Siccome vogliamo vincere

Forse mi sbaglio, ma secondo me rimarremo sempre troppo poch* per riuscire a fare l’Internazionale anarcomunista, ecologista, femminista e per una piena libertà sessuale nel rispetto reciproco, che servirebbe, che sarebbe urgentissimo fare, prima che scoppino le guerre che già si delineano tra le superpotenze di oggi, finché non sapremo spiegare in modo abbastanza convincente e diffuso come vorremmo far sì che la competitività che ci portiamo, chi più chi meno, tutt* quant*, e che è secondo me in (gran) parte innata, non finisca poi per riprodurre, alla breve o alla lunga, un sistema di gerarchie e diseguaglianze immani come quello in cui viviamo; altrimenti i più continueranno a pensare: “Tanto il ‘comunismo’ fallirebbe di nuovo, anche nelle nuove forme” e, più o meno inconsciamente, penseranno anche “E allora chi me lo fa fare di fare la rivoluzione, se poi tanto alla lunga o alla breve tornerebbe tutto com’è adesso?”. E penso che questo punto rimarrebbe abbastanza importante anche se pensiamo che la competitività sia poco o per niente innata, perché comunque impregna la cultura, la società, il sistema economico e “valoriale” in cui le stragrandi maggioranze vivono globalmente, e quindi, e inoltre, questo sarebbe anche il retaggio culturale con cui ci troveremmo ad avere a che fare poi.
Che le regole dettate da un apparato di potere non basterebbero ce lo ha chiarito il “comunismo reale” con la sua iperburocratizzazione e il suo crollo. Che la questione centrale sia quella della sete di accentramento di potere e privilegio “di per sé”, che si esprime soprattutto nell’accentramento di ricchezza, ma che è una tendenza “a monte” di quello, mi sembra altrettanto abbastanza chiaro.
Forse dovremmo chiarire in primis che non tendiamo a un’illusoria pace assoluta, a un mondo totalmente scevro di competitività e rivalità, ma “solo” a qualcosa di molto meglio, una situazione in cui le disparità di potere e di ricchezza sarebbero molto, molto più contenute, e non ci sarebbe più miseria per nessuno, e non ci sarebbero più i ricchi-e-potenti o quelli che ci sarebbero lo sarebbero molto meno, e non ci sarebbero mai più ammazzamenti e guerre; ma al contempo, perché quel mondo “abbastanza diverso” non finisca alla breve o alla lunga per riprodurre quello odierno, io non credo che basterebbero le sole pratiche di condivisione e autogestione, anche solo in chiave municipalista o federalista, e il tabù culturale della concentrazione del potere e della ricchezza, e una cultura e quindi una “pedagogia diffusa” diverse, nemmeno se immerse in una memoria dell’orrore precedente, ovvero dell’orrore che è il presente quando visto globalmente.
Rispetto a questo problema del “cosa ne faremo poi della competitività?”,  ribadisco un pezzetto di cui sono convinto: una volta che, oltre il software, anche l’hardware informatico fosse open source, e le fabbriche dell’hardware, insieme a tutti gli altri mezzi di produzione dei beni materiali e immateriali, fossero gestite collettivamente, i videogiochi e la “realtà virtuale” (intendendo con questa tutta la produzione di fiction, anche nelle sue forme “classiche”), e i loro sviluppi futuribili potrebbero costituire un grosso aiuto per l’espressione innocua della competitività e per la sua sublimazione. Ma penso che dovremmo immaginare e comunicare tante più risposte alla domanda “cosa ne faremo poi della competitività?”, per convincere abbastanza persone, più che della necessità, della possibilità di un cambiamento materiale e culturale radicale e globale che non finisca alla breve o alla lunga per riprodurre il sistema presente.

 

Gesù e me

Ci riprovo, perché ci penso tanto, perché ci ho pensato tanto e continuo a pensarci…
 
[Dal vangelo secondo Matteo]
«Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra; e a chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà a fare un miglio, tu fanne con lui due. […] Allora Pietro gli si avvicinò e gli disse: “Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?”. E Gesù gli rispose: “Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette.»
[Dalla mia testa]
Allora Pietro gli chiese: “Quanto fa?”. Rispose Gesù: “Abbastanza da ridursi a non potersi più nemmeno difendere, forse a schiattarci”. “Diabolico!”, esclamò Pietro, gli voltò le spalle e se ne andò. Non si videro più per millenni. Si reincontrarono nel 2021, e Pietro disse a Gesù così: «Ti do ragione su un sacco di cose, “non dargli il pesce ma insegnagli a pescare” per esempio, molto bella e giusta, sebbene a volte, se uno sta morendo di fame per esempio… daglielo il pesce, prima d’insegnargli. Ma ti credo e la penso come te, non scherzo, anche su un’altra cosa, credo la più importante: credo davvero che il capro espiatorio, prima di essere capro, era, quando non poteva essere qualche prigioniero di guerra, qualche solitario magari strano ai margini della comunità e con nessuno in grado di vendicarlo, e che senza il “tutti-contro-uno” poi più o meno ritualizzatosi, insomma senza il suo sacrificio perpetrato dalla società le tensioni interne alla stessa determinavano periodiche faide devastanti, a volte fino al “tutti-contro-tutti”: dinamiche che non avrebbero permesso alcuna unità né alcun progresso, perché è vero: facciamo tendenzialmente schifo, siamo competitivi da far schifo, e vanesi vanitosi ecc., ecc., ed entriamo in rivalità anche solo per competitività, anche quando non ci sono ragioni materiali più stringenti. Ti credo: “La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo”, come hai citato dall’antico testamento. Ma il fatto è che sì, hai cominciato a rivelare il meccanismo ancestrale e sempre attuale del capro espiatorio, hai contribuito in modo determinante a mettere in luce la pratica ancestrale e mai finita del capro espiatorio, René Girard l’ha chiarita ulteriormente, ma al contempo mi sembra tu non li abbia aiutati i più fragili, gli oppressi, quelli che più facilmente diventano tuttora i capri espiatori, dicendogli di porgere sempre l’altra guancia, di lasciarsi sfruttare e anzi “se uno ti obbliga a fare un miglio, tu fanne due”. Non li hai aiutati, così, non ci hai aiutati, così, e anzi di questo si sono approfittati i più stronzi, i padroni, e guarda come siamo messi nel 2021… non potevi dire ai forti “guardate che schifo avete fatto, e che schifo fate, io sto coi miei simili, con le pietre scartate, con gli emarginati, i dropout, quelli che voi uccidevate e uccidete nel nome di una “unità” che è una piramide di sfruttamento, e di un “progresso” delle tecniche distribuito anch’esso a piramide che sta massacrando, tra l’altro, l’ecosistema – io sto con loro e insieme impareremo almeno a difenderci da voi prepotenti, e magari anche a contrattaccare”? Perché magari ora che sappiamo come siamo tendenzialmente, lo schifo cui riusciamo ad arrivare a causa della competitività e della vanità, magari poi riusciremmo non dico a vivere in pace assoluta, ma tanto meglio si, o almeno senza che la competizione arrivi agli ammazzamenti; ci sono tanti modi per sublimarla giocosamente, innocuamente, ce ne sono sempre di più; ci sono tante cose che si potrebbero fare meglio, più a misura d’uomo, per tutti, così che almeno la competizione non si innesti sulla necessità o sull’invidia per eccesso di diseguaglianza e almeno non diventi causa di rivalità così enormi da finire in ammazzamenti. Che poi magari era quello che già dicevi, che poi magari tutte quelle parti del nuovo testamento sul subire sempre sono aggiunte fatte dal potere. Ora non potremmo fare la pace tra gli oppressi, e chi non vuole più opprimere, e chi ci prova a non opprimere, e la guerra agli oppressori? C’è un mondo che, nel nome tuo e di quel che hai detto o di quel che ti han messo in bocca, ha perpetrato i peggiori massacri. La dinamica del capro espiatorio non è mai finita, sulle tue parole sulle donne ci son state le cacce alle streghe, tuttora le donne anche nei paesi “sviluppati” sono le più maltrattate; nel nome tuo e di quel che hai detto o ti han messo in bocca, poi ci son stati i più grandi genocidi della storia, quelli nelle americhe e in africa, il colonialismo, il capitalismo, una piramide sociale di altezza mai vista prima, la tecnologia ai ricchi sempre più ricchi e pochi, i poveri sempre più poveri e tanti, e il mondo intero nella desertificazione e nel caos climatico che trotta verso la guerra atomica tra le superpotenze di oggi. Non sarebbe il caso di fare la pace tra gli oppressi e la guerra agli oppressori, invece di continuare a subire dall’alto la competizione tra i ricchi e invece di continuare a competere in basso come se non ci fosse speranza alcuna per questo mondo?».

Filastrocche

Filastrocche, filastronze, filastronche e altri frammenti che scrissi da adolescenzo.

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Mi piacerebbe avere soltanto
sorrisi per tutti,
amore per te,
rispetto dei vivi,
dei morti.

Non c’è pericolo in questa notte
di volar via, su questo letto:
i piloti pelosi già planano
dal plenilunio dei sogni rissosi
e nessuno più riesce a far altro
che ascoltare e viaggiare trainati.

Siam tutti assai stanchi
di amarci e sognare
e ci vogliamo pur sempre un gran bene
come fratelli di noia
senza più niente da dire

Che il sole domani c’aiuti a guardar sotto il grigio che ci affoga la vita.

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Oggi

Sfuggire al dominio delle parole
è il mio desiderio profondo
distruggere un mondo di segni
prole malsana d’intelletto infecondo.

E sondo
l’inferno
e più mi nascondo
infetto di un male animale

Ma solo su quello io posso contare
perché tutto il resto mi sento svanire
e gioco per questo il gioco malato
del senso pesante del vuoto non dire.

Lasciarsi inondare.

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Passero morto su strada deserta, piume budella confuse al catrame, nessuna stella, nessuna fame.

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Rubando uva
sono cresciuto
nessun aiuto

Bevendo pioggia
sono cresciuto
nessun aiuto

Parlando al cielo
sono cresciuto
nessun aiuto

Cantando al vento
sono cresciuto
nessun aiuto

Amando luna
sono cresciuto
nessun aiuto

E a questo sole non troppo fasullo
guardo fuggendo da un vero peggiore.

Tra amianto cellophan forni cemento
cieli storpiati e venti delusi
piogge di buio e pallidi soli
mi vivo mi sento bambino decrepito.

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Sulla panchina stellare le smorfie più storpie le faceva il Signore, così gli altri dèi gli donarono il mondo.

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I gatti san svaligiarti d’ogni pensiero.
Il più bravo, il più furbo, è il mio gatto nero.

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Domani che Pietro mi metto?
Davvero lo spero, lo spero, perfetto
sarebbe se questo mio inchiostro latente
sgorgasse diritto, diretto, a dirotto
dal nero di china che ho dentro la mente

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Per un istante prima del tramonto la mia via in penombra a primavera; poi gli eroi di questa terra con il loro tempo infame hanno acceso i loro neon sul catrame. Subito notte, sabato, senza crepuscolo.

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Psicologia: patologia di ogni poesia?

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Mi rifiuto mi rifiuto forse solo perché ottuso di buttare via quest’anima ad imbuto chiuso, ma son stanco di vivere lontano, invano, riesco solo a dissolvermi piano, per non disturbare troppo: gentilissimo zoppo.

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A voler essere obiettivi si muore.

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I massimi sistemi mi stan stritolando i coglioni e vorrei vivere di panini al salame all’ombra dei pioppi, allora te quiero un’oncia di nero, abbandono il mio Piero e mi cullo nel mare arancione di Fabio.

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Se dovessi ripartire
se potessi ripartire
partirei da una canzone
senza ombra di bugie.

Niente suoni del futuro
del passato
del presente
solo un unico silenzio persistente.

Niente.

Sei ragazzi tornerebbero a ballare sul balcone
sei ragazze in punta d’ombra sopra il muro un’illusione
sei candele, sei caffè, sette gocce d’acquazzone
sotto il portico del sole in coppa a ‘o mare.

