Forme estreme di violenza simbolica

Da Frammenti di antropologia anarchica,
di David Graeber

 

[…] Ma il ragionamento di Mauss e Clastres suggerisce qualcosa di più radicale. Suggerisce che il contropotere, almeno in un senso molto elementare, esiste anche là dove gli Stati e i mercati non sono ancora presenti. In casi del genere, piuttosto che realizzarsi in istituzioni popolari che si oppongono al potere di signori, re e plutocrati, si realizza in organizzazioni capaci di garantire che figure del genere non compaiano sulla scena. Quello che è «contro», allora, è un aspetto potenziale, latente, o se preferite una possibilità dialettica interna alla società stessa.

Questo può aiutare a spiegare un’altra particolarità, ovvero il fatto che le società egualitarie sono le più dilaniate da terribili tensioni interne o perlomeno da forme estreme di violenza simbolica.

Ovviamente tutte le società sono in qualche modo in guerra con se stesse. Ci sono sempre scontri tra interessi divergenti, fazioni, classi, e via di questo passo; anche i sistemi sociali si basano sempre sulla ricerca di differenti forme di valore che spingono le persone in direzioni contrapposte. Nelle società egualitarie, che pongono un’enfasi enorme sulla creazione e il mantenimento del consenso generalizzato, questo sembra creare una sorta di meccanismo compensatorio basato su un mondo notturno abitato da mostri, streghe e altre creature orribili. E le società più pacifiche sono quelle più perseguitate, nel loro immaginario cosmologico, da spettri di guerre interminabili. I mondi invisibili che li circondano sono dei veri e propri campi di battaglia. È come se l’incessante opera di costruzione di un accordo mascherasse una continua violenza interna – o forse sarebbe meglio dire che quella violenza interna è dosata e contenuta da questo processo – e l’intreccio di contraddizioni morali che ne consegue risulta essere la fonte primaria della creatività sociale.

Ma questi principi in conflitto e questi impulsi contraddittori non costituiscono la realtà della politica, che va invece cercata nel processo regolatore che li media.

Alcuni esempi possono essere di aiuto.

Primo esempio: i Piaroa, una società altamente egualitaria che vive lungo i tributari dell’Orinoco, è stata descritta dall’etnografa Joanna Overing come una società anarchica. Essi attribuiscono un valore enorme alla libertà individuale e all’autonomia e sono ben consci dell’importanza di non sottomettersi agli ordini di un altro, o di evitare che qualcuno conquisti il controllo delle risorse economiche per poi utilizzarle per limitare la libertà degli altri. Eppure sostengono che la loro cultura è stata creata da un dio malvagio, un buffone cannibale con due teste. I Piaroa hanno sviluppato una filosofia morale che definisce la condizione umana come racchiusa tra due mondi: un «mondo dei sensi», con desideri selvaggi e pre-sociali, e un «mondo del pensiero». Crescere significa non solo imparare a controllare e contenere il primo mondo attraverso una ponderata sollecitudine verso gli altri, ma anche elaborare un senso dello humour. Non si tratta di un compito facile, perché le forme della conoscenza tecnica, sebbene necessarie alla sopravvivenza, sono intrecciate – a causa della loro origine – con elementi di follia distruttiva. Così, i Piaroa sono famosi per i loro sentimenti pacifici – non si registrano casi di omicidio, dal momento che si pensa che chi uccide un altro uomo è immediatamente contaminato e avrà una morte orribile – ma abitano un cosmo di continue guerre invisibili, nel quale gli stregoni parano i colpi sferrati da divinità rapaci e insensate e le morti sono provocate da forme spirituali di assassinio che devono essere vendicate con il massacro, sempre realizzato magicamente, di intere comunità (distanti e sconosciute). […]


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La competitività

Ipotesi varie… Tra le nostre caratteristiche innate una molto forte è la competitività. Se nei comportamenti diventiamo meno competitiv* di altr* è forse soprattutto perché abbiamo visto a quali orrori e abissi di tristezza può portare la competizione tra gli esseri umani, e perché abbiamo ipotizzato che la vita possa essere meglio al di fuori delle dinamiche competitive, e abbiamo deciso di tentare di essere diversi. Dapprima è soprattutto un entrare in competizione con la nostra stessa competitività. Poi pian piano ci si libera un po’ e si scopre che si sta meglio. Si arriva a pensare che se ne potrebbe fare totalmente a meno, della competitività, che la si potrebbe eliminare totalmente da sé, e forse è vero. Però forse non è tanto consigliabile far fuori la propria competitività troppo di più degli altr*.

Spostamenti di rabbia

A me pare che non di rado la rabbia si sposti dalle sue cause specifiche ad altro spontaneamente, ovvero anche senza che ci sia qualcuno a indicare il “capro espiatorio”. Secondo me se non se ne è consapevoli si rischia sempre che accada, e forse a volte accade anche quando se ne è consapevoli, ma certo meno. Poi c’è anche chi ne è consapevole e consapevolmente se la prende con chi non c’entra, e chi consapevolmente pilota questo meccanismo negli altri per il proprio interesse. Ma mi pare capiti a tutti, a volte anche quando consapevoli, di essere incazzati per qualcosa e non riuscire a non essere bruschi anche con chi non c’entra (per fare un esempio soft).

La cometa

La cometa è il numero dopo di quella di prima

 

Poi d’improvviso la grande cometa
fuggì dall’ombra di freddo Plutone
la scia avvolse il terzo pianeta
qualcuno disse “è la redenzione”
Ai quattro lati che segnano il mondo
su diagonali di vecchio dolore
si vide un fuoco allegro e rotondo
che rovesciava scintille d’amore
e come sogno d’antica follia
qualcuno disse non più frontiere
non più miseria non più malattia
né fame o […] o morte o potere
non più divise né capi né guerra
non più moneta, già l’oro si tace
Ai quattro lati dell’ultima terra
s’apran le porte dell’ultima pace
e poi fu tempo dei suoni di gioia
tempo di amore senza il bisogno
ma anche l’eden non vinse la noia
e lo sbadiglio uccise anche il sogno
Così mi sveglio e sto sbadigliando
la gola stretta da nodi di sete
“soltanto lei, mio buon Sigismondo
può dare un senso a queste comete”
e Freud mi disse “ben venga la mamma
che si fa figlia di sua creatura
ben venga il figlio che sa farsi mamma
per un amore compiuto in natura.
Quando il bisogno si scioglie nel sogno
per l’impotenza dell’io narcisista
resta il bisogno del solo bisogno
e l’io scisso si fa comunista
e non accetta la madre cometa
e non accetta il padre un po’ dio
si tiene stretto lo sporco, il pianeta,
tutto l’umano bastardo suo io
e questo infine, nel bene o nel male”
mi disse Freud con austro umorismo
“è un complesso di Edipo banale
dove la mamma si fa comunismo”
E fu così che un grande analista
morì strozzato alle cinque di sera
da un’idiota marxista-interista
forse a Vienna o in Bassa Baviera
Sia benedetta la psicologia
la psicotutto che tutto ti spiega
basta una mamma per ogni utopia
per ogni sogno avanza una sega
Sia benedetta la psicologia
la psicotutto che tutto ti spiega
basta una mamma per ogni utopia
per ogni sogno avanza una sega

 

Ivan Della Mea – La cometa

 

