Progetto di opere future (P.P. Pasolini)

PROGETTO DI OPERE FUTURE
(Novembre-Dicembre 1963 – da Poesia in forma di rosa, 1964)
(Con un piccolo commento mio alla fine)

Anche oggi, nella malinconica fisicità
in cui la nazione è occupata a formare un Governo,
e il Centro-Sinistra ai fragili linguisti fa

fremere gli organi normativi-l’inverno
imbeve di oscura luce le cose lontane
e accende appena, mauve e verde, le vicine, in un esterno

perduto nel fondo delle età italiane …
con le terre azzurre di Piero sgorganti da indicibili
azzurrini di Linguadoca … se non da siciliane

azzurrità di Origini … che qui, nelle rozze appendici
degli squisiti Centri, sono verdi e mauve,
per fango e cielo, limoni e rose … occhi di Federici

con metà cuore in cerchi di mandorli rupestri dove
cade luce d’Arabia, l’altra metà in qualche avvallamento
imperlato di nebbia: con Alpi lontane, follemente nuove..

Impazzisco! E’ tutta la vita che tento
di esprimere questo sgomento da Recherche
-che io sentivo già bambino, sul Tagliamento,

o sul Po, più vicino alle matrici-alla cerchia
dei miei isoglotti-sordi, per abitudine
a ogni privata, infantile, incerta

pre-espressività, dove il cuore sia nudo.
Ma io-fidando che qualcosa prima di morire
i mille miei tentativi portino ai giudici

nell’epoca in cui l’italiano sta per finire
perduto da anglosassone o da russo,
torno, nudo, appunto, e pazzo, al verde aprile,
al verde aprile, dell’idioma illustre
(che mai fu, mai fu!), alto-italiano …
alla Verderbnis franco-veneta, lusso

di atticciate popolazioni fuori mano …
al verde aprile-con la modernità
d’Israele come un’ulcera nell’anima

dove io Ebreo offeso da pietà,
ritrovo una crudele freschezza d’apprendista,
nelle vicende dell’altra (funebre) metà

della vita … Mi rifaccio cattolico, nazionalista,
romanico, nelle mie ricerche per “bestemmia”,
o “la divina mimesis”-e, ah mistica

filologia!, nei giorni della vendemmia
gioisco come si gioisce seminando,
col fervore che opera mescolanze di materie

inconciliabili, magmi senza amalgama, quando
la vita è limone o rosa d’aprile.
Merde! Cercare di spiegare come vanno

le cose della lingua, senza inferire
concomitanze politiche! unità
linguistica senza ragioni di vile

interesse, senza l’insensibilità
di una classe che se ne frega di elezione
gergale-letteraria! Professori del ca.,

neo o paleo patrioti, teste coglione
in tanta scienza, che dal XII al XIV secolo
vedono solo testi in funzione

di altri testi … Basta: cieco
amore mio! Ti eserciterò in ricerche
translinguistiche, e a un testo opporrò un Veto,
e a tre testi tre Santi, e a una cerchia
letteraria tradizioni di cucina,
liti di confine: e nell’Anno della scoperta

di un testo omologato, da amanuensi di lingua patavina
per stupidità o vanità che sia, ricercherò
cosa facevano i pittori, di cascina in cascina

nella verde-sublime luce delle terre del Po …
ma soprattutto che cosa voleva
la classe al potere: una qualsiasi, che non so.

Ne comporrò un’opera mostruosa, coeva
alle Anti-opere, per lettera 22, della nuova moda,
vecchia figuratività nel fianco della giovane leva.

Ma bisogna deludere. Solo una nobile broda
d’ispirazioni miste, demistifica,
se miracolosamente il caos approda

a una plastica chiarezza, mettiamo, di grifi
romanici-coscioni, collottole, toraci
gonfi come pane, di pietra grigia che codifica

la piena Realtà. Taci, taci,
voce di ogni Ufficialità, qualunque tu sia.
Bisogna deludere. Saltare sulle braci

come martiri arrostiti e ridicoli: la via
della Verità passa anche attraverso i più orrendi
luoghi dell’estetismo, dell’isteria,

del rifacimento folle erudito. Splendidi,
per ragioni diverse da quelle romantico-
nazionalistiche, giorni delle prime vendite,

dei primi contratti! Se avrò poi cuore bastante
scriverò anche una “passionale storia
della poesia italiana”, oltre che un’ancora vacante
morte della poesia” (ma io so, pieno di gloria
giovanile, che per me è ancora aprile,
son pieno di limoni e di rose …) In quella “storia

(scritta in ottave, per ironia) “terrò a vile”
ogni precedente sistemazione, e, sotto il segno
primario di Marx, e quello, a seguire,

di Freud, ristabilirò nuove gerarchie nel regno
degli amori poetici: e alla esistenza
letteraria opporrò, col mio umiliato ingegno,

la nozione di Inespresso Esistente, senza
di cui ogni cosa è mistero:
finché non ci fu, così recente, la chiara coscienza

delle classi che dividono il mondo, il magistero
stilistico fu dominato sempre da ciò
che non poteva dire (o sapere): ma c’era.