Settecento assolate avventure
e milioni di piccole paure
ogni cosa io darei pur di vivere davvero
poco conta il tuo silenzio battagliero.

A ballare nel fragore della grotta siamo in tanti,
tutti quanti passi avanti, passi indietro,
a cercare il ritmo giusto per salvarci un po’ dal freddo.

In ipnotica ricerca sbircio il caos dal mio lettino
da vicino e da lontano, circospetto ma già illuso
di poterlo confinare dentro scatole di riso.

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A spostare le coperte stavo attento, la mattina
di far piano in caso dentro, fragilissimo e prezioso,
fosse un sogno intrappolato, colorato, evanescente.
Liberarlo con dolcezza per sbirciarlo anche di giorno.
Oggi prendo le coperte e già le strozzo
presso l’angolo più buio, poi le strizzo
al davanzale: cola il grigio della noia
che si mischia con la pioggia
di quest’altro giorno-morte.

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Pensare più spesso ad alta voce: questo il segreto di una vita felice?

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Gesù è la paura che inventa bugie viventi?

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Su due trampoli infilati in paralumi
si muoveva l’omino della morte
che ogni sera passeggiava per le vie buie deserte
e accostandosi in silenzio alle finestre
sussurrava dentro ai sogni dei bambini
a migliaia le parole tetre e storte.
Nella fredda luce del lampione
appoggiato con la testa al davanzale
col suo ghigno perenne da giullare della noia
bisbigliava che l’amore è una gran troia.

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Moio de’ Calvi

Fare qualcosa, qualsiasi cosa, foss’anche solo una rima noiosa. Tirare fuori, sboccare tutto, cercare vita dove ho distrutto. Di acqua e terra abbiam bisogno, di fuoco e aria al nostro sogno. Di dormir bene stanotte almeno. Un po’ di luce a spezzare il buio. Poter vedere cielo sereno. Non certo questo che sta su Moio.

+++

Una su una su una
nessuna delle cose che ho visto
che ho fatto
mi piace
perché sono rotto.

Una su una su una
qualcuna delle cose che ho detto
mi piace
per farmi dispetto,

vedere più chiaro nel sangue che oggi
mi scorre nel cuore più amaro
di autunno incolore.

Una su una su una.

Nel sole i miei grigi che saltano all’occhio
non vengon sopiti dal rosso furore
di un cuor di Pinocchio,
attore che cerca un copione
da recitare ad orecchio.

Giullari dal vento chiamati a rapporto nel sole più giallo e rotondo.

E un mondo che intanto, sconfitto,
si spinge più in fondo,
più in fondo.

+++

Succede – le spese pagare scontare – giocare a stanare il Pietro di dentro – scordare stonare – costruire stonenghe senza senso – sperare qualcuno disposto a scoprirvi i propri misteri – succhiare – violare parole – spaccare mestieri – volare di pietra – VOLARE! – sedere – rimuginare – oliare la polvere – scorrere meglio – mangiare la terra – sognare – cagare – il potere di dimenticare non l’ho e perciò, cosa resta? – viaggiare nel muro: cemento, cemento – sapore cemento e di ferro la faccia – cercando pur sempre una risoluzione che sia l’infinito x l’infinito.

+++

Mi piacerebbe un giorno poter stendere tutto me stesso al sole, su un prato o anche su una roccia, e guardarmi con l’occhio del bimbo, e vedermi finalmente per quello che sono, tutto ciò che sono – capire chi sono e che cosa mi fa. Oggi non posso, c’è troppo vento, e a mettere fuori anche solo un pezzetto, a stenderlo, si rischia che voli via, e poi ritrovarlo è difficile.
Ippocondriaco corre nel vento, e soffia e soffre.
Io sono nano. Io non ragiono. Non sono?
Non posso escludere da me stesso ciò che è successo.
Dio masticone come sto messo.

+++

Ma quanti quanti per fare un tanto
che basti a riempirmi diverso
la testa già piena?

Si paga caro il prezzo del non temere nulla
e l’infimo piacere di esser muti nella culla
dei pensieri che bisbigliano: tu eri… saresti…

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Eppure deve esistere un paese
dove essere felici a proprie spese
dove dirci sorridendoci lunari
dove l’uomo non sia conto di denari
dove tutti possan essersi più cari

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Rimando la rinascita a tempi un po’ migliori rimando la mia angoscia in versi sempre più interiori, e tutto quel che ho dentro sbrana maschere dal centro per cercar di tornar fuori.

+++

Levami tu questa stupida spina dal fianco, e non t’importi che sono stanco:
“Non posso vivere al di sotto di quel che avrei potuto essere”

+++

Ma ti vedo
e sei nera
e sei bianca
ubriaca e forse più stanca
e già pronta a una vita senza opinione:
parole come petali d’ottone tra le labbra
pensieri come polipi cromati nella testa.

Chi mi nasconde a chi?

+++

Posso arrivare a vedere il mare dentro le sere di stelle nere.
Posso vedere dentro un bicchiere le tue bugie diventare vere.

Le mie…

cascano a ritroso per le vie del mio sapere
cessano soltanto quando sogno di potere
fare a meno del potere.

+++

Soltanto solo sotto il sole nel deserto
giallo azzurro morbido inferno
puro silicio sabbioso

Soltanto solo dentro il brodo paludoso
marrone verde torbido incerto
nero fogliame fangoso

In un canto leverei alto il basso
giungendo dal nulla a scoprire equilibrio

equilibrio su un mondo sommerso
due redini a Luna e buio d’intorno
e verso altri oceani, stessa marea,
disperso lasciarmi trainare
fuggendo in eterno dal sole
vuoto brillare per sempre
avvolto di plancton stellare

+++

Conta qualcosa la dolcezza struggente che talvolta mi invade il cuore? E con nostalgia mi colpisce il ricordo e il pensiero di avere avuto ricordi e oggi che ho solo gli specchi d’intorno e nessuno ricordo di giorno per giorno, e oggi che oggi finisce, e finisce domani, e non finirà. L’inferno può essere il posto in cui prendi a pensare che in te o forse in tutti la vita e la verità sian due elementi in lotta. Certo, si può sempre ridere, ma forse è un po’ poco.

+++

Ho lasciato i miei occhi a rotolare sul tuo seno
non avrebbe potuto fregartene di meno:
ti sei cosparsa il petto di sabbia di Fregene
mi hai sfregiato le pupille, e mi vuoi bene.

+++

Davvero sarebbe un godere supremo succhiare via il tempo da quell’orologio, sgagnar le mezzore e gustare i minuti; spaccarlo di sotto i molari, ridurlo a poltiglia, digerire un tempo più fluido, migliore.

+++

Rivogliamo il nostro ghetto
quel fazzoletto di terra
strappato alla guerra.

+++

Basterebbe un po’ di muschio sotto gli occhi
ed un fiato lento e caldo nelle orecchie
per capire se c’è ancora qualcos’altro che ci tocchi
e che renda ai nostri sogni delle forme meno vecchie?

+++

Del cane che dorme alla catena
ho la rabbia nascosta
e la noia e la pena.

Del cane che s’alza e fugge di corsa
ho questa penna
e la gola arsa.

Due metri soltanto e la morsa è tagliola
più stretta per strappo intorno alla gola.

E a volte quel cane si trova
conforto di farsa e più storto
nel bere il suo stesso sangue
che sgorga lasciandolo morto,
e affoga piangendo e imprecando:
la parte peggiore del torto.

+++

Quanto dolore hai nascosto, e quanto a lungo hai supposto di poterlo fare?
Correre il rischio di rappresentarmi, ora, con un gesto o una parola, mi fa paura.
Ma sia, anche se sarà dura.
Quel che sono è anche quello che ho perso, no?
Tanto vale farlo vedere.
Quel che sono è anche quel che non sono.
Ma tu intanto continua un pochino, se vuoi, a coprirti dentro di me.

+++

Io vado.
Dove?
Perché?
Vengo con te,
niente perché,
niente ha più senso di un tè
di matti.
(Stamattina, due secoli fa,
e stamattina, due secoli in meno,
e in duecento anni nessuno
mi ha augurato buon compleanno –
perché?)

Ciò che l’inverno mi ghiaccia
l’inferno frantuma e mi resta
parola sentita un po’ poco e già troppo
e poco più sotto variabili in lite
e poco più sotto a milioni le vite
sognantisi ognuna cercando un vedere
almeno una volta un davanti non nero,
o anche soltanto di fronte e attraverso.

La sola bugia che non vale
è io con io e dio talequale.
Perciò rischio male
o forse è un silenzio
di cui solo il vento sa il tempo,
di muse nell’ombra rinchiuse,
consigli puerili e sporte di scuse.

Io vado: mi butto al pantano
dall’ultimo metro di scoglio
e quello che cerco non so
e forse è il dolore che fuggo.

Ricado dentro di me.

+++

“Chi accusa dolori al cuore destro mi segua!”: la voce dell’infermiera, senza tregua, rimbombava nel nudo stanzone bianco, mentre un uomo in pezzi ascoltava stanco, cuore sinistro in mano, cercando invano di apparire sano.

+++

Troppe volte ti ha preso la morte pur di fuggirti alla lotta di vita tanto da farsi una scelta cosciente fondata su una paura infinita.
Eccesso di omeopatia, e certo gli piace a ‘sto mondo, lo chiede e a volte diventa una voce, isterica e fessa, di mente che implora la carne distante di farla finita.
E io che ancora ingenuo e testardo
m’ingegno a inseguirmi saltando
di cardo su cardo e sogno un’uscita.
Ma giorno più giorno mi perdo
e ancora mi scivola via ogni spinta,
la mia voglia, vinta?, di vita.
La chiave nel sogno d’un tempo è celata
serrata nel pugno vitale mai fermo
di magica mano di fata,
scherzosa, allegra e brutale.
Non è mai finita e fuggire lo sguardo
di giada e rugiada di fata non vale.
Il resto è impietrito, meccanicizzato,
e simbolo-embolo cristallizzato,
e stanco osservare leccarsi l’un l’altra
le statue di sale.
Baco analfapoeta
sai forse leggere oltre la zeta?
tu tremi nel buio del bozzolo intorno
al solo pensiero del giorno che attende;
convinto continui (né nulla lo vieta)
a cucir kamikaze-farfalle di seta
dai forti contrasti e colori.
Le lanci orgogliose ottuse contente
dentro la pece bollente in tua vece
chiedendoti ozioso che cosa ne resta:
uno strappo furtivo di testa?
Un “inedito punto di vista”?

+++

Usando a zappa un frammento di zero
o usandolo intero a ula-op
mi pare alle volte di usarmi con zelo
una tenue costante violenza.
Ma vengon le piogge di sogni trovati,
rigoglio di dentro di anemoni, tanti,
li sento fiorire sul palmo,
e palme scagliare più semi nel cielo,
cercando di colonizzare alla vita
lo spazio profondo più brullo.
Cercare stanare violare
sedere per terra al marrone
guardare spuntare le viole
e un tenue sorriso a nasconder la guerra.
Ricerca infinita, vergogna sopita, rifiuto sconfitto:
grattar via l’intonaco o affresco in interno
da ogni soffitto di ogni pensiero;
stanco cercare sollievo in un gatto
sepolto dal torrido affitto del suo cuore matto;
limargli le unghie, gettarlo,
e sul lampadario oscillarlo
nell’aria stantia;
poi un volo perfetto,
un taglio preciso,
alla giugulare del buon domatore.
Dare e avere di nuovo
la rabbia, l’amore.

