For an anarchic International (an approximate manifesto)

Thursday, May 5, 2022

(last modified on
Thursday, July 14, 2022:
minor changes)

The pandemic of covid and its variations, that as of today directly caused more than 6 millions deaths in the world, and indirectly caused more than 15 millions, is for the most part a consequence of the environmental devastation caused by capitalist exploitation of the whole living [1] [2] [3], and of the material and cultural misery it determines and pursues.

The onset of new pandemics and their increasing frequency were foreseen by many scientists (see the previous links). Nonetheless, even in the richest countries, the pandemic stroke after a long period during which nothing was done by those who could do the most to reduce the risk that those predictions foresaw; instead, they weakened further the public health systems (the italian one, for example, had undergone massive cuts during the previous ten years, which were made by institutional right, center, left parties to almost identical extents: see [1] and [2]).

The anti-covid vaccines which are currently disposable in the richest countries do work: they are statistically very effective in preserving people who accept to get vaccinated from getting ill, although they provide a rather brief cover. But, despite the fact their development was financed to a great extent by rich states with money from tax payers, these same states in developed countries buy them at a price per dose that is up to 24 times its cost of production, while the states where the large majority of the people of the world lives can’t afford to buy them and the bosses of pharmaceutical multinationals producing them don’t remise, not even temporarily, to the related patents, and don’t publish the know-how that’s necessary to build the machines to produce them, nor are they disposable to help in building these machines and to train the people who could use them within less rich and poor countries.

This way, the covid and variants pandemic will never be defeated, and other, new pandemics will happen more and more frequently.
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A coloro che verranno dopo di nuovo

Caro Bertoldo, mi viene da ripetere oggi queste tue parole perché il comunismo possibile si chiama anarchia.

Eppure lo sappiamo:
anche l’odio contro la bassezza
stravolge il viso.
Anche l’ira per l’ingiustizia
fa roca la voce. Oh, noi
che abbiamo voluto apprestare il terreno alla gentilezza,
noi non si poté essere gentili.

Ma voi, quando sarà venuta l’ora
che all’uomo un aiuto sia l’uomo,
pensate a noi
con indulgenza.

(Bertolt Brecht, A coloro che verranno dopo)

(Ugly in the morning, Faith no more)

Andrea Pazienza - Una tavola da “Gli ultimi giorni di Pompeo” - Una persona in armi da kendo e sopra la sua testa questa scritta «Esistono persone al mondo, poche per fortuna, che credono di poter barattare una intera via crucis con una stretta di mano, o una visita ad un museo, e che si approfittano della vostra confusione per passare un colpo di spugna su un milione di frasi, e miliardi di parole d’amore...»
Andrea Pazienza – Una tavola da “Gli ultimi giorni di Pompeo” – Una persona in armi da kendo e sopra la sua testa questa scritta «Esistono persone al mondo, poche per fortuna, che credono di poter barattare una intera via crucis con una stretta di mano, o una visita ad un museo, e che si approfittano della vostra confusione per passare un colpo di spugna su un milione di frasi, e miliardi di parole d’amore…»

RUSSIA – Anarchists against the invasion of Ukraine

Da CrimethInc.

INTRODUCTION

On February 23, immediately after the Russian military invaded Ukraine, photographs reached us of two lone Russian anarchists standing by themselves in downtown Moscow, holding signs. One sign read “No troops to Donbas”. They were swiftly arrested by riot police.
By the next day, thousands of Russians had followed their example, coming into the streets of dozens of Russian cities to protest the war at great risk to themselves. Many of them were arrested. In Moscow, one group of anarchists marched repeatedly with a banner reading “Peace for Ukraine – Freedom for Russia” on the night of February 24. Even after police dispersed the main demonstration, making a large number of arrests, this group of anarchists regrouped and marched again until the police charged and arrested them as well.

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UKRAINE – Background on the Russian Invasion

Da CrimethInc.

