Un incontro

Stamattina, come al solito, più o meno, ho fatto un giro al parco, quello più vicino a casa. A un certo punto mi son seduto su una panca per fumare una sigaretta.
Sento un rumoretto di ghiaia calpestata, do un’occhiata dietro la mia spalla destra, vedo risalire camminando lentamente lungo la stradina sterrata di fianco al pratone-bassopiano un uomo molto barbuto, di barba bianca e lunga abbastanza curata, dall’aspetto per il resto un po’ dimesso, che spinge una bici da città vecchiotta con telaio grigio scuro e sul retro borse portarobe piene di non so e sul davanti una cesta sotto il manubrio, vuota.
Quando arriva all’altezza della panca su cui son seduto si ferma una prima volta, mi volto ancora, ci guardiamo un po’, gli sorrido, resta serio. Poi di nuovo lo fa mentre è proprio alle mie spalle. Poi un po’ più avanti. Al che gli dico «Ciao, vuoi una sigaretta?»
«Non fumo più», risponde, e si avvicina. Mi scanso un po’ sulla panca, si siede.
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La sedia sacra – un sogno di tanto tempo fa

Sono in una specie di campeggio gigantesco, un bel posto – in realtà bei posti, molto diversi tra loro, perché il territorio è enorme; non è propriamente vacanza, ma anche sì; siamo all’aperto, ci sono varie tende, in cui dormono dei nuclei di persone, ma insomma nelle tende non ci si sta molto, a quanto pare si sta più fuori, anche se io non so bene cosa facciano fuori gli altri; io sono in una di queste tende, in un’area abbastanza periferica del campeggio, abbastanza bella; c’è un albero di fianco alla tenda, i rami usati per sostenerla; è pomeriggio inoltrato, tipo mezza estate; sono in questa tenda e ci sono molte cose in cui potrei «perdermi», oggetti macchinari attrezzi di tutti i tipi; non c’è nessun altro nella tenda oltre a me, e io sono molto spaesato; mi pare la mia tenda, e allo stesso tempo è nuova; mi pare di riconoscere tutto, e allo stesso tempo che sia tutto nuovo; ma non so come sto, la mia situazione interna è un po’ un limbo con grandi punti interrogativi; in particolare, non ho la minima idea di chi ci sia in quel grande campeggio lì intorno oltre a me, non so facce, non so niente, oltre a me che riconosco la situazione, e mi pare nuova; non sono preso male ma ho queste domande, allora esco per vedere se incontro qualcuno: di star lì a giocare con i vari attrezzi da solo in quel momento non ho voglia, voglio vedere le persone; esco, e passa un tipo che, nella realtà, vedevo nella piazza dove andavamo, e che non ho mai frequentato molto; mi saluta come conoscendomi parecchio, e normalmente, con un certo affetto che non è direttamente per me ma è anche per me. Continua a leggere La sedia sacra – un sogno di tanto tempo fa

Un sogno risalente almeno al 2005

Dal mio “file dei sogni”

…prima, in salento, una notte ho sognato che vivevo in una casa poverissima e un po’ diroccata con mia madre, mia madre mi diceva di andare da qualche parte, per farle una commissione, io ne avevo abbastanza voglia, uscivo e cominciavo a camminare per una città tutta mezza distrutta, distrutta da tempo, ma viva, con piante che crescevano tra i palazzi diroccati, sulle rovine nelle rovine, e gente, non molta, che andava e veniva … e camminavo e a un certo punto era notte, molto chiara per via della luna, e io mi fermavo a guardare la luna, piena, grossa, bianca nel cielo … mentre la guardavo, avveniva un’eclissi lunare … la terra tra il sole e la luna … la luna da bianca si faceva arancio sempre più scuro …. e succedeva questa cosa stranissima e per me meravigliosa: man mano che entrava nel cono d’ombra della terra, la superficie lunare, dal lato da cui la vedevo io, cominciava come ad aprirsi strato su strato, una cosa di sabbie e via via altri materiali più profondi che si scostavano ecc., e via via io vedevo dentro la luna, tutti i vari strati di cui era composta aprirsi via via fino al nucleo, che si scopriva nel momento in cui la luna era al centro del cono d’ombra, ed era bellissimo … il nucleo solo per un attimo, ma non era un nucleo freddo era un nucleo caldo, poi subito dopo via via che usciva dal cono d’ombra, il processo inverso.