L’amore è uno stregone, un fuoco isterico, magnifico

Tanto tempo fa, quando mia madre decise che 8 anni di psicoanalisi a 4 sedute la settimana eran troppi, visti i costi molto alti per noi e quelli che per lei erano “scarsi risultati” (in effetti non eran granché, però qualcosina si), la mia psicoanalista (di formazione freudiana) nell’ultima seduta mi chiese “Le emozioni da dove arrivano, dal corpo o dalla mente?”; io ero già pronto ad argomentare che “un po’ dal corpo, ma anche un po’ dalla mente”, però va be’ era l’ultima seduta e non avevo voglia di discutere e risposi “dal corpo”, e lei annuì. E a volte mi pare vero che le emozioni vengono dal corpo, e penso che un’ipotetica mente “da sempre senza corpo” non proverebbe niente, né avrebbe modo di (ri)evocare emozioni. Però forse invece il desiderio è innato: forse un’ipotetica mente “da sempre senza corpo” desidererebbe, e soffrirebbe l’impossibilità. Anzi, sono proprio di questa idea. E a volte penso che la condizione prenatale, una volta sviluppatosi un sistema nervoso centrale, sia il “paradiso perduto” da cui tutt* veniamo: una fusione con un altro corpo che soddisfa ogni nostro desiderio, bisogno; e forse il desiderio amoroso-sessuale non è che un desiderio di ritorno, per quanto fugace, a quella condizione… “L’amore è uno stregone, un fuoco isterico, magnifico”:

 

Cose che sto pensando

L’intelligenza maggiore della specie umana rispetto alle altre racchiude in sé al tempo stesso l’opportunità per la diffusione della vita su altri pianeti (che è importante per la continuità della vita per esempio rispetto al problema, certo molto di là a venire, dello spengimento del sole) e il rischio di un’estinzione potenzialmente totale della vita sul pianeta (guerre atomiche).

La specie di scimmie da cui si è evoluta la specie umana non era certo tra le più pacifiche (era onnivora, non plantivora), ma forse non era neanche, di per sé, più aggressiva e competitiva di altre specie onnivore; però uno dei frutti della sua maggiore intelligenza, l’invenzione di certe tecnologie, in particolare delle armi da caccia, la mise in condizione di squilibrare pesantemente l’ecosistema tutto già al tempo delle tribù di cacciatori-raccoglitori, determinando periodi di carestia di altre specie da cacciare e raccogliere che a loro volta contribuivano a rendere le rivalità tra individui e gruppi di individui di questa specie, siccome armata, una vera e propria tragedia ricorrente: per esempio, se una tribù su un territorio già divenuto povero di altre specie da cacciare e raccogliere ne incontrava un’altra su un territorio ancora ricco, erano guerre sanguinosissime; se invece non incontrava altre tribù e non trovava territori ancora ricchi, si determinava un crescente “tutti-contro-tutti” interno alla tribù soprattutto intorno al possesso del poco che restava da mangiare; un “tutti-contro-tutti” che, in ragione dell’uso delle armi, decimava gli appartenenti alla tribù.

In questo caso, il sacrificio di un individuo della stessa tribù era un modo per evitare il “tutti-contro-tutti” catastrofico, e questo era tanto più vero quanto più l’individuo era emarginato, debole, solo, senza amici e parenti che lo potessero poi vendicare, e “innocente”, ovvero estraneo alle rivalità interne alla tribù, accresciute dalla carestia.
Il meccanismo sacrificale, in assenza di prigionieri di guerra di altre tribù, si produceva su un individuo della stessa tribù, quello maggiormente portatore delle caratteristiche di cui sopra.

Tutto l’intreccio di “colpe” reciproche veniva addossato a questo individuo, lo stesso veniva sacrificato e nella tribù si ripristinava una certa coesione, utile alla sopravvivenza dei singoli e della tribù nel suo insieme.

Questo meccanismo, ritualizzato, si rivelò funzionale alla sopravvivenza dei vari gruppi anche al di fuori dei periodi di carestia e in particolare, credo, col passaggio dalle pratiche di caccia e raccolta allo stanzialità agricolo e di allevamento: l’aggressività che prima si sfogava nella caccia ora “stazionava” più tempo all’interno del gruppo di appartenenza.

In certe società il meccanismo sacrificale “catartico” evolvette dal sacrificio umano a quello animale, poi a quello di piante (la storia di Caino e Abele è contraddittoria rispetto a questa ipotesi: il “dio” degli ebrei accoglie il sacrificio animale di Abele a rifiuta quello vegetale di Caino, ma probabilmente perché ai tempi gli ebrei erano costretti alla sola pastorizia nomade; Caino risentito ammazza il fratello).

Ora sono stanco, magari proseguo più avanti.

Il fatto è, comunque, che quel meccanismo non è mai finito, ed è la base della costruzione di potere. Per ora sono dell’idea che la nostra forza di individui variamente fragili può essere solo la solidarietà e, a un certo punto, anche l’autodifesa “a schiaffazzi”.

I robot del futuro potranno venir buoni anche per sfogare le nostre tensioni, competitività, aggressività, sull’inanimato.

Una cosmoagonia e una cosmogonia

Una cosmoagonia

 

Un giorno il nostro universo va da un altro universo, che è il suo dottore, e gli dice: “Ho questo prurito costante, non doloroso ma piuttosto fastidioso, in fondo alla gola”. L’universo dottore gli fa fare delle analisi. Dalle analisi risulta che, nel corpaccione dell’universo, nella via lattea, c’è un pianeta, la terra, infestato di vita. “Vede”, dice l’universo dottore al nostro universo, “tutti gli altri pianeti sono in buona salute, ma questo pianetino qui è tutto coperto di vita, guardi, ci sono già dei dinosauri”. “È pericoloso?”, chiede il nostro universo. “Per ora no”, risponde l’universo dottore, “ma potrebbe diventarlo: se non interveniamo subito eliminando la vita da questo pianeta, quella potrebbe espandersi su altri pianeti, e poi altri, e poi altri ancora, e lei potrebbe morire di questa infezione”. Il nostro universo impallidisce un po’. L’universo dottore si affretta a proseguire, mentre scrive veloce su un foglietto: “Ma non tema, è una cosa abbastanza comune, di solito basta bombardare il pianeta infestato con questi cortico-asteroidi e il problema si risolve”. L’universo dottore stacca la ricetta dei cortico-asteroidi e la porge al nostro universo dicendogli: “Prenda questi a ore pasti per un mese e poi faccia queste analisi di controllo”. Il nostro universo ringrazia ed esce dallo studio del dottore, si reca in farmacia, acquista i cortico-asteroidi, li prende per un mese a ore pasti, si sente meglio, ma dalle analisi di controllo risulta che si, i dinosauri sono spariti, però ci sono ancora vegetali e altre forme di vita. “Mi spiace”, dice l’universo dottore, “dev’essere una forma un po’ resistente. Però non si preoccupi, c’è questa nuova tecnica che funziona nella stragrande maggioranza dei casi asteroidoresistenti come il suo, si tratta di modificare geneticamente una specie vivente abbastanza aggressiva con le altre e con sé stessa, così che diventi molto più intelligente delle altre; questa specie di scimmie, che una volta geneticamente modificate chiamiamo uomini, in breve tempo – circa due mesi – porta l’ecosistema del pianeta al collasso e gli dà poi il colpo di grazia con un’ultima guerra tra quelle che chiamiamo nazioni, così da eliminarsi ed eliminare al contempo tutto il resto del vivente dalla faccia della terra”.

 

Una cosmogonia

 

Un giorno la nostra universa fa un test di gravidanza e, con grandissima gioia, scopre di essere incinta: un pianetino della via lattea, la terra, è già coperto di vita, che tra sette anni si sarà evoluta e diffusa su tanti e tanti altri pianeti, che formeranno così un nuovo universo, che la nostra universa partorirà attraverso un suo buco nero. La nostra universa torna a casa. Non ha un universo compagno a cui annunciare che è incinta: l’universo padre si è involato dopo averla messa incinta. Erano d’accordo così: lei voleva un universo figlio, lui le piaceva abbastanza ma non tanto e del resto lui non voleva storie serie e lei non ne voleva una con lui. E però lei un compagno lo vorrebbe. E una sera si innamora di un universo per bene, ricco e famoso. E un mese dopo gli dice che è incinta, e lui la prende malissimo, ne nasce un alterco pesante, lei fa per andarsene da casa di lui, gli dice “Non voglio vederti mai più!”, lui urla “Tu non vai da nessuna parte!”, la spinge da dietro, lei cade in avanti sul pianerottolo, poi si rialza e scappa e torna a casa.
Il giorno dopo la nostra universa fissa un appuntamento per un esame di controllo, una settimana dopo va a ritirare i risultati, c’è un problema: uno sciame di asteroidi, deviato dalla botta conseguente alla caduta sul pianerottolo, ha colpito la terra, la prima cellula del suo nuovo universo, e la vita sul pianeta è piuttosto malmessa. “Però non è scomparsa”, dice l’universo dottore che le sta mostrando i risultati dell’ecografia, “e ci sono buone probabilità che si riprenda”. La nostra universa pensa prima di uccidere l’universo per bene, ricco e violento; poi di denunciarlo; poi lascia perdere, perché quell’universo è ricchissimo e in tribunale vincerebbe.