INTRODUCTION

The Russian invasion poses thorny questions for anarchists. How do we oppose Russian military aggression without simply playing into the agenda of the United States and other governments? How do we continue to oppose Ukrainian capitalists and fascists without helping the Russian government to craft a narrative to justify direct or indirect intervention? How do we prioritize both the lives and the freedom of ordinary people in Ukraine and the neighboring countries?
And what if war is not the only danger here? How do we avoid reducing our movements to subsidiaries of statist forces without winding up irrelevant in a time of escalating conflict? How do we continue to organize against all forms of oppression even in the midst of war, without adopting the same logic as state militaries?
If anarchists are going to work alongside statist groups – as has already occurred in Rojava and elsewhere – that makes it all the more important to articulate a critique of state power and to develop a nuanced framework by which to evaluate the results of such experiments.

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Sabotiamo la guerra innescando l’Internazionale

Editoriale del numero 4 della rivista BEZMOTIVNY, uscito a febbraio 2022 e dedicato alla crisi ucraina.


Quando i lettori avranno tra le mani queste righe la crisi in Ucraina potrebbe aver raggiunto il parossismo ed essersi scatenata nella sua drammatica precipitazione. O forse no. Alcuni passaggi potrebbero essere stati superati o smentiti dai fatti, o ancora in attesa di verifica. Non siamo preoccupati per un’eventuale inattualità di quanto stiamo scrivendo, giacché queste parole non possono che essere inattuali. Di fronte alla guerra l’anarchismo ha sempre mantenuto la stessa posizione che fu di Bakunin sin dai tempi del conflitto francoprussiano e della Comune. Conviene dunque partire dalle ovvietà.

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Cani e gatti sciolti, il mio ricordo di Genova G8 2001

Antefatto: ero ancora in analisi, dal ’96 mi pare: 4 incontri a settimana. Avevo 25 anni, ora ne ho 45. Avevo detto alla mia analista che con un amico, F., sarei andato a Genova per partecipare alle manifestazioni contro il G8. L’intenzione era di andare il 19 luglio, il giorno del corteo dei migranti, e fare 19, 20 e 21. Non ricordo cosa disse lei di questo progetto, probabilmente niente (facevo analisi “classica”, “freudiana”, steso sul lettino con lei alle spalle, spessissimo non diceva niente su quel che dicevo e raccontavo), ma quando le chiesi esplicitamente “Lei ci sarà?” mi rispose “Ah io no!” con un tono da “Fossi matta!” che mi dette fastidio. Tempo dopo seppi che suo marito, anche lui analista freudiano, col quale lei condivideva appartamento e studio nello stesso palazzo, era andato a Genova con un gruppo organizzato di psicologi, anche con pazienti mi pare.

