Malatesta sulla strage del Diana (oggi, cento anni fa) e la violenza

Oggi, 100 anni fa, intorno alle 23, si compì la strage al teatro Diana di Milano, e mi pare giusto ricordare anche questo, che credo fu tra gli errori nostri più tragici. Anarcopedia riporta, a chiusura della pagina linkata qui sopra, che Malatesta «sempre condannò risolutamente il gesto ma mai gli autori», dei quali disse: «Quegli uomini hanno ucciso e straziato degli incolpevoli in nome della nostra idea, in nome del nostro e del loro sogno d’amore. I dinamitardi del “Diana” furono travolti da una nobile passione, ed ogni uomo dovrebbe arrestarsi innanzi a loro pensando alle devastazioni che una passione, anche sublime, può produrre nel cervello umano […]», e penso che a questa posizione pervenne in particolare quando seppe che la loro intenzione non era di compiere una strage, ma di colpire soltanto il questore; però – citando dal bel librone di Vincenzo Mantovani Mazurka blu – La strage del Diana – il primo commento noto a proposito dell’attentato al Diana, che Malatesta fece dal carcere, fu più duro nei loro confronti:

I giornali parlano di attentato anarchico. Ebbene io ci tengo a dichiarare che quel triste fatto non può aver niente a che fare con le idee anarchiche. Quell’orribile gesto di massacro non corrisponde, anzi è contro, alla dottrina e alla tattica anarchica. Gli anarchici sono per la insurrezione armata contro lo stato capitalistico, contro il governo borghese, al fine di instaurare un ordine sociale nuovo, di formare una società di giustizia e di libertà, ma restano assolutamente contrari alla piccola o grande violenza individuale, alla vana guerriglia contro le persone, alla inutile strage. Io ricorderò ai miei giudici e al popolo le antiche e le recenti mie polemiche contro gli atti terroristici individuali, contro il ravasciolismo, contro il cosiddetto banditismo rosso, contro la propaganda col fatto. L’umanità nuova non si prepara, non si costruisce con azioni selvagge e pazzesche, uccidendo donne, bambini e pacifici spettatori in un ritrovo popolare. Anch’io qualche volta mi recavo al teatro al Diana. Neanche come rappresaglia ad altre violenze può esser compreso quell’attentato. Se tu hai colpito me io risponderò colpendo te, non mai facendo del male a un terzo che non sa niente delle nostre querele, che vi è perfettamente estraneo. La morale anarchica deve essere una morale superiore, non scendere alla barbarie. Se coloro che hanno compiuto l’opera di distruzione e di sangue dovessero o volessero chiamarsi anarchici, restano però sempre degli individui che non sanno che cosa è l’anarchismo.

E Mantovani prosegue citando un articolo di Malatesta apparso nel 1892 sulla rivista parigina En-dehors

Siamo rivoluzionari per amore degli uomini; né colpa nostra è se la storia ci ha costretti a questa dolorosa necessità; ma soprattutto rispetto alla rivoluzione occorre tener conto dell’uso del minimo mezzo, del più parsimonioso, giacché il dispendio si totalizza in vite umane.
Conosciamo abbastanza le spaventevoli condizioni materiali e morali in cui si trova il proletariato per spiegarci gli atti di odio, di vendetta, persino di ferocia che potranno prodursi. Ma altro è spiegarli, certi eccessi selvaggi, altra cosa è l’ammetterli. Non sono questi gli atti che possiamo accettare, incoraggiare, imitare.
Dobbiamo essere risoluti ed energici, ma dobbiamo anche sforzarci di non oltrepassare mai il limite segnato dalla necessità. Dobbiamo fare come il chirurgo che taglia quando occorre ma evita d’infliggere inutili sofferenze; insomma dobbiamo essere ispirati dal sentimento dell’amore degli uomini, di tutti gli uomini.
Ci sembra che questo sentimento d’amore sia il fondo morale, l’anima del nostro programma; ci sembra che solamente concependo la rivoluzione come il grande giubileo umano, come la liberazione e la fratellanza di tutti gli uomini, qualunque sia la classe o il partito al quale hanno appartenuto, il nostro ideale potrà realizzarsi. La ribellione brutale si produrrà certamente e potrà anche servire a dare l’ultima spinta che deve atterrare il sistema attuale; ma se non trovasse il contrappeso dei rivoluzionari che agiscono per un ideale si divorerebbe da se stessa. L’odio non produce l’amore; per mezzo dell’odio non si rinnovella il mondo. E la rivoluzione dell’odio o fallirebbe interamente o farebbe capo a una nuova oppressione, che potrebbe magari chiamarsi anarchia, come si chiamano liberali i governi attuali, ma che non sarebbe meno un’oppressione e non mancherebbe di produrre gli effetti che produce ogni oppressione.

…e poi un altro, scritto cinque anni dopo per l’Agitazione di Ancona:

L’atto di rivolta collettivo, a priori, a parità di circostanze, è più importante dei fatti individuali; ma sarebbe illogico misurare la bontà di un atto dal numero di quelli che l’hanno compiuto. Noi protestiamo contro certi fatti che ci sembrano cattivi e dannosi perché sono quei tali fatti, e non già perché sono stati commessi da un uomo isolato. Così, per esempio, io disapprovo l’attentato al caffè Terminus [che fu del genere di quello del Diana, benché le sue conseguenze fossero state infinitamente meno gravi][…] perché mi pare ingiusto, feroce, insensato, intendendo con ciò di giudicare, non le intenzioni e la personalità di Henry, ma l’atto obbiettivo nella sua portata sociale, cioè sul bene o sul male che poteva produrre agli altri uomini.

Io a volte penso però che l’errore tragico della strage del Diana fu anche e forse soprattutto conseguenza di un altro errore: l’aver abortito – i sindacati confederali, la gran parte dei socialisti e dei comunisti – la rivoluzione che sarebbe stata possibile all’apice del biennio rosso.

Ma forse in realtà ha ragione Malatesta su tutta la linea: «Noi facemmo tutto quello che potevamo[…]. Non riuscimmo, e il movimento fallì perché noi eravamo troppo pochi e le masse troppo poco preparate.» (dalla nota VIII qui).
Perciò, anche se gli anarchici di allora avessero “forzato le cose” (anche se per esempio avessero davvero fatto prigionieri i dirigenti confederali, come Bosio, socialista, rimprovera loro a posteriori di avere “solo architettato”), e anche se il moto rivoluzionario avesse avuto seguito e successo, a raccoglierne i frutti sarebbero stati proprio i socialisti e-o i comunisti, sfruttando il vuoto di potere per prendere il potere.
Sarebbe stato comunque meglio?
Visto come andarono le cose in URSS, direi proprio di no.