+++

poco fa ho intravisto un rumore
mi son chiesto in ginocchio le ore
il mio corpo piangeva e la telescrivente
confondeva la causa e l’effetto, demente
non capisco se viene da fuori o da dentro
tutto fluttua e odora d’incenso…
io non penso, non penso,
io sento più cento

+++

Risalendo alla foce della sorgente risatine argentee si dipanarono in breve su volute di fumo al papavero, senza fare rumore di folla. La follia apriva una falla nella stella che a stento fingeva speranza più accesa dal fondo di pozza, e scintillando cresceva in momento fin sulla cima del mondo. Spostava i rami un’ameba col braccio di legno, pur di sbirciare la pozza, invidiandone certo grandezza ma non sempre la posizione. In un angolo il capostazione stazionava un treno di ferro, stimato prosecutore del viaggio, stremato, calcolava forse solo per vezzo il tenere in calore caldaia, e forse già più suscettibile di ravvedimento e soluzione di contiguità, implorando più improba amorfa e morfina per sé e tutti gli altri. Rantolava di più solo il povero, caritando diademi o più su, mentre i gatti randagi ritorno facendo dall’orto di asparagi orinavano al muro dell’eni (una scheggia di gioia). Risolaido l’ermete di dio spacciava i suoi ex-voto pro prodi, pro nobis, promettendo futuri vestiti di nulla, e davvero la vita rideva di tuorlo di questo suo tarlo. La carestia costringeva le sanguisughe a far sesso orale ai vampiri. Scenografi asburgici e australopitocchi (ma muniti di nero mantello) martellavano senza più sosta di sorta la borsa di nero laccata dell’ultima tofa in circolazione, mentre gialla morfina scioglieva i suoi ultimi dubbi residui circolando ancora più a stento, perché stento era il traffico ematico e quel cuore pompava sfiatando. Quando l’Ultima Tofa Rimasta se ne accorse impaurì, le si accorse la mano alla borsa, poi a morsa sull’ultimo cuore di scorta, lo ruppe. Smarrita, e pur conservando una grazia farfolle, commentò la sua fine con un sorriso, come un petalo in carta di riso, poi gridando un grido diviso si lanciò nel meriggio ventoso alla pozza scambiata per mare. Passava per caso un sottomarino con un capitano e un nostromo nostrano che indossava cerate al parfùm rosmarino. Gustolungo era il nome di questo e non era sciamano di certo e la prese e la stese in un piccolo letto e le dette morfina al più presto. Valentina trovò la sua fine così, risalendo di retropensiero le acque fino al piatto orizzonte di pozza, non mare, e lasciandosi decapitare dal disco solare al tramonto: senza tregua la testa nel vuoto stellare, tra nastri di sangue, una lunacometa per sempre. Alla sua luce li vivi si rimboccavan le lapidi fin sotto il mento per non rischiare un più svelto sciamare in incongruo. Lo sciamano la vide più tardi e la pianse sei giorni nel tuorlo.

+++

Sosta vietata a ravanare nel mare, le rane sognanti sulla pelle del vecchio serpente piegata a foglia ormai secca anni fa dalle onde della burrasca galleggiano sulla superficie più piatta; che il mare sia diventato uno stagno e l’oceano un lago più immenso e raffermo pare sia il solo a pensarlo, vederlo. Le rane continuano a gracidare: “nient’altro da fare / nient’altro da fare”, e non vogliono credermi, o non gl’importa, che c’erano onde e gabbiani a mangiare li pesci a mangiarsi l’un l’altro, e l’aria che entrava e usciva, e seguitano a galleggiare seguendo con occhi che han perso ogni fame i ragni dell’acqua venuti dai fossi a correre sulla pellicola che avvolge le acque del mondo. Le rane non hanno più fame, li guardano solo quei piccoli cristi con otto zampette che fanno il miracolo che han sempre fatto, corron sull’acqua, neppure sapendo che nulla del mondo può più minacciarli, e il mondo è tutto loro, e loro neanche lo sanno, non sanno neanche che grande che sia quello stagno che hanno, e che un tempo era mare. Io sono seduto su sabbia che è fango e li guardo, e a volte pur sempre lo lancio, un sasso o un bastone, nel brodo, e guardo la pelle del mare spaccarsi un istante, e sogno i miei sogni sempre più folli che restano sotto la superficie non appena la pelle del mare si chiude. Un secondo neanche ed è tutto finito. Non è mai bastato, l’ho sempre saputo.

+++

Cara Mia

Senza fretta, per davvero!,
lasciar correre i dolori,
tra le onde, senza tempo.
Devastare, cancellare:

questo piombo del presente che ci schiaccia,
questa unica certezza nauseante nera grazia
a cui siamo inchiodati da cent’anni con la faccia
tanto unita che non può vedere altro che minaccia
tutto intorno e solo dentro qualche flebile scintilla
non la voglio fredda e morta e immota stella.

Quel diamante non lo voglio veramente,
quel miracolo tagliente, trasparente,
è la forma più finita della stessa nera grazia.
Nasce morto da pressioni interne colossali,
lo sorvegliano pesanti sentinelle senza ali,
attraverso ci si vede solo il nero
e fa il cuore più di pezza.
Perso il senso di volare oltre il senno di ora e poi
ci si adegua o ci si spezza.

+++

Sono la scatola nera del mio stesso precipitare. Ma da che portico parte la pertica? Se anche esistesse un dio o un satanasso qualunque sputerebbe la nostra anima al primo boccone, tanto insipidi e scialbi sono i nostri sapori di oggi. Eccomi, eccome. Volontà di demenza… candide creste di onda su coperto pioggia, e grigio ventoso, ma tu tiri avanti la buonbroda un po’ stanco dei troppi discorsi sul mondo. Sussiegoso corri a comprare l’ultima release del Microsoft Virtual Karl Marx e ti decidi a condividere più file con il tuo vecchio ZX80.
“Ma lasciatemi dormire con la testa dentro il muro, dentro il buio un alveare, mille api che si pappano il mio miele…”

+++

Vieni dentro, nei miei sogni, non fermarti all’anticamera, mele acerbe già cadute, non guardare i fiori secchi e anzi sbriciolali intorno, sui tappeti arabescati dai sottili fili persi dei discorsi non finiti. Vieni dentro per vedere se son vivi i pochi pezzi ancora vivi del mio cuore. Spezza il cerchio se li vedi stramazzare giù per terra uno a uno nello stanco girotondo.

+++

A volte ho l’impressione soltanto di essere uno che cerca di riuscire a fare il duro almeno con se stesso.

+++

Tubo di legno attraverso cui guardo una vita di coccio con questa testa di plastica e questo cuore di pongo, e svengo ma nessuno mi vede svenire (“Che tutti i cuori siano di pongo?”, mi chiedo nel buio). Capire di essere morto?

La realtà è che oggi son sette mesi che sto chiuso in casa. La realtà è che non ce la faccio più. La realtà è che non ce la faccio più a fuggire dalla realtà. E nessuno sa quanto male; non mi avete visto piangere, né imprecare, ma troppo male; e sette mesi che non lo reggo più abbastanza da stare di fuori. Mi avete visto però trascinarmi sempre più lento e fermarmi. Forse non ripartirò. La realtà è che a volte si muore. Qualcuno muore. Io sono morto?

Penso, parlo come stessi scrivendo un’autobiografia in tempo reale. Ogni frase si forma nella mia testa appesa a due virgolette che la consegnano alla mia autobiografia mentale. Poi capita che la sputi fuori, sempre più di rado. Per lungo tempo ho creduto che non stessimo facendo altro che una specie di nascondino, che le nostre vite non fossero altro che una specie di nascondino. Ne ero convinto. La mia follia è stata quella di pensare che un giorno avrei potuto liberare tutti. Invece negli ultimi turni son sempre stato sotto io e ci son pure rimasto.

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Raccontare la follia, come raccontare la morte, è impossibile.

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Forse gli amici sono nemici.
Forse c’è uno strano complotto.
Forse la vita è una prova in cui s’ha da fingere di credere al mondo senza mai smettere di pensare che è falso, e si vince arrivando alla fine così.
Forse sono un alieno venuto da un mondo lontano con una missione topsecret e un lanciarazzi di deltacentauri,
ma ho perso memoria di casa, e della missione segreta, ed ecco che a volte mi attendo… un segno.
Forse voi non esistete neanche, solo Dick è esistito.
(Forse tento ironie contrarie alla sorte).
(Forse dormo, ma i sogni mi sognano fuori).
Forse ho da dimostrare che tutto è bugia.
Forse devo spiegare la morte, o follia.
Mio padre ci scrive già morti in quella poesia.
C’è meno ironia.
Forse voglio morire seccato dal sole, disciolto nel sale del mare.
Forse mi voglio lanciare al cemento da un’altalena legata alla gru del cantiere.
Forse non voglio più neanche mangiarmi, mi voglio sboccare d’intorno.
Forse se muoio di nuovo rinasco e tutto comincia daccapo
e questo è il forse che forse mi vuole salvare, in terrore.
E forse comunque è un po’ poco.
Forse volevo dar luce a una diapositiva sulla macchia ombrosa che vive nel campo dei giochi di fronte a questa finestra, stanotte, per tre spensierati che si eran fermati davanti allo schermo distrutto di Pietro. Però non l’ho fatto, son stanco di effetti speciali, non voglio una vita di effetti speciali, più stupida e triste di un film drenalina.

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Ora è un anno che dico “Dio basta dio basta dio basta”.
E non ci credo, neanche.

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Ma che brutta malattia mi sono preso
che non passa mai, di corsa o col riposo.
Serve a poco il pentimento e un po’ mi pento
di non essermi coperto un poco meglio
i pensieri con le calde giacche a vento,
di aver corso a perditempo all’aperto,
costruito occhiali in legno con i tacchi
per cercare di innalzare il mio sguardo su me stesso
e tenere sempre vuoti tutti i secchi
della testa per restare cuorleggero
aspettando il soffio giusto che ho creduto
arrivasse ogni secondo di lì a poco
e non è dico non è mai arrivato:
il rifiuto non ha fatto mondo nuovo –
quel che sento dentro al vuoto guscio d’uovo
è la pena di guardarmi mentre provo
a strapparmi via la bocca dalla faccia
per illudermi che il fiato che mi soffio sulla fronte
sia davvero il vento che da tanto tempo…

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Mi ricordo di quando la notte passavo attraverso il bosco nella valle di fianco, preda di un’impazienza smaniosa che non mi lasciava dormire. Ora cammino lento, e guardo e non aspetto niente. Piano piano arriverò in cima al mondo, dopo tempo e tempo e tempo dentro al freddo siderale sentirò di nuovo forte il tepore sacro e umano del mio sangue, e avrò l’errore in chiaro.

Ecco, siedo sulla roccia in marmo rosso e guardo, guardo: oltre il fiume la centrale idroelettrica defunta nella pioggia radioattiva che di ora in ora e in ora è conquistata, e travolta, e abbracciata dalle foglie e dalle piante e mi chiedo come sia starci dentro al pomeriggio, non resisto: nuoto il guado ed entro quieto attraverso foglie scure. Dentro è umido e penombra e odore chiuso. L’atrio enorme è tutto marmo, solo nitido preciso marmo freddo, è quel marmo che prolifica all’interno, con cui hanno costruito la mia roccia, giù, sul fiume, mescolandolo al mio sangue. C’è un odore strano d’eco e nebbiolina un po’ imprecisa nel ridare i colori più lontani del soffitto. Pochi raggi gialloverdi del meriggio mercolino si rinsinuano soffusi dai vetroni immensi in alto. Oggi è un Primo Pomeriggio da che l’uomo è tanto morto, e un ossimoro mi sento. Non è strano che la luce mi ricordi un certo sogno del passato, e un odore di piscina, e che il cubo di aria fresca sia una chiesa, a suo modo. Altri vivi un giorno o l’altro scopriranno questo posto e sapranno come me che era una chiesa, porteranno i loro bimbi a guardare i resti vivi di un meriggio mercolino lievemente danneggiati ma scampati alla tragedia, ed un fossile-turbina come guscio osseo antico di un più antico lumacone. Io l’ho letta l’iscrizione sopra il guscio più gigante, la turbina in smalto arancio, dove narra la leggenda che lo spirito salmone dei salmoni fragiloni, già frullati dalle pale forsennate, continuasse a risalire la corrente dentro ai cavi di tensione fino a giungere scagliati nello spazio a una stella a 1000 watt, in un luogo senza estreme conseguenze, finalmente.

Ora esco: tutto questo bel meriggio è così mercoledì che proprio basta.