Un mese dopo, al successivo controllo, tutto sembra essersi sistemato, e c’è già sulla terra una forma di vita, una specie, che sta evolvendo una grande intelligenza e sembra quindi promettere bene per la diffusione della vita su altri pianeti e quindi la formazione dei tessuti del nuovo universo di cui la nostra universa è incinta.

Ma l’universo per bene, ricco e violento, corrompe un altrettanto meschino universo, barista, e per suo tramite avvelena la nostra universa, con l’intenzione di farle perdere l’universo figlio: il veleno mette in contatto gli umani con l’universo per bene, ricco e violento, e li spinge ad adorarlo come un dio; gli umani diventano molto aggressivi tra loro e con le altre specie, ogni umano diventa uno schiavista-schiavizzato, l’universo per bene, ricco e violento, li sta mettendo sulla strada dell’estinzione della vita tutta sul pianeta, loro compresi.

All’esame di controllo successivo, l’universo medico rileva dalle analisi questa situazione degli umani, ma non è in grado di risalire alle cause; si limita a prescrivere alla nostra universa una medicina che modifica alcune piante sulla terra permettendo agli umani che le assumono di mettersi in contatto con la nostra universa…

Mucche e porcelli felici

Da Il dilemma dell’onnivoro,
di Michael Pollan

 

Da un punto di vista biologico, coltivare è sempre stato un processo di conversione della luce solare in una fonte alimentare; oggi è diventato in misura significativa un processo di trasformazione dei combustibili fossili in cibo. Ecco perché la terra della contea di Greene, che prima si copriva periodicamente di verde, è sempre nera: gli agricoltori si comprano la fertilità sintetica in negozio e non hanno più bisogno di tenere i campi coltivati con altre specie che catturino l’energia solare per tutto l’anno; è come se si fossero attaccati a una nuova presa di corrente. Se sommiamo il gas naturale presente nel concime, il combustibile utilizzato nella fabbricazione dei pesticidi, quello necessario per i trattori, per il raccolto, l’essiccazione e il trasporto, troviamo che un quintale di mais prodotto con metodi industriali consuma l’equivalente di 4-4,5 litri di petrolio, ovvero 470 litri all’ettaro (certe stime portano a valori molto più alti). Detto in altro modo, per produrre una caloria alimentare ci vuole più di una caloria di combustibili fossili.


Accanto a me 534 [un manzo] stava abbassando il testone, tuffandolo nel fiume di mangime fresco. Che assurdità, pensavo: siamo qui immersi nel letame, con una bella vista su una pozza marrone, in questo posto dimenticato da dio, nel mezzo del nulla in Kansas. Dimenticato, forse, ma non separato, come ho capito pensando ai molti altri luoghi connessi in qualche modo a questo sito dal fiume di mais industriale. Ho risalito il flusso da questa mangiatoia fino al campo in cui è stato raccolto e mi sono ritrovato nel mezzo dei trecentoventimila chilometri quadrati di monocoltura, sotto una fitta pioggia di pesticidi e fertilizzanti. Continuando, potevo seguire l’azoto mentre scappava via da tutto quel concime chimico e finiva nel Golfo del Messico, aggiungendo il suo veleno a quello che ha già reso duecentomila chilometri quadrati di mare un deserto così povero di ossigeno che nulla tranne le alghe vi può sopravvivere. E ancora, a ritroso, guardavo il fertilizzante (e il carburante, e i pesticidi) servito per far crescere tutto quel mais tornare indietro da dove era venuto, dai giacimenti di petrolio del Golfo Persico.

Non sono così immaginifico da fissare il mio manzo e vederci un barile di petrolio. Eppure questo è oggi uno degli ingredienti principali nella produzione di carne, e il Golfo Persico è sicuramente un anello della catena alimentare che passa per questo feedlot (e per tutti gli altri). 534 ha iniziato il suo ciclo vitale come parte di una catena la cui fonte di energia primaria era il sole, che faceva crescere le piante di cui si nutriva con sua madre. Quando si è trasferito dal ranch all’allevamento intensivo, passando dall’erba al mais, è entrato in una catena industriale spinta dal combustibile fossile, e quindi difesa dal complesso militare (un altro costo di cui non si tiene mai conto): un quinto di tutto il petrolio consumato in America viene utilizzato per la produzione e il trasporto degli alimenti. Ritornato a casa, ho chiesto a un economista che si occupa in modo specifico di agricoltura se fosse possibile calcolare precisamente quanto combustibile sarebbe stato necessario per far crescere il mio manzo e portarlo fino al macello. Supponendo che 534 continui a mangiare dodici chili di mais al giorno e raggiunga i seicento chili di peso, consumerebbe l’equivalente di centotrenta litri di petrolio (quasi un barile).


Il modo più elementare per convertire l’energia solare in una forma utilizzabile dagli animali è sfruttare l’erba. Come dice Joel, «questi fili sono i nostri impianti fotovoltaici». E il modo più efficiente, anche se forse non il più semplice, per coltivare grandi quantità di questi pannelli solari è la gestione intensiva del pascolo, un metodo che come dice la parola stessa si basa più sulla strategia che sul capitale, o sull’energia fornita dall’esterno. Per iniziare basta qualche recinto elettrificato mobile, la voglia di lavorare ogni giorno per spostare gli animali su pascoli freschi e quel tipo di profonda conoscenza delle specie erbacee che Joel cercava di infondermi quel mattino di primavera, sdraiato a pancia in giù su un prato.

«La cosa più importante da sapere è che la crescita delle erbe segue una curva sigmoidale, cioè a “S”». Joel mi prese penna e taccuino e si mise a disegnare un grafico, copiato da uno di quelli contenuti nel libro di Voisin. «L’asse verticale rappresenta l’altezza della pianta, giusto? E quello orizzontale è il tempo, cioè i giorni trascorsi dall’ultima volta che un prato è stato brucato». Cominciò a tracciare una grande S partendo dall’origine degli assi, l’angolo in basso a sinistra. «Vedi, la crescita all’inizio è davvero lenta, ma dopo qualche giorno inizia ad accelerare, tanto che si parla di “crescita esplosiva”. Quando la pianta si è riavuta dai morsi degli animali, ha ricostruito le sue riserve e la massa delle radici, è pronta per ripartire. Però dopo un po’» e mi mostrò la curva che si appiattiva più o meno al quattordicesimo giorno «rallenta di nuovo, nel momento in cui è pronta a fiorire e a spargere i semi. Entra nella fase di senescenza, aumenta il contenuto di lignina e diventa meno appetibile per i bovini.

«La cosa importante è mandare le bestie al pascolo esattamente in questo momento» mi disse picchiando con forza il dito sulla carta «al punto più alto della crescita esplosiva. E non bisogna mai, per nessun motivo, violare la legge del secondo morso: alle mucche non deve essere consentito ripassare su un pezzo di pascolo che non ha ancora avuto il tempo di rimettersi in forma».

