Da “La devastazione dello spazio vitale”

Da La devastazione dello spazio vitale,
capitolo terzo di Gli otto peccati capitali della nostra civiltà,
di Konrad Lorenz, 1973 – con un commento mio alla fine

 

La fretta affannosa del nostro tempo, di cui avremo occasione di trattare nel prossimo capitolo, non lascia il tempo agli uomini di vagliare le circostanze e di riflettere prima di agire. Ci si vanta anzi, da veri incoscienti, di essere dei “doers”, della gente che agisce, mentre si agisce a danno della natura e di se stessi. Veri misfatti vengono oggi compiuti dovunque con l’uso di prodotti chimici, per esempio nell’agricoltura e nella frutticultura dove servono a distruggere gli insetti; ma in modo quasi altrettanto irresponsabile si agisce con i farmaci. Gli immunologi manifestano serie preoccupazioni anche per quel che riguarda l’uso di farmaci molto diffusi. Il bisogno psicologico di avere tutto subito, su cui mi soffermerò nel quarto capitolo, fa sì che alcune branche dell’industria chimica diffondano con delittuosa leggerezza dei medicamenti il cui effetto a lungo termine è assolutamente imprevedibile. Sia per quanto concerne il futuro ecologico dell’agricoltura, sia in campo medico, vige una quasi incredibile superficialità. Chi ha cercato di mettere in guardia contro l’uso indiscriminato di sostanze tossiche è stato screditato e messo a tacere nel modo più infame.

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A coloro che verranno dopo di nuovo

Caro Bertoldo, mi viene da ripetere oggi queste tue parole perché il comunismo possibile si chiama anarchia.

 

Eppure lo sappiamo:
anche l’odio contro la bassezza
stravolge il viso.
Anche l’ira per l’ingiustizia
fa roca la voce. Oh, noi
che abbiamo voluto apprestare il terreno alla gentilezza,
noi non si poté essere gentili.

 

Ma voi, quando sarà venuta l’ora
che all’uomo un aiuto sia l’uomo,
pensate a noi
con indulgenza.

 

(Bertolt Brecht, A coloro che verranno dopo)

 

Andrea Pazienza - Una tavola da “Gli ultimi giorni di Pompeo” - Una persona in armi da kendo e sopra la sua testa questa scritta «Esistono persone al mondo, poche per fortuna, che credono di poter barattare una intera via crucis con una stretta di mano, o una visita ad un museo, e che si approfittano della vostra confusione per passare un colpo di spugna su un milione di frasi, e miliardi di parole d’amore...»
Andrea Pazienza – Una tavola da “Gli ultimi giorni di Pompeo” – Una persona in armi da kendo e sopra la sua testa questa scritta «Esistono persone al mondo, poche per fortuna, che credono di poter barattare una intera via crucis con una stretta di mano, o una visita ad un museo, e che si approfittano della vostra confusione per passare un colpo di spugna su un milione di frasi, e miliardi di parole d’amore…»

Progetto di opere future (P.P. Pasolini)

Da Poesia in forma di rosa, di Pier Paolo Pasolini, 1964

 

Con un piccolo commento mio alla fine

 

Progetto di opere future

(Novembre-Dicembre 1963)

 

Anche oggi, nella malinconica fisicità
in cui la nazione è occupata a formare un Governo,
e il Centro-Sinistra ai fragili linguisti fa

 

fremere gli organi normativi-l’inverno
imbeve di oscura luce le cose lontane
e accende appena, mauve e verde, le vicine, in un esterno

 

perduto nel fondo delle età italiane …
con le terre azzurre di Piero sgorganti da indicibili
azzurrini di Linguadoca … se non da siciliane

 

azzurrità di Origini … che qui, nelle rozze appendici
degli squisiti Centri, sono verdi e mauve,
per fango e cielo, limoni e rose … occhi di Federici

 

con metà cuore in cerchi di mandorli rupestri dove
cade luce d’Arabia, l’altra metà in qualche avvallamento
imperlato di nebbia: con Alpi lontane, follemente nuove..

 

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Il biennio rosso, una grande occasione sprecata

Il biennio rosso fu una grande occasione sprecata, e quanto ci costò sprecarla, e chissà mai quando e se si ripresenterà. Ogni volta che rileggo o torno con la mente a questo passaggio da Mazurka blu di Vincenzo Mantovani, che a sua volta cita La grande paura. Settembre 1920: L’occupazione delle fabbriche di Gianni Bosio, mi sale il più grande dei mannaggia e tendo, guardando quanto siamo distanti al presente da situazioni simili, a deprimermi piuttosto e anzichenò. Però forse mi sbaglio (io è da mò che son quasi totalmente fuori dai movimenti reali) e non siamo poi così distanti.