Questo sogno mi ricorda questa canzone dei Massimo volume.

A coloro che verranno dopo di nuovo

Caro Bertoldo, mi viene da ripetere oggi queste tue parole perché il comunismo possibile si chiama anarchia.

Eppure lo sappiamo:
anche l’odio contro la bassezza
stravolge il viso.
Anche l’ira per l’ingiustizia
fa roca la voce. Oh, noi
che abbiamo voluto apprestare il terreno alla gentilezza,
noi non si poté essere gentili.

Ma voi, quando sarà venuta l’ora
che all’uomo un aiuto sia l’uomo,
pensate a noi
con indulgenza.

(Bertolt Brecht, A coloro che verranno dopo)

(Ugly in the morning, Faith no more)

Andrea Pazienza - Una tavola da “Gli ultimi giorni di Pompeo” - Una persona in armi da kendo e sopra la sua testa questa scritta «Esistono persone al mondo, poche per fortuna, che credono di poter barattare una intera via crucis con una stretta di mano, o una visita ad un museo, e che si approfittano della vostra confusione per passare un colpo di spugna su un milione di frasi, e miliardi di parole d’amore...»
Andrea Pazienza – Una tavola da “Gli ultimi giorni di Pompeo” – Una persona in armi da kendo e sopra la sua testa questa scritta «Esistono persone al mondo, poche per fortuna, che credono di poter barattare una intera via crucis con una stretta di mano, o una visita ad un museo, e che si approfittano della vostra confusione per passare un colpo di spugna su un milione di frasi, e miliardi di parole d’amore…»

Manfred

Andrea Pazienza - Tavola da "Pompeo"

«Ma io so fare ciò che più aborro» è una frase che mi colpì molto quando lessi il Pompeo di Pazienza, e che mi torna in mente abbastanza spesso. Mi son sempre chiesto «Ma chi sarà questo Manfred?», e oggi ho scoperto che è il Manfred di Byron, da cui Carmelo Bene trasse per questo spettacolo una riduzione in italiano che riporto sotto perché la trovo bella.

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Cani e gatti sciolti, il mio ricordo di Genova G8 2001

Antefatto: ero ancora in analisi, dal ’96 mi pare: 4 incontri a settimana. Avevo 25 anni, ora ne ho 45. Avevo detto alla mia analista che con un amico, F., sarei andato a Genova per partecipare alle manifestazioni contro il G8. L’intenzione era di andare il 19 luglio, il giorno del corteo dei migranti, e fare 19, 20 e 21. Non ricordo cosa disse lei di questo progetto, probabilmente niente (facevo analisi “classica”, “freudiana”, steso sul lettino con lei alle spalle, spessissimo non diceva niente su quel che dicevo e raccontavo), ma quando le chiesi esplicitamente “Lei ci sarà?” mi rispose “Ah io no!” con un tono da “Fossi matta!” che mi dette fastidio. Tempo dopo seppi che suo marito, anche lui analista freudiano, col quale lei condivideva appartamento e studio nello stesso palazzo, era andato a Genova con un gruppo organizzato di psicologi, anche con pazienti mi pare.