Anche fuori tutto è fermo, pure dio che sta in ginocchio sopra il vetro liscio liscio, gioca amori con il morto e nessuno più lo vede, e nessuno più lo sente, ed ancora non riceve la sfiducia più ufficiale, anche se al comunale l’hanno tutto saccagnato. “Cogito ergo sunt”, lui ridacchia, mentre sbircia la mia vita e una lacrima gli spunta dallo angolo minore del triangolo, che non fu mai equilatero.

Sporge sempre però un osso d’avambraccio tutto rotto, bianco sporco, dal catrame. “DAME MANO! DAME MANO!”: gatto zero a coccolarmi, e l’inferno in una stufa, e un giardino di magnolie. “Che pretese!”. Solo scuse col sudore della fronte? Solamente lepri nere, a occhi rossi, come pazze ombre morte inferocite con se stesse?

“Dammi un po’ di distrazione!”
La papal benedizione ai caselli autostradali.
“Sei il mio angelo custode? Sei crudele. Oramai quasi ti abbatto, forse è solo questo il modo”.

Merculdì del pomeriggio, come sempre giallo e nero, cerco il rosso.

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Ora è salita la psicofarmaca e scrivo solo per vedere sulle lettere cheffettofà. Indice e medio fuori d’armadio, mi metto le pattine e scivolo sopra le teste di grassi capelli e gommina — mandi qua il suo sorriso e vedremo, dammi agio un pochino stanotte, ma capiscimi un po’ punto bach.

Mi piacerebbe scrivere parole di sottofondo, affrontare la crisi nel sorriso in sottofondo – sottotono, sonotuttotatto: MI FRACASSERO’ IL MIGNOLO E L’ACCENTO M’HA SALVATO. Che non risultassero invadenti le parole in sottofondo: questa era la prima condizione.
Smorfia è un termine archeologico che non sanno attribuire, come usare.
Solo sempre come bimbo pallidino nella selva delle sillabe sibille.
Come un po’ la prima volta che hai aperto il punto exe col wp. Stessa cornucopia? Ma lo usiamo, e sappiamo che Gesù muore in croce, poi scompare, poi resuscita, è così che salva il mondo di suo padre e padrenostro, e lo finisce, poi tornando tra di noi e più perfetto. Eh, però.
Qui in pendenza abbiam fatto un po’ di amici, costruito esperienze a palafitta, non mi spiego la lancetta dei secondi appoggiata alla canoa (forse segna una mia sfida, wannabe da clandestina, persa presto dalla bussola, nonostante tante sfighe ancora ride, solo lei e di sé stessa perché il resto ride mai, mai abbastanza sai comunque per poterci fare conto). Ma di cosa ridevamo? Le cazzate, lei pensava, lo pensavo pure io.
Poi ci siam date i reciproci pensieri, senza più passar da io e con patto non-ricordo, fino a poi, e a Natale tra di noi li abbiam risi tutt’e due: “…che vuol dire? Basta, e basta, questi loro pensierini mi hanno chiusa all’anticamera della mente – ma mi vedi un po’ più aperta? Comivedi? Comitrovi? Asterisco-punto-boh. Siedi un po’ però, racconta. Hai una triste la cantina? Mici fai guardare un po’? La conosco. Hai un solaio. Se ci sono troppi topi tu lo sai, mi metto in grido. Mici fai guardare un po’? Quanti gusti attraversati.

Anche lei segue il tramonto, è lancetta clandestina fuori bussola perduta dopo tanto camminare in val di Never, ma ha trovato un suo ruolo precisino, non piccino: segna forte il tramonto sul bloc not, poi lo strappa via di carta e mangia tutto, manda giù e poi dice qualche cosa di non detto (e non dicano i maestri che fa i compiti ultim’ora): per esempio fa così: “con il tempo molto brutto che hai avuto su a Selvino, e col sole sbarazzino di Caserta, i tuoi campi più magnetici non son più sporchi di merda”.

Ti hanno fatto i complimenti, per i tuoi novanta e passa? None, no, Jolly ha solo più apprezzato quelle chiappe d’ingegnere con i denti tutti gialli, le mi avevano rubato li gessetti, mi volevan dulterare il livello del morale, divoravano la voce.

“Dove cazzo mai l’ho messa?”, si struggeva. “Ne approfitto”, quello ha detto, “Ci son anche noi così, a questo mondo, questo festival di mostri, questo rutto del tuo dio”.

Ho letto marzo col vocabolario in mano perché il 27 è stata una giornata incomprensibile, e nessuno si è compreso, con permesso un compromesso: io l’ho dato per disperso, me compreso, me compresso. Poverome, pover’om. Alla Alfa Fest’Allah: bimbi tanti che mangiavan caramelle e la fibra dei bastoni ligurizzi, e bevevano tant’acqua o ah ah ah, LE BIBITONE! Tu la prendi……………….? La prendevo, io, quella bibita di Antocci, gliel’ho presa l’altra volta, non la voglio prender più, ché sua zia era poverina, l’Antocciona, nella camera rinchiusa perché ad ogni compigl’anni rattristava gli invitati, tutt’il giorno a far biscotti e nemmeno un bicchierino col suo nome.

Porco dio.

A me spetta di diritto. Chiara Jone? Chiara, certo, che sa pure che le donne degli zozzi calendari dicon sempre solamente: al lavoro voi terroni! Hanno perso il filo dritto e lo vogliono ammazzare, a quell’egli che tagliò la corda grossa. Ho sentito il tintinnio al nodo 5, argentino e compresente: nelle acropoli di internet c’erano anche un po’ di fiori, e non solo le nature della morte. Non lo so, sono cieco e sogno tatti, sogno tutti, ma mi stan concretizzando — tu hai un sogno che si tende verso l’incubo, io ho un sogno e me lo incùbo e ne ho bisogno.
Sali pure, c’è piangente: finalmente ho pianto un po’, e mi sento un poco meglio. Ma SHALOM!, fuori ora li suicidi dalla testa, fuori tutti o vi chiamo la Servabo. E se vuoi, e se proprio c’hai il bisogno, un colpevole ce l’hai, è assai vecchio ed è già morto, ora dimmi – prego – sì, e poi zitto, zitto, zitto nel periodo d’astinenza.
Noi, a volte, pensierini della notte, micidiali e assassini, che rincorrono Pinocchio e la poca scienza gaia che gli resta (se alla vita lei la inviti, a quest’ora, questa notte, lei si muore per dispetto).

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Ma basta, mandatemi via o salvatemi addosso. Contiguo al letto del fiume pensoso mi cola di dosso un tanto bisogno di amare. Un trattore a biella cardanica stona sempre di più sui miei porci comò, tra il pediatra e il ginseng che non so, e da tempo non ara che il letto. Ma… “Telefona ora per una dimostrazione gratuita di leggi kepleriche a casa tua, comodamente in poltrona, considirom”?
Senti, volevo sapere, ma il tuo pedalare, e alla tua età, che poi voglio dire, ti stanca da matti…
Due millenni di sporchi ricatti, di torba negli occhi segnati.
Occhieggia da sotto la creta un esimio. La creta, la faccia di creta, “La faccia finita!”
La massa dei sogni debordi da ogni memoria di massa, lo spero, io spero debordi, debòrd, foss’anche soltanto per prendersi almeno un futuro.
Son tanto brutto? Son tanto solo. Son tutto matto? Sono un po’ cotto. Sono olmo al brembo, voce in capitolo, lupus in fabula, agnellus in vita, mi piace chi agnello in bocca allo lupo si prova a salvarsi la vita pur anco contando soltanto una fabula.

Per un’Internazionale comunista-libertaria ecologista

[Da una discussione che si è svolta su mastodon, il social meno peggio o “più meglio”, che dir si voglia]

Da lettore medio che pesca informazioni qua e là l’idea che mi son fatto è che in sostanza l’auto elettrica non fa altro che spostare il problema dell’inquinamento dai tubi di scappamento alle ciminiere per la produzione di energia elettrica. Mi sa tanto di un modo per spostare la responsabilità verso il basso e salvare il mercato delle auto. Ho visto un’infografica che mostrava, a partire da poco prima della rivoluzione industriale, l’andamento globale dei consumi energetici suddiviso per modalità della loro produzione; a parte l’impennata immane (credo si definisca esponenziale) dei consumi d’insieme dalla rivoluzione industriale in poi, il rapporto tra le varie fonti energetiche, anche nell’ultimo decennio, è questo: crescita immane dell’impiego di fonti fossili, crescita micro dell’impiego di quelle meno o non inquinanti.
Alcuni dicono: se effettivamente nell’arco di un paio di decenni si giungerà ad avere una maggioranza di veicoli elettrici (perlomeno in occidente) si potrebbe arrivare ad un punto in cui sarà difficile continuare a scaricare verso il basso le responsabilità (un discorso tipo “Ehi, ho l’auto elettrica, gli elettrodomestici a basso consumo, differenzio la monnezza, che altro volete?”). Ma il dato rilevante rispetto alla questione ecologica è l’andamento globale dei consumi energetici e il rapporto tra quelli di origine fossile e quelli di origine meno o non inquinante; e poi l’inquinamento dovuto ai trasporti non è quello più pesante, quello di gran lunga più pesante è quello dovuto alla produzione industriale; e poi questa è solo la questione ecologica, c’è quella dello sfruttamento immane e becero dei più, c’è da considerare come abitualmente il capitalismo “risolveva” le sue contraddizioni – guerra – già solo per le sue cicliche (spiraloidi: sempre più grosse) crisi quando il problema della sostenibilità delle risorse energetiche se lo ponevano in 3 e anche quando non se lo poneva nessuno, e tant’ant’altro. “Speriamo ci stuferemo dopo l’ennesimo spostamento di responsabilità verso il basso su una cosa di per sé inutile” o su tante altre di scarsa utilità rispetto alla portata del problema reale è una risposta che secondo me non sta tanto in piedi, anche perché non abbiamo tanto tempo. Speriamo di stufarci… tipo domani, ecco, perché già di questa gestione dell’ecosistema calata dall’alto, folle e criminale, ci stan morendo milioni di persone per il covid. Speriamo di stufarci presto e fare una nuova Internazionale, comunista-libertaria, che si occupi anche di chiudere i pozzi di petrolio, le miniere di carbone, e costruire solo impianti di produzione elettrica veramente sostenibile.

L’Internazionale di Fortini

Noi siamo gli ultimi del mondo
Ma questo mondo non ci avrà
Noi lo distruggeremo a fondo
Spezzeremo la società
Nelle fabbriche il capitale
come macchine ci usò
Nelle sue scuole la morale
di chi comanda ci insegnò

Questo pugno che sale
questo canto che va
è l’Internazionale
un’altra umanità.
Questa lotta che uguale
l’uomo all’uomo farà,
è l’Internazionale.
Fu vinta e vincerà.

Noi siamo gli ultimi di un tempo
che nel suo male sparirà.
Qui l’avvenire è già presente
chi ha compagni non morirà.
Al profitto e al suo volere
tutto l’uomo si tradì,
ma la Comune avrà il potere.
Dov’era il no faremo il sì.

Questo pugno che sale…

E tra di noi divideremo
lavoro, amore, libertà.
E insieme ci riprenderemo
la parola e la verità.
Guarda in viso, tienili a memoria
chi ci uccise, chi mentì.
Compagno, porta la tua storia
alla certezza che ci unì.

Questo pugno che sale…

Noi non vogliam sperare niente.
il nostro sogno è la realtà.
Da continente a continente
questa terra ci basterà.
Classi e secoli ci han straziato
fra chi sfruttava e chi servì:
compagno, esci dal passato
verso il compagno che ne uscì.