Da Mazurka blu. La strage del Diana,
Vincenzo Mantovani, Rusconi, 1979

 

Se è vero che gli anarchici, proclamando l’occupazione delle fabbriche «momento rivoluzionario», hanno assunto, come scrive Gianni Bosio, una posizione non soltanto «non […] abborracciata e improvvisata» ma «di altissima responsabilità», una posizione che permette loro di trattare «un avvenimento e un congegno tanto delicato e pericoloso come l’avvio per la rivoluzione» con esemplare «coerenza propagandistica e politica», con «misura», «consapevolezza» e «diremmo quasi […] gradualità», viene spontaneo chiedersi se in definitiva non fu proprio questo senso di responsabilità, stimolato dalla manovra confederale di Sampierdarena, a comprometterne irrimediabilmente l’azione.

 

Il movimento anarchico e l’Usi, i quali teoricamente erano spinti in avanti da un’analisi continua, rinnovantesi e corretta fino a ipotizzare che questa rivoluzione, trovando le masse naturalmente disposte a occupare tutti i luoghi di lavoro, sarebbe stata la meno sanguinosa, e che senza la spinta in avanti non vi sarebbe stata che una reazione sanguinosa, e che avevano architettato, solo architettato, di far prigionieri alcuni dirigenti confederali, cioè di toglierli dalla circolazione, al primo responsabile, decisivo impatto con il reale per un’azione che sarebbe stata determinante, esitano, rimandano e poi si ritirano.

Forme estreme di violenza simbolica

Da Frammenti di antropologia anarchica,
di David Graeber

 

[…] Ma il ragionamento di Mauss e Clastres suggerisce qualcosa di più radicale. Suggerisce che il contropotere, almeno in un senso molto elementare, esiste anche là dove gli Stati e i mercati non sono ancora presenti. In casi del genere, piuttosto che realizzarsi in istituzioni popolari che si oppongono al potere di signori, re e plutocrati, si realizza in organizzazioni capaci di garantire che figure del genere non compaiano sulla scena. Quello che è «contro», allora, è un aspetto potenziale, latente, o se preferite una possibilità dialettica interna alla società stessa.

Questo può aiutare a spiegare un’altra particolarità, ovvero il fatto che le società egualitarie sono le più dilaniate da terribili tensioni interne o perlomeno da forme estreme di violenza simbolica.

Ovviamente tutte le società sono in qualche modo in guerra con se stesse. Ci sono sempre scontri tra interessi divergenti, fazioni, classi, e via di questo passo; anche i sistemi sociali si basano sempre sulla ricerca di differenti forme di valore che spingono le persone in direzioni contrapposte. Nelle società egualitarie, che pongono un’enfasi enorme sulla creazione e il mantenimento del consenso generalizzato, questo sembra creare una sorta di meccanismo compensatorio basato su un mondo notturno abitato da mostri, streghe e altre creature orribili. E le società più pacifiche sono quelle più perseguitate, nel loro immaginario cosmologico, da spettri di guerre interminabili. I mondi invisibili che li circondano sono dei veri e propri campi di battaglia. È come se l’incessante opera di costruzione di un accordo mascherasse una continua violenza interna – o forse sarebbe meglio dire che quella violenza interna è dosata e contenuta da questo processo – e l’intreccio di contraddizioni morali che ne consegue risulta essere la fonte primaria della creatività sociale.

Ma questi principi in conflitto e questi impulsi contraddittori non costituiscono la realtà della politica, che va invece cercata nel processo regolatore che li media.

Alcuni esempi possono essere di aiuto.

Primo esempio: i Piaroa, una società altamente egualitaria che vive lungo i tributari dell’Orinoco, è stata descritta dall’etnografa Joanna Overing come una società anarchica. Essi attribuiscono un valore enorme alla libertà individuale e all’autonomia e sono ben consci dell’importanza di non sottomettersi agli ordini di un altro, o di evitare che qualcuno conquisti il controllo delle risorse economiche per poi utilizzarle per limitare la libertà degli altri. Eppure sostengono che la loro cultura è stata creata da un dio malvagio, un buffone cannibale con due teste. I Piaroa hanno sviluppato una filosofia morale che definisce la condizione umana come racchiusa tra due mondi: un «mondo dei sensi», con desideri selvaggi e pre-sociali, e un «mondo del pensiero». Crescere significa non solo imparare a controllare e contenere il primo mondo attraverso una ponderata sollecitudine verso gli altri, ma anche elaborare un senso dello humour. Non si tratta di un compito facile, perché le forme della conoscenza tecnica, sebbene necessarie alla sopravvivenza, sono intrecciate – a causa della loro origine – con elementi di follia distruttiva. Così, i Piaroa sono famosi per i loro sentimenti pacifici – non si registrano casi di omicidio, dal momento che si pensa che chi uccide un altro uomo è immediatamente contaminato e avrà una morte orribile – ma abitano un cosmo di continue guerre invisibili, nel quale gli stregoni parano i colpi sferrati da divinità rapaci e insensate e le morti sono provocate da forme spirituali di assassinio che devono essere vendicate con il massacro, sempre realizzato magicamente, di intere comunità (distanti e sconosciute). […]


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«Sei stato tu, con la tua passeggiata!»