Non ricordo per che motivo, non partiamo il 19 mattina ma la mattina seguente, il 20. Il corteo dei migranti del 19 è stato bello partecipato e tranquillo, e noi siamo abbastanza tranquilli. Del viaggio di andata ricordo solo che col mio amico ci sedemmo per caso in un vagone su cui la maggioranza delle persone erano del centro sociale Vittoria, che allora (forse anche adesso) stava in via Muratori a Milano. Ricordo che a un certo punto un compagno del Vittoria ci dette delle mascherine leggere, tipo le FFP1 di adesso, “per difendervi dai gas, facile che ci saranno”. Per il resto situazione nostra, mia e del mio amico, che mi pare di ricordare un po’ tesa, emozionata, ma in chiave di presa bene.
Il treno viene fermato prima della stazione di destinazione, non ricordo con che motivazione. Scendiamo a questa stazioncina di periferia genovese già tuttə un pochetto più in tensione per via di questo imprevisto. Io e il mio amico aiutiamo altri a portare confezioni da 6 di bottiglie d’acqua. Prendiamo un autobus e l’autista ci fa scendere vicino a piazzale Kennedy. Girelliamo lì intorno, soprattutto intorno e dentro piazza Rossetti, dove ci sono vari stand tra cui alcuni di Rifondazione Comunista. Ricordi vari. Una mucca di agricoltori francesi nel pratino della piazza, dico al mio amico che mi ricorda la mucca allucinatoria che vede uno dei personaggi de L’odio di Kassovitz, ridiamo. Un ragazzo in fuga da un manipolo di rifondaroli incazzati, io e il mio amico appoggiati a delle transenne, il ragazzo corre nella nostra direzione, qualcuno dal manipolo grida “Bloccatelo, non fatelo passare!”, noi vediamo che sono tipo 10 contro 1, spostiamo una transenna e lasciamo passare il ragazzo, inseguito ancora da 2 o 3 del manipolo se li lascia sempre più abbondantemente dietro, gli altri del manipolo si fermano da noi, “Stronzi quello ha fatto…” non ricordo cosa, “Be’ noi abbiamo visto che eravate 10 contro 1” dico, il mio amico che studia psicologia accenna un discorso sulla psicologia delle masse, dopo poco il manipolo se ne va. Riprendiamo a girellare. Ci spostiamo all’inizio di via Rimassa. Lì ci sono 4 o 5 tizi tutti vestiti di nero che cercano di svellere delle assi messe davanti a dei negozi. Qualche fotografo fotografa. Qualcuno da lontano gli urla “Ma che fate? Smettetela!”. Noi proseguiamo un po’ lungo via Rimassa, ma a un certo punto torniamo indietro perché più avanti vediamo in lontananza del fumo e un fotografo ci dice che “C’è casino”. Torniamo a piazza Rossetti, dove la situazione pare più tranquilla, ma poco dopo vediamo che un sacco di polizia si schiera, uomini in fila e qualche tank di quelli blu, davanti alla rotonda 9 novembre. Un po’ di gente si siede davanti allo schieramento, a una ventina di metri. Ci sediamo anche noi. Ci sono 2 o tre giocolieri che, qualche passo più avanti, giocolierano. Uno prende una buccia di banana e la mette un po’ più avanti, come a dire “Se partite occhio che scivolate” ai poliziotti, noi ridiamo. Poco dopo parte la carica, i tank un po’ più veloci della corsa dei poliziotti appiedati, qualcuno dice “Non spostiamoci!”, chi prima chi dopo ci spostiamo tuttə perché questi non sembrano avere la minima intenzione di fermarsi; per un po’, con altrə, corriamo insieme ai poliziotti appiedati dietro ai tank, gridando insulti vari, stanno correndo, tank e poliziotti, verso gli ingressi a piazzale Kennedy e piazzale Cavalieri di Vittorio Veneto, dove sono più o meno asserragliate un sacco ma un sacco di persone di varie realtà (tra le quali mi pare Cobas, o qualche altra sigla sindacale), io mando un bacio d’odio a un poliziotto che mi sta guardando, “Bravo sei fortissimo!” gli grido con ironia rabbiosa. Dopo un po’ questi ci lasciano indietro. Da lontano vediamo che han sfondato gli ingressi dei due piazzali. “Sono pazzi!” ci diciamo. Fumo di lacrimogeni dentro. Un fottio di gente. Elicotteri sopra la testa. Chi riesce sciama, esce dal piazzale. I poliziotti menano. Ci allontaniamo, torniamo dentro piazza Rossetti, giriamo un po’ lì, scambiamo qualche parola con chi è lì, poi proseguiamo verso l’interno di