Questo pugno che sale…

Una cornacchietta e un bombo

Poco fa, tornando da passeggiata con mami, nella strada dietro il mio caseggiato, sull’asfalto del marciapiede, ai piedi di un palo della luce, c’era una giovane, piccola cornacchia, ferma, “in piedi”, che non si è spostata neanche un po’ al passaggio mio e di mia mamma, nonostante fossimo a meno di un metro. Aveva l’aria impanicata, girava spesso la testa, ma non ha mai nemmeno un po’ mosso le ali. Abbiam pensato inizialmente semplicemente non stesse bene, poi che fosse “caduta dal nido” o, insomma, qualcosa del genere, perché si vedeva che è giovane. In quella è arrivato un signore in canotta azzurra, pelato, con la pelle molto abbronzata, che ha detto “è una giovane corvetta” (stiamo a Milano, zona Corvetto) “caduta dal nido, meglio prenderla e metterla nella siepe”, la siepe dietro il cancello che divide il marciapiede dal giardino di un hotel, “poi ci penserà sua mamma”. Le è andato alle spalle e ha fatto per prenderla, ma lei è riuscita a fare un salto in avanti e sfuggirgli. In quella si è sentito dall’alto un gracchiare forte: mamma cornacchia, sbucata forse dalla chioma dei pini nel giardino dell’hotel, svolazzava intorno alla cima del palo, allarmata, forse arrabbiata. Girava in tondo. Il signore si è riavvicinato alla cornacchietta giovane e questa volta è riuscito a prenderla con la mano destra, poi l’ha racchiusa tra entrambe le mani, l’ha portata verso il cancello, l’ha fatta passare nello spazio tra la base del cancello e il muretto su cui sorge, l’ha posata nella siepe. Io ho detto “Bravo!”. Abbiamo guardato in aria e la madre non si vedeva più. Il signore ha detto “adesso arriverà, se ne occuperà lei”, ci siamo salutati.
Proseguendo verso casa, mia madre giustamente ha osservato che forse la madre della cornacchietta, che era spuntata gracchiando così subitamente quando il signore ha tentato di prendere la cornacchietta, era sempre rimasta lì nei pressi e non era intervenuta prima perché “ho sentito che in questi casi tra gli animali a volte le madri fanno le dure perché i figli si autonomizzino”. “Ci sta”, ho detto io. Dopo un po’ mia madre ha aggiunto “Ho sentito anche che, non mi ricordo più in quale specie, è meglio non toccare i cuccioli anche se li si trovano in giro abbandonati, soli, perché poi la madre, che spesso in realtà è comunque nei pressi, non ne riconosce più l’odore e li abbandona davvero”. “Speriamo che non valga per le cornacchie”, ho detto io. “Si speriamo”, ha detto lei.
Pochi passi dopo, arrivati di fronte al portoncino del “nostro” palazzo, ho visto un bombo, o insomma un’ape grossa, che stava sull’asfalto subito sotto il gradino del marciapiedino che circonda il palazzo, sulla schiena, e agitava convulsamente le zampette. Mi son fermato, mia madre ha cominciato a salire. Lo ho girato piano sulla pancia con la punta di una chiave. Non è volato via, ha continuato ad agitare le zampe e si è di nuovo ribaltato sul dorso. L’ho rigirato; stessa cosa. Tre, quattro volte, stessa cosa.
“Che faccio?”, ho pensato, “Lo ammazzo con una piedata?”, “Ma chi sono io che ne so?, e mi spiacerebbe comunque”, “Ma perché a me capita questa situazione? Va be’ io lo lascio lì e salgo”, e ho fatto il primo piano di scale. C’era la finestra aperta sul pianerottolo tra la prima e la seconda rampa di scale, ho guardato giù, il bombo era ancora lì, sul dorso, pareva fermo.
Sono sceso di nuovo. Agitava ancora le zampe, un po’ più lentamente, sempre convulsamente ma un po’ meno. L’ho rigirato di nuovo, piano, di nuovo non è volato via e invece si è rigirato sul dorso. Di nuovo tre, quattro volte così. L’ho schiacciato con una tallonata forte. Mi è spiaciuto tanto, e non sono del tutto sicuro di aver fatto bene.

Stretti

Da Gli otto peccati capitali della nostra civiltà, di Konrad Lorenz
(capitolo 2, La sovrappopolazione)

Nessuno di noi, che viviamo in paesi civilizzati densamente popolati, o addirittura nelle grandi città, è ormai più consapevole della nostra carenza generale di affetto e di calore umano. Bisogna aver fatto una volta l’esperienza di arrivare all’improvviso, ospite inatteso, in una casa situata in una regione poco popolata, dove i vicini siano separati da molti chilometri di strade disagiate, per riuscire a valutare quanto ospitale e generoso possa essere l’uomo quando la sua disponibilità ai contatti sociali non viene sottoposta di continuo a eccessive sollecitazioni. Me ne sono reso conto tempo fa, grazie a un episodio che non ho più potuto dimenticare: avevo ospiti presso di me due coniugi americani del Wisconsin, che si occupavano di protezione della natura e abitavano in una casa completamente isolata nel bosco. Mentre stavamo andando a tavola per cena, suonò il campanello della porta di casa e io esclamai infastidito: “Chi è che viene a disturbarci a quest’ora?”. Se avessi pronunciato la peggiore sequela di insulti i miei ospiti non ne sarebbero rimasti meno sbalorditi. Che il suono del campanello potesse suscitare una reazione che non fosse di gioia, era per loro scandaloso.

E’ in larga misura colpa dell’affollarsi di grandi masse nelle metropoli moderne se, nel caleidoscopio di immagini umane che mutano e si sovrappongono e si cancellano a vicenda, non riusciamo più a riconoscere il volto del nostro prossimo. L’amore per il prossimo, per un prossimo troppo numeroso e troppo vicino, si diluisce sino a svanire senza lasciare più traccia. Chi desideri ancora coltivare sentimenti di calore e cordialità per gli altri deve concentrarli su di un esiguo numero di amici; noi non siamo, infatti, capaci di amare tutti gli uomini, per quanto ciò possa corrispondere a una norma giusta e morale. Siamo quindi costretti a operare delle scelte, dobbiamo cioè “tenere a distanza”, in senso affettivo, molte altre persone che sarebbero altrettanto degne della nostra amicizia.

[…]

L’accalcarsi di molti individui in uno spazio ristretto non solo provoca indirettamente, attraverso il progressivo dissolversi e insabbiarsi dei rapporti fra gli uomini, vere e proprie manifestazioni di disumanità, ma scatena anche direttamente il comportamento aggressivo. Molti esperimenti hanno dimostrato che l’aggressività intraspecifica viene incrementata se gli animali sono alloggiati in gran numero nella stessa gabbia. Chi non abbia conosciuto di persona la prigionia in tempo di guerra o analoghe aggregazioni forzate di molti individui, non può valutare a quale livello di meschina irritabilità si possa giungere in tali circostanze. E proprio se uno cerca di controllarsi impegnandosi a dimostrare quotidianamente e in ogni momento un comportamento cortese, cioè amichevole, verso altri uomini che tuttavia non sono amici, la situazione diventa un vero supplizio. La generale scortesia che si osserva in tutti i grandi centri urbani è chiaramente proporzionale alla densità delle masse umane ammucchiate in un dato luogo. Punte massime spaventose vengono raggiunte, ad esempio, nelle grandi stazioni ferroviarie o nel Bus-Terminal di New York.

Angelino terme

Noli me tangere:
la gente ne morì.
Tangi meno relè,
Lorène, tangi me,
è meglio… tranne
lo menàge in tre.
Tre no, ne geliàm!
Non temi le gare?

È germinato nel
limòn reagente
tenero legàm, in
almeno tre geni:
mentore geniàl.
Né geniàl morte
mi regna; e lento,
lento, regnai me.

Temi lagne? Nero
miele rognante?
Non letargie (me
le mangi, tenero
amòr gentile), né
gennai. Le morte
menti relegano
ogni elementàr
legame ne’ troni.

Le mina Geronte:
Monti. Regale, ne
mantien regole:
«non le terga mie».
Regalò mentine,
monetine e gral.

Mentre gela noi
(margine lento e
gerle montane)… i
re gnomi, le tane
(in arte le gnome)
regnano: li teme?
È generàl Monti!,
e giornalmente
mantièn le orge.

Tenermi angelo?
Lignea, morente
rogna. E le menti
in letame ergon
golem, “rinate”: ne
ignoran le mete?

Rimangon “tele” e
gol, niente mare.
Gol: mantenere i
regnanti. È melo
gramo, niente, le
note lagrime; né
le tergan moine.

[È un robo di anagrammi di “noli me tangere” che ho fatto almeno 10 anni fa aiutandomi con un programmino che avevo scritto in python – non faceva gli anagrammi automaticamente, era solo un aiuto: ci scrivevi la frase da anagrammare e poi sotto potevi scrivere usando solo le lettere rimaste della stessa]

Malatesta sulla strage del Diana (oggi, cento anni fa) e la violenza

Oggi, 100 anni fa, intorno alle 23, si compì la strage al teatro Diana di Milano, e mi pare giusto ricordare anche questo, che credo fu tra gli errori nostri più tragici. Anarcopedia riporta, a chiusura della pagina linkata qui sopra, che Malatesta «sempre condannò risolutamente il gesto ma mai gli autori», dei quali disse: «Quegli uomini hanno ucciso e straziato degli incolpevoli in nome della nostra idea, in nome del nostro e del loro sogno d’amore. I dinamitardi del “Diana” furono travolti da una nobile passione, ed ogni uomo dovrebbe arrestarsi innanzi a loro pensando alle devastazioni che una passione, anche sublime, può produrre nel cervello umano […]», e penso che a questa posizione pervenne in particolare quando seppe che la loro intenzione non era di compiere una strage, ma di colpire soltanto il questore; però – citando dal bel librone di Vincenzo Mantovani Mazurka blu – La strage del Diana – il primo commento noto a proposito dell’attentato al Diana, che Malatesta fece dal carcere, fu più duro nei loro confronti:

I giornali parlano di attentato anarchico. Ebbene io ci tengo a dichiarare che quel triste fatto non può aver niente a che fare con le idee anarchiche. Quell’orribile gesto di massacro non corrisponde, anzi è contro, alla dottrina e alla tattica anarchica. Gli anarchici sono per la insurrezione armata contro lo stato capitalistico, contro il governo borghese, al fine di instaurare un ordine sociale nuovo, di formare una società di giustizia e di libertà, ma restano assolutamente contrari alla piccola o grande violenza individuale, alla vana guerriglia contro le persone, alla inutile strage. Io ricorderò ai miei giudici e al popolo le antiche e le recenti mie polemiche contro gli atti terroristici individuali, contro il ravasciolismo, contro il cosiddetto banditismo rosso, contro la propaganda col fatto. L’umanità nuova non si prepara, non si costruisce con azioni selvagge e pazzesche, uccidendo donne, bambini e pacifici spettatori in un ritrovo popolare. Anch’io qualche volta mi recavo al teatro al Diana. Neanche come rappresaglia ad altre violenze può esser compreso quell’attentato. Se tu hai colpito me io risponderò colpendo te, non mai facendo del male a un terzo che non sa niente delle nostre querele, che vi è perfettamente estraneo. La morale anarchica deve essere una morale superiore, non scendere alla barbarie. Se coloro che hanno compiuto l’opera di distruzione e di sangue dovessero o volessero chiamarsi anarchici, restano però sempre degli individui che non sanno che cosa è l’anarchismo.

E Mantovani prosegue citando un articolo di Malatesta apparso nel 1892 sulla rivista parigina En-dehors

Siamo rivoluzionari per amore degli uomini; né colpa nostra è se la storia ci ha costretti a questa dolorosa necessità; ma soprattutto rispetto alla rivoluzione occorre tener conto dell’uso del minimo mezzo, del più parsimonioso, giacché il dispendio si totalizza in vite umane.
Conosciamo abbastanza le spaventevoli condizioni materiali e morali in cui si trova il proletariato per spiegarci gli atti di odio, di vendetta, persino di ferocia che potranno prodursi. Ma altro è spiegarli, certi eccessi selvaggi, altra cosa è l’ammetterli. Non sono questi gli atti che possiamo accettare, incoraggiare, imitare.
Dobbiamo essere risoluti ed energici, ma dobbiamo anche sforzarci di non oltrepassare mai il limite segnato dalla necessità. Dobbiamo fare come il chirurgo che taglia quando occorre ma evita d’infliggere inutili sofferenze; insomma dobbiamo essere ispirati dal sentimento dell’amore degli uomini, di tutti gli uomini.
Ci sembra che questo sentimento d’amore sia il fondo morale, l’anima del nostro programma; ci sembra che solamente concependo la rivoluzione come il grande giubileo umano, come la liberazione e la fratellanza di tutti gli uomini, qualunque sia la classe o il partito al quale hanno appartenuto, il nostro ideale potrà realizzarsi. La ribellione brutale si produrrà certamente e potrà anche servire a dare l’ultima spinta che deve atterrare il sistema attuale; ma se non trovasse il contrappeso dei rivoluzionari che agiscono per un ideale si divorerebbe da se stessa. L’odio non produce l’amore; per mezzo dell’odio non si rinnovella il mondo. E la rivoluzione dell’odio o fallirebbe interamente o farebbe capo a una nuova oppressione, che potrebbe magari chiamarsi anarchia, come si chiamano liberali i governi attuali, ma che non sarebbe meno un’oppressione e non mancherebbe di produrre gli effetti che produce ogni oppressione.