Gioco dialettico sprofondato nel profondo, oh
sì!, da ricostruire stilema per stilema,
perché in ogni parola scritta nel Bel Paese dove il No

suona, c’era opposto allo stile quel Sema
imposseduto, la lingua di un popolo
che doveva ancora essere classe, problema

saputo e risolto solo in sogno. Fioco
per lungo silenzio brucerò poi in un “altro monologo
la rabbia impotente contro il mondo broccolo

tombale di Dallas, con un volo
di due versi per Kennedy, e una lassa
di settanta volte sette (mila) versi, per Coro

e Orchestra, con settantamila violini e una grancassa,
(e un disco di Bach), “citazione brechtiana
o “canti della dissacrazione”, che sia, melassa
plurilinguistica o matassa monolitica: in cui vana
apparirà tutta la storia in quanto opera di pazzi.
pazza fu l’adolfa pazza la giuseppa pazza l’elite [americana

pazza l’ideologia pazze le chiese pazzi
i campioni di ideologie e di chiese
che ricattano i buoni e stupidi normali pazzi

i rivoluzionari pieni di benpensare borghese
che continuano semplicemente a essere depositari
del ricatto moralistico all’uomo. Accese

dunque queste espressionistiche candele agli altari
del Sesso, tornerò alla Religione.
E scriverò all’imperterrito Moravia, una “pasolinaria

sui modi d’esser poeta”, con la relazione
tra segno e cosa — e finalmente
svelerò la mia vera passione.

Che è la vita furente [o nolente] [o morente]
-e perciò, di nuovo, la poesia:
non conta né il segno né la cosa esistente,

ecco. Se l’uomo fosse un Monotipo nella Subtopia
di un mondo senza più capitali linguistiche,
e disparisse quindi la parola da ogni sua via

dell’udire e del dire, lo stringerebbero mistici
legami ancora alle cose, e ciò che le cose
sono, non fissato più nei tristi

contesti, sarebbe sempre nuovo, colmo di gaudiose
verità pragmatiche-non più strumentalità,
travaglio che le traduce in limoni, in rose …

ma sempre e solo, luce, com’è la realtà
delle cose quando sono nella memoria
alla soglia dell’essere nominate, e già
piene della loro fisica gloria.
Se poi dovessi scoprirmi un cancro, e crepare,
lo considererei una vittoria

di quella realtà di cose. Finita la pietà figliale
per il mondo, che senso ha ancora il frequentarlo?
Ah, non stare più in piedi nel sapore di sale

del mondo altrui (piccolo-borghese, letterario)
col bicchiere di whisky in mano e il viso di merda,
-ché mi dispiacerebbe solo non rappresentarlo

così com’è-prima che per me uomo si perda-
nella “divina misesis”, opera, se mai ve ne fu,
da farsi, e, per mio strazio, così verde,

così verde, del verde d’una volta, della mi joventud,
nel mondaccio ingiallito della mia anima …
Ma no, ma no, è aprile, sono più

fresco d’un giovincello che ama
per le prime volte … Getterò giù presto, in tono
epistolare, con chiose e parentesi, una buriana

di “motivi accennati”, di “eccetera”, blasoni,
citazioni, e soprattutto allusività
(autoesortativi all’infinito e sproporzioni

di particolari in confronto al tutto), la
prima parodistica terzina fatta pagina magmatica
del Canto I, con fretta di giungere prima della prima metà,

là dove all’Inferno arcaico, enfatico
(romanico, come il centro delle nostre città
dal suburbio ormai per sempre spacciato)

s’inserisce un inserto d’Inferno dell’età
neocapitalistica, per nuovi tipi
di peccati (eccessi nella Razionalità
e nell’Irrazionalità) a integrazione degli antichi.
E lì vedrai, in una edilizia di delizioso cemento,
riconoscendovi gli amici e i nemici,

sotto i cartelli segnaletici dell’ “opera incremento
pene infernali”, a: i troppo continenti: Conformisti
(salotto Bellonci), Volgari (un ricevimento

al Quirinale), Cinici (un convegno di giornalisti
del Corriere della Sera e affini); e poi:
i Deboli, gli Ambigui, i Paurosi (individualisti

questi, a casa loro); b: gli incontinenti, zona
prima: eccesso di Rigore (socialisti borghesi,
piccoli benpensanti che si credono piccoli eroi,

solo per l’eroica scelta d’una buona bandiera), eccesso
di Rimorso (Soldati, Piovene); eccesso di Servilità
(masse infinite senza anagrafe, senza nome, senza sesso);

zona seconda: Raziocinanti (Landolfi) gente che sta
seduta sola nel suo cesso; Irrazionali
(l’intera avanguardia internazionale che va

dagli Endoletterari [De Gaulle] alle vestali
di Pound teutoniche o italiote;
Razionali (Moravia, rara avis, e le ali

degli Impegnati neo-gotici)
Oh, cecità dell’amore!
Lo vidi su due umili gote,

su due occhi di cucciolo: era amore,
perché sorriso, era una bambina
che correva in cuore al sole

nella cecità del suo amore-dritta, meschina,
con quelle gabbanucce stracciate,
sotto un enorme acquedotto, su una banchina
di fango, tra le baracche incatramate,
-che correva, la bambina, nel cuore
del sole, dritta, con le pupille attirate

per cecità di un umile, unico amore,
verso un’altra creatura bambina
che correva verso di lei, nel sole

degli abituri dove era madre, lei-meschina,
nel suo cappotto stracciato,
e correva, creatura verso la creaturina,

col sorriso complice, suscitato
insieme all’altro da uno stesso amore.
Correvano una verso l’altra con l’occhio legato

da quel contemporaneo sorriso nel sole.