Genova, probabilmente per via Finocchiaro Aprile, o per via Magnaghi. I ricordi si diradano. Camminiamo un sacco, situazione abbastanza tranquilla, dopo un po’ più tranquilli anche noi. Vediamo vie chiuse da alti sbarramenti di metallo, altre da container. Incontriamo gente di Genova che non riesce a tornare alle proprie case. Vari gruppi di manifestantə sparsə, alcunə di uno di questi gruppi ci danno qualcosa da mangiare e da bere (del formaggio, del pane e due birre mi pare). A un certo punto ci troviamo davanti alla stazione Brignole. Passiamo tra un container e il muro e entriamo in piazza Verdi. Pochissima gente. Sulla sinistra della stazione ci sono dei container, andiamo verso i container pensando di riuscire a passare anche lì e proseguire poi verso sinistra, sperando di trovare un qualche corteo cui unirci, ma non sappiamo bene dove stiamo andando. Arrivati a una decina di metri dai container vediamo che c’è un manipolo di poliziotti lì dietro. Ci vedono, ormai ci han visti, ci pensiamo fottuti, ma paiono “tranquilli”, niente caschi addosso, sembra cazzeggino tra loro. Decidiamo che se svoltassimo e ce ne andassimo sarebbe più pericoloso, e quindi di proseguire verso di loro e, se ci chiedono qualcosa, di dirgli che vogliamo solo passare per unirci a qualche corteo pacifico. Quello che sembra il capo ci ferma, ci prende in giro, “Dove pensate di andare?”, “Stiamo cercando di unirci a un corteo pacifico”, un suo sottoposto enorme si mette di fronte a noi e ci sbraita in faccia “Nun ce dovevate venì qui perché ve ce ammazziamo! Ve ce ammazziamo!”, il capo ordina a un altro suo sottoposto di portarci dietro uno dei container e perquisirci, andiamo col sottoposto che nel frattempo estrae il manganello e agitandolo, una volta che siam fermi dietro il container, ci intima di togliere gli zaini e svuotarli davanti a lui. Eseguiamo, piuttosto impauriti, ma riusciamo a dire che non c’è bisogno del manganello, lui si indurisce di più, ci tratta sempre peggio. Svuoto il mio zaino prima del mio amico. Ne esce la mascherina datami dal compagno del Vittoria sul treno. “E questa che cazzo è?” urla il poliziotto e mi tira una manganellata sul ginocchio. Non fa molto male ma mi spaventa un po’ di più. “Prendila!”, mi piego di nuovo, la prendo, mi rimetto dritto, manganellata sul polso, “CHE CAZZO È QUESTA?”, gridando più forte, “È una mascherina da bricolage che ci han dato sul treno per difenderci dai lacrimogeni”, e poi non ricordo bene ma diciamo che parlando con odiata deferenza al poliziotto quello alla fine ci molla e ci lascia pure passare. Passiamo. Io un po’ sotto per quel che è successo. Altri giri in giro, molta più gente ora. A un certo punto ci troviamo davanti a un ponte sul torrente Bisagno. Sul ponte ci sono poliziotti e tank. All’inizio del ponte un bel po’ di gente sta mettendo in piedi barricate. Ricordo due freakkettoni psichedelici che suonano dei bonghetti intanto, con aria divertita, e un monaco buddista di rosso vestito che passa. Noi stiamo nei dintorni, indecisi se prendere parte alla costruzione della barricata o allontanarci, a un certo punto un ragazzo con una maglietta legata intorno alla bocca, che sta andando verso la barricata, ci incalza dicendo che “Hanno ammazzato un ragazzo, dobbiamo fargliela pagare”, e prosegue. Io ho un momento di profondissimo sconforto. Mi siedo sul marciapiede. “Che cazzo vuol dire che hanno ammazzato un ragazzo, che senso ha? Che senso ha?”. Non ho una reazione di rabbia, ho sul momento una reazione di annichilimento. Il mio amico mi si siede a fianco, “Cerchiamo di capire meglio cos’è successo” mi dice, ci rialziamo, cerchiamo di parlare con qualcunə intorno ma poco dopo parte la carica della polizia, tank e poliziotti, dal ponte, scappiamo con altrə, scappiamo scappiamo inseguiti dai tank e dai poliziotti, per viuzze strette, tutte in salita, vediamo qualcunə che non ce la fa più a correre scavalcare cancelli per entrare in cortili, continuiamo a correre, quelli sempre dietro, finché dopo un po’ non li vediamo più. Siamo con un gruppo di ragazzə giovanə, siamo contenti di averla scampata, ridiamo e