sua propria storia: ambiguità delle motivazioni, delle intenzioni. A questo punto, non può più procedere solo: chiede a un gruppo di confratelli di rendersi disponibili a un dialogo epistolare che lo sorregga. Nel corso della sua iniziazione, diventa molto sensibile ai conflitti, di qualsiasi natura, che hanno luogo attorno a lui; in occasioni precise, come si somministra un farmaco, Din gli versa delle gocce negli occhi. Un giorno, all’alba, c’è come uno scatto, un evento critico: di colpo «vede chiaro», percepisce nettamente e con freddezza la violenza che c’è nel mondo e vede, come sovrapposte per un effetto cinematografico, mille immagini di conflitti mondiali (cfr. Rosny 1981, p. 359). La prima facoltà che acquista come aspirante controstregone è dunque la percezione lucida e ferma degli atti di violenza che hanno luogo attorno a lui: diviene capace di guardare sotto le forme sociali, addomesticate, delle relazioni tra umani. Questa facoltà spiega la paura dei nuovi iniziati, e il loro isolamento.

La grande paura del futuro iniziato viene dall’anomalia della sua situazione sociale, anomalia che gli procura degli incubi. È un uomo solo. Sollevando il mantello della violenza, va controcorrente rispetto a tutte le tendenze della vita pubblica e a ritroso della sua educazione. Controstregone per definizione, sarà sempre sospettato di divenire il suo contrario, perché percepisce la violenza e gioca con essa. (ibid., p. 362)

Poco dopo aver «aperto gli occhi» al gesuita, Din, il suo iniziatore, muore. I sospetti inizialmente cadono sull’allievo, che avrebbe potuto volerne la morte per prenderne il posto; sospetti che motivano una serie di azioni di riparazione e conciliazione da parte di Rosny. In seguito, il gesuita è chiamato non solo a fare l’indovino (visto che gli avevano «aperto gli occhi») e il guaritore; ma addirittura a iniziare, ad «aprire gli occhi» a guaritori locali che avevano avuto una iniziazione incompleta. Tutte queste attività, così come il suo tentativo di aprire pubblicamente, anche sui media, il dibattito sulla stregoneria, lo coinvolgono profondamente e lo espongono a rischi e fraintendimenti. Come quando un articolo sulle sue attività comparso su «Paris-Match» col titolo Un padre gesuita divenuto stregone. È la rivincita degli dei africani!, induce la gerarchia ecclesiastica a chiedergli ragione della sua posizione (cfr. Rosny 1996, pp. 196 sgg.).

Oggi, è il patriarca Eric de Rosny Dibounje, dove dibounje sta per «germoglio». Così descrive il suo percorso:

Scendere dal germoglio al ceppo, come ho fatto io, andando contro la corrente della linfa, necessita per uno straniero decenni di radicamento. Vorrei approfittare dell’esperienza fatta e sempre in corso per cercare di far condividere la mia convinzione: là dove restano vive le radici della tradizione, il grande albero Africa, che venti contrari scuotono così pericolosamente, può piegarsi, ma non spezzarsi; o anche, avvampare, ma non bruciare: «il baobab non arde»! (Rosny 2003)

Lungo questa strada, il gesuita si è trovato costretto a riflettere anche sulle sue proprie radici.

Diversamente dal sistema della stregoneria che riesce a scartare provvisoriamente la minaccia del male, per la salvaguardia dell’unità del clan, il cristianesimo pretende di sopprimerlo radicalmente. Il progetto che si è realizzato nello stesso Gesù Cristo [prendere su di sé tutta la violenza del mondo, e con questo produrre un effetto liberatorio decisivo], è proposto nel tempo alla libertà di ciascuno. Una problematica tanto rivoluzionaria – se la si situa nella storia delle religioni – ha la sua influenza sul comportamento dei credenti nei confronti della violenza. Quando appartengono a famiglie cristiane secolari, ne sono impregnati a tal punto, e fino nel profondo del loro inconscio, da essere meno portati ad averne paura. Mi domando perfino se la società europea, che è stata per tanto tempo segnata dal cristianesimo, non debba ad esso almeno l’audacia di far scoppiare la violenza alla luce del giorno.
Mi rendo conto oggi che l’iniziazione attraverso la quale mi ha fatto passare Din non era la prima. Nel contesto della mia vita religiosa, avevo già seguito sotto la direzione di un maestro un percorso chiamato «esercizi spirituali», che è una forma di iniziazione. Per tre volte, nel corso di un mese, il novizio si impegna a seguire un percorso programmato, che lo porta a cambiare il suo sguardo. Impara delle tecniche di contemplazione e non gli sono risparmiate le visioni di violenza. Ma passati i primi giorni, molto presto la vita di Gesù gli è offerta come modello da guardare e imitare. È impregnato della certezza che il Cristo ha vinto la morte. Così avevo già, in un certo modo, aperti gli occhi sulla violenza, quando Din ha iniziato il suo trattamento. Né lui né io potevamo sapere, allora, che iniziavamo un lavoro di sovrimpressione, senza possibile coincidenza reale. (Rosny 1981, p. 363)

Senza possibile coincidenza reale… Certo, le modalità con cui si cerca di gestire il fondo oscuro dell’animo umano sono diverse nei vari gruppi. Tra la lotta frontale dei cristiani contro il male, perché sia finalmente estirpato dal cuore di ognuno e addirittura dal mondo intero, ricacciando Satana nelle tenebre, e la negoziazione attenta dei gruppi africani, sta la differenza che c’è tra il sogno prometeico e il paziente lavoro di umani che sanno i loro limiti e la loro posizione nel mondo.

1 «Con questo termine non designo la schiuma lussuosa di una civiltà, ma lo spirito molto particolare, inafferrabile, di un popolo. Ci sono forse altri modi per renderne conto se non attraverso gli oggetti che cadono sotto i nostri sensi?» (Rosny 1981, p. 30).