In sé e per sé uscire per una passeggiata, stando lontani dagli altri almeno un metro ed evitando di toccare cose, è molto, molto meno pericoloso che uscire per lavoro, prendere la metrò affollata, stare in un luogo di lavoro condiviso. Aggiungici il fatto che la stragrande maggioranza di chi esce non lo fa per fare una passeggiata, ma perché costretto ad andare a lavorare anche per servizi inessenziali, quando se potesse stare a casa lascerebbe più spazio sicuro a chi si sposta per i servizi davvero essenziali, e hai la misura dell’ipocrisia imperante.

“Sei stato tu, col tuo sasso!” gridò il carabiniere in diretta tivvì a qualche manifestante al G8 di Genova nel 2001 dopo che Carlo Giuliani era stato ammazzato dal carabiniere Placanica.

“Sei stato tu, con la tua passeggiata!” gridano oggi i governanti e anche tanti, troppi che pur di credere ancora ai “poteri buoni” cascano nel loro trappolone più classico, quello di fomentare le guerre tra poveri e spostare le *loro* responsabilità (giusto un esempio: 37 miliardi tagliati alla sanità negli ultimi 10 anni) su qualche categoria-capro espiatorio.

Bisognerebbe spazzarli via, adesso!, anche perché ci stanno facendo allegramente trotterellare verso la solita “soluzione” che i ricchi capitalisti danno alle crisi del loro sistema di merda: la guerra.

Bambino decrepito

Babbo forse non è mai stato bambino, o meglio non è mai stato bambino tranne con me (costringendomi piuttosto e anzichenò a ruoli ribaltati, soprattutto a partire dalla mia preadolescenza) e mia mamma. Così si spiega, tanto per fare un esempio, come si è comportato con me e con mia mamma e anche “con sé stesso” quando se n’è andato a Sesto Fiorentino: dall’oggi al domani, e “se venite con me bene, se no vado lo stesso”, lasciandomi con poche, pochissime parole: solo un rimando alla teoria di Girard, che aveva leggiucchiato molto prima di quando poi lo feci io e su cui aveva una mezza idea di imbastire un racconto in cui la vittima sacrificale designata si ribellava al suo destino; mentre io, nell’inversione di ruoli, siccome già si trattava molto male, non trovavo altro da dirgli che “se vuoi andare vai, solo cerca di non strafare, di non andare a star male”. Quella poi è stata la sua adolescenza, il confronto con (il fantasma del)l’unica figura paterna sostitutiva (a quello stronzo fascista di mio nonno) che aveva vissuto come tale nel suo percorso, che aveva in parte accettato come tale nel suo percorso, ovvero Gianni Bosio. Mentre la mia adolescenza andava in frantumi, non uscivo più di casa, non andavo più a scuola e scrivevo e scrivevo e scrivevo cose che non facevo leggere a nessuno e scrivevo tra l’altro che mi sentivo “bambino decrepito”, nel primo periodo a Sesto lui vide più volte il fantasma di Bosio e ci litigò al punto che una notte prese a tirare sedie in giro per l’Istituto Ernesto de Martino, e nello stesso periodo vide più volte il fantasma mio appeso fuori alle sbarre della finestrella del loculo in cui dormiva all’Istituto. Rimasto fuori.

Forse alla fine sono più orfano di quanto lo sia stato lui: forse alla fine ha ragione quel personaggio femminile di Isabelle Allende quando, dopo essersi vista costretta a rivelare a sua figlia che suo padre non era morto poco dopo la sua nascita ma se n’era semplicemente andato, alla domanda “perché non me l’hai mai detto?” risponde “meglio un padre morto che un padre assente”.

Resta di fatto che tuttora mi vivo e mi sento bambino decrepito.

A questo proposito mi viene sempre in mente questa canzone di mio padre, e poi mi viene sempre in mente “certo, riuscissi a farmi fuori il decrepito resterei solo bambino”, e poi mi vengon sempre in mente questo video e questa canzone dei Placebo, e poi mi viene sempre in mente una cosa che ha scritto quel simpatico scoppiatone di Tom Robbins: “non è mai troppo tardi per farsi un’infanzia felice”; ma non so se valga anche per l’adolescenza: la mia infanzia, a parte la paranoia sul sesso (che non son certo giuggiole) è stata abbastanza felice, e a tratti molto; la mia adolescenza un cazzo d’inferno declinato nelle più varie maniere (dal morire di freddo al morire di fiamma) in cui sono ancora invischiato (da bambino decrepito quale sono tuttora più spesso che no aborro l’adultitudine).