La rivoluzione messa ai voti

Da Mazurka blu. La strage del Diana, di Vincenzo Mantovani,
Seconda parte, cap. 45: La rivoluzione messa ai voti

Con un mio commento alla fine, scritto oggi, sabato 7 maggio 2022

Nell’estate del 1920, in seguito a un dissidio di carattere amministrativo e personale con Nella Giacomelli, Mario Perelli lasciò Umanità Nova[I]. Da una ditta genovese ricevette l’incarico di raccogliere inserzioni per una pubblicazione destinata alle Camere di commercio. Nonostante l’inesperienza, il lavoro gli andò bene. La giornata del neo-agente pubblicitario finiva spesso al Grand’Italia, il lussuoso ristorante della Galleria. Così, tra contratti e buone cene, Perelli passò il mese di agosto.

Io abitavo al rondò Cagnola [oggi piazza Firenze]. Da quelle parti c’è via Ruggero di Lauria, dove c’era l’officina dell’ingegner Romeo.

Una mattina sono a letto – non ho urgenza di andare a lavorare – quando sento un vociare, un tramestio. Mi alzo, vado giù. La Romeo s’è messa in sciopero. C’era una controversia che si trascinava da un certo tempo, credevano di risolverla così. Loro vanno alla Camera del lavoro, e io dietro. Pensavo: caso mai farò un servizio per Umanità Nova.

Vado là, e la discussione pare che si allarghi, perché viene convocato il consiglio delle leghe. Quelli della Romeo non si muovono. Io non vado neanche a mangiare.

Verso le quattro c’è la decisione: il consiglio generale delle leghe proclama l’occupazione delle fabbriche. Figurati, con la notizia calda! Attraverso Garlaschelli – il portinaio, che vendeva anche i giornali – cerco di avere informazioni precise. «Sì, ti assicuro, hanno deliberato così.» Via! Corro a Umanità Nova, porto la notizia.1

Il 1° settembre 1920 il quotidiano anarchico annunciava:

La presa di possesso delle fabbriche avvenne verso le 17 [del 31 agosto 1920] simultaneamente in tutti i 300 stabilimenti di Milano. La massa operaia dopo la serrata alla Romeo comprese subito che l’unico modo per impedire la serrata generale e l’occupazione delle fabbriche da parte della forza armata era di rimanere nei reparti, tutta, compatta e unita. Verso le 17 […] gli operai abbandonarono i reparti, circondarono gli uffici, facendo prigionieri i direttori, i capiofficina, gli impiegati; tagliarono ogni comunicazione telefonica e posero delle sentinelle alle porte.

«Quale che sia la piega che prenderà il movimento» concludeva Umanità Nova «è certo che da ieri le coscienze degli operai metallurgici si sono tese, si sono destate e han capito quale immensa forza possiede la massa operaia. E ciò le sarà d’auspicio per ogni eventualità rivoluzionaria.»2 Ricorda Perelli:

Vien fuori Umanità Nova, con questo titolo qui, e subito si combina di fare una visita alle fabbriche occupate. Quella sera lì, verso le sei e mezzo o le sette, andammo, mi pare, dalle parti di Porta Romana, non so se era la O.M. o la Brown Boveri. C’era Quaglino, Malatesta, io e ancora un altro o due. Mica tanti, quattro o cinque persone eravamo.3

Dice Quaglino:

Io ricordo che andammo alla Bianchi, che allora faceva le biciclette in viale Abruzzi, e alla Brown Boveri. Alle Fonderie Milanesi siamo andati un altro giorno per la morte di un compagno, che aveva fatto scoppiare una bombaII. C’era… c’era un entusiasmo enorme. Ma entusiasmo dentro la fabbrica.4

Ricorda Perelli:

Ti avvicinavi a una fabbrica, di quelle grosse, e tutti i cancelli erano chiusi. Sul muro di cinta c’era una sentinella col fucile. E la porticina di ferro era difesa dalle guardie rosse, ormai si chiamavano così, che facevano entrare le donne con la cena per gli operai.

Era una cosa! E un movimento! In un gran silenzio, tutti si davano da fare. Cosa facessero non lo so. Ma lavoravano intorno ai camion, li blindavano con certi lamieroni per poter uscire e occupare la città. Preparavano la rivoluzione. Ti sentivi un brivido nella schiena e dicevi: è giunta l’ora, finalmente. E quasi non credevi ai tuoi occhi. Invece era la rivoluzione che cominciava. Tutti la prendevano sul serio. E il giorno dopo l’avevano presa sul serio anche i poliziotti, che stavano dall’altra parte della strada e mica si avvicinavano ai soldati della guardia rossa. Niente, facevano finta di non vederli…5

La sensazione di Perelli, che la rivoluzione fosse cominciata, era condivisa da molti in quel momento. Si veda, per esempio, questo ricordo personale di Luigi Fabbri:

Uno spettacolo che mi dette quasi l’impressione del trionfo raggiunto fu quello che mi passò rapidamente davanti agli occhi tre o quattro giorni dopo, mentre tornavo in ferrovia a Bologna. Lungo la strada ebbi l’impressione di una regione in rivoluzione. Tutte quelle città, paesi, e fino i più piccoli villaggi della Lombardia e dell’Emilia, percorsi dal treno, davano la sensazione del movimento. Sulle fabbriche, stabilimenti e officine sventolava la bandiera rossa; ve n’erano fin sulle più alte ciminiere. Nelle stazioni, nei passaggi a livello e in certi punti strategici, squadre di lavoratori sorvegliavano che non si trasportassero truppe da un punto all’altro, pronti nel caso a dar mano ai ferrovieri per arrestare i treni. Le automobili venivano fermate per ispezionarle. E a Bologna trovai la classe operaia in armi, come a Milano. In uno stabilimento vicino a casa mia mi mostrarono delle casse piene di bombe, pronte alla bisogna.6

Il 2 settembre l’Unione sindacale italiana invitava i lavoratori «a tenersi preparati all’urto decisivo in ogni centro industriale».