Non ricordo per che motivo, non partiamo il 19 mattina ma la mattina seguente, il 20. Il corteo dei migranti del 19 è stato bello partecipato e tranquillo, e noi siamo abbastanza tranquilli. Del viaggio di andata ricordo solo che col mio amico ci sedemmo per caso in un vagone su cui la maggioranza delle persone erano del centro sociale Vittoria, che allora (forse anche adesso) stava in via Muratori a Milano. Ricordo che a un certo punto un compagno del Vittoria ci dette delle mascherine leggere, tipo le FFP1 di adesso, “per difendervi dai gas, facile che ci saranno”. Per il resto situazione nostra, mia e del mio amico, che mi pare di ricordare un po’ tesa, emozionata, ma in chiave di presa bene.
Il treno viene fermato prima della stazione di destinazione, non ricordo con che motivazione. Scendiamo a questa stazioncina di periferia genovese già tuttə un pochetto più in tensione per via di questo imprevisto. Io e il mio amico aiutiamo altri a portare confezioni da 6 di bottiglie d’acqua. Prendiamo un autobus e l’autista ci fa scendere vicino a piazzale Kennedy. Girelliamo lì intorno, soprattutto intorno e dentro piazza Rossetti, dove ci sono vari stand tra cui alcuni di Rifondazione Comunista. Ricordi vari. Una mucca di agricoltori francesi nel pratino della piazza, dico al mio amico che mi ricorda la mucca allucinatoria che vede uno dei personaggi de L’odio di Kassovitz, ridiamo. Un ragazzo in fuga da un manipolo di rifondaroli incazzati, io e il mio amico appoggiati a delle transenne, il ragazzo corre nella nostra direzione, qualcuno dal manipolo grida “Bloccatelo, non fatelo passare!”, noi vediamo che sono tipo 10 contro 1, spostiamo una transenna e lasciamo passare il ragazzo, inseguito ancora da 2 o 3 del manipolo se li lascia sempre più abbondantemente dietro, gli altri del manipolo si fermano da noi, “Stronzi quello ha fatto…” non ricordo cosa, “Be’ noi abbiamo visto che eravate 10 contro 1” dico, il mio amico che studia psicologia accenna un discorso sulla psicologia delle masse, dopo poco il manipolo se ne va. Riprendiamo a girellare. Ci spostiamo all’inizio di via Rimassa. Lì ci sono 4 o 5 tizi tutti vestiti di nero che cercano di svellere delle assi messe davanti a dei negozi. Qualche fotografo fotografa. Qualcuno da lontano gli urla “Ma che fate? Smettetela!”. Noi proseguiamo un po’ lungo via Rimassa, ma a un certo punto torniamo indietro perché più avanti vediamo in lontananza del fumo e un fotografo ci dice che “C’è casino”. Torniamo a piazza Rossetti, dove la situazione pare più tranquilla, ma poco dopo vediamo che un sacco di polizia si schiera, uomini in fila e qualche tank di quelli blu, davanti alla rotonda 9 novembre. Un po’ di gente si siede davanti allo schieramento, a una ventina di metri. Ci sediamo anche noi. Ci sono 2 o tre giocolieri che, qualche passo più avanti, giocolierano. Uno prende una buccia di banana e la mette un po’ più avanti, come a dire “Se partite occhio che scivolate” ai poliziotti, noi ridiamo. Poco dopo parte la carica, i tank un po’ più veloci della corsa dei poliziotti appiedati, qualcuno dice “Non spostiamoci!”, chi prima chi dopo ci spostiamo tuttə perché questi non sembrano avere la minima intenzione di fermarsi; per un po’, con altrə, corriamo insieme ai poliziotti appiedati dietro ai tank, gridando insulti vari, stanno correndo, tank e poliziotti, verso gli ingressi a piazzale Kennedy e piazzale Cavalieri di Vittorio Veneto, dove sono più o meno asserragliate un sacco ma un sacco di persone di varie realtà (tra le quali mi pare Cobas, o qualche altra sigla sindacale), io mando un bacio d’odio a un poliziotto che mi sta guardando, “Bravo sei fortissimo!” gli grido con ironia rabbiosa. Dopo un po’ questi ci lasciano indietro. Da lontano vediamo che han sfondato gli ingressi dei due piazzali. “Sono pazzi!” ci diciamo. Fumo di lacrimogeni dentro. Un fottio di gente. Elicotteri sopra la testa. Chi riesce sciama, esce dal piazzale. I poliziotti menano. Ci allontaniamo, torniamo dentro piazza Rossetti, giriamo un po’ lì, scambiamo qualche parola con chi è lì, poi proseguiamo verso l’interno di