Se questa «legge del secondo morso» esistesse davvero nel codice penale, gran parte degli allevatori del pianeta sarebbero fuori legge, visto che permettono ai loro animali di pascolare in modo continuo sulla stessa terra. Alla seconda o terza passata, le specie più prelibate (come trifoglio, erba mazzolina, festuche, sweet grass, coda di topo e fienarole) si indeboliscono e a poco a poco spariscono, lasciando sul terreno chiazze spelacchiate e specie infestanti o legnose che i bovini non toccano nemmeno. Una pianta cerca sempre di bilanciare la parte aerea con quella radicale, per cui se la si tiene sempre corta con un pascolo eccessivo questa non sviluppa più le radici profonde che servono a portare verso la superficie acqua e minerali. Con l’andare del tempo, una zona erbosa troppo sfruttata si deteriora, e se il clima della zona è secco o instabile questa finirà con il diventare desertica. Il motivo per cui gli ambientalisti hanno una visione così pessimista dell’allevamento nell’Ovest è che quasi tutti gli operatori del settore praticano il pascolo continuo, violano la legge del secondo morso e contribuiscono al degrado del territorio.

A quel punto Joel strappò un filo di erba mazzolina per mostrarmi il punto esatto in cui una mucca l’aveva tagliato, la settimana precedente: una zona di ricrescita di un verde brillante, lunga un dito, si era sviluppata nel frattempo. Quel filo d’erba era una sorta di linea temporale, su cui era segnata in modo deciso la differenza tra la zona verde scura precedente al pascolo e quella più chiara seguente. «Ecco, questa è proprio la fase di crescita esplosiva. Penso che questo tratto sarà pronto per ricevere di nuovo le bestie fra tre o quattro giorni» disse Joel.

«Gestione intensiva» non è un modo di dire. Joel deve aggiornare in continuazione il foglio elettronico con cui tiene sotto traccia il preciso stato vegetativo delle decine e decine di appezzamenti in cui è divisa la fattoria, di superficie variabile tra gli 0,4 e i due ettari, tenendo conto del tempo e delle stagioni. Al momento la sua attenzione era concentrata sul luogo dove ci trovavamo, una porzione di terra grande due ettari, abbastanza pianeggiante, situata subito accanto alla stalla e delimitata a nord da una siepe e a sud da un ruscello e dalla strada sterrata che unisce le varie zone della fattoria, serpeggiando come un tronco tortuoso. Il numero di variabili locali coinvolte nel processo decisionale mi dava alla testa, a dimostrazione di quanto sia difficile far rientrare la gestione intensiva del pascolo nel sistema dell’agricoltura industriale, fondato sulla standardizzazione e sulla semplicità. Il numero di giorni necessario perché un prato ritorni in forma è tutto fuorché fissato: cambia con la temperatura, la quantità di precipitazioni, l’esposizione solare, la stagione, la dimensione, l’età e la condizione del bestiame (una vacca in lattazione, ad esempio, mangia il doppio di una priva di latte).

L’unità di misura con cui in erbicoltura si fanno questi calcoli e si stabiliscono esattamente i tempi e i luoghi in cui consentire nuovamente l’accesso al pascolo è il «giornomucca» (cow day), definito semplicemente come la quantità media di foraggio che un capo di bestiame ingerisce in un giorno. Perché la rotazione funzioni, è importante sapere di preciso quanti giorni-mucca può fornire ogni singolo appezzamento. C’è da dire, però, che questa unità di misura risulta essere ben più elastica che non, ad esempio, la velocità della luce, perché i giorni-mucca di una zona aumentano e diminuiscono con il mutare di tutte le variabili viste sopra.

Non solo l’eccessivo sfruttamento, ma anche l’eccessivo abbandono può essere distruttivo per un pascolo, perché porta a prati pieni di piante legnose e senescenti, con conseguente calo della produttività. Ma se si riesce a trovare il giusto equilibrio, a far pascolare il numero ideale di capi al momento ideale, per sfruttare la crescita esplosiva dell’erba, le rese sono incredibili e la qualità del suolo migliora di volta in volta. Per Joel questo ritmo ottimale è il «polso dei pascoli». Secondo i suoi dati, la Polyface è arrivata a una produttività pari a mille giorni-mucca per ettaro, mentre la media degli altri allevatori della contea è attorno ai centottanta. «In effetti è come se ci fossimo comprati un’altra fattoria, al prezzo di qualche recinto mobile e di un sacco di lavoro organizzativo».

La buona riuscita dell’erbicoltura dipende quasi esclusivamente da una miriade di complesse conoscenze locali, proprio in un’epoca in cui l’agricoltura si basa sull’esatto opposto: un management esterno all’azienda e un approccio standard buono per tutti gli usi, rappresentato dalla chimica e dalla meccanizzazione. L’erbicoltore invece, che gestisce tutto da sé in un luogo molto particolare, deve giostrare in continuazione nello spazio e nel tempo le risorse della sua fattoria, affidandosi alle sue capacità di osservazione per organizzare una serie di appuntamenti quotidiani in cui pascoli e animali si incontrano con il massimo beneficio per entrambi.


A marzo, durante la mia prima visita, avevo già visto all’opera uno degli esempi più interessanti di stratificazione. Il tutto avveniva nella stalla, una struttura costruita abbastanza rozzamente, aperta ai lati, in cui i bovini trascorrono tre mesi durante l’inverno. In quel periodo, ogni capo consuma dodici chili di fieno e ne produce ventiquattro di sterco al giorno (la differenza la fa l’acqua). Joel non rimuove il letame dalla stalla, ma lo lascia lì per terra, coprendolo periodicamente con uno strato di trucioli. Man mano che questa specie di tiramisù di sterco e legno si alza di livello sotto le zampe delle bestie, Salatin non fa altro che sollevare un poco la mangiatoia regolabile dove mette il fieno: alla fine dell’inverno, il pavimento della stalla si sarà alzato quasi di un metro. C’è poi un ingrediente segreto che si deve unire a ogni strato: qualche secchio di granturco. Nel corso dei mesi freddi, in questa mistura avviene il compostaggio, che genera calore (e in questo modo riduce il fabbisogno calorico degli animali) e fa fermentare il mais. Joel dice che il compost è la coperta elettrica delle sue bestie.

Perché l’aggiunta di mais? Perché i maiali impazziscono per i chicchi fermentati ad alto contenuto alcolico, e sono in grado di scovarli senza problemi grazie al loro muso robusto e allo straordinario senso dell’olfatto. «Sono i miei porc-aeratori» mi spiegò Joel con orgoglio, mentre entravamo nella stalla. Quando in primavera i bovini tornano sui pascoli, decine e decine di maiali arrivano sul posto e iniziano a rovistare in modo sistematico nel compost, rivoltandolo e aerandolo alla ricerca dei chicchi alcolici. Un processo fino a quel momento anaerobico diviene così improvvisamente aerobico, con il risultato che la temperatura aumenta enormemente, il compostaggio si accelera e i patogeni vengono distrutti. Dopo poche settimane di «porc-aerazione», sul pavimento della stalla rimane un ricco strato di compost simile a un dolce al cioccolato, pronto per l’uso.

«Queste sono le macchine agricole che piacciono a me: non bisogna cambiargli l’olio, si rivalutano col passare del tempo e quando non ti servono più te le puoi mangiare». Eravamo seduti in cima a una staccionata di legno e stavamo osservando i maiali all’opera, mentre facevano il lavoro al posto nostro. Mi veniva in mente il vecchio modo di dire «godere come un porco». Semisepolti dal letame in fermentazione, in cui si tuffavano continuamente, questi animali, con i loro bei prosciuttoni e le codine a cavatappi, mi sembravano i più felici che avessi mai visto in vita mia.