E poi non è forse vero che da vecchi si torna come bambini?

“Demenza precoce” la chiamavano una volta, una parte della malattia con cui mi hanno etichettato (“psicosi schizoaffettiva”).

In realtà non ne capiscono un cazzo.

È un po’ come essere il buon selvaggio di Rousseauiana memoria, che non a caso non è mai esistito. È un po’ come essere figli di tutti e di nessuno. È come essere tutto ed essere niente.

E a questo proposito mi viene sempre in mente questa canzone di mio padre:

 

Può anche darsi che un bel giorno
Ad una quercia antica
Io sogni un cristo tutto biondo
E con la mano amica
Che mi racconti, ma fino in fondo
La sua vera vita
Ed io saprò se andare avanti
O se farla finita.

Lui mi dirà d’esser figlio
Di una santa madre
Un po’ borghese, un po’ massaia
Un po’ anche puttana
Un poco santa, un po’ dannata
Un poco saggia e strana
Un poco mamma, un poco donna
E soprattutto umana.

Lui mi dirà: io ero bimbo
E vivo in allegria
In riso o in pianto
In odio o amore
E pure in fantasia
Bimbo di terra o di officina
O di salumeria
Bimbo tra bimbi e come bimbo
Soltanto bimbo e così sia.

E poi da grande fui contadino
E fui studente e via
E fui operaio e fui padrone
E poi fui ladro e via
E fui ruffiano ed assassino
E saggio e pazzo e via
Fui mentecatto e poi generale
Poi commissario e spia.

Per esser Dio, io ero tutto
Ed ero anche niente
E questo è umano e molto in uso
Tra la divina gente
E allora scelsi, sudando sangue
Sotto l’ulivo ardente
E scelsi rosso ma rosso sangue
Contro il nero vincente.

O donn semm chí a cantà ‘l Cristé
de fà ‘ndà ben i cavalé
se me darì un quei uvètt
farem ‘ndà ben anca i galètt
se me darì un palancún
farem ‘nda ben anca i marciún.
O donn semm chí a cantà ‘l Cristé
de fà ‘ndà ben i cavalé.

(Donne siamo qui a cantare il “Cristé”
per far andar bene i bachi da seta
se mi darete qualche uovo
faremo andar bene anche i bozzoli
se mi darete una palanca
faremo andar bene anche i bozzoli marci.
Donne siamo qui a cantare il “Cristé”
per far andare bene i bachi da seta)

Un gioco dimmerda

Due pensieri su due passaggi di questo articolo (Il riduzionismo psichiatrico e la variabile umana) che mi hanno colpito…

 

«[la psichiatria] Ignorando la componente socio-economica nell’origine dei problemi del singolo […] mira a stornare l’attenzione critica dai problemi socio-politici, concorrendo al mantenimento dello status quo per nulla vantaggioso per la maggior parte dei cittadini» (p. 84).

 

Sono d’accordo.

 

Inoltre tende a decolpevolizzare i singoli «individuando l’origine dei loro problemi non in scelte e comportamenti sbagliati, bensì in un loro presunto malfunzionamento neuronale, in qualche scompenso chimico. La decolpevolizzazione va di pari passo con l’irresponsabilizzazione, attuata attraverso il conferimento di una diagnosi. Infatti una diagnosi è sempre, in prima battuta, l’istituzionalizzazione di un deficit» (p. 85).

 

Invece qui non capisco e mi sembra contraddittorio: perché dovrebbe essere colpevolizzato (di scelte e comportamenti “sbagliati”) il singolo, se il problema è socio-politico? Il singolo depresso, tipicamente, già si colpevolizza moltissimo: “sono un perdente, incapace”, ecc.

Io la vedo così: la società è sempre più competitiva e sempre più carente di meccanismi redistributivi e soprattutto di una base di diritti garantiti. Così, sempre più persone arrivano a non farcela più, cascano fuori dal “gioco”. Perché? Perché sotto la facciata “civile” il gioco è crudele e viziato. Ammettiamo che l’uomo sia un essere competitivo e che non possa fare a meno, almeno in qualche misura, di esserlo; ammettiamo che non possa, non riesca a essere solo collaborativo; ma anche in questo caso, comunque, che razza di gioco è quello in cui le carte non vengono mai redistribuite ai giocatori, ma si accumulano in mano ai vincenti? In cui – a parte casi sempre più rari e improbabili – non possono vincere se non i già vincenti? E in cui chi perde si ritrova senza nessuna carta in mano? E in cui i più nascono con zero carte in mano? Un gioco dimmerda.