Preveniamo le Camere del lavoro, le sezioni tutte d’Italia aderenti all’Usi, che è molto probabile non si possa far giungere ovunque e in tempo le necessarie disposizioni della lotta: debbono quindi agire al momento opportuno con prontezza ed energia.7

Ma gli operai chiusi nelle fabbriche intravedevano la possibilità di uno sbocco rivoluzionario? Si rendevano conto che era necessario uscirne al più presto per estendere l’occupazione agli altri centri del potere economico e politico? Secondo Quaglino, no:

Si doveva uscire, certo. Giolitti lo aveva capito: fin che stanno dentro il pericolo non c’è. Ma nessuno pensava di uscire. Gli anarchici volevano allargare il movimento, coinvolgere tutti gli altri lavoratori. Parliamoci francamente: uscire voleva dire essere armati. E il proletariato non lo era.8

Diversa l’opinione di Perelli:

Occupare la fabbrica, occupare la città. Questa fu la parola d’ordine, almeno per qualche giorno. Noi avevamo delle bombe, ricavate da tubi di ghisa, che erano per l’occupazione della città, per affrontare la resistenza della polizia. Ma chi avrebbe fatto resistenza? Nessuno. Milano era nostra.9

Ribatte Quaglino:

La nostra posizione era quella di Malatesta, che diceva: «Per abbattere la monarchia» – la questione era tutta lì – «bisogna estendere il movimento di occupazione delle fabbriche. Bisogna che i marinai occupino le navi, i postelegrafonici gli uffici postali». Allargare il movimento. Sempre per via legale. Non si parlava di prendere il fucile e occupare la questura o la prefettura, che erano i centri del potere. Malatesta sosteneva che allargando il movimento si creava un vuoto di potere. Si sarebbe neutralizzata la classe borghese e si sarebbe fatta la repubblica. Tutto lì. Solo questo poteva produrre un moto di smarrimento nella borghesia. Perché tu capisci che, finché ad essere occupate sono le fabbriche, la vita non muore. La gente andava a spasso, andava al cinema…10

Ha scritto Luigi Fabbri:

Ciò ch’egli [Malatesta] sosteneva allora in pubblico e in privato era questo: non potersi presentare mai più un’occasione migliore per vincere quasi senza spargimento di sangue; estendere l’occupazione delle fabbriche metallurgiche a tutte le altre industrie e alle terre; dove non c’erano industrie, scendere in piazza con scioperi e sommosse locali, che distogliessero le forze armate dello stato dai grandi centri; dalle località più piccole dove non vi fosse proprio nulla da fare accorrere in quelle maggiori più vicine; scesa in campo di gruppi d’azione di fiancheggiamento; armarsi nel più gran numero possibile e intensificare la raccolta di armi. E così via.11

Anche Perelli, tuttavia, pare d’accordo con Quaglino quando afferma che le ripercussioni dell’occupazione delle fabbriche nelle città furono assai scarse.

La gente accettava il fatto dell’occupazione e basta. Gli operai andavano, quelli che ci andavano, a fare la guardia. E dopo i primi giorni molti non ci andarono neanche più. La cosa cominciava a trascinarsi. L’entusiasmo dell’inizio era sbollito. I camion non uscivano. I socialisti rifiutavano di assumere la direzione del movimento e i sindacati, che non avrebbero voluto, erano costretti ad accettare la responsabilità di quel movimento così grande, più grande di loro, per trasformarlo in una questione sindacale. Così, ogni volta che andavi in una fabbrica occupata, il morale era sceso di due o tre gradi.12

Ha scritto Gianni Bosio, sulla scorta degli articoli sull’occupazione delle fabbriche pubblicati da Umanità Nova l’1 e il 2 settembre, che per sciogliere le difficoltà alle quali il movimento andava incontro e per forzare la mano a chi era propenso all’attesa sia il quotidiano che il movimento anarchico, come pure la direzione dell’Usi, «puntavano, speravano, dichiarandolo, in un intervento brutale e armato dello stato: ciò avrebbe fatto uscire, fra l’altro, il movimento dal corporativismo in cui era nato e si manteneva»13. Contemporaneamente, tuttavia, era anche molto forte la sfiducia nella volontà rivoluzionaria dei sindacalisti della Cgl, per i quali si temette, fin dai primi giorni, che l’occupazione fosse solo «un bel gesto». Umanità Nova dichiarava:

Per noi anarchici il movimento è molto serio, e dobbiamo fare il possibile per incanalarlo verso una maggiore estensione, tracciando un programma preciso di attuazioni, da completarsi e perfezionarsi radicalmente, giorno per giorno, prevenendo, oggi, le difficoltà e gli ostacoli di domani, perché il movimento non vada ad infrangersi ed esaurirsi contro gli scogli del riformismo.14

Il 5 settembre lo stesso quotidiano «indicava nella difesa delle fabbriche il fronte unico della lotta proletaria»15 e prospettava l’opportunità di un incontro fra tutti gli organismi operai. Subito dopo, temendo che l’incontro non potesse aver luogo, o che da esso si cercasse di escludere gli anarchici e gli iscritti all’Usi, il movimento anarchico rompeva gli indugi e passava all’offensiva. Forte della propria consistenza nella regione ligure, indiceva un convegno «per decidere l’estensione dell’occupazione e per creare, anche in una sola zona, il fatto compiuto del passaggio visibile e dimostrato dalla fase economica a quella politica»16.

A questo punto eran le cose quando l’Usi convoca un convegno a Sampierdarena la domenica sette settembre. Sono invitati e intervengono tutti i sindacati della regione ligure e di ogni corrente sindacale. A quel convegno […] si fa presto strada l’idea di prender possesso del porto di Genova e di allargare l’occupazione tutta nella Liguria senza nulla attendere dai massimi dirigenti.

Questa volta si verifica un caso strano: la Confederazione del lavoro invia al convegno due suoi rappresentanti: uno dei massimi gerarchi, Colombino, e il compagno nostro Garino.

Lo sviluppo degli avvenimenti dimostrò in piena luce l’abile manovra confederale: impedire una decisione di occupazione locale immediata allargata, come quella a cui abbiamo accennato. Ma l’intervento di Colombino non avrebbe che ottenuto un effetto contrario; ci voleva un compagno nostro, il quale – nella più perfetta buonafede sulle intenzioni del Colombino – perorasse alla sua volta la causa della sospensiva. Della sospensiva, avvertendo che la Confederazione del lavoro si degnava di comunicare che tra pochi giorni sarebbe stato convocato da parte sua un convegno a Milano nel quale non sarebbe stata esclusa nessuna frazione sindacale e nel quale la decisione dell’occupazione generale si sarebbe potuto prenderla concordemente con tutte le forze d’Italia. Una tale impostazione delle cose non poteva che avere per risultato di convincere tutti i convenuti a Sampierdarena della ragionevolezza di non prendere una decisione affrettata. E così fu.III

Il 7 settembre Umanità Nova ammonisce:

[…] gli operai si sono asserragliati nelle loro fortezze del lavoro scacciandone i capitalisti. Il governo è un’altra volta impotente a reagire e cerca un accomodamento e un compromesso con gli operai. Se riuscirà a farli uscire dalle fabbriche, si rimangerà poi abilmente tutte le promesse, magari anche quella della liberazione delle vittime politiche, e si preparerà alacremente ad allestire nuovi mezzi di difesa e di offesa contro i lavoratori per salvare ancora una volta la baracca borghese. […] Un’occasione così favorevole per iniziare l’espropriazione dei capitalisti col minimo sacrificio di sangue non si presenterà mai più!