…e poi un altro, scritto cinque anni dopo per l’Agitazione di Ancona:

L’atto di rivolta collettivo, a priori, a parità di circostanze, è più importante dei fatti individuali; ma sarebbe illogico misurare la bontà di un atto dal numero di quelli che l’hanno compiuto. Noi protestiamo contro certi fatti che ci sembrano cattivi e dannosi perché sono quei tali fatti, e non già perché sono stati commessi da un uomo isolato. Così, per esempio, io disapprovo l’attentato al caffè Terminus [che fu del genere di quello del Diana, benché le sue conseguenze fossero state infinitamente meno gravi][…] perché mi pare ingiusto, feroce, insensato, intendendo con ciò di giudicare, non le intenzioni e la personalità di Henry, ma l’atto obbiettivo nella sua portata sociale, cioè sul bene o sul male che poteva produrre agli altri uomini.

Io a volte penso però che l’errore tragico della strage del Diana fu anche e forse soprattutto conseguenza di un altro errore: l’aver abortito – i sindacati confederali, la gran parte dei socialisti e dei comunisti – la rivoluzione che sarebbe stata possibile all’apice del biennio rosso.

Ma forse in realtà ha ragione Malatesta su tutta la linea: «Noi facemmo tutto quello che potevamo[…]. Non riuscimmo, e il movimento fallì perché noi eravamo troppo pochi e le masse troppo poco preparate.» (dalla nota VIII qui).
Perciò, anche se gli anarchici di allora avessero “forzato le cose” (anche se per esempio avessero davvero fatto prigionieri i dirigenti confederali, come Bosio, socialista, rimprovera loro a posteriori di avere “solo architettato”), e anche se il moto rivoluzionario avesse avuto seguito e successo, a raccoglierne i frutti sarebbero stati proprio i socialisti e-o i comunisti, sfruttando il vuoto di potere per prendere il potere.
Sarebbe stato comunque meglio?
Visto come andarono le cose in URSS, direi proprio di no.

La rivoluzione messa ai voti

Ha ragione Malatesta (vedi nota VIII), mica Bosio.

Da Mazurka blu. La strage del Diana, di Vincenzo Mantovani,
Seconda parte, cap. 45: La rivoluzione messa ai voti

Nell’estate del 1920, in seguito a un dissidio di carattere amministrativo e personale con Nella Giacomelli, Mario Perelli lasciò Umanità Nova[I]. Da una ditta genovese ricevette l’incarico di raccogliere inserzioni per una pubblicazione destinata alle Camere di commercio. Nonostante l’inesperienza, il lavoro gli andò bene. La giornata del neo-agente pubblicitario finiva spesso al Grand’Italia, il lussuoso ristorante della Galleria. Così, tra contratti e buone cene, Perelli passò il mese di agosto.

Io abitavo al rondò Cagnola [oggi piazza Firenze]. Da quelle parti c’è via Ruggero di Lauria, dove c’era l’officina dell’ingegner Romeo.

Una mattina sono a letto – non ho urgenza di andare a lavorare – quando sento un vociare, un tramestio. Mi alzo, vado giù. La Romeo s’è messa in sciopero. C’era una controversia che si trascinava da un certo tempo, credevano di risolverla così. Loro vanno alla Camera del lavoro, e io dietro. Pensavo: caso mai farò un servizio per Umanità Nova.

Vado là, e la discussione pare che si allarghi, perché viene convocato il consiglio delle leghe. Quelli della Romeo non si muovono. Io non vado neanche a mangiare.

Verso le quattro c’è la decisione: il consiglio generale delle leghe proclama l’occupazione delle fabbriche. Figurati, con la notizia calda! Attraverso Garlaschelli – il portinaio, che vendeva anche i giornali – cerco di avere informazioni precise. «Sì, ti assicuro, hanno deliberato così.» Via! Corro a Umanità Nova, porto la notizia.[1]

Il 1° settembre 1920 il quotidiano anarchico annunciava:

La presa di possesso delle fabbriche avvenne verso le 17 [del 31 agosto 1920] simultaneamente in tutti i 300 stabilimenti di Milano. La massa operaia dopo la serrata alla Romeo comprese subito che l’unico modo per impedire la serrata generale e l’occupazione delle fabbriche da parte della forza armata era di rimanere nei reparti, tutta, compatta e unita. Verso le 17 […] gli operai abbandonarono i reparti, circondarono gli uffici, facendo prigionieri i direttori, i capiofficina, gli impiegati; tagliarono ogni comunicazione telefonica e posero delle sentinelle alle porte.

«Quale che sia la piega che prenderà il movimento» concludeva Umanità Nova «è certo che da ieri le coscienze degli operai metallurgici si sono tese, si sono destate e han capito quale immensa forza possiede la massa operaia. E ciò le sarà d’auspicio per ogni eventualità rivoluzionaria.»[2] Ricorda Perelli:

Vien fuori Umanità Nova, con questo titolo qui, e subito si combina di fare una visita alle fabbriche occupate. Quella sera lì, verso le sei e mezzo o le sette, andammo, mi pare, dalle parti di Porta Romana, non so se era la O.M. o la Brown Boveri. C’era Quaglino, Malatesta, io e ancora un altro o due. Mica tanti, quattro o cinque persone eravamo.[3]

Dice Quaglino:

Io ricordo che andammo alla Bianchi, che allora faceva le biciclette in viale Abruzzi, e alla Brown Boveri. Alle Fonderie Milanesi siamo andati un altro giorno per la morte di un compagno, che aveva fatto scoppiare una bomba[II]. C’era… c’era un entusiasmo enorme. Ma entusiasmo dentro la fabbrica.[4]

Ricorda Perelli:

Ti avvicinavi a una fabbrica, di quelle grosse, e tutti i cancelli erano chiusi. Sul muro di cinta c’era una sentinella col fucile. E la porticina di ferro era difesa dalle guardie rosse, ormai si chiamavano così, che facevano entrare le donne con la cena per gli operai.

Era una cosa! E un movimento! In un gran silenzio, tutti si davano da fare. Cosa facessero non lo so. Ma lavoravano intorno ai camion, li blindavano con certi lamieroni per poter uscire e occupare la città. Preparavano la rivoluzione. Ti sentivi un brivido nella schiena e dicevi: è giunta l’ora, finalmente. E quasi non credevi ai tuoi occhi. Invece era la rivoluzione che cominciava. Tutti la prendevano sul serio. E il giorno dopo l’avevano presa sul serio anche i poliziotti, che stavano dall’altra parte della strada e mica si avvicinavano ai soldati della guardia rossa. Niente, facevano finta di non vederli…[5]

La sensazione di Perelli, che la rivoluzione fosse cominciata, era condivisa da molti in quel momento. Si veda, per esempio, questo ricordo personale di Luigi Fabbri:

Uno spettacolo che mi dette quasi l’impressione del trionfo raggiunto fu quello che mi passò rapidamente davanti agli occhi tre o quattro giorni dopo, mentre tornavo in ferrovia a Bologna. Lungo la strada ebbi l’impressione di una regione in rivoluzione. Tutte quelle città, paesi, e fino i più piccoli villaggi della Lombardia e dell’Emilia, percorsi dal treno, davano la sensazione del movimento. Sulle fabbriche, stabilimenti e officine sventolava la bandiera rossa; ve n’erano fin sulle più alte ciminiere. Nelle stazioni, nei passaggi a livello e in certi punti strategici, squadre di lavoratori sorvegliavano che non si trasportassero truppe da un punto all’altro, pronti nel caso a dar mano ai ferrovieri per arrestare i treni. Le automobili venivano fermate per ispezionarle. E a Bologna trovai la classe operaia in armi, come a Milano. In uno stabilimento vicino a casa mia mi mostrarono delle casse piene di bombe, pronte alla bisogna.[6]

Il 2 settembre l’Unione sindacale italiana invitava i lavoratori «a tenersi preparati all’urto decisivo in ogni centro industriale».

Preveniamo le Camere del lavoro, le sezioni tutte d’Italia aderenti all’Usi, che è molto probabile non si possa far giungere ovunque e in tempo le necessarie disposizioni della lotta: debbono quindi agire al momento opportuno con prontezza ed energia.[7]

Ma gli operai chiusi nelle fabbriche intravedevano la possibilità di uno sbocco rivoluzionario? Si rendevano conto che era necessario uscirne al più presto per estendere l’occupazione agli altri centri del potere economico e politico? Secondo Quaglino, no:

Si doveva uscire, certo. Giolitti lo aveva capito: fin che stanno dentro il pericolo non c’è. Ma nessuno pensava di uscire. Gli anarchici volevano allargare il movimento, coinvolgere tutti gli altri lavoratori. Parliamoci francamente: uscire voleva dire essere armati. E il proletariato non lo era.[8]

Diversa l’opinione di Perelli:

Occupare la fabbrica, occupare la città. Questa fu la parola d’ordine, almeno per qualche giorno. Noi avevamo delle bombe, ricavate da tubi di ghisa, che erano per l’occupazione della città, per affrontare la resistenza della polizia. Ma chi avrebbe fatto resistenza? Nessuno. Milano era nostra.[9]

Ribatte Quaglino:

La nostra posizione era quella di Malatesta, che diceva: «Per abbattere la monarchia» – la questione era tutta lì – «bisogna estendere il movimento di occupazione delle fabbriche. Bisogna che i marinai occupino le navi, i postelegrafonici gli uffici postali». Allargare il movimento. Sempre per via legale. Non si parlava di prendere il fucile e occupare la questura o la prefettura, che erano i centri del potere. Malatesta sosteneva che allargando il movimento si creava un vuoto di potere. Si sarebbe neutralizzata la classe borghese e si sarebbe fatta la repubblica. Tutto lì. Solo questo poteva produrre un moto di smarrimento nella borghesia. Perché tu capisci che, finché ad essere occupate sono le fabbriche, la vita non muore. La gente andava a spasso, andava al cinema…[10]

Ha scritto Luigi Fabbri:

Ciò ch’egli [Malatesta] sosteneva allora in pubblico e in privato era questo: non potersi presentare mai più un’occasione migliore per vincere quasi senza spargimento di sangue; estendere l’occupazione delle fabbriche metallurgiche a tutte le altre industrie e alle terre; dove non c’erano industrie, scendere in piazza con scioperi e sommosse locali, che distogliessero le forze armate dello stato dai grandi centri; dalle località più piccole dove non vi fosse proprio nulla da fare accorrere in quelle maggiori più vicine; scesa in campo di gruppi d’azione di fiancheggiamento; armarsi nel più gran numero possibile e intensificare la raccolta di armi. E così via.[11]

Anche Perelli, tuttavia, pare d’accordo con Quaglino quando afferma che le ripercussioni dell’occupazione delle fabbriche nelle città furono assai scarse.