Genova, probabilmente per via Finocchiaro Aprile, o per via Magnaghi. I ricordi si diradano. Camminiamo un sacco, situazione abbastanza tranquilla, dopo un po’ più tranquilli anche noi. Vediamo vie chiuse da alti sbarramenti di metallo, altre da container. Incontriamo gente di Genova che non riesce a tornare alle proprie case. Vari gruppi di manifestantə sparsə, alcunə di uno di questi gruppi ci danno qualcosa da mangiare e da bere (del formaggio, del pane e due birre mi pare). A un certo punto ci troviamo davanti alla stazione Brignole. Passiamo tra un container e il muro e entriamo in piazza Verdi. Pochissima gente. Sulla sinistra della stazione ci sono dei container, andiamo verso i container pensando di riuscire a passare anche lì e proseguire poi verso sinistra, sperando di trovare un qualche corteo cui unirci, ma non sappiamo bene dove stiamo andando. Arrivati a una decina di metri dai container vediamo che c’è un manipolo di poliziotti lì dietro. Ci vedono, ormai ci han visti, ci pensiamo fottuti, ma paiono “tranquilli”, niente caschi addosso, sembra cazzeggino tra loro. Decidiamo che se svoltassimo e ce ne andassimo sarebbe più pericoloso, e quindi di proseguire verso di loro e, se ci chiedono qualcosa, di dirgli che vogliamo solo passare per unirci a qualche corteo pacifico. Quello che sembra il capo ci ferma, ci prende in giro, “Dove pensate di andare?”, “Stiamo cercando di unirci a un corteo pacifico”, un suo sottoposto enorme si mette di fronte a noi e ci sbraita in faccia “Nun ce dovevate venì qui perché ve ce ammazziamo! Ve ce ammazziamo!”, il capo ordina a un altro suo sottoposto di portarci dietro uno dei container e perquisirci, andiamo col sottoposto che nel frattempo estrae il manganello e agitandolo, una volta che siam fermi dietro il container, ci intima di togliere gli zaini e svuotarli davanti a lui. Eseguiamo, piuttosto impauriti, ma riusciamo a dire che non c’è bisogno del manganello, lui si indurisce di più, ci tratta sempre peggio. Svuoto il mio zaino prima del mio amico. Ne esce la mascherina datami dal compagno del Vittoria sul treno. “E questa che cazzo è?” urla il poliziotto e mi tira una manganellata sul ginocchio. Non fa molto male ma mi spaventa un po’ di più. “Prendila!”, mi piego di nuovo, la prendo, mi rimetto dritto, manganellata sul polso, “CHE CAZZO È QUESTA?”, gridando più forte, “È una mascherina da bricolage che ci han dato sul treno per difenderci dai lacrimogeni”, e poi non ricordo bene ma diciamo che parlando con odiata deferenza al poliziotto quello alla fine ci molla e ci lascia pure passare. Passiamo. Io un po’ sotto per quel che è successo. Altri giri in giro, molta più gente ora. A un certo punto ci troviamo davanti a un ponte sul torrente Bisagno. Sul ponte ci sono poliziotti e tank. All’inizio del ponte un bel po’ di gente sta mettendo in piedi barricate. Ricordo due freakkettoni psichedelici che suonano dei bonghetti intanto, con aria divertita, e un monaco buddista di rosso vestito che passa. Noi stiamo nei dintorni, indecisi se prendere parte alla costruzione della barricata o allontanarci, a un certo punto un ragazzo con una maglietta legata intorno alla bocca, che sta andando verso la barricata, ci incalza dicendo che “Hanno ammazzato un ragazzo, dobbiamo fargliela pagare”, e prosegue. Io ho un momento di profondissimo sconforto. Mi siedo sul marciapiede. “Che cazzo vuol dire che hanno ammazzato un ragazzo, che senso ha? Che senso ha?”. Non ho una reazione di rabbia, ho sul momento una reazione di annichilimento. Il mio amico mi si siede a fianco, “Cerchiamo di capire meglio cos’è successo” mi dice, ci rialziamo, cerchiamo di parlare con qualcunə intorno ma poco dopo parte la carica della polizia, tank e poliziotti, dal ponte, scappiamo con altrə, scappiamo scappiamo inseguiti dai tank e dai poliziotti, per viuzze strette, tutte in salita, vediamo qualcunə che non ce la fa più a correre scavalcare cancelli per entrare in cortili, continuiamo a correre, quelli sempre dietro, finché dopo un po’ non li vediamo più. Siamo con un gruppo di ragazzə giovanə, siamo contenti di averla scampata, ridiamo e