E, avendo forse raccolto le voci di una non improbabile compravendita, conclude il suo appello con un’invocazione di tono quasi biblico: «Operai […]. Guai a voi ed ai vostri figli se vi lasciate ancora una volta ingannare!»17.

Se è vero che gli anarchici, proclamando l’occupazione delle fabbriche «momento rivoluzionario» hanno assunto, come scrive Gianni Bosio, una posizione non soltanto «non […] abborracciata e improvvisata»18 ma «di altissima responsabilità», una posizione che permette loro di trattare «un avvenimento e un congegno tanto delicato e pericoloso come l’avvio per la rivoluzione» con esemplare «coerenza propagandistica e politica», con «misura», «consapevolezza» e «diremmo quasi […] gradualità»19, viene spontaneo chiedersi se in definitiva non fu proprio questo senso di responsabilità, stimolato dalla manovra confederale di Sampierdarena, a comprometterne irrimediabilmente l’azione.

Il movimento anarchico e l’Usi i quali teoricamente erano spinti in avanti da un’analisi continua, rinnovantesi e corretta fino a ipotizzare che questa rivoluzione, trovando le masse naturalmente disposte a occupare tutti i luoghi di lavoro, sarebbe stata la meno sanguinosa, e che senza la spinta in avanti non vi sarebbe stata che una reazione sanguinosa, e che avevano architettato, solo architettato, di far prigionieri alcuni dirigenti confederali, cioè di toglierli dalla circolazione, al primo responsabile, decisivo impatto con il reale per un’azione che sarebbe stata determinante, esitano, rimandano e poi si ritirano.20

Nonostante la sfiducia cominciasse a serpeggiare tra gli operai che occupavano le fabbriche («si erano disamorati, avevano visto che diventava un bidone»)21, Malatesta – che era stato uno dei primi a lanciare l’idea dell’occupazione e che qualcosa di simile aveva fatto sei anni prima ad Ancona durante la Settimana Rossa22 – continuò a girare per gli stabilimenti. Il 7 settembre diceva alle maestranze della Bianchi:

Quale che sia la piega che prenderà il movimento, voi dovete essere pronti a tutto: esso può estendersi a tutte le fabbriche, alle miniere, alla terra, ecc., senza che governo e borghesia abbiano la forza di arrestarne l’estensione e l’intensificazione. Ma se la forza bruta dei vostri padroni interverrà, non dovrete spaventarvi per questo. Attorno a voi si stringe tutto il proletariato, si stringono tutti i sovversivi rivoluzionari d’Italia. Allora sarà la lotta decisiva, e voi avrete iniziata la battaglia per la completa emancipazione dei lavoratori.23

La denuncia, la distinzione, l’opposizione anarchica saranno però da questo momento «puramente verbali e scritte, tali cioè da dare il crisma di credibilità all’azione confederale»24. L’8 settembre un «gruppo di operai anarchici» distribuisce nelle fabbriche di Milano un volantino:

Oggi non è più questione di trattative e di memoriali. Oggi è questione di tutto per tutto: per voi come per i padroni. Per far fallire il vostro movimento i padroni sono capaci di concedere tutto quello che domandate: poi, quando voi avrete rinunciato al possesso delle fabbriche e queste saranno presidiate dalla polizia e dalla truppa, allora guai a voi! Non cedete, dunque. Avete in mano le fabbriche, difendetele con tutti i mezzi. Entrate in relazione tra fabbrica e fabbrica e coi ferrovieri per il rifornimento delle materie prime, intendetevi colle cooperative e col pubblico. Vendete e scambiate i vostri prodotti senza tenere alcun conto di coloro che furono i padroni. Padroni non ve ne debbono essere più – e non ve ne saranno se voi vorrete.IV

Il 9 settembre, dopo aver constatato che né l’Usi né la Uai sotto state invitate al «convegnissimo» confederale in programma per il giorno dopo a Palazzo MarinoV, Umanità Nova denuncia il tradimento. L’11 settembre – affidando, nota Bosio, «a uno sperato potere taumaturgico delle parole ciò che doveva essere invece esito di una azione e di consenso politico»25 – lancia un appello alle forze operaie:

Metallurgici,
qualunque cosa stiano per decidere «i dirigenti», non abbandonate la fabbrica, non cedete la fabbrica e non consegnate le armi. Se oggi uscite dalla fabbrica, domani non vi rientrerete che decimati, dopo di esser passati sotto le forche caudine della tracotanza padronale.

Operai di tutte le industrie, arti e commerci; seguite “subito” i metallurgici nell’occupazione degli stabilimenti, dei cantieri, dei depositi, dei panifici e dei mercati.

Contadini, occupate la terra!

Marinai, occupate le navi!

Ferrovieri, non fate marciare i treni se non per la causa comune! Postelegrafonici, sopprimete la corrispondenza della borghesia! Una imprevista possibilità viene prospettata dalla occupazione delle fabbriche: quella di compiere una grande rivoluzione, senza spargimento di sangue e senza disorganizzare la vita nazionale. Non lasciamocela sfuggire!

E voi soldati fratelli nostri, ricordatevi che quelle armi che vi hanno dato per difendere il privilegio e massacrare i proletari che anelano alla loro emancipazione possono essere adoperate contro gli oppressori e [per] la redenzione dei lavoratori tutti.26

Parole inutili. Il 10 settembre, a Palazzo Marino, la rivoluzione era stata messa ai voti e rinviata a una occasione più propizia. Ricorda Perelli:

Dopo i primi giorni, ch’io sappia, non siamo più andati in giro per le fabbriche. Il momento era passato. Eh, le cose bisognava farle di slancio. Malatesta insisté fino alla fine, parlando e scrivendoVI. Per onor di bandiera, ma non ci credeva più nemmeno lui. Non ci credeva più nessuno. Dopo otto giorni era finito tutto.27

E gli anarchici, erano tutti d’accordo con Malatesta?

C’era una diversificazione di attività. Chi faceva il suo giornalino continuava a farlo. Chi discuteva di Nietzsche o di Kropotkin continuava a discuterne. C’era una parte, la parte sindacalizzata del movimento anarchico, che partecipava attivamente anche perché era in fabbrica. Ma gli anarchici come… ideologia erano spezzettati. Ognuno aveva la sua chiesuola.28

E l’Usi non era un momento coagulante?

No, l’Usi non aveva mai goduto di troppa considerazione tra gli anarchici. L’Usi, in fondo, era legalitaria, perché il movimento sindacale non esce dalla legalità: devi riconoscere un padrone e lottare con lui sul terreno dei fatti. Non c’era molto slancio verso l’Usi. La si considerava uno strumento per diffondere certe idee, non un organismo capace di far qualcosa. Nell’organismo non si aveva molta fiducia.29

Ci fu la sensazione che le masse l’avrebbero pagata?