Oh Marx-tutto è oro-oh Freud-tutto
è amore-oh Proust-tutto è memoria
oh Einstein-tutto è fine-oh Charlot-tutto

è uomo-oh Kafka-tutto è terrore-
oh popolazione dei miei fratelli-
oh patria—oh ciò che rassicura l’identità

oh pace che consente il selvaggio dolore-
oh marchio dell’infanzia! Oh destino d’oro
costruito sull’eros e sulla morte, come

una distrazione -e i suoi mille pretesti
il riso, la filosofia! Avere illusioni (l’amore)
differenzia, ma in una cerchia consacrata da testi

insostituibili. Torno con Israele in cuore,
soffrendo per i suoi figli-fratelli la nostalgia
dell’Europa romanza, occitanica, con lo splendore
un po’ ingiallito ma pieno di un’atroce poesia
delle sue capitali borghesi sui fiumi o sui mari …
Norma negativa d’amore. La vera via

di chi vuol essere è deludere. Il che fa uguali
tutti fra loro, come i morti:
ma rimette in discussione i sacrali

testi delle cerchie. Perciò, aspettando che porti
un nuovo Grande Ebreo un nuovo tutto è
-a cui il mondo sputtanato si rivolti-

bisogna deludere, nel nostro piccolo … Eh!,
bisogna abbandonare il proprio bel posto al sole
(e voi dovete lasciare Israele, Ebrei!

ché la cecità dell’amore
retrocede le invenzioni a istituzioni,
per reinventare poi solo col cuore;

e combina addirittura nazioni
con l’omertà d’una mamma e una figlietta al sole
-perseguitando, no?, le opposizioni …)

Quanto a me, tendo pur’io (rabbia) a tale amore,
religione d’un elegiaco figlio,
che vuole a tutti costi farsi onore.

Né si esaurisce peraltro nel groviglio
di vita successa e da succedere: vuole
ridurre tutto al suo ordine di giglio.

Basta, c’è da ridere. Ah oscure
tortuosità che spingono a un “destino d’opposizione”!
Ma non c’è altra alternativa alle mie opere future.

opposizione pura”, “papa giovanni”, o “passione
(o archivio) degli anni sessanta”, che sia,
l’organo dove prima depositerò, in visione
semiprivata, si sa, tali mie opere future, appare come via
senza alternative, a me e alla redazione
degli imberbi deputati all’impegno-picciola compagnia

che vuol sapere: quasi per elezione
di seme. Opposizione di chi non può
essere amato da nessuno, e nessuno può amare, e pone

quindi il suo amore come un no
prestabilito, esercizio del dovere
politico come esercizio di ragione.
Infine, ah lo so,

mai, nella mia malridotta passione,
mai fui tanto cadavere come ora
che riprendo in mano le mie tabulae presentiae-

se reale è la realtà, ma dopo
ch’è stata distrutta nell’eterno e nell’ora
dall’ossessa idea di un nulla lucente.

Ma in questa realtà-la nostra-
ansimante dietro i destini delle strutture,
-per ritardo, per ritardo, nella mora

mortuale d’un’epochetta precedente-
o in anticipo, per dolore della fine
del mondo come sua impossibile cessazione

accerto un bisogno struggente
di minoranze alleate. Tornate, Ebrei,
agli albori di questa Preistoria,

che alla maggioranza sorride come Realtà:
perdita dell’umanità e ricostituzione
culturale del nuovo uomo-dicono

gli intenditori. E infatti la cosa è qua:
nell’atmosfera d’una piccola nazione,
che nella fattispecie è l’Italia-si dà
un falso dilemma tra la Rivoluzione e un’Entità
che vien detta Centrosinistra-con rossore
dei Linguisti … Il nuovo corso della realtà

è così ammesso e accettato. Tornate,
Ebrei, a contraddirlo, coi quattro
gatti che hanno finalmente chiarito

il loro destino: va verso il futuro
il Potere, e lo segue, nell’atto trionfante,
l’Opposizione, potere nel potere.

Per chi è crocifisso alla sua razionalità straziante,
macerato dal puritanesimo, non ha più senso
che un’aristocratica, e ahi, impopolare opposizione.

La rivoluzione non è più che un sentimento.


Se la leggo come tentativo di esprimere una “verità dei tempi” non suscettibile di cambiamento, non condivido la chiusura di questa poesia, «la rivoluzione non è più che un sentimento»; se lo dice invece solo o prevalentemente sul piano personale, come tendo a pensare, resta un gran bel sentimento, almeno per me :-)

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