parliamo un po’ con loro. Poi cerchiamo di tornare da dove siamo partiti, torniamo verso il mare e arriviamo di nuovo a piazza Rossetti, dove la situazione ora pare tranquilla, entriamo in piazzale Kennedy-Cavalieri di Vittorio Veneto dove ora c’è molta meno gente, rispetto alla mattina, ma comunque ce n’è un bel po’, incontriamo un amico che è in comunità da Don Gallo ed è lì con un gruppo suo, di Don Gallo, ci facciamo le feste, c’è una banca che brucia su corso Marconi, commentiamo, “Che delirio!”, ridiamo, “Ma dai insomma stiamo bene, ma il ragazzo che è morto?”, ci dice M. il nostro amico che forse è un punkabbestia, non sa bene nemmeno lui, non si sa bene, “Porco dio, che merde, che merde!”, arrivano i pompieri spengono l’incendio, con il nostro amico M. ci salutiamo, continuiamo a girare in piazzale Kennedy-Veneto, c’è il concerto di Manu Chao, a un certo punto – non ricordo se prima o dopo il concerto – c’è questa cosa allucinante, nel piazzale montano una specie di gazebone bianco, luci forti accese puntate sullo spazio sotto il gazebone, telecamere, parte una diretta di Gad Lerner che vuole fare tipo il punto della situazione, personaggi vari che non so, non ricordo se ne conoscessi riconoscessi, c’è una contestazione in diretta di alcune ragazze, noi le sosteniamo, gridiamo “Siete assurdi!” e altro, è tutto assurdo, questi in doppiopetto calati da chissà dove a pretendere di fare il punto della situazione, ce ne andiamo, torniamo in strada davanti a piazza Rossetti, c’è un assurdo divertente passarci a calci una bottiglia d’acqua mezza vuota con altrə per almeno un’oretta, è notte, sarà tipo l’una, proviamo a dormire, ci stendiamo nel prato di piazza Rossetti, io non riesco a chiudere occhio, il mio amico si, a un certo punto partono gli innaffiatori automatici del prato, svegliano di soprassalto i dormienti, le dormienti, dico al mio amico un po’ impanicato da quel risveglio che sono gli idranti della polizia, ridacchiamo, tuttə ci spostiamo dal prato, non ricordo poi bene. Del 21 mattina non ricordo niente, mi sa che è lì che son riuscito a dormire un po’, il mio amico credo abbia continuato, ricordo a un certo punto siam riusciti a mangiare qualcosa, boh. Più tardi c’è il corteo del 21. Andiamo sul lungomare, risaliamo lungo corso Italia insomma, in controsenso rispetto al corteo che sta scendendo, lo risaliamo un po’, la situazione sembra tranquilla, a parte gli onnipresenti elicotteri, manifestantə pacifichə gridano “Assassini!, Assassini!” un po’ al vento un po’ agli elicotteri, anche noi. Incontriamo un mio amico che da poco è uscito dai disobbedienti, scambiamo un abbraccio e due parole, ci salutiamo, poco dopo la situazione si intesisce di nuovo, gira voce che più avanti, ovvero più indietro nel corteo, stiano menando, invertiamo rotta, cominciamo a ridiscendere lungo corso Italia, svelti sempre più svelti, e più avanti vediamo in lontananza, di nuovo davanti alla rotonda 9 novembre, un botto, ma un botto di polizia schierata con tank camionette ecc. Alle nostre spalle ormai è il panico, davanti un botto di polizia e cominciano a lanciare i primi lacrimogeni, è chiaro che vogliono spezzare il corteo, tiriamo dritti verso lì, partecipiamo un po’ al tentativo di resistere, tiriamo indietro qualche lacrimogeno a calci, coperti con le magliette intorno alla bocca a tratti, a tratti anche no, respiriamo un sacco di lacrimogeno, ci spremiamo limoni sul volto passiamo limoni, un gruppo sta sfondando quel che resta delle vetrine della banca data alle fiamme il giorno prima, parte la carica che spezzerà il corteo, scappiamo verso il centro, ci perdiamo!, io e il mio amico, non lo vedo più, io o lui non abbiamo cellulare, forse nessuno dei due, il resto è fuga e fuga verso nord, quando la situazione torna un po’ più tranquilla (niente sbirri niente tank con gli idranti alle calcagna) faccio amicizia con uno un po’ sperso come me, con lui poi ci aggreghiamo a un gruppo, non ricordo bene come alla fine riusciamo a prendere un treno e tornare a Milano, non ricordo se col mio amico ci sentiamo già quella sera per telefono o il giorno dopo.