No, no, no. Il pensiero della «grande paura»? Credo che non li abbia neanche sfiorati. No. A Milano, almeno, andò così. Pochi capirono che si era perduta una grandissima battaglia.30

Scrive Gino Cerrito:

L’entusiasmo che animava gli anarchici durante le settimane di occupazione delle fabbriche è perfettamente rispecchiato dalle colonne di Umanità Nova. […] Ma il movimento rimase slegato e quasi isolato località per località; mentre i dirigenti confederali, con il tacito consenso della pavida direzione socialista, coordinavano i loro sforzi con Giolitti per svuotarlo di ogni contenuto rivoluzionario, ostacolando altresì il suo estendersi.

D’altra parte, dopo i primi giorni, il blocco borghese contro l’occupazione si irrigidì e fu evidente che, facendo a meno del credito e dell’organizzazione bancario-commerciale a cui gli stabilimenti erano legati, il movimento non avrebbe resistito a lungo. Anarchici, comunisti, sindacalisti sostenevano in maniera differenziata che, per sopravvivere e trasformarsi in rivoluzione sociale, il moto avrebbe dovuto uscire dalle fabbriche e usufruire della solidarietà coordinata della classe lavoratrice tutta. Sarebbe stata – scriveva allora Malatesta – la rivoluzione meno sanguinosa […].31

Tre volte nel dopoguerra, secondo Luigi Fabbri, le istituzioni monarchiche erano state a un pelo dall’esser rovesciate. La prima nel 1919, quando i moti del caroviveri si propagarono in tutta Italia «come una striscia di fuoco», qua e là favoriti anche da elementi militari. La seconda nel 1920, quando la rivolta militare di Ancona provocò uno scompiglio nel governo: allora «una mossa audace sarebbe bastata a far proclamare la repubblica, cui […] era disposta favorevolmente anche una parte della borghesia». La terza fu rappresentata dall’occupazione delle fabbriche, finita la quale il governo avrebbe confessato di non aver mai avuto le forze sufficienti per espugnare «tante fortezze quanti erano gli stabilimenti» dove si erano trincerati gli operai.32

L’occupazione fallì e la responsabilità maggiore di questo fallimento fu dei socialisti.

Ma un po’ di responsabilità […] spetta anche agli anarchici, che negli ultimi tempi avevano conquistato un notevole ascendente sulle masse e non seppero utilizzarlo. Essi sapevano, per averlo mille volte detto prima e per averlo ripetuto nel loro congresso a Bologna […], che cosa bisognava fare. Il governo e la magistratura, anzi, credettero proprio che gli anarchici avessero fatto quel lavoro di preparazione che tanto avevano propugnato.33

Per questo, quando anche gli operai più ostinati furono costretti a rientrare nei ranghi, la reazione si scatenò. L’abbandono delle fabbriche fu «come il principio della ritirata per un esercito che aveva fino a quel giorno avanzato»34.

Mentre lo scoraggiamento si propagava nelle file del movimento operaio, il governo riprendeva animo. Una pioggia di perquisizioni e di arresti si abbatté sugli anarchici, che erano in quel momento il gruppo rivoluzionario più aggressivo e meno numerosoVII. Quando qualcuno chiese il loro aiuto, i socialisti spalancarono le braccia: che cosa avrebbero potuto fare? Gli anarchici furono lasciati soli. E su quella grande sconfitta del movimento operaio il fascismo costruì il suo regno di violenza e di oppressioneVIII.

NOTE

I Nella Giacomelli era il consigliere delegato della società proprietaria del giornale. Il dissenso fu provocato dall’offerta della Giacomelli a Perelli di una percentuale sui crediti da recuperare, offerta che Perelli ritenne incompatibile con l’ideologia anarchica. Sulle dimissioni di Perelli cfr. Umanità Nova, 8 agosto 1920.

II L’anarchico Bertolotti, ucciso a ventidue anni dallo scoppio di una bomba caduta accidentalmente da un carrello. (Cfr. Umanità Nova, 16 settembre 1920.)

III Fabbriche. «L’Occupazione»: 34 anni fa. Supplemento al n. 29 di Umanità Nova, Roma, settembre 1954, p. 13. «Garino non poteva penetrare nei retroscena segreti e loioleschi di Colombino. La solennità della proposta e dell’occasione lo convinsero a sostenere anche lui questo punto di vista. Molti altri aderirono. Quindi la decisione estrema fu rimandata. Se il convegno avesse insistito nell’occupazione immediata, tutti avrebbero detto che l’Unione sindacale era formata da gente intrattabile, maniaca della scissione.» (A. Borghi, Mezzo secolo cit., p. 249.)

IV Un trentennio cit., pp. 41-2. Il manifesto, non firmato, secondo Fabbri era stato scritto da Malatesta. Vedilo, completo, in Umanità Nova, 10 settembre 1920, raccolto in E. Malatesta, Scritti, cit., vol. I, pp. 154-5.

V Furono invitati a partecipare alla riunione anche la direzione del partito socialista e il gruppo parlamentare socialista; e a puro titolo consultivo, senza diritto di voto, i rappresentanti dei ferrovieri, dei marittimi, dei portuali, degli impiegati statali e dei postelegrafonici (tutte organizzazioni non confederate).

VI «Voi avete» diceva il 14 settembre alle maestranze degli stabilimenti metallurgici Levi e Bologna «iniziata la rivoluzione in Italia. Le passate rivoluzioni avevano cangiato il governo, senza che l’assetto sociale borghese venisse distrutto. Oggi invece gli operai si sono impadroniti dei mezzi di produzione, e per questo fatto nuovo essi hanno iniziato la vera rivoluzione. I padroni, se vorranno mangiare, dovranno lavorare come voi e con voi; il governo è impotente a fermare colla forza bruta la vostra marcia. […] Malgrado le decisioni dei “pompieri”, la causa della rivoluzione non è ancora perduta […].» (Umanità Nova, 16 settembre 1920.) «Se le circostanze v’imporranno di lasciare malgrado tutto le officine» disse il 20 settembre agli operai e alle operaie della Fibra Vulcanizzata di viale Monza «lasciatele con questo sentimento: che per il momento, per l’inettitudine dei vostri dirigenti, siete stati sconfitti, ma che presto riprenderete la lotta, e allora non sarà per ottenere delle concessioni che si risolvono in una mistificazione ma per espropriare definitivamente i vostri sfruttatori […].» («Tutto non è finito!», ibidem, 22 settembre 1920, raccolto in E. Malatesta, Scritti, cit., vol. I, pp. 164-5.)