parliamo un po’ con loro. Poi cerchiamo di tornare da dove siamo partiti, torniamo verso il mare e arriviamo di nuovo a piazza Rossetti, dove la situazione ora pare tranquilla, entriamo in piazzale Kennedy-Cavalieri di Vittorio Veneto dove ora c’è molta meno gente, rispetto alla mattina, ma comunque ce n’è un bel po’, incontriamo un amico che è in comunità da Don Gallo ed è lì con un gruppo suo, di Don Gallo, ci facciamo le feste, c’è una banca che brucia su corso Marconi, commentiamo, “Che delirio!”, ridiamo, “Ma dai insomma stiamo bene, ma il ragazzo che è morto?”, ci dice M. il nostro amico che forse è un punkabbestia, non sa bene nemmeno lui, non si sa bene, “Porco dio, che merde, che merde!”, arrivano i pompieri spengono l’incendio, con il nostro amico M. ci salutiamo, continuiamo a girare in piazzale Kennedy-Veneto, c’è il concerto di Manu Chao, a un certo punto – non ricordo se prima o dopo il concerto – c’è questa cosa allucinante, nel piazzale montano una specie di gazebone bianco, luci forti accese puntate sullo spazio sotto il gazebone, telecamere, parte una diretta di Gad Lerner che vuole fare tipo il punto della situazione, personaggi vari che non so, non ricordo se ne conoscessi riconoscessi, c’è una contestazione in diretta di alcune ragazze, noi le sosteniamo, gridiamo “Siete assurdi!” e altro, è tutto assurdo, questi in doppiopetto calati da chissà dove a pretendere di fare il punto della situazione, ce ne andiamo, torniamo in strada davanti a piazza Rossetti, c’è un assurdo divertente passarci a calci una bottiglia d’acqua mezza vuota con altrə per almeno un’oretta, è notte, sarà tipo l’una, proviamo a dormire, ci stendiamo nel prato di piazza Rossetti, io non riesco a chiudere occhio, il mio amico si, a un certo punto partono gli innaffiatori automatici del prato, svegliano di soprassalto i dormienti, le dormienti, dico al mio amico un po’ impanicato da quel risveglio che sono gli idranti della polizia, ridacchiamo, tuttə ci spostiamo dal prato, non ricordo poi bene. Del 21 mattina non ricordo niente, mi sa che è lì che son riuscito a dormire un po’, il mio amico credo abbia continuato, ricordo a un certo punto siam riusciti a mangiare qualcosa, boh. Più tardi c’è il corteo del 21. Andiamo sul lungomare, risaliamo lungo corso Italia insomma, in controsenso rispetto al corteo che sta scendendo, lo risaliamo un po’, la situazione sembra tranquilla, a parte gli onnipresenti elicotteri, manifestantə pacifichə gridano “Assassini!, Assassini!” un po’ al vento un po’ agli elicotteri, anche noi. Incontriamo un mio amico che da poco è uscito dai disobbedienti, scambiamo un abbraccio e due parole, ci salutiamo, poco dopo la situazione si intesisce di nuovo, gira voce che più avanti, ovvero più indietro nel corteo, stiano menando, invertiamo rotta, cominciamo a ridiscendere lungo corso Italia, svelti sempre più svelti, e più avanti vediamo in lontananza, di nuovo davanti alla rotonda 9 novembre, un botto, ma un botto di polizia schierata con tank camionette ecc. Alle nostre spalle ormai è il panico, davanti un botto di polizia e cominciano a lanciare i primi lacrimogeni, è chiaro che vogliono spezzare il corteo, tiriamo dritti verso lì, partecipiamo un po’ al tentativo di resistere, tiriamo indietro qualche lacrimogeno a calci, coperti con le magliette intorno alla bocca a tratti, a tratti anche no, respiriamo un sacco di lacrimogeno, ci spremiamo limoni sul volto passiamo limoni, un gruppo sta sfondando quel che resta delle vetrine della banca data alle fiamme il giorno prima, parte la carica che spezzerà il corteo, scappiamo verso il centro, ci perdiamo!, io e il mio amico, non lo vedo più, io o lui non abbiamo cellulare, forse nessuno dei due, il resto è fuga e fuga verso nord, quando la situazione torna un po’ più tranquilla (niente sbirri niente tank con gli idranti alle calcagna) faccio amicizia con uno un po’ sperso come me, con lui poi ci aggreghiamo a un gruppo, non ricordo bene come alla fine riusciamo a prendere un treno e tornare a Milano, non ricordo se col mio amico ci sentiamo già quella sera per telefono o il giorno dopo.