Riuscii a piangere per la morte di Carlo Giuliani solo a partire da una settimana dopo, ascoltando una poesia che aveva scritto dedicata ai suoi genitori, in un video che non ricordo più come si intitolasse né di chi fosse, e poi ancora in altre occasioni, e mi capita ancora, ogni anno, in questi giorni, che mi vengano i lucciconi.

Ciao “comunismo”, buon ritorno comunismo: anarchia

Questo post che ho letto sulla Indymedia Time Machine mi pare una discendenza diretta, in parte un ricalco, dell’eterna diatriba tra l’anarchismo migliore e il “comunismo” migliore. Tagliandola un po’ con l’accetta, ma forse neanche tanto… L’anarchismo migliore è comunista: è la convinzione che tutt* potremmo vivere evitando le deleterie concentrazioni di risorse-e-potere che devastano l’umanità e il pianeta, sapendo che la concentrazione di potere diventa automaticamente anche concentrazione di risorse e viceversa (e sapendo che ogni concentrazione di risorse è concentrazione di potere, e viceversa). L’anarchismo è il comunismo completo, il “comunismo” è comunismo a metà, per ragioni che vorrebbe “strategiche”: si pose come “strategicamente più avveduto” dell’anarchismo sostenendo che la presa del potere (quindi la contraddizione della sua concentrazione nelle mani di qualcuno, nella fattispecie “il proletariato”, poi “la classe operaia”) sarebbe stata una fase strategicamente necessaria per instaurare il comunismo delle risorse e poi quello del potere. Non è andata così manco per niente, e non sarebbe andata così manco per niente neanche se il “comunismo” avesse preso il potere in tutti i paesi nel mondo. Il “comunismo” è comunismo a metà, e il comunismo delle risorse senza comunismo del potere non funziona (crolla, o diventa una concentrazione delle risorse pari a quella capitalista, e del potere forse anche di più). Funziona già di più, laddove lo si pratica e nonostante sia ancora tanto, tantissimo più minoritario del “comunismo” a metà, l’anarchismo, ovvero il comunismo reale, il comunismo di risorse-e-potere. Per come la vedo io, ora la situazione richiederebbe una Internazionale anarchica, combattere per fermare la morte dilagante per ipersfruttamento di tutto il vivente e durante e poi praticare l’anarchia, il comunismo di risorse-e-potere, il comunismo reale, in tutti i paesi.