La gente accettava il fatto dell’occupazione e basta. Gli operai andavano, quelli che ci andavano, a fare la guardia. E dopo i primi giorni molti non ci andarono neanche più. La cosa cominciava a trascinarsi. L’entusiasmo dell’inizio era sbollito. I camion non uscivano. I socialisti rifiutavano di assumere la direzione del movimento e i sindacati, che non avrebbero voluto, erano costretti ad accettare la responsabilità di quel movimento così grande, più grande di loro, per trasformarlo in una questione sindacale. Così, ogni volta che andavi in una fabbrica occupata, il morale era sceso di due o tre gradi.[12]

Ha scritto Gianni Bosio, sulla scorta degli articoli sull’occupazione delle fabbriche pubblicati da Umanità Nova l’1 e il 2 settembre, che per sciogliere le difficoltà alle quali il movimento andava incontro e per forzare la mano a chi era propenso all’attesa sia il quotidiano che il movimento anarchico, come pure la direzione dell’Usi, «puntavano, speravano, dichiarandolo, in un intervento brutale e armato dello stato: ciò avrebbe fatto uscire, fra l’altro, il movimento dal corporativismo in cui era nato e si manteneva»[13]. Contemporaneamente, tuttavia, era anche molto forte la sfiducia nella volontà rivoluzionaria dei sindacalisti della Cgl, per i quali si temette, fin dai primi giorni, che l’occupazione fosse solo «un bel gesto». Umanità Nova dichiarava:

Per noi anarchici il movimento è molto serio, e dobbiamo fare il possibile per incanalarlo verso una maggiore estensione, tracciando un programma preciso di attuazioni, da completarsi e perfezionarsi radicalmente, giorno per giorno, prevenendo, oggi, le difficoltà e gli ostacoli di domani, perché il movimento non vada ad infrangersi ed esaurirsi contro gli scogli del riformismo.[14]

Il 5 settembre lo stesso quotidiano «indicava nella difesa delle fabbriche il fronte unico della lotta proletaria»[15] e prospettava l’opportunità di un incontro fra tutti gli organismi operai. Subito dopo, temendo che l’incontro non potesse aver luogo, o che da esso si cercasse di escludere gli anarchici e gli iscritti all’Usi, il movimento anarchico rompeva gli indugi e passava all’offensiva. Forte della propria consistenza nella regione ligure, indiceva un convegno «per decidere l’estensione dell’occupazione e per creare, anche in una sola zona, il fatto compiuto del passaggio visibile e dimostrato dalla fase economica a quella politica»[16].

A questo punto eran le cose quando l’Usi convoca un convegno a Sampierdarena la domenica sette settembre. Sono invitati e intervengono tutti i sindacati della regione ligure e di ogni corrente sindacale. A quel convegno […] si fa presto strada l’idea di prender possesso del porto di Genova e di allargare l’occupazione tutta nella Liguria senza nulla attendere dai massimi dirigenti.

Questa volta si verifica un caso strano: la Confederazione del lavoro invia al convegno due suoi rappresentanti: uno dei massimi gerarchi, Colombino, e il compagno nostro Garino.

Lo sviluppo degli avvenimenti dimostrò in piena luce l’abile manovra confederale: impedire una decisione di occupazione locale immediata allargata, come quella a cui abbiamo accennato. Ma l’intervento di Colombino non avrebbe che ottenuto un effetto contrario; ci voleva un compagno nostro, il quale – nella più perfetta buonafede sulle intenzioni del Colombino – perorasse alla sua volta la causa della sospensiva. Della sospensiva, avvertendo che la Confederazione del lavoro si degnava di comunicare che tra pochi giorni sarebbe stato convocato da parte sua un convegno a Milano nel quale non sarebbe stata esclusa nessuna frazione sindacale e nel quale la decisione dell’occupazione generale si sarebbe potuto prenderla concordemente con tutte le forze d’Italia. Una tale impostazione delle cose non poteva che avere per risultato di convincere tutti i convenuti a Sampierdarena della ragionevolezza di non prendere una decisione affrettata. E così fu.[III]

Il 7 settembre Umanità Nova ammonisce:

[…] gli operai si sono asserragliati nelle loro fortezze del lavoro scacciandone i capitalisti. Il governo è un’altra volta impotente a reagire e cerca un accomodamento e un compromesso con gli operai. Se riuscirà a farli uscire dalle fabbriche, si rimangerà poi abilmente tutte le promesse, magari anche quella della liberazione delle vittime politiche, e si preparerà alacremente ad allestire nuovi mezzi di difesa e di offesa contro i lavoratori per salvare ancora una volta la baracca borghese. […] Un’occasione così favorevole per iniziare l’espropriazione dei capitalisti col minimo sacrificio di sangue non si presenterà mai più!

E, avendo forse raccolto le voci di una non improbabile compravendita, conclude il suo appello con un’invocazione di tono quasi biblico: «Operai […]. Guai a voi ed ai vostri figli se vi lasciate ancora una volta ingannare!»[17].

Se è vero che gli anarchici, proclamando l’occupazione delle fabbriche «momento rivoluzionario» hanno assunto, come scrive Gianni Bosio, una posizione non soltanto «non […] abborracciata e improvvisata»[18] ma «di altissima responsabilità», una posizione che permette loro di trattare «un avvenimento e un congegno tanto delicato e pericoloso come l’avvio per la rivoluzione» con esemplare «coerenza propagandistica e politica», con «misura», «consapevolezza» e «diremmo quasi […] gradualità»[19], viene spontaneo chiedersi se in definitiva non fu proprio questo senso di responsabilità, stimolato dalla manovra confederale di Sampierdarena, a comprometterne irrimediabilmente l’azione.

Il movimento anarchico e l’Usi i quali teoricamente erano spinti in avanti da un’analisi continua, rinnovantesi e corretta fino a ipotizzare che questa rivoluzione, trovando le masse naturalmente disposte a occupare tutti i luoghi di lavoro, sarebbe stata la meno sanguinosa, e che senza la spinta in avanti non vi sarebbe stata che una reazione sanguinosa, e che avevano architettato, solo architettato, di far prigionieri alcuni dirigenti confederali, cioè di toglierli dalla circolazione, al primo responsabile, decisivo impatto con il reale per un’azione che sarebbe stata determinante, esitano, rimandano e poi si ritirano.[20]

Nonostante la sfiducia cominciasse a serpeggiare tra gli operai che occupavano le fabbriche («si erano disamorati, avevano visto che diventava un bidone»)[21], Malatesta – che era stato uno dei primi a lanciare l’idea dell’occupazione e che qualcosa di simile aveva fatto sei anni prima ad Ancona durante la Settimana Rossa[22] – continuò a girare per gli stabilimenti. Il 7 settembre diceva alle maestranze della Bianchi:

Quale che sia la piega che prenderà il movimento, voi dovete essere pronti a tutto: esso può estendersi a tutte le fabbriche, alle miniere, alla terra, ecc., senza che governo e borghesia abbiano la forza di arrestarne l’estensione e l’intensificazione. Ma se la forza bruta dei vostri padroni interverrà, non dovrete spaventarvi per questo. Attorno a voi si stringe tutto il proletariato, si stringono tutti i sovversivi rivoluzionari d’Italia. Allora sarà la lotta decisiva, e voi avrete iniziata la battaglia per la completa emancipazione dei lavoratori.[23]

La denuncia, la distinzione, l’opposizione anarchica saranno però da questo momento «puramente verbali e scritte, tali cioè da dare il crisma di credibilità all’azione confederale»[24]. L’8 settembre un «gruppo di operai anarchici» distribuisce nelle fabbriche di Milano un volantino:

Oggi non è più questione di trattative e di memoriali. Oggi è questione di tutto per tutto: per voi come per i padroni. Per far fallire il vostro movimento i padroni sono capaci di concedere tutto quello che domandate: poi, quando voi avrete rinunciato al possesso delle fabbriche e queste saranno presidiate dalla polizia e dalla truppa, allora guai a voi! Non cedete, dunque. Avete in mano le fabbriche, difendetele con tutti i mezzi. Entrate in relazione tra fabbrica e fabbrica e coi ferrovieri per il rifornimento delle materie prime, intendetevi colle cooperative e col pubblico. Vendete e scambiate i vostri prodotti senza tenere alcun conto di coloro che furono i padroni. Padroni non ve ne debbono essere più – e non ve ne saranno se voi vorrete.[IV]

Il 9 settembre, dopo aver constatato che né l’Usi né la Uai sotto state invitate al «convegnissimo» confederale in programma per il giorno dopo a Palazzo Marino[V], Umanità Nova denuncia il tradimento. L’11 settembre – affidando, nota Bosio, «a uno sperato potere taumaturgico delle parole ciò che doveva essere invece esito di una azione e di consenso politico»[25] – lancia un appello alle forze operaie:

Metallurgici,
qualunque cosa stiano per decidere «i dirigenti», non abbandonate la fabbrica, non cedete la fabbrica e non consegnate le armi. Se oggi uscite dalla fabbrica, domani non vi rientrerete che decimati, dopo di esser passati sotto le forche caudine della tracotanza padronale.

Operai di tutte le industrie, arti e commerci; seguite “subito” i metallurgici nell’occupazione degli stabilimenti, dei cantieri, dei depositi, dei panifici e dei mercati.

Contadini, occupate la terra!

Marinai, occupate le navi!

Ferrovieri, non fate marciare i treni se non per la causa comune! Postelegrafonici, sopprimete la corrispondenza della borghesia! Una imprevista possibilità viene prospettata dalla occupazione delle fabbriche: quella di compiere una grande rivoluzione, senza spargimento di sangue e senza disorganizzare la vita nazionale. Non lasciamocela sfuggire!

E voi soldati fratelli nostri, ricordatevi che quelle armi che vi hanno dato per difendere il privilegio e massacrare i proletari che anelano alla loro emancipazione possono essere adoperate contro gli oppressori e [per] la redenzione dei lavoratori tutti.[26]

Parole inutili. Il 10 settembre, a Palazzo Marino, la rivoluzione era stata messa ai voti e rinviata a una occasione più propizia. Ricorda Perelli:

Dopo i primi giorni, ch’io sappia, non siamo più andati in giro per le fabbriche. Il momento era passato. Eh, le cose bisognava farle di slancio. Malatesta insisté fino alla fine, parlando e scrivendo[VI]. Per onor di bandiera, ma non ci credeva più nemmeno lui. Non ci credeva più nessuno. Dopo otto giorni era finito tutto.[27]

E gli anarchici, erano tutti d’accordo con Malatesta?

C’era una diversificazione di attività. Chi faceva il suo giornalino continuava a farlo. Chi discuteva di Nietzsche o di Kropotkin continuava a discuterne. C’era una parte, la parte sindacalizzata del movimento anarchico, che partecipava attivamente anche perché era in fabbrica. Ma gli anarchici come… ideologia erano spezzettati. Ognuno aveva la sua chiesuola.[28]

E l’Usi non era un momento coagulante?

No, l’Usi non aveva mai goduto di troppa considerazione tra gli anarchici. L’Usi, in fondo, era legalitaria, perché il movimento sindacale non esce dalla legalità: devi riconoscere un padrone e lottare con lui sul terreno dei fatti. Non c’era molto slancio verso l’Usi. La si considerava uno strumento per diffondere certe idee, non un organismo capace di far qualcosa. Nell’organismo non si aveva molta fiducia.[29]

Ci fu la sensazione che le masse l’avrebbero pagata?

No, no, no. Il pensiero della «grande paura»? Credo che non li abbia neanche sfiorati. No. A Milano, almeno, andò così. Pochi capirono che si era perduta una grandissima battaglia.[30]

Scrive Gino Cerrito:

L’entusiasmo che animava gli anarchici durante le settimane di occupazione delle fabbriche è perfettamente rispecchiato dalle colonne di Umanità Nova. […] Ma il movimento rimase slegato e quasi isolato località per località; mentre i dirigenti confederali, con il tacito consenso della pavida direzione socialista, coordinavano i loro sforzi con Giolitti per svuotarlo di ogni contenuto rivoluzionario, ostacolando altresì il suo estendersi.