VII Già il 30 settembre, a pochi giorni dall’inizio della restituzione delle fabbriche ai rispettivi proprietari, il guardasigilli Fera, redarguito al senato per la sua «inerzia», rispose: «Procedimenti penali sono stati iniziati dappertutto. A Milano sono già in corso 14 processi per le occupazioni». (Un trentennio cit., p. 45.)

VIII L. Fabbri, La controrivoluzione cit., p. 178; G. Cerrito, introd. a E. Malatesta, Scritti scelti, cit. «L’occupazione delle fabbriche e delle terre», scrisse Malatesta nel 1924, «era perfettamente nella nostra linea programmatica. Noi facemmo tutto quello che potevamo, coi giornali e con la nostra azione personale nelle fabbriche, perché il movimento si intensificasse e si generalizzasse e avvertimmo, purtroppo buoni profeti, gli operai di quello che sarebbe successo loro se avessero abbandonato le fabbriche, aiutammo a preparare la resistenza armata, prospettammo la possibilità di fare la rivoluzione quasi senza colpo ferire se solamente si fosse mostrata la decisione di adoperare le armi che si erano accumulate. Non riuscimmo, e il movimento fallì perché noi eravamo troppo pochi e le masse troppo poco preparate. Quando D’Aragona e Giolitti concertarono la burla del controllo operaio, coll’acquiescenza del partito socialista, che allora era diretto dai comunisti, noi gridammo al tradimento e ci prodigammo nelle fabbriche per mettere in guardia gli operai contro l’inganno iniquo. Ma appena fu diramato l’ordine della Confederazione di uscire dalle fabbriche, gli operai docilmente ubbidirono all’ordine quantunque disponessero di possenti mezzi militari per la resistenza. La paura in ciascuna fabbrica di restare soli a combattere e le difficoltà di assicurare l’alimentazione dei vari presidii indussero tutti alla resa, malgrado l’opposizione dei singoli anarchici sparsi per le fabbriche. Confederazione e partito socialista, comunisti compresi, si misero contro e tutto doveva finire con la vittoria dei padroni.» (Pensiero e volontà, 1° aprile 1924, cit. in S. ARCANGELI, Errico Malatesta e il comunismo anarchico italiano, Milano, Jaca Book, 1972, p. 134.)

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1 Interv. Perelli, 10 maggio 1973.

2 Umanità Nova, 1° settembre 1920.

3 Interv. Perelli, 10 maggio 1973.

4 Interv. Quaglino, 21 luglio 1973.

5 Interv. Perelli, 10 maggio 1973.

6 «L’opinione di Fabbri (Da un articolo del settembre 1920)», in Umanità Nova, settembre 1954, suppl. al n. 39, pp. 8-9.

7 Umanità Nova, 3 settembre 1920, cit. in G. Bosio, op. cit., p. 57.

8 Interv. Quaglino, 21 luglio 1973.

9 Interv. Perelli, 12 novembre 1974.

10 Interv. Quaglino, 21 luglio 1973.

11 E. Malatesta, Scritti, cit., vol. I, p. 17.

12 Interv. Perelli, 12 novembre 1974.

13 G. Bosio, op. cit., p. 57.

14 Umanità Nova, 4 settembre 1920, cit. in S. ARCANGELI, Errico Malatesta e il comunismo anarchico italiano, Milano, Jaca Book, 1972, p. 133.

15 G. Bosio, op. cit., p. 57.

16 Ivi, pp. 57-8.

17 Umanità Nova, 7 settembre 1920, cit. in S. Arcangeli, op. cit., p. 133.

18 G. Bosio, op. cit., p. 53.

19 Ivi, p. 57.

20 Ivi, p. 59.

21 Interv. Perelli, 10 maggio 1973.

22 S. Arcangeli, op. cit., p. 132.

23 Umanità Nova, 8 settembre 1920.

24 G. Bosio, op. cit., p. 59.

25 Ibid.

26 Umanità Nova, 11 settembre 1920.

27 Interv. Perelli, 12 novembre 1974.

28 Ibid.

29 Ibid.

30 Ibid.

31 G. Cerrito, introd. a E. Malatesta, Scritti scelti, cit., p. 55.

32 L. Fabbri, La contro-rivoluzione preventiva, cit., pp. 175-6.

33 Ivi, p. 177.

34 Ivi, p. 178.


Leggendo le conclusioni cui Bosio, socialista, arriva a grande distanza temporale dai fatti, ovvero nel 1970[*], per quello che sono, ovvero una critica molto tardiva a noi anarchici per quel che all’apice del biennio rosso non facemmo («al primo responsabile, decisivo impatto con il reale per un’azione che sarebbe stata determinante [si riferisce al fatto che, come racconta egli stesso poco prima, avevamo “architettato, solo architettato, di far prigionieri alcuni dirigenti confederali”], esitano, rimandano e poi si ritirano» – vedi qui la citazione completa, se vuoi, e puoi tornare poi a quanto stai leggendo ora premendo il tasto “indietro” del tuo browser), le trovo molto scorrette dal punto di vista storico, perché se davvero in quel contesto avessimo fatto prigioniero qualche dirigente confederale, tra i quali non pochi erano i socialisti, non avremmo ottenuto altro che un radicale affievolirsi della fiducia degli operai e del resto della classe lavoratrice di allora nei nostri confronti e nei confronti della possibilità; e le trovo molto scorrette anche dal punto di vista etico: quello di Bosio è un tentativo di scaricare la colpa storica dei dirigenti socialisti di allora, i quali non fecero nulla per dare sbocco rivoluzionario al movimento nonostante da tanto tempo dichiarassero di perseguire la rivoluzione sociale come passo necessario per costruire il socialismo, sul movimento anarchico. Le stesse critiche rivolgo a Mantovani quando scrive «viene spontaneo chiedersi se in definitiva non fu proprio questo senso di responsabilità, stimolato dalla manovra confederale di Sampierdarena, a comprometterne irrimediabilmente l’azione» [a compromettere, cioè, la possibilità di un buon esito dell’azione di noi anarchici][vedi qui la citazione completa, se vuoi]. Anche per questo sono totalmente d’accordo con la riflessione fatta da Malatesta poco dopo gli eventi (vedi nota VIII).

[*] G. BOSIO, La grande paura. Settembre 1920: L’occupazione delle fabbriche, Roma, Samonà e Savelli, 1970, p. 22

Il biennio rosso, una grande occasione sprecata

Il biennio rosso fu una grande occasione sprecata, e quanto ci costò sprecarla, e chissà mai quando e se si ripresenterà. Ogni volta che rileggo o torno con la mente a questo passaggio da Mazurka blu di Vincenzo Mantovani, che a sua volta cita La grande paura. Settembre 1920: L’occupazione delle fabbriche di Gianni Bosio, mi sale il più grande dei mannaggia e tendo, guardando quanto siamo distanti al presente da situazioni simili, a deprimermi piuttosto e anzichenò. Però forse mi sbaglio (io è da mò che son quasi totalmente fuori dai movimenti reali) e non siamo poi così distanti.