Lo shiatsu e la rivoluzione

A me il trattamento shiatsu che mi fa una mia amica che per impararlo ha fatto un corso di tre anni fa un sacco bene. E’ il fatto di esser palpugnato, certo, ma anche, mi sembra, che con le sue mani, ginocchia, gomiti, schiaccia, a volte in profondità, dei punti in cui accumulo tensione muscolare, probabilmente di origine prevalentemente psichica, senza neanche accorgermene; a volte anche provocandomi un po’ di dolore iniziale, finché il corpo oppone resistenza. Mi sembra che rispetto alla resistenza lei stia molto attenta al respiro: prova a premere un po’ di più solo mentre espiro, sente la reazione della parte che sta premendo (se resta tesa, immagino) e vede un po’ anche quella del mio corpo in generale (se smetto di espirare, se sposto un po’ la parte, e tant’altro), e decide se e quanto affondare di più alla successiva mia espirazione. L’idea che mi son fatto è che sciolga, almeno per un po’, le tensioni muscolari lì dove si accumulano. Poi, noto che per un po’ (un paio di giorni) penso meno, o meno freneticamente, in particolare alle piccole e grandi violenze e oppressioni in cui siamo immersi, e forse le noto anche meno, probabilmente perché il trattamento mette in circolo endorfine, o simili; e noto di più le cose belle, gentili, che pure continuano a esserci, un pochino. Così poi pian piano mi torna la voglia di uccidere i prepotenti, di fare la rivoluzione, e la tensione ricomincia ad accumularsi, e mi resta la domanda: dove la metteremo, poi, la nostra “parte cattiva”, competitiva, ecc., ecc.? Basteranno l’arte, la catarsi in fiction sempre più interagibili, l’autocontrollo per consapevolezza culturale? Be’, quando la reprimeremo in noi, per autocontrollo, accumulando via via tensione, anche lo shiatsu potrà aiutarci, penso.

Gesù e me

[Ultima modifica: martedì 17 maggio, 15:20]

Dal vangelo secondo Matteo

«Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra; e a chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà a fare un miglio, tu fanne con lui due. […] Allora Pietro gli si avvicinò e gli disse: “Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?”. E Gesù gli rispose: “Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette.»

Dalla mia testa

Allora Pietro gli chiese: “Quanto fa?”. Rispose Gesù: “Abbastanza da ridursi a non potersi più nemmeno difendere, forse a schiattarci”. “Diabolico!”, esclamò Pietro, gli voltò le spalle e se ne andò. Non si videro più per millenni. Si reincontrarono nel 2021, e Pietro disse a Gesù quanto segue.

