Il post precedente è una cagata

Mi riferisco a questo. Poi ci ho pensato ancora su e alla fine credo che in realtà insomma, proprio sul piano dell’immaginario, la cosa di dire agli oppressi «porgete sempre l’altra guancia», «amate i vostri nemici», ecc., negandoci non solo la possibilità di rispondere con violenza (cosa a volte necessaria) alla violenza su cui lo sfruttamento si fonda, ma persino quella di difenderci o scappare, e al contempo riservando esclusivamente a sé la possibilità di agirla, di agire «per conto del padre» una violenza enorme, “apocalittica”, somiglia molto più a ciò che poi storicamente il cristianesimo è stato di gran lunga prevalentemente, per esempio con le crociate e i colonialismi più genocidi della storia: se spingi gli oppressi a subire la violenza degli oppressori riduci il conflitto sociale “di classe” interno a ogni società, che potrebbe portare a maggiore eguaglianza; e se al contempo legittimi solo la violenza apocalittica “del padre”, o “tua per conto del padre”, consegni a papi e re la possibilità di dirottare il risentimento che inevitabilmente monterà negli oppressi, quanto più si sforzeranno di attenersi al precetto di subire la violenza degli oppressori, partecipando da soldati alle guerre contro gli oppressi di qualche altro territorio, o comunque appoggiandole; come probabilmente accadrà di nuovo.

Salvarsi

Diversamente da René Girard credo che il desiderio non sia solo e nemmeno prevalentemente mimetico, ma principalmente innato, e d’altro canto non importa che origini abbia perché determini in un gruppo sociale rivalità crescenti, secondo dinamiche spesso molto meno schematiche rispetto a quella tratteggiata da lui, ma ugualmente distruttive; credo però abbia parecchia ragione sul ruolo fondativo e rifondativo, all’interno di ogni società, della dinamica sacrificale del “tutti contro uno”, o del “tanti contro pochi”, sempre i più fragili.

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Alcune tesi sul Municipalismo Libertario – Murray Bookchin, 1984

Da Anarchy: A Journal of Desire Armed,
N. 13, autunno/inverno 1986
.
Traduzione parziale, ancora in corso,
del testo come pubblicato qui.

Storicamente, teoria e pratica sociale radicale si sono focalizzate su due aree dell’attività sociale umana: il posto di lavoro e la comunità. A cominciare dagli albori dello Stato-Nazione e poi con la Rivoluzione Industriale, l’economia ha acquisito una posizione predominante rispetto alla comunità non solo nell’ideologia capitalista, ma anche nei vari socialismi, libertari e autoritari, che emersero all’inizio del secolo scorso. Lo spostamento da un’enfasi etica a una economica sul socialismo è un problema di vaste proporzioni che è stato ampiamente discusso. Ciò che è più rilevante per il tema che stiamo trattando ora è che gli stessi socialismi acquisirono presto inquietanti tratti borghesi, uno sviluppo che si rivela nel modo più evidente nella visione Marxiana secondo cui l’emancipazione umana si ottiene attraverso il dominio sulla natura, un progetto storico che avrebbe richiesto il “dominio dell’uomo sull’uomo”, secondo la spiegazione Marxiana e borghese dell’emergere di una società divisa in classi come “precondizione” dell’emancipazione umana.

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“Hotspot Wi-Fi” di Android fa rete locale tra i dispositivi connessi

Probabilmente moltu sanno che Android ha una funzione “Hotspot Wi-Fi” (sul mio cell con Android GO 12 si può attivare e disattivare da “Impostazioni” > “Rete e Internet” > “Hotspot e tethering” > “Hotspot Wi-Fi”) che tipicamente viene impiegata per usare da altri dispositivi la connessione dati a internet del dispositivo su cui viene attivata.

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Come salvare “il mondo” e farne uno tanto migliore

Quando si considera qualsiasi conflitto, frizione, attrito, che sia passato o in divenire, tra due o più esseri umani, o tra due o più gruppi di esseri umani, quanto più indietro si va a cercarne “colpe” o responsabilità, tanto più difficile e poi impossibile diventa definirne.

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Da una chiacchierata tra Primo Moroni e Ivan Della Mea: la forza terribile del patriarcato

[Due brani da una lunga chiacchierata tra Primo Moroni e Ivan Della Mea, da una registrazione effettuata il 5 novembre 1993 da Ivan Della Mea]

Primo Moroni: Quella manifestazione del ’62 era proprio per Cuba.

Ivan Della Mea: Sì, esatto, la prima. Ci sono parecchi elementi, perché è stata la prima manifestazione in piazza Duomo delle tre confederazioni sindacali per la pace.