Vedere quella flotta di riccioli rosa spostarsi sul mare marrone come tanti periscopi di sottomarini mi fece venire in mente il destino ben diverso delle code dei maiali allevati in modo tradizionale. Detto brutalmente, non esistono. Gli allevatori gliele tagliano alla nascita, seguendo una pratica che ha una sua logica perversa nel culto dell’efficienza che domina una porcilaia industriale. I maialini nati nei CAFO sono allontanati dalla madre a dieci giorni dalla nascita (in natura lo svezzamento avviene a tredici settimane), perché ingrassano meglio con un pastone pieno di medicine che con il latte di scrofa. Ma questo distacco prematuro frustra il loro desiderio innato di succhiare e mordicchiare, una voglia che cercano di soddisfare nelle gabbie con la coda di chi sta davanti a loro. Un maiale sano si ribellerebbe a questo morso, ma agli esemplari depressi degli allevamenti non importa più nulla. In psicologia si parla di «impotenza appresa», fenomeno molto diffuso nei CAFO, dove decine di migliaia di maiali passano la vita senza mai vedere la terra o il sole, stretti dentro gabbie di metallo chiuse sui quattro lati e sospese su una fossa settica. Non deve stupirci il fatto che un animale così intelligente si deprima in queste condizioni e si lasci mordere la coda fino a farsi venire un’infezione. Visto che curare gli esemplari malati non conviene economicamente, queste unità produttive non più efficienti vengono in genere ammazzate sul posto a bastonate.

Il ministero dell’Agricoltura raccomanda la mozzatura delle code come soluzione al «vizio» porcino di mordersele. Con l’aiuto di un paio di pinze, ma senza anestetico, si strappa via il codino lasciandone però un pezzetto attaccato. Questo perché lo scopo dell’operazione non è eliminare del tutto l’organo, ma renderlo ipersensibile. Dopo questo trattamento il morso di un altro individuo è talmente doloroso da provocare la reazione anche del maiale più depresso. Per quanto terribile ci possa sembrare questa pratica, è facile capirne la logica: la strada per l’inferno porcino è lastricata delle buone intenzioni dell’efficienza industriale.
Per contrasto, il paradiso qui in mostra nella stalla di Salatin è figlio di un’idea molto diversa di efficienza, che si basa su quella che lui chiama «natura maialesca del maiale». Anche questi animali sono sfruttati dall’uomo, ingannati in modo da produrre compost oltre che costolette. Ma questo sistema si distingue dagli altri perché è progettato seguendo le preferenze naturali delle bestie, e non secondo le specifiche di una macchina industriale, a cui gli animali si devono poi adeguare. La felicità di questi maiali è semplicemente conseguenza del fatto che li si tratta come veri maiali, non come macchine da carne difettose, con «difetti» come la coda e la tendenza a stressarsi se allevati in cattive condizioni.
Joel scese a terra, là dove le sue bestie stavano grufolando con entusiasmo, raccolse una manciata di compost fresco e me la mise sotto il naso. Ciò che fino a poche settimane prima era stato un insieme di letame bovino e trucioli di legno, ora mandava un odore caldo e dolce, simile a quello del sottobosco d’estate. Un miracolo di transustanziazione. Non appena i maiali finiscono la loro alchimia, il compost viene sparso sui pascoli, dove nutre l’erba che a sua volta nutrirà le mucche, che a loro volta nutriranno le galline [tramite le larve che le mosche depongono nello sterco delle mucche] e così via, fino a quando non cade la prima neve: una lunga, elegante e convincente prova del fatto che in un mondo dove l’erba si fa con il sole e gli animali si fanno con l’erba è davvero possibile mangiare gratis.

La sperimentazione con psilocibina nel trattamento della depressione

Da Come cambiare la tua mente,
di Michael Pollan (Adelphi, 2019)

 

Al principio del 2017, quando Roland Griffiths e Stephen Ross presentarono alla FDA i risultati dei loro studi clinici sperando di ottenere l’approvazione per una più ampia sperimentazione di fase III sull’uso della psilocibina nei pazienti oncologici, accadde qualcosa di inatteso. Impressionato dai loro dati ed evidentemente per nulla scoraggiato dalle difficoltà esclusive poste dalla ricerca con gli psichedelici – per esempio il problema del mascheramento, la combinazione di terapia e medicina, e il fatto che la sostanza in questione è ancora illecita –, lo staff dell’FDA sorprese i ricercatori chiedendo loro di espandere il proprio interesse e le proprie ambizioni, verificando se la psilocibina non potesse essere usata per trattare il problema ben più vasto e urgente della depressione nella popolazione generale. Secondo le autorità regolatorie, i dati contenevano un «segnale» abbastanza forte del fatto che la psilocibina potesse alleviare la depressione; considerando l’enorme necessità di terapie e i limiti di quelle oggi disponibili, sarebbe stato un peccato non verificare quell’ipotesi. Ross e Griffiths si erano concentrati sui pazienti oncologici perché pensavano che sarebbe stato più semplice ottenere l’approvazione per lo studio di una sostanza controllata in persone già seriamente ammalate o in fase terminale. Adesso invece le autorità stavano dicendo loro di mirare più in alto. «Una cosa surreale» commentò Ross – due volte – raccontandomi l’episodio, ancora sbalordito dalla reazione e dall’esito di quell’incontro. (La FDA rifiutò di confermare o negare questa descrizione, spiegando che non rilascia dichiarazioni su sostanze in corso di sviluppo o in esame per l’approvazione).

Qualcosa di molto simile accadde in Europa, quando nel 2016 alcuni ricercatori si rivolsero all’EMA (l’European Medicines Agency, ovvero l’agenzia per la valutazione dei medicinali dell’Unione Europea) chiedendo l’approvazione per l’uso della psilocibina nel trattamento dell’ansia e della depressione in pazienti con diagnosi che stravolgono la vita. La «sofferenza esistenziale» non è una diagnosi ufficiale del DSM, sottolinearono le autorità, e quindi i servizi sanitari nazionali non ne copriranno i costi. Esiste tuttavia un segnale che la psilocibina possa essere utile nel trattamento della depressione: perché allora non fare un grande studio multicentrico per quell’indicazione?

L’EMA stava reagendo non solo ai dati della Hopkins e della NYU ma anche al piccolo «studio di fattibilità» sul possibile uso della psilocibina nella depressione diretto da Robin Carhart-Harris nel laboratorio di David Nutt all’Imperial College. In quest’ultimo lavoro, i cui risultati preliminari apparvero su «Lancet Psychiatry» nel 2016, i ricercatori somministrarono la psilocibina a sei uomini e sei donne con «depressione resistente al trattamento» – in altre parole, persone che avevano già provato senza successo almeno due terapie. Non era previsto gruppo di controllo, e quindi ciascuno sapeva che stava prendendo la psilocibina.

In capo a una settimana tutti i volontari mostrarono un miglioramento dei sintomi, e due terzi di essi non erano più depressi, in alcuni casi per la prima volta dopo anni. A tre mesi di distanza sette dei dodici volontari mostravano ancora un sostanziale beneficio. Lo studio fu ampliato così da comprendere un totale di venti volontari; dopo sei mesi, sei restavano in remissione, mentre gli altri avevano avuto ricadute di diversa entità, a indicazione del fatto che probabilmente il trattamento va ripetuto. Lo studio era di scala modesta e non randomizzato, ma dimostrò che in quella popolazione la psilocibina era ben tollerata, giacché non aveva indotto eventi avversi e la maggior parte dei soggetti aveva tratto benefici rapidi e marcati. L’EMA rimase a tal punto impressionata dai dati, che suggerì la conduzione di uno studio molto più ampio per il trattamento della depressione resistente al trattamento, un problema che in Europa affligge più di ottocentomila persone (su un totale – secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità – di circa quaranta milioni di europei con disturbi depressivi).