– Ti do ragione su un sacco di cose, «meglio insegnare a pescare che dare un pesce», per esempio, molto bella e giusta, sebbene a volte, se uno sta morendo di fame per esempio, daglielo il pesce, prima d’insegnargli. Ma ti credo e la penso come te, non scherzo, anche su un’altra cosa, credo la più importante: credo davvero che il capro espiatorio, prima di “diventare una capra” (prima che il sacrificio ritualizzatosi diventasse a danno di una capra) era, quando non poteva essere qualche prigioniero di guerra, qualche solitari* magari stran* ai margini della comunità e perciò con nessun* in grado di vendicarl*, che progressivamente, siccome non partecipava all’escalation delle rivalità e delle vendette, veniva identificato da sempre più persone come “origine del male”, come demone responsabile di quel che stava loro accadendo, di tutti i loro mali, e così poi sacrificato: improvvisamente, dopo il tutti-contro-un* e il sacrificio cruento, le rivalità della comunità si smorzavano, rientravano, e il sacrificio del “capro” aveva riportato la pace, e il capro diventava “sacro” (Girard arriva a sostenere che la capacità di simbolizzazione propria della mente umana nascerebbe da queste dinamiche ancestrali: un “demone” che poi diventa un “angelo”; io penso che possa essere in parte vero, ma penso anche che abbiano influito tanti altri fattori); e che senza questo “tutti-contro-uno” iniziale, poi più o meno ritualizzatosi, non sarebbero state possibili unità e progresso, e non lo furono, per come li intendiamo noi, tra quelle civiltà che praticavano meno il sacrificio, e magari mangiavano più psichedeleci; perché è vero: soprattutto in occidente facciamo tendenzialmente schifo, siamo competitivi da far schifo, e vanesi vanitosi ecc., ecc., ed entriamo in rivalità anche solo per competitività, anche quando non ci sono ragioni materiali più stringenti. Ti credo: «La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo», come hai citato dall’antico testamento. Perciò si: hai cominciato a rivelare il meccanismo ancestrale e sempre attuale del capro espiatorio, hai contribuito in modo determinante a mettere in luce la pratica ancestrale e mai finita del capro espiatorio, René Girard l’ha chiarita ulteriormente, ma al contempo mi sembra che tu non li abbia per niente aiutati i più fragili, gli oppressi, quelli che più facilmente diventano tuttora i capri espiatori, dicendogli di porgere sempre l’altra guancia, di lasciarsi sfruttare e anzi «se uno ti obbliga a fare un miglio, tu fanne due». Non li hai aiutati, così, non ci hai aiutati, così, e anzi di questo si sono approfittati i più stronzi, i padroni e i potenti, e guarda come siamo messi nel 2021. Avresti potuto dire ai forti «Guardate che schifo avete fatto, e che schifo fate, io sto coi miei simili, con le pietre scartate, con gli emarginati, i dropout, quelli che voi uccidevate e uccidete nel nome di una ‘unità’ che è una piramide di sfruttamento, e di un ‘progresso’ delle tecniche distribuito anch’esso a piramide che sta massacrando, tra l’altro, l’ecosistema; io sto con loro e insieme impareremo almeno a difenderci da voi prepotenti, e quando necessario anche a contrattaccare». Perché magari ora che sappiamo come siamo, tendenzialmente, e  lo schifo cui riusciamo ad arrivare a causa della competitività e della vanità, magari poi riusciremmo non dico a vivere in pace assoluta, ma tanto meglio si, o almeno senza che la competizione, la rivalità, le gelosie, le invidie arrivino agli ammazzamenti; ci sono tanti modi per sublimarla giocosamente, innocuamente, la competitività, ce ne sono sempre di più e ci sono tante cose che si potrebbero fare meglio per tutt*, così che almeno la competizione non si innesti sulla necessità o sull’invidia per eccesso di diseguaglianza e almeno non diventi causa di rivalità così enormi da finire in ammazzamenti. Che poi magari era quello che già dicevi, che poi magari tutte quelle parti del nuovo testamento sul subire sempre, e «Date a cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio», sono aggiunte postume, riscritture, fatte dal potere. Ora non potremmo fare la pace tra gli oppressi, e chi non vuole più opprimere, e chi si sforza di non opprimere, e la guerra agli oppressori? La dinamica sociale del capro espiatorio non è mai finita, le cacce alle “streghe” sono state compiute anche in nome delle tue parole (Matteo 19:9-12: «“Perciò io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di concubinato, e ne sposa un’altra commette adulterio”. Gli dissero i discepoli: “Se questa è la condizione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi”. Egli rispose loro: “Non tutti possono capirlo, ma solo coloro ai quali è stato concesso. Vi sono infatti eunuchi che sono nati così dal ventre della madre; ve ne sono alcuni che sono stati resi eunuchi dagli uomini, e vi sono altri che si sono fatti eunuchi per il regno dei cieli. Chi può capire, capisca”») e tuttora le donne, anche nei paesi “sviluppati”, sono le più maltrattate; nel nome tuo e di quel che hai detto o ti han messo in bocca ci son stati i più grandi genocidi della storia, quelli nelle americhe e in africa, il colonialismo, il capitalismo, una piramide sociale di altezza mai vista prima, la tecnologia ai ricchi sempre più ricchi e pochi, i poveri sempre più poveri e tanti, e il mondo intero nel caos climatico e, in zone sempre più vaste e sempre più povere, con le risorse vitali e tante specie che non ce la fanno più a rigenerarsi abbastanza da sfamarci, dissetarci, vestirci, ecc., e che anche perciò trotta verso la terza guerra mondiale, nucleare, tra coalizioni di stati più o meno “forti”, più o meno armati. Non sarebbe il caso di fare la pace tra gli oppressi e la guerra agli oppressori, una nuova Internazionale, invece di continuare a subire dall’alto la competizione tra i ricchi, come loro pedine e carne da macello, e invece di continuare a competere in basso come se non ci fosse speranza alcuna per questo mondo?»