D’altra parte, dopo i primi giorni, il blocco borghese contro l’occupazione si irrigidì e fu evidente che, facendo a meno del credito e dell’organizzazione bancario-commerciale a cui gli stabilimenti erano legati, il movimento non avrebbe resistito a lungo. Anarchici, comunisti, sindacalisti sostenevano in maniera differenziata che, per sopravvivere e trasformarsi in rivoluzione sociale, il moto avrebbe dovuto uscire dalle fabbriche e usufruire della solidarietà coordinata della classe lavoratrice tutta. Sarebbe stata – scriveva allora Malatesta – la rivoluzione meno sanguinosa […].[31]

Tre volte nel dopoguerra, secondo Luigi Fabbri, le istituzioni monarchiche erano state a un pelo dall’esser rovesciate. La prima nel 1919, quando i moti del caroviveri si propagarono in tutta Italia «come una striscia di fuoco», qua e là favoriti anche da elementi militari. La seconda nel 1920, quando la rivolta militare di Ancona provocò uno scompiglio nel governo: allora «una mossa audace sarebbe bastata a far proclamare la repubblica, cui […] era disposta favorevolmente anche una parte della borghesia». La terza fu rappresentata dall’occupazione delle fabbriche, finita la quale il governo avrebbe confessato di non aver mai avuto le forze sufficienti per espugnare «tante fortezze quanti erano gli stabilimenti» dove si erano trincerati gli operai.[32]

L’occupazione fallì e la responsabilità maggiore di questo fallimento fu dei socialisti.

Ma un po’ di responsabilità […] spetta anche agli anarchici, che negli ultimi tempi avevano conquistato un notevole ascendente sulle masse e non seppero utilizzarlo. Essi sapevano, per averlo mille volte detto prima e per averlo ripetuto nel loro congresso a Bologna […], che cosa bisognava fare. Il governo e la magistratura, anzi, credettero proprio che gli anarchici avessero fatto quel lavoro di preparazione che tanto avevano propugnato.[33]

Per questo, quando anche gli operai più ostinati furono costretti a rientrare nei ranghi, la reazione si scatenò. L’abbandono delle fabbriche fu «come il principio della ritirata per un esercito che aveva fino a quel giorno avanzato»[34].

Mentre lo scoraggiamento si propagava nelle file del movimento operaio, il governo riprendeva animo. Una pioggia di perquisizioni e di arresti si abbatté sugli anarchici, che erano in quel momento il gruppo rivoluzionario più aggressivo e meno numeroso[VII]. Quando qualcuno chiese il loro aiuto, i socialisti spalancarono le braccia: che cosa avrebbero potuto fare? Gli anarchici furono lasciati soli. E su quella grande sconfitta del movimento operaio il fascismo costruì il suo regno di violenza e di oppressione[VIII].

NOTE

[I] Nella Giacomelli era il consigliere delegato della società proprietaria del giornale. Il dissenso fu provocato dall’offerta della Giacomelli a Perelli di una percentuale sui crediti da recuperare, offerta che Perelli ritenne incompatibile con l’ideologia anarchica. Sulle dimissioni di Perelli cfr. Umanità Nova, 8 agosto 1920.

[II] L’anarchico Bertolotti, ucciso a ventidue anni dallo scoppio di una bomba caduta accidentalmente da un carrello. (Cfr. Umanità Nova, 16 settembre 1920.)

[III] Fabbriche. «L’Occupazione»: 34 anni fa. Supplemento al n. 29 di Umanità Nova, Roma, settembre 1954, p. 13. «Garino non poteva penetrare nei retroscena segreti e loioleschi di Colombino. La solennità della proposta e dell’occasione lo convinsero a sostenere anche lui questo punto di vista. Molti altri aderirono. Quindi la decisione estrema fu rimandata. Se il convegno avesse insistito nell’occupazione immediata, tutti avrebbero detto che l’Unione sindacale era formata da gente intrattabile, maniaca della scissione.» (A. Borghi, Mezzo secolo cit., p. 249.)

[IV] Un trentennio cit., pp. 41-2. Il manifesto, non firmato, secondo Fabbri era stato scritto da Malatesta. Vedilo, completo, in Umanità Nova, 10 settembre 1920, raccolto in E. Malatesta, Scritti, cit., vol. I, pp. 154-5.

[V] Furono invitati a partecipare alla riunione anche la direzione del partito socialista e il gruppo parlamentare socialista; e a puro titolo consultivo, senza diritto di voto, i rappresentanti dei ferrovieri, dei marittimi, dei portuali, degli impiegati statali e dei postelegrafonici (tutte organizzazioni non confederate).

[VI] «Voi avete» diceva il 14 settembre alle maestranze degli stabilimenti metallurgici Levi e Bologna «iniziata la rivoluzione in Italia. Le passate rivoluzioni avevano cangiato il governo, senza che l’assetto sociale borghese venisse distrutto. Oggi invece gli operai si sono impadroniti dei mezzi di produzione, e per questo fatto nuovo essi hanno iniziato la vera rivoluzione. I padroni, se vorranno mangiare, dovranno lavorare come voi e con voi; il governo è impotente a fermare colla forza bruta la vostra marcia. […] Malgrado le decisioni dei “pompieri”, la causa della rivoluzione non è ancora perduta […].» (Umanità Nova, 16 settembre 1920.) «Se le circostanze v’imporranno di lasciare malgrado tutto le officine» disse il 20 settembre agli operai e alle operaie della Fibra Vulcanizzata di viale Monza «lasciatele con questo sentimento: che per il momento, per l’inettitudine dei vostri dirigenti, siete stati sconfitti, ma che presto riprenderete la lotta, e allora non sarà per ottenere delle concessioni che si risolvono in una mistificazione ma per espropriare definitivamente i vostri sfruttatori […].» («Tutto non è finito!», ibidem, 22 settembre 1920, raccolto in E. Malatesta, Scritti, cit., vol. I, pp. 164-5.)

[VII] Già il 30 settembre, a pochi giorni dall’inizio della restituzione delle fabbriche ai rispettivi proprietari, il guardasigilli Fera, redarguito al senato per la sua «inerzia», rispose: «Procedimenti penali sono stati iniziati dappertutto. A Milano sono già in corso 14 processi per le occupazioni». (Un trentennio cit., p. 45.)

[VIII] L. Fabbri, La controrivoluzione cit., p. 178; G. Cerrito, introd. a E. Malatesta, Scritti scelti, cit. «L’occupazione delle fabbriche e delle terre», scrisse Malatesta nel 1924, «era perfettamente nella nostra linea programmatica. Noi facemmo tutto quello che potevamo, coi giornali e con la nostra azione personale nelle fabbriche, perché il movimento si intensificasse e si generalizzasse e avvertimmo, purtroppo buoni profeti, gli operai di quello che sarebbe successo loro se avessero abbandonato le fabbriche, aiutammo a preparare la resistenza armata, prospettammo la possibilità di fare la rivoluzione quasi senza colpo ferire se solamente si fosse mostrata la decisione di adoperare le armi che si erano accumulate. Non riuscimmo, e il movimento fallì perché noi eravamo troppo pochi e le masse troppo poco preparate. Quando D’Aragona e Giolitti concertarono la burla del controllo operaio, coll’acquiescenza del partito socialista, che allora era diretto dai comunisti, noi gridammo al tradimento e ci prodigammo nelle fabbriche per mettere in guardia gli operai contro l’inganno iniquo. Ma appena fu diramato l’ordine della Confederazione di uscire dalle fabbriche, gli operai docilmente ubbidirono all’ordine quantunque disponessero di possenti mezzi militari per la resistenza. La paura in ciascuna fabbrica di restare soli a combattere e le difficoltà di assicurare l’alimentazione dei vari presidii indussero tutti alla resa, malgrado l’opposizione dei singoli anarchici sparsi per le fabbriche. Confederazione e partito socialista, comunisti compresi, si misero contro e tutto doveva finire con la vittoria dei padroni.» (Pensiero e volontà, 1° aprile 1924, cit. in S. ARCANGELI, Errico Malatesta e il comunismo anarchico italiano, Milano, Jaca Book, 1972, p. 134.)

~

[1] Interv. Perelli, 10 maggio 1973.

[2] Umanità Nova, 1° settembre 1920.

[3] Interv. Perelli, 10 maggio 1973.

[4] Interv. Quaglino, 21 luglio 1973.

[5] Interv. Perelli, 10 maggio 1973.

[6] «L’opinione di Fabbri (Da un articolo del settembre 1920)», in Umanità Nova, settembre 1954, suppl. al n. 39, pp. 8-9.

[7] Umanità Nova, 3 settembre 1920, cit. in G. Bosio, op. cit., p. 57.

[8] Interv. Quaglino, 21 luglio 1973.

[9] Interv. Perelli, 12 novembre 1974.

[10] Interv. Quaglino, 21 luglio 1973.

[11] E. Malatesta, Scritti, cit., vol. I, p. 17.

[12] Interv. Perelli, 12 novembre 1974.

[13] G. Bosio, op. cit., p. 57.

[14] Umanità Nova, 4 settembre 1920, cit. in S. ARCANGELI, Errico Malatesta e il comunismo anarchico italiano, Milano, Jaca Book, 1972, p. 133.

[15] G. Bosio, op. cit., p. 57.

[16] Ivi, pp. 57-8.

[17] Umanità Nova, 7 settembre 1920, cit. in S. Arcangeli, op. cit., p. 133.

[18] G. Bosio, op. cit., p. 53.

[19] Ivi, p. 57.

[20] Ivi, p. 59.

[21] Interv. Perelli, 10 maggio 1973.

[22] S. Arcangeli, op. cit., p. 132.

[23] Umanità Nova, 8 settembre 1920.

[24] G. Bosio, op. cit., p. 59.

[25] Ibid.

[26] Umanità Nova, 11 settembre 1920.

[27] Interv. Perelli, 12 novembre 1974.

[28] Ibid.

[29] Ibid.

[30] Ibid.

[31] G. Cerrito, introd. a E. Malatesta, Scritti scelti, cit., p. 55.

[32] L. Fabbri, La contro-rivoluzione preventiva, cit., pp. 175-6.

[33] Ivi, p. 177.

[34] Ivi, p. 178.

Non credo ci sia bisogno di credere in dio per avere fede

Cose in cui credo anche se non so dimostrarle razionalmente e nonostante i tentativi di dimostrarle razionalmente che ho conosciuto fin qui non mi convincano…

  • Credo, abbastanza fortemente, di esistere. Potrebbe anche essere che no: non posso dimostrarlo a voialtri e nessuno ha mai dimostrato in un modo che mi convincesse di esistere, né che io esista, se per questo; ma credo di esistere – e però già questo è un atto di fede.
  • Credo, abbastanza fortemente, che questo mondo esista. Potrebbe anche essere che no: per esempio, potrebbe essere che in realtà sono da sempre collegato a una macchina per la “realtà virtuale” e quindi questo mondo, che reputo reale, sia in realtà una simulazione, però io lo credo vero, anche perché si potrebbe dubitare dell’esistenza di qualsiasi altro mondo: metti che questo mondo qui sia una simulazione e voi non esistiate, ecc., ecc., e io a un certo punto però vengo disconnesso dalla simulazione e un tizio mi dice “Ecco, ti ho disconnesso dalla simulazione in cui sei stato immerso tutta la vita, benvenuto nella realtà reale”: come farebbe a dimostrarmi la veridicità di quella “realtà reale”? E allora tanto vale che io creda che questo mondo qui, esista – però già questo è un atto di fede.
  • Credo, abbastanza fortemente, che il libero arbitrio, in qualche misura, esista. Potrebbe anche essere che no: per esempio, potrebbe essere che date le premesse universali di questo momento qui – la configurazione attuale del tutto, compresa la configurazione dei miei neuroni sinapsi ecc. – il tutto, me compreso, tra due minuti non potrà che essere quel che sarà tra due minuti; ma credo invece che potrà anche essere diversamente, in parte (una minimissima parte, certo, però esistente) anche in ragione delle scelte che farò in questi due minuti… che son già passati, mannaggia… e pure questo, comunque, è un atto di fede.
  • Credo, abbastanza fortemente, che si potrebbe star meglio a questo mondo, credo nel comunismo anarchico – e pure questo è un atto di fede.

Non credo ci sia bisogno di credere in dio per avere fede.