Rosalind Watts era una giovane psicologa clinica che lavorava per il National Health Service quando lesse sul «New Yorker» un articolo riguardante la terapia con gli psichedelici. L’idea che si potesse effettivamente riuscire a curare la malattia mentale invece di limitarsi a gestirne i sintomi la spinse a scrivere a Robin Carhart-Harris, che la ingaggiò per collaborare allo studio sulla depressione: la prima incursione del suo laboratorio nella ricerca clinica. Watts guidò diverse sedute e poi condusse interviste qualitative con tutti i volontari a sei mesi dai trattamenti, sperando di capire esattamente quale fosse stato l’impatto della seduta con gli psichedelici.

Le interviste di Watts portarono alla luce due «temi» principali. Il primo era che i volontari descrivevano la propria depressione soprattutto come uno stato di «disconnessione»: dagli altri, dal proprio sé precedente, dai sensi e dai sentimenti, dalle convinzioni profonde e dai valori spirituali, oppure dalla natura. Diversi soggetti riferivano di vivere in una «prigione mentale», altri di essere «bloccati» in circoli viziosi di ruminazione infinita che paragonavano a «ingorghi» mentali. Mi tornò in mente l’ipotesi di Carhart-Harris, e cioè che la depressione possa derivare da un’iperattività della DMN – il sito del cervello in cui sembra aver luogo la ruminazione.

I soggetti depressi dell’Imperial si sentivano scollegati anche dai propri sensi. «Guardavo le orchidee» disse a Watts uno di loro «e razionalmente capivo che c’era della bellezza, ma non la sentivo».

Anche se solo temporaneamente, l’esperienza con la psilocibina aveva fatto uscire moltissimi volontari dalle loro gabbie mentali. Una partecipante allo studio mi disse che il mese successivo alla sua seduta era stato il primo periodo, dal 1991, in cui non si era sentita depressa. Altri descrissero esperienze simili.

«Fu come prendermi una vacanza dalla prigione del mio cervello. Mi sono sentito libero, pieno di energia».

«Fu come accendere la luce in una casa buia».

«Non sei più immerso negli schemi di pensiero; la copertura di cemento è saltata via».

«Un po’ come quando fai la deframmentazione dell’hard disk del computer… Pensavo: “il mio cervello si sta deframmentando, è proprio fantastico!”».

Per molti volontari queste modificazioni nell’esperienza della propria mente si dimostrarono persistenti.

«La mia mente funziona in modo diverso. Rumino molto meno, e ho la sensazione che i miei pensieri siano ordinati, contestualizzati».

Diversi soggetti riferirono di essersi nuovamente connessi ai propri sensi.

«Mi cadde un velo che avevo sugli occhi, e all’improvviso le cose divennero chiare, luminose, brillanti. Guardavo le piante e percepivo la loro bellezza. Ancora adesso guardo le mie orchidee e riesco a sentirla – questa è una cosa che effettivamente è rimasta».

Alcuni rientrarono in connessione con se stessi:

«Provai tenerezza nei miei confronti».

«In sostanza, mi sento come prima della depressione».

Ci fu chi rientrò in contatto con le altre persone.

«Stavo parlando con degli sconosciuti. Avevo lunghe e intense conversazioni con chiunque incontrassi».

«Guardavo la gente per strada e pensavo: “Quanto siamo interessanti” – mi sentivo legato a tutti loro».

E alla natura.

«Prima, la natura mi dava piacere; adesso mi sento parte di essa. Prima la guardavo come un oggetto, come la tv o come un quadro. Invece tu sei parte di lei, non c’è alcuna separazione o distinzione, tu sei lei».

«Ero chiunque, un’unità, una vita con sei miliardi di facce. Ero quello che chiedeva amore e dava amore; nuotavo in mare, e allo stesso tempo il mare era me».

Il secondo tema principale era un nuovo accesso a emozioni difficili, che spesso la depressione ottunde o blocca completamente. Watts ipotizza che l’incessante ruminazione dei pazienti depressi limiti il loro repertorio emozionale. In altri casi, il depresso tiene a bada le emozioni perché viverle è troppo doloroso.

Questo è vero soprattutto per i traumi infantili. Watts mi mise in contatto con un trentanovenne che aveva partecipato allo studio: Ian Rouiller, un giornalista che scriveva di musica, il quale, da bambino, insieme alla sorella maggiore, era stato abusato dal padre. Divenuti adulti, i due fratelli denunciarono il genitore, che finì in carcere per diversi anni, ma questo non aveva alleviato la depressione che ha perseguitato Ian per gran parte della sua vita.

«Ricordo benissimo il momento in cui quell’orribile nube mi sovrastò la prima volta. Ero nella sala del Fighting Cocks, un pub di St. Albans. Avevo dieci anni». Gli antidepressivi furono d’aiuto per un po’, ma «mettere il cerotto sulla ferita non guarisce nulla». Con la psilocibina, Ian riuscì per la prima volta a confrontarsi con il suo dolore di sempre – e con il padre.

«In genere, quando mi viene in mente papà, mi limito a respingere il pensiero. Ma quella volta andò diversamente». La sua guida gli aveva detto che doveva «affrontare e sperimentare» qualsiasi materiale spaventoso gli si presentasse durante il viaggio.

«Così questa volta lo guardai negli occhi. Per me fu una cosa veramente grandissima, letteralmente come affrontare il demonio. E eccolo lì. Ma era un cavallo! Un cavallo militare in piedi sulle zampe posteriori, in divisa, con un elmo e un’arma da fuoco. Era terrificante, e volevo allontanare l’immagine, ma non lo feci. Affrontare e sperimentare. Così guardai il cavallo negli occhi – e cominciai immediatamente a ridere, era veramente ridicolo».

«Fu il momento della vera svolta in quello che era stato un bad trip. Adesso avevo ogni genere di emozione – positiva, negativa, non importa. Pensavo ai rifugiati [siriani] a Calais e cominciai a piangere per loro, e capivo che ogni emozione è valida come qualsiasi altra. Non devi scegliere felicità e divertimento, le cosiddette emozioni buone; andava bene anche avere pensieri negativi. È la vita. Per me, cercare di resistere alle emozioni non faceva che amplificarle. Una volta che entrai in questo stato fu bellissimo – un senso di profondo appagamento. Avevo questa sensazione travolgente – non era nemmeno un pensiero – che tutto e tutti, me compreso, dovessero essere avvicinati con amore».

Ian godette diversi mesi di sollievo dalla depressione e maturò anche una nuova prospettiva sulla sua vita – qualcosa che nessun antidepressivo gli aveva mai offerto. «Come Google Earth, avevo zoomato all’indietro» disse a Watts nell’intervista svoltasi sei mesi dopo. Per diverse settimane dopo la seduta «rimasi completamente connesso con me stesso, con ogni creatura vivente, con l’universo». Alla fine, però, l’effetto della veduta di insieme sparì, e Ian fece ritorno allo Zoloft.

«Il brillio e la lucentezza che la vita e l’esistenza avevano riacquisito subito dopo la sperimentazione, e che conservarono per diverse settimane, a poco a poco svanirono» scriveva un anno dopo. «Le rivelazioni avute durante la sperimentazione non mi hanno mai lasciato e non mi lasceranno mai. Ora, però, sembrano più delle idee» dice. Afferma che adesso sta meglio di prima ed è riuscito a conservarsi un lavoro, ma la depressione è tornata. Mi ha detto che vorrebbe poter fare un’altra seduta con la psilocibina all’Imperial; poiché attualmente non è possibile, a volte fa meditazione e riascolta la playlist usata nella sua seduta. «Mi aiuta molto a riportarmi laggiù».