Primo Moroni: Poi, tempo dopo, c’è stato anche un comizio nostro, di comunisti, in piazza Santo Stefano, contro l’attacco americano alla Baia dei Porci a Cuba. Lì abbiamo lanciato il corteo e a tutti dicevamo «Noi il corteo lo facciamo lo stesso anche se non abbiamo l’autorizzazione». Ma all’altezza di via Tommaso Grossi…

Ivan Della Mea: È stato come infilarsi in un cul de sac. Tutte le volte che c’era una manifestazione e il corteo andava a infilarsi in Tommaso Grossi per sfondare in piazza della Scala a me venivano i brividi. È sempre stata una trappola.

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“Tequila” mon amour

Una foto a colori, in formato 4:3, che ritrae da sopra il muso e il tartufo e, più sotto, la zampa sinistra di Tequila, una cana bellissima che sta molto spesso in un cortile ampio dietro un cancello di ferro abbastanza arrugginito. Nella foto, infatti, il muso e la zampa di Tequila spuntano da un'apertura in fondo al cancello, e di Tequila non si vede altro.

Sarà stato un annetto fa, una mattina mi alzo e vado a comprare bombolette spray nei colori bianco, rosso, grigio e nero. Sono i colori che mi servono per restaurare il murale “Corvetto antifascista” all’angolo tra Via Barzoni e Piazza Gabriele Rosa (“gabrirosa”), e quello “Abd El Salam vive nelle lotte”, che i VolksWriterz fecero ormai credo una decina di anni fa nel quartiere in cui abito da sempre, a Milano, coprendo con i colori originali dello sfondo le cinque o sei svastiche, di cui una a sfregio sul ritratto del volto di Abd El Salam, che qualche imbecille gli aveva fatto sopra ormai almeno mezz’anno prima; e così subito dopo faccio, in pieno giorno, verso le 11, perché valuto che sia una cosa troppo lunga perché il rischio sia minore facendola alle prime luci dell’alba, o di notte.

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Racconto ottimista

Un aereo di medie dimensioni, con a bordo una trentina di persone, ha un’avaria. Il pilota riesce a fare un atterraggio di emergenza in un deserto, si salvano tutti. Ci sono un po’ d’acqua e di cibo sull’aereo, e un po’ ne hanno con sé alcuni dei passeggeri. Parlando tra loro realizzano ben presto che il cibo che hanno nell’insieme, se lo spartissero equamente, basterebbe per tutti sia per aspettare i soccorsi, che arriveranno tra tre giorni, sia per arrivare al centro abitato e rifornito più vicino; ma l’acqua, anche se la dessero tutta a uno solo tra loro, non gli basterebbe per arrivare al paesino, e per restare vivi fino all’arrivo dei soccorsi basterebbe solo se la spartissero tutta tra una decina di persone al massimo, e le altre accettassero di non berne e quindi di morire prima. Il pilota ha una pistola e cento pallottole. Gino, che ha novant’anni, dice: «Facciamo così: l’acqua la spartiscono equamente tra loro le dieci persone più giovani, e ciascuna delle altre venti si spara in testa». Alla fine, dopo un po’ di discussione, fanno così.

Citazioni da «La vita inaspettata» di Telmo Pievani, e una piccola critica

Da La vita inaspettata,
di Telmo Pievani


Oggi su quegli altri quattro quinti della storia della vita sappiamo molto di più. Ma il messaggio che ci restituisce il tempo profondo è spiazzante, perché scopriamo anzitutto che l’evoluzione nelle sue prime fasi ha probabilmente preferito molto più l’associazione della competizione.

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L’ultimo capitolo di “L’alba di tutto” di Graeber e Wengrow

— English version here

Da L’alba di tutto, di David Graeber e David Wengrow

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Conclusione
L’alba di ogni cosa

Questo libro è iniziato con un appello a porre domande più efficaci. Abbiamo cominciato osservando che indagare sulle origini della disuguaglianza significa necessariamente creare un mito, una caduta in disgrazia, una trasposizione dei primi capitoli della Genesi, che nelle versioni contemporanee prende la forma di una narrazione mitica, spogliata di qualunque prospettiva di redenzione. In questi resoconti, il massimo che noi esseri umani possiamo augurarci è qualche piccolo miglioramento della nostra condizione intrinsecamente squallida e, si spera, un’azione drastica per impedire qualsiasi imminente disastro assoluto. L’unica altra teoria disponibile finora è l’ipotesi che la disuguaglianza non abbia origini, perché gli esseri umani sono, per natura, creature aggressive e i nostri esordi furono infelici e violenti; nel qual caso il «progresso» o la «civiltà», stimolati in gran parte dalla nostra indole egoista e competitiva, furono essi stessi capaci di redenzione. Questa idea gode dell’approvazione dei miliardari, ma non convince nessun altro, compresi gli scienziati, consapevoli che non rispecchia i fatti.

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