Riuscii a piangere per la morte di Carlo Giuliani solo a partire da una settimana dopo, ascoltando una poesia che aveva scritto dedicata ai suoi genitori, in un video che non ricordo più come si intitolasse né di chi fosse, e poi ancora in altre occasioni, e mi capita ancora, ogni anno, in questi giorni, che mi vengano i lucciconi.

Dal dentista: la procedura, l’orgoglio (e il pregiudizio?)

Ho avuto molte carie in vita mia, in un certo periodo, perché (me l’ha detto il dentista) ho una dentatura piuttosto particolare (ho gli incisivi storti, i canini pure un po’, ho dovuto togliere tutti i denti del giudizio perché c’era poco spazio, crescevano in orizzontale senza spuntare dalla gengiva, creavano problemi al resto dei denti, e in un paio di casi cominciavano a far male) che richiede pulizia più accurata di altre e per un po’ di anni quella che facevo, per quanto accurata, era troppo saltuaria.
Da 5 anni a questa parte (ma potrebbero anche esser 10) non ho più avuto carie: lavo i denti tutti i giorni almeno una volta al giorno, la sera, e con la cura che serve. Anche all’ultimo controllo è risultato che non ho carie, ma ho un dente devitalizzato che si sta incrinando.
Ieri son stato dal dentista, mi ha ridotto il dente devitalizzato limandolo con i trapani, per poi poter prendere l’impronta dentale, costruire la capsula, impiantarla sul moncone.
Oggi ci son dovuto tornare, mi ha preso entrambe le impronte dentali. Quando mi ha messo l’accrocchio con la pasta per prendere l’impronta superiore – un’operazione che sarà durata 3 minuti –, per 3 o 4 volte mi son trovato a dover deglutire la saliva che mi si era accumulata in fondo al cavo orale. Ho cercato di farlo senza muovermi. La prima volta non è andata benissimo, le successive meglio. In tutti i casi è stata una cosa piuttosto difficoltosa e fastidiosa.
Quando mi ha levato l’accrocchio palatale, prima che mi mettesse quello inferiore (linguale?), gli ho chiesto se poteva mettermi il tubetto per aspirare la saliva.
«Non lo facciamo mai per queste cose, non serve… però se vuoi si».
Ho pensato: “Non serve? Ma l’hai visto che mi è venuto da deglutire e ho fatto fatica”. Ho detto: «Va be’, proviamo», sorridendo.
E così, subito dopo avermi messo l’accrocchio, mi ha messo il tubetto, e non ho dovuto deglutire mai. A un certo punto mi ha detto: “Vedi? Non serve”. Era serio.
“Eh, va bo’, mi hai messo il tubetto”, ho pensato, ma non ho potuto dirlo, per ovvie ragioni. Non gliel’ho detto neanche dopo, perché non mi andava di creare tensioncine inutili: il tubetto me l’aveva messo, “Se mi capiterà di nuovo glielo richiederò”, ho pensato. E bom.
Però, non so all’altr* ma a me la cosa creava quel problema: perché devi prima negare che ho avuto quel problema e poi fare un’osservazione stupida, trattandomi e trattandoti da stupido? Perché la cosa va fuori dalla procedura consolidata? E-o per orgoglio, perché fai fatica a mandar giù (a deglutire!) che, per me, per il mio caso, avevo ragione? E-o per orgoglio (maggiormente?) ferito dal fatto che sai che sono strambo?