Da Mazurka blu. La strage del Diana,
Vincenzo Mantovani, Rusconi, 1979

Se è vero che gli anarchici, proclamando l’occupazione delle fabbriche «momento rivoluzionario», hanno assunto, come scrive Gianni Bosio, una posizione non soltanto «non […] abborracciata e improvvisata» ma «di altissima responsabilità», una posizione che permette loro di trattare «un avvenimento e un congegno tanto delicato e pericoloso come l’avvio per la rivoluzione» con esemplare «coerenza propagandistica e politica», con «misura», «consapevolezza» e «diremmo quasi […] gradualità», viene spontaneo chiedersi se in definitiva non fu proprio questo senso di responsabilità, stimolato dalla manovra confederale di Sampierdarena, a comprometterne irrimediabilmente l’azione.

Il movimento anarchico e l’Usi, i quali teoricamente erano spinti in avanti da un’analisi continua, rinnovantesi e corretta fino a ipotizzare che questa rivoluzione, trovando le masse naturalmente disposte a occupare tutti i luoghi di lavoro, sarebbe stata la meno sanguinosa, e che senza la spinta in avanti non vi sarebbe stata che una reazione sanguinosa, e che avevano architettato, solo architettato, di far prigionieri alcuni dirigenti confederali, cioè di toglierli dalla circolazione, al primo responsabile, decisivo impatto con il reale per un’azione che sarebbe stata determinante, esitano, rimandano e poi si ritirano.

Quel brutale finalmente!

Quel brutale finalmente! - Copertina«Un giorno un maestro tradizionale, prima di portare i suoi alunni in classe, li mette in fila e dice: l’ordine è la prima cosa da imparare! Arrivati in classe i bambini pregano e dopo si siedono. Il maestro subito dà il tema da svolgere e scrive il titlo alla lavagna. Giacomo Carta dice di andare al gabinetto, ma il maestri gli dice no. Un alunno (Carmine Carrato) sta prendendo l’astuccio, ma gli cadono i colori ed allora il maestro gli dà una bacchettata sulla mano. Il maestro ritira i compiti e dice: Adesso problema. Giacomo Carta ridice di andare al gabinetto, ma la risposta è la solita. Il maestro dopo aver fatto svolgere il problema assegna un compito di analisi grammaticale. Il nostro Giacomo ritenta di andare al gabinetto. Ma la risposta non cambia. Poi fanno l’intervallo, ginnastica nei banchi. Il maestro ritira i compiti. Giacomo per la quarta volta ridice la solita frase, e incomincia a farsela addosso. Siccome incomincia a fare una puzza tremenda gli altri scolari se ne accorgono e cominciano a ridere. Il maestro scaccia Giacomo, che mentre va al gabinetto se la fa addosso e sporca il corridoio. Così si effonde una puzza tremenda che a poco a poco si espande nella classe, così gli alunni sono costretti a tapparsi con la mano il naso e ridono come matti. Il maestro li rimprovera e li punisce. I bambini escono inquadrati. Il maestro rimasto solo dice: Capiranno l’ordine!
Ma Giacomo Carta prese una carabina e sparò al maestro, così quel brutale morì finalmente.»

La nascita del capitalismo

Da Era necessario il capitalismo?, di Hosea Jaffe

L’olocausto degli «indios» e della loro civiltà
ad opera del capitalismo

La tesi che vuole far risalire la nascita del «capitalismo vero e proprio» alla «rivoluzione industriale» inglese tende a omettere quelle che sono le fondamenta reali del capitalismo stesso, ovvero l’ipersfruttamento e l’oppressione razzistica dei lavoratori coloniali, che per tanto tempo hanno costituito la maggioranza del «proletariato» globale (compresi i proletari contadini)1.

Diversi studiosi condividono la tesi di Silvio Serino secondo cui «le malattie introdotte dagli europei nel “nuovo mondo” furono il principale strumento attraverso cui si attuò il più grande genocidio della storia e si realizzò la conquista»2. Tra gli altri ricordiamo Alfred Crosby e David E. Stannard3. Ma Tzvetan Todorov, inter alia, considerava l’epidemia di vaiolo una causa secondaria del genocidio degli «indios» (chiamati così soltanto perché Colombo riteneva di aver raggiunto l’India), a confronto con la guerra di conquista spagnola e l’ipersfruttamento nelle miniere di argento e nelle piantagioni4.

In effetti il più noto conquistador, Cortez, vessava non meno di cinquantamila «indios» nella sua piantagione principale. A quei tempi, ovvero all’inizio del XVI secolo, e fino al XX secolo, non esistevano in Europa gruppi di lavoratori altrettanto numerosi in una singola fabbrica o in una singola piantagione. Todorov scrisse che

[…] nel 1500 la popolazione globale era composta da circa 400 milioni di abitanti, 80 milioni dei quali risiedevano in America. Verso la fine del XVI secolo, di questi 80 milioni ne rimanevano 10. Limitando il nostro discorso al Messico, all’inizio della conquista la popolazione si aggirava intorno ai 25 milioni di abitanti; nel 1600 erano stati ridotti a un milione5.

Alcuni missionari spagnoli che giunsero in America a ridosso del periodo delle conquiste (tra il 1492 e il 1512), come Las Casas, testimoniarono che la causa principale dell’enorme numero di morti non furono tanto il vaiolo e altre epidemie, ma la crudeltà degli spagnoli in guerra, nello sfruttamento, nell’affamamento e nella tortura, il terrore cronico che veniva dall’essere confinati nelle miniere d’oro e d’argento, i suicidi di massa dovuti alla claustrofobia, le esecuzioni di massa, la cristianizzazione forzata, l’uccisione dei capi degli stati precolombiani, la distruzione degli edifici delle città-stato, delle case, dei templi, dei luoghi d’insegnamento, e la cancellazione dell’industria, dell’artigianato e delle arti locali6.

Las Casas era un domenicano che si opponeva al genocidio spagnolo degli «indios». Raccomandò a Carlo V, imperatore del sacro romano impero e re di Spagna, di esportare schiavi dall’Africa verso l’America spagnola e portoghese. Carlo V accettò il consiglio.