Alla fine, più di metà dei volontari partecipanti alla sperimentazione dell’Imperial hanno visto tornare le nubi della depressione, e quindi sembra probabile che, qualora si dimostrasse utile e fosse approvata, la terapia psichedelica non si risolva in un unico intervento. Ad ogni modo i volontari consideravano preziosa anche la tregua temporanea, perché ricordava loro che esisteva un altro modo di essere, e che per riconquistarlo valeva la pena di impegnarsi. Come la terapia elettroconvulsiva, a cui per certi versi somiglia, la terapia con gli psichedelici è uno shock inferto al sistema – un «riavvio» o una «deframmentazione» – che può dover essere ripetuto di tanto in tanto (supponendo che, quando viene ripetuto, il trattamento funzioni altrettanto bene). Il potenziale della terapia spinge tuttavia autorità regolatorie, ricercatori e gran parte di coloro che si occupano di salute mentale a nutrire delle speranze.

«Io credo che questo possa rivoluzionare l’assistenza nel campo della salute mentale» mi disse Watts. La sua convinzione è condivisa da tutti gli altri ricercatori che lavorano sugli psichedelici e che ho intervistato.

«Quando contro una data malattia si ordinano tante medicine,» scrisse Čechov, che era medico oltre che scrittore, «significa solo che la malattia è incurabile». Ma che dire dell’inverso di quell’affermazione? Che cosa dovremmo pensare di un unico rimedio prescritto per moltissime malattie? Come è possibile che la terapia con gli psichedelici si riveli utile per disturbi diversi come la depressione, le dipendenze, l’ansia dei pazienti oncologici – per non parlare del disturbo ossessivo compulsivo (sul quale è stato svolto uno studio incoraggiante) e dei disturbi del comportamento alimentare (che la Hopkins ha in programma di studiare)?

Non dovremmo dimenticare che fin dall’inizio la ricerca sugli psichedelici è stata afflitta da entusiasmi irrazionali; la convinzione che queste molecole siano una panacea per qualsiasi nostro male risale almeno a Timothy Leary. Può darsi benissimo che l’attuale entusiasmo lascerà infine il passo a una valutazione più moderata del loro potenziale: all’inizio i nuovi trattamenti sembrano sempre più brillanti e promettenti. Nei primi studi condotti su piccoli campioni, i ricercatori – che tendono a essere sbilanciati a favore del riscontro di un effetto – si permettono il lusso di selezionare i volontari che hanno maggiori probabilità di rispondere. Poiché i numeri sono tanto esigui, questi volontari si avvantaggiano delle cure e dell’attenzione di terapeuti eccezionalmente preparati e dedicati, anch’essi con una visione parziale a favore del successo del trattamento. Di solito, poi, l’effetto placebo è più forte per un nuovo medicinale, e col tempo tende a ridursi, come è stato osservato nel caso degli antidepressivi: oggi non sono neanche lontanamente efficaci com’erano negli anni Ottanta, dopo la loro introduzione. Nessuna di queste terapie psichedeliche si è finora dimostrata efficace in grandi popolazioni; più che dimostrazioni definitive di guarigione, i successi finora riportati dovrebbero essere considerati segnali promettenti che emergono dal rumore di fondo dei dati.

Nondimeno, il fatto che gli psichedelici abbiano prodotto tale segnale in una serie di indicazioni diverse può essere interpretato in una luce più positiva. Parafrasando Čechov, il fatto che un singolo rimedio sia prescritto per moltissime malattie potrebbe significare che esse sono più simili di quanto siamo soliti pensare. Se una terapia ha in sé un’implicita teoria del disturbo cui si propone di rimediare, il fatto che la terapia psichedelica sembri affrontare così tante indicazioni che cosa può insegnarci? Che cosa ha da dirci su ciò che quei disturbi hanno forse in comune, e sulla malattia mentale in genere?

Ho posto questa domanda a Tom Insel, l’ex direttore del National Institute of Mental Health. «Non mi sorprende affatto» che lo stesso trattamento si mostri promettente in moltissime indicazioni. Sottolinea poi che il DSM – il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, ormai alla quinta edizione – traccia confini alquanto arbitrari tra i disturbi mentali, confini che si spostano a ogni nuova edizione.

Secondo Insel, «le categorie del DSM non riflettono la realtà»; esistono più che altro per comodità delle compagnie assicurative. «Questi disturbi mentali si trovano lungo un continuum, molto più di quanto riconosca il DSM». Qui si riferisce al fatto che, quando funzionano, gli SSRI sono utili per trattare, oltre alla depressione, tutta una serie di condizioni, compresi l’ansia e il disturbo ossessivo-compulsivo, il che suggerisce l’esistenza di qualche meccanismo comune di fondo.

Andrew Solomon, nel suo libro Il demone di mezzogiorno, traccia i collegamenti tra dipendenze e depressione, spesso presenti simultaneamente, come pure l’intimo rapporto tra depressione e ansia. Cita un esperto di ansia che ci suggerisce di pensare ai due disturbi come a «gemelli fraterni»: «La depressione è la risposta a una perdita passata, l’ansia a una perdita futura». Entrambi sono il riflesso di una mente impantanata nella ruminazione, in un caso intenta a rimuginare sul passato, nell’altro a preoccuparsi per il futuro. A distinguere i due disturbi è più che altro il tempo verbale.

Alcuni ricercatori attivi nel campo della salute mentale sembrano procedere a tentoni verso una grande teoria unificata della malattia mentale, benché non siano così pretenziosi da definirla così. David Kessler, il medico già a capo della FDA, ha recentemente pubblicato un libro intitolato Capture: Unraveling the Mystery of Mental Suffering, nel quale sostiene un tale approccio. «Capture» – cattura – è il suo termine per descrivere il comune meccanismo alla base di problemi quali dipendenze, depressione, ansia, mania e ossessione; secondo lui, tutti questi disturbi comportano abitudini apprese di pensiero e comportamento negativi che sequestrano la nostra attenzione intrappolandoci in circoli viziosi di autoriflessione. «Quello che era cominciato come un piacere diventa poi una necessità; quello che un tempo era cattivo umore diventa un continuo autoaccusarsi; quello che un tempo era un fastidio diventa una persecuzione», in un processo che Kessler descrive come una forma di «apprendimento inverso». «Ogni volta che rispondiamo [a uno stimolo], rafforziamo il circuito neurale che ci spinge a ripetere» i medesimi pensieri o comportamenti distruttivi.

La scienza degli psichedelici potrebbe offrire un contributo allo sviluppo di una grande teoria unificata della malattia mentale – o almeno di alcune malattie mentali? La maggior parte dei ricercatori attivi nel campo – da Robin Carhart-Harris a Roland Griffiths, Matthew Johnson e Jeffrey Guss – è convinta che, nel cervello e nella mente, gli psichedelici agiscano su alcuni meccanismi di ordine superiore che probabilmente sono alla base di un’ampia gamma di disturbi mentali e comportamentali, e forse anche della comune infelicità – e che contribuiscano a spiegarli.

Potrebbe essere qualcosa di semplice come il concetto di «riavvio mentale» – il control-alt-delete biologico di Matt Johnson –, che scuote il cervello liberandolo da schemi distruttivi (quali la «cattura» di Kessler) offrendo a nuovi schemi l’opportunità di metter radici. Potrebbe essere che, come ha ipotizzato Franz Vollenweider, gli psichedelici aumentino la neuroplasticità. La miriade di nuove connessioni che spuntano nel cervello durante l’esperienza psichedelica e che sono state mappate negli esperimenti di neuroimaging effettuati all’Imperial College, insieme alla disintegrazione di vecchie connessioni a lungo utilizzate, può servire semplicemente – per usare l’espressione di Robin Carhart-Harris – ad «agitare la palla di vetro con la neve»: una premessa per aprire nuove vie.

Mendel Kaelen, un olandese che svolge il suo lavoro di post-dottorato all’Imperial, propone un’altra metafora, sempre con la neve, ma più estesa: «Pensi al cervello come a una collina innevata e ai pensieri come a slitte che scivolano giù dal pendio. Via via che, una dopo l’altra, le slitte scendono sulla neve, vi lasceranno un piccolo numero di solchi più profondi. E ogni volta che scenderà un’altra slitta, sarà attirata nei solchi preesistenti, quasi come da una calamita». Quelle tracce più profonde rappresentano, nel cervello, le connessioni neurali più utilizzate, molte delle quali attraversano la DMN. «Col tempo, è sempre più difficile scendere dalla collina in una direzione diversa o percorrendo una qualsiasi altra traiettoria.