“Asperger” ancom

A volte penso a Elon Musk, che pare sia “asperger” e si è fatto una vita da ricchissimo privilegiatissimo come sappiamo, e a Temple Grandin, che sicuramente è “asperger”, e al fatto che si è fatta una vita mettendo a profitto la propria sensibilità nei confronti degli animali, ovvero progettando impianti che li portano al macello inconsapevolmente, senza causargli paura; io credo di essere un po’ “asperger”, ma non vorrei mai fare con l’altr* uman* quello che Grandin fa con gli animali, perché tra l’altro noi uman* abbiamo più possibilità di rivoltarci, di cambiare radicalmente il “destino” di ecocollasso, guerre miseria sfruttamento malattie scritto da altr* per noi. Di fare l’Internazionale anarcomunista, insomma, per redistribuire e riprenderci tutti i mezzi di produzione, tutto, perché tutto è nostro e di tutt*, e gestirlo comunitariamente per il bene di tutt* l’esser* viventi su questo pianeta.
:-) <3

Per la consueta rubrica “padri e figli”

Per la consueta rubrica “padri&figli”: mi scrive su facebook G. B., in un commento (ora non più visibile) a un mio post in cui linkavo questo mio “tentativo autobiografico di un mezzo matto”, che nella sua parte finale è poi principalmente un tentativo di chiarirmi e chiarire le difficoltà del rapporto con mio padre: “A volte si ha bisogno di dire un bel vaffanculo a qualcuno. E dopo ci si riconcilia più facilmente”.
Cara G., scherzi? Quando è capitato con mia madre presente, lei subito pompierizzava in stile super-tragico, probabilmente per la paura che passassimo alle mani, conoscendo l’orgoglionità e la rabbia represse di mio padre, ma anche la mia tendenza a subire, si, ma solo fino a un certo punto. Sicché, con lei presente, non era possibile. Inoltre, se alzavo i toni con lei, perché lei era autoritaria, mentre mio padre era quello “fai ciò che vuoi”, invece di trovarmelo alleato… quella volta, più unica che rara, che mi scappò un “vaffanculo” rivolto a lei, lui mi portò a schiaffoni dalla cucina in camera mia, al ringhio di “Hai mancato di rispetto a tua madre! Hai mancato di rispetto a tua madre!”. Così, essendo questa la situazione di base (impossibile mandare affanculo e poi riappacificarsi: tabù totale, rischio escalation, rischio disgrazia), capisci che uno che già ha qualche difficoltà sua è facile che vada fuori di testa.
Quando mia madre non c’era, durante l’adolescenza un paio di volte ho provato ad attaccarlo, sempre dapprima con critiche circostanziate, ma siccome *non capiva* quelle critiche, proprio *non le capiva*, non le *poteva* capire – perché aveva avuto una storia tutta diversa, non era stato figlio “come noi” (più o meno), non era stato bambino “come noi” (più o meno), era cresciuto in brefotrofio, ecc., ecc., e perciò aveva una scorza orgogliona spessissima, e una certa tendenza a passare alle mani (di solito anche giustamente, nel mio caso magari un po’ meno) – entrambe le volte è finita che, per evitare lo scontro fisico che si stava delineando, e che comunque dubito molto avrebbe portato poi a maggiore comprensione reciproca, sfondai a pugni una porta (di legno, non spessissimo): quella di camera mia la prima volta, quella del bagno la seconda. Capisci che poi uno, facile che finisca allo psichiatrico.