I resoconti di Las Casas sulle atrocità spagnole furono confermati da quelli di molti altri cattolici – Gonzalo Fernández de Oviedo y Valdés7, il quale fu testimone delle atrocità commesse tra il 1512 e il 1521 a danno dei lavoratori di Cortez, e Toribio da Benevento (conosciuto come Motolinia)8 – e forse soprattutto dalle testimonianze prive di pregiudizi razziali e intrise di sofferenza raccolte dal «meticcio» messicano Juan Bautista Pomar, che le diede alle stampe nel 15829. Secondo tutte queste fonti il genocidio sterminò il 90% della popolazione «india», e questa stima trova riscontro nelle ricerche condotte da studiosi inglesi e statunitensi in America centrale e meridionale nel XX e XXI secolo. Uno di questi studiosi, N.D. Cook, sosteneva – come Las Casas – che la principale causa di morte tra i nativi fu la violenza spagnola10: le malattie furono il colpo di grazia che mise al tappeto la popolazione dei nativi, già ridotta in condizioni miserrime dai soldati spagnoli, dalla fame forzata, dalle psicopatologie derivanti dal confinamento nelle miniere e nei ghetti urbani e rurali, dai quotidiani abusi razzistici, dalle torture e dall’ignobile distruzione e cancellazione degli ultimi residui delle grandi civiltà precolombiane degli Aztechi, dei Toltechi, dei Maya e degli Inca.

Nonostante gli scritti di Las Casas, Oviedo y Valdes, Motolinia e Pomar, redatti proprio durante il genocidio spagnolo (e quello portoghese, dopo che Cabral «scoprì» il Brasile, nel 1500, portato dai venti alle coste nord-orientali del Sudamerica mentre cercava di raggiungere l’India sud-orientale attraverso la circumnavigazione del Capo), a distanza di mezzo millennio gli «studiosi» eurocentrici del XX secolo, sulla base di una mentalità profondamente razzista, ridimensionavano di oltre il 60% l’entità del genocidio rispetto a quella originariamente e direttamente testimoniata. Tra questi figuravano Alfred Kroeber della «Berkeley School», il quale nel 1939 proclamò che in epoca precolombiana la popolazione «india» era composta da circa 8 milioni di persone, compresi i 3,2 milioni in Messico11, e Angel Rosenblat, che nel 1954 produsse una stima, riferita al 1500 d.C., di circa 13,4 milioni di persone in tutta l’America, inclusiva di 4,4 milioni di persone in Messico12. Ma nel 1971, in una pubblicazione della stessa «Berkeley School», S. Cook e W.W. Borah avevano stimato in oltre 200.000 persone la popolazione della sola Tenochtitlan (che secondo quelle stime era dunque più popolosa della Siviglia spagnola nello stesso periodo)13.

Il dato più realistico sul numero totale degli abitanti autoctoni del continente americano preolocausto fu stimato nel 1966 da Henry Dobyns: dai 100 ai 145 milioni14. L’archeologia moderna ha portato alla luce concentrazioni urbane piramidali negli stessi Stati Uniti. A quei tempi la Russia e l’Europa avevano una popolazione di circa 100 milioni di persone. Tutti i dati scientifici dimostrano che l’America precapitalista aveva un numero di abitanti equivalente a quello dell’Europa, dell’India e della Cina, e che la civilizzazione capitalista europea distrusse le civiltà native gettando sulle loro macerie e sui cadaveri di oltre 100 milioni di nativi le fondamenta americane del modo di produzione capitalista.

L’olocausto europeo degli «indios» nel XVI secolo, perpetrato fino alla fine del XIX secolo all’insegna della «conquista dell’ovest», fu reiterato nei Caraibi fin dal primo sbarco di Colombo su quelle terre, poi con il traffico di schiavi europeo attraverso l’Africa occidentale, poi a Zanji, nell’Africa orientale, con il primo viaggio verso l’India di Vasco Da Gama, pochi anni dopo il fatidico 1492, poi con la sanguinosa «scoperta», ad opera di Magellano, dei popoli del «comunismo primitivo» nell’Asia sud-orientale, poi ancora con la conquista dell’Indonesia da parte degli olandesi, quella dell’India e dell’Australia ad opera degli inglesi, e infine quella del Madagascar e dell’Indocina da parte dei francesi. Nell’era dell’imperialismo, «fase suprema del capitalismo», tale fu il costo umano di ciò che Marx definì eufemisticamente «la sanguinosa nascita del capitalismo».

Solo la quadrimillenaria civiltà cinese scampò a questo olocausto che si produsse nel corso di poco meno di un millennio, e ci riuscì soltanto fino alle guerre inglesi per l’oppio della metà del XIX secolo. Il genocidio causato dalla distruzione globale del comunismo primitivo ad opera del colonialismo capitalista fece 300 milioni di vittime, più o meno 100 milioni per ognuno dei continenti coinvolti: America, Africa e Asia. Nell’insieme, includendo i genocidi su scala tipicamente europea perpetrati dopo le conquiste a danno delle società, dei popoli e delle civiltà non europee, questa «accumulazione primitiva» affogò il «comunismo primitivo» nel suo stesso sangue attraverso il corrispettivo di un centinaio di olocausti nazisti.


1 A proposito della definizione di «capitalismo vero e proprio» [in italiano nel testo originale, ndt] si veda per esempio il pur eccellente lavoro del marxista anti-imperialista italiano Silvio Serino, L’uovo di Colombo e la gallina coloniale, Giovane talpa, Milano 2006, pp. 79, 90-91 (l’autore è morto prematuramente nell’aprile 2008).

2 Ibid., p. 139.

3 A. Crosby, Ecological Imperialism: The Biological Expansion of Europe, 900-1900, Cambridge 1986; D.E. Stannard, Olocausto Americano, Torino 2001.

4 Tzvetan Todorov, La conquista dell’America, Torino 1984, 1992.

5 Ibid., pp. 161-162.

6 Bartolomé del Las Casas, Historia de las Indias, Fondo di Cultura Economica, Città del Messico 1951; Brevissima Relazione della distruzione delle Indie, Milano 1991.

7 Gonzalo Fernández de Oviedo y Valdés, Historia General y Natural de las Indias, Atlas, Madrid 1992 (parzialmente tradotto in italiano in Le scoperte di Cristoforo Colombo nei testi di Fernández de Oviedo, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma 1990).

8 Toribio da Benevento (detto Motolinia), Historia de los Indios de la Nueva Espana, Porrua, Mexico 1973.

9 Juan Bautista Pomar, Relación de Texcoco, c. 1582, Colonial Records, Madrid.

10 N.D. Cook, Born to Die. Disease and New World Conquest, Cambridge 1998.

11 Alfred L. Kroeber, Cultural and Natural Areas of Native North Ameirca, Berkeley 1939.

12 Angel Rosenblat, La población indígena y el mestizaje en América, Buenos Aires 1954.

13 S. Cook and W.W. Borah, The Indian Population of Central Mexico, 1531-1610.

14 F. Henry Dobyns, Estimating Aboriginal Population, an Appraisal of Techniques with a New Hemispheric Estimate, «Current Anthropology», VII, 1966.