Così, questo “vaffanculo” che mi suggerisci avrei potuto dirlo soltanto “a babbo morto”, ma, più che dirgli “vaffanculo”, mi è venuto da raccontare quel che è successo tra noi, compresa la domanda sbagliata che gli feci per svalvolamento (mi paiono ormai abbastanza chiari i motivi dello stesso), e la sua non-risposta, se non altrettanto sbagliata, quasi.
Non riesco, insomma, neanche adesso, quando ci penso, a mandarlo affanculo, se non per quel tanto di paraculaggine che ebbe nel rapporto con me (“non so fare il papà, perché non l’ho avuto”, “va be’ ma provaci”), non ci riesco perché guarda in che mondo stiamo, e lui insomma ci provava a modo suo a cambiarlo, e questo è uno dei motivi per cui alla fine pure io, in parte come lui, un papà l’ho avuto molto poco, ecc., ecc., ecc. – ma il mio non è un lamento, è il racconto di una storia sfortunata, e il mondo resta lo schifo di immane ingiustizia che vedeva lui e resta lo schifo di ancora più immane ingiustizia che vedo io e che a volte mi pare voi non vediate, o non vogliate affrontare seriamente, e per questo io con lui, con il lui per me migliore, dico ancora rivoluzione (e quello che mando affanculo in pieno è, come sempre e se possibile di più, il nonno fascista).

Lo shiatsu e la rivoluzione

A me il trattamento shiatsu che mi fa una mia amica che per impararlo ha fatto un corso di tre anni fa un sacco bene. E’ il fatto di esser palpugnato, certo, ma anche, mi sembra, che con le sue mani, ginocchia, gomiti, schiaccia, a volte in profondità, dei punti in cui accumulo tensione muscolare, probabilmente di origine prevalentemente psichica, senza neanche accorgermene; a volte anche provocandomi un po’ di dolore iniziale, finché il corpo oppone resistenza. Mi sembra che rispetto alla resistenza lei stia molto attenta al respiro: prova a premere un po’ di più solo mentre espiro, sente la reazione della parte che sta premendo (se resta tesa, immagino) e vede un po’ anche quella del mio corpo in generale (se smetto di espirare, se sposto un po’ la parte, e tant’altro), e decide se e quanto affondare di più alla successiva mia espirazione. L’idea che mi son fatto è che sciolga, almeno per un po’, le tensioni muscolari lì dove si accumulano. Poi, noto che per un po’ (un paio di giorni) penso meno, o meno freneticamente, in particolare alle piccole e grandi violenze e oppressioni in cui siamo immersi, e forse le noto anche meno, probabilmente perché il trattamento mette in circolo endorfine, o simili; e noto di più le cose belle, gentili, che pure continuano a esserci, un pochino. Così poi pian piano mi torna la voglia di uccidere i prepotenti, di fare la rivoluzione, e la tensione ricomincia ad accumularsi, e mi resta la domanda: dove la metteremo, poi, la nostra “parte cattiva”, competitiva, ecc., ecc.? Basteranno l’arte, la catarsi in fiction sempre più interagibili, l’autocontrollo per consapevolezza culturale? Be’, quando la reprimeremo in noi, per autocontrollo, accumulando via via tensione, anche lo shiatsu potrà aiutarci, penso.