«Ora, pensi agli psichedelici come agenti che, temporaneamente, battono la neve. I solchi più profondi scompaiono, e all’improvviso le slitte possono andare anche in altre direzioni, esplorando nuovi paesaggi e creando letteralmente nuove piste». Quando la neve è più fresca, la mente è più impressionabile, e basta una minima esortazione – qualsiasi cosa, una canzone, un’intenzione o il suggerimento di un terapeuta – per esercitare un’influenza potente sulla sua direzione futura.

La teoria del cervello entropico proposta da Robin Carhart-Harris rappresenta una promettente elaborazione di quest’idea generale, e un primo tentativo in direzione d’una teoria unificata della malattia mentale che contribuisca a spiegare tutti e tre i disturbi esaminati in queste pagine. Secondo lui, un cervello felice è un cervello flessibile ed elastico; la depressione, l’ansia, le ossessioni e il fortissimo desiderio tipico delle dipendenze sono ciò che si prova ad avere un cervello troppo rigido o fissato nelle sue vie e nei suoi collegamenti: un cervello con più ordine del giusto. Sullo spettro da lui tracciato nell’articolo sul cervello entropico – spettro che si estende dall’eccesso di ordine a quello di entropia – la depressione, la dipendenza e i disturbi ossessivi coincidono tutti con l’estremo del troppo ordine. (La psicosi si trova invece all’estremo entropico dello spettro, il che probabilmente spiega perché non risponda alla terapia con gli psichedelici).

Nella visione di Carhart-Harris, il valore terapeutico degli psichedelici sta nella loro capacità di aumentare temporaneamente l’entropia di un cervello troppo rigido, riscuotendo il sistema dai suoi schemi di default. Carhart-Harris usa la metafora della ricottura, prelevata dalla metallurgia: gli psichedelici introducono energia nel sistema, conferendogli la flessibilità necessaria perché esso si pieghi, e quindi cambi. I ricercatori della Hopkins usano una metafora simile per ribadire lo stesso concetto: la terapia psichedelica crea un intervallo di massima plasticità in cui, con una guida appropriata, è possibile apprendere nuovi schemi di pensiero e di comportamento.

Tutte queste metafore riferite all’attività del cervello sono esattamente quello – metafore – e non l’oggetto in sé. Nondimeno gli studi di neuroimaging eseguiti sui cervelli in trip all’Imperial College (da allora replicati in diversi altri laboratori usando non solo la psilocibina ma anche l’LSD e l’ayahuasca) hanno identificato modificazioni cerebrali misurabili conferendo credibilità a queste metafore. In particolare, i cambiamenti di attività e connettività riscontrati nella DMN sotto l’effetto degli psichedelici indicano la possibilità di mettere in relazione l’esperienza percepita in alcuni tipi di sofferenza mentale con qualcosa di osservabile e alterabile nel cervello. Se la DMN fa quello che i neuroscienziati pensano faccia, allora un intervento che abbia come bersaglio quella rete può forse contribuire ad attenuare diverse forme di malattia mentale, compresi i disturbi che i ricercatori interessati agli psichedelici hanno sottoposto finora a sperimentazione.

Moltissimi dei volontari con cui ho parlato – sia tra i malati terminali, sia tra le persone con dipendenze o con depressione – raccontavano la sensazione di essere mentalmente «bloccati», catturati in circoli viziosi di ruminazione che sentivano di non poter spezzare. Parlavano di «prigioni del sé», di spirali di introspezione ossessiva che alzavano un muro tra loro e gli altri, la natura, il loro sé precedente e il momento attuale. Tutti questi pensieri e sentimenti possono essere generati da una DMN iperattiva, ovvero da quell’insieme di strutture cerebrali strettamente collegate che sono implicate nella ruminazione, nel pensiero autoreferenziale e nella metacognizione (pensare al pensiero). Il fatto che silenziando la rete cerebrale responsabile del pensiero su se stessi e della metacognizione sia possibile spingersi al di là di quella pista, o cancellarla dalla neve, ha una sua logica.

La DMN sembra essere la sede non soltanto dell’ego, o del sé, ma anche della abilità mentale di viaggiare nel tempo. Ovviamente le due cose sono strettamente legate: senza la capacità di ricordare il nostro passato e di immaginare un futuro, il concetto di un sé coerente sarebbe difficile da sostenere; noi ci definiamo facendo riferimento alla nostra storia personale e ai nostri obiettivi futuri (come scopre chi fa meditazione, se si smette di pensare al passato o al futuro e ci si immerge nel presente, il sé sembra scomparire). Il viaggio mentale nel tempo ci porta costantemente lontano dalla frontiera del momento presente, il che può avere un grande valore adattativo: ci permette di imparare dal passato e di pianificare il futuro. Ma quando il viaggio nel tempo diventa ossessivo, alimenta lo sguardo volto all’indietro della depressione e il protendersi in avanti dell’ansia. Anche la dipendenza sembra implicare un viaggio nel tempo incontrollabile – chi ne soffre se ne serve per scandire il tempo: Quand’è stato l’ultimo buco, e quando posso farmi il prossimo?

Affermare che la DMN è la sede del sé non è un’asserzione semplice, soprattutto se si considera che il sé può non essere del tutto reale. Nondimeno, possiamo dire che esiste un insieme di operazioni mentali – il viaggio nel tempo ne è un esempio – associate al sé; pensate dunque ad esso semplicemente come al luogo di questo particolare insieme di attività mentali, molte delle quali sembrano avere la propria sede nelle strutture della DMN.

Un altro tipo di attività mentale che il neuroimaging ha collocato nella DMN (e specificamente nella corteccia del cingolo posteriore) è il lavoro del cosiddetto sé autobiografico o esperienziale: l’operazione mentale responsabile delle narrazioni che legano la nostra prima persona al mondo esterno, contribuendo in tal modo a definirci. «Questo sono io», «Non merito di essere amata», «Sono il tipo di persona che non ha la forza di volontà per spezzare questa dipendenza». Attaccarsi eccessivamente a queste narrazioni, ripeterle come verità immutabili su se stessi e non come storie soggette a revisione, contribuisce in modo potente alle dipendenze, alla depressione e all’ansia. La terapia con gli psichedelici sembra indebolire la presa di tali narrazioni, forse disintegrando temporaneamente le regioni della DMN in cui esse operano.

E poi c’è l’ego, forse la creazione più formidabile della DMN, il quale lotta per difenderci da minacce interne ed esterne. Quando tutto funziona come dovrebbe, l’ego mantiene l’organismo in carreggiata, aiutandolo a realizzare i suoi obiettivi e a far fronte alle sue necessità, in particolare quelle mirate alla sopravvivenza e alla riproduzione. Fa quel che va fatto. È anche, però, fondamentalmente conservatore. Come dice Matt Johnson, «l’ego ci trattiene nei nostri solchi»: nel bene e, a volte, nel male. Sporadicamente infatti può diventare tirannico e rivolgere i suoi formidabili poteri contro altre parti di noi stessi. Forse è questo che lega le varie forme di malattia mentale in cui la terapia con gli psichedelici sembra essere di maggior aiuto: implicano tutte un disturbo dell’ego – dispotico, punitivo e deviato.

Nel discorso pronunciato a un college tre anni prima di togliersi la vita, David Foster Wallace chiese al suo pubblico di «pensare al vecchio luogo comune sulla mente, che “è un ottimo servitore ma un pessimo padrone”. Come molti luoghi comuni, in superficie tanto deboli e banali, esso esprime in effetti una verità grande e terribile» disse.

«Il fatto che quando commettono suicidio con un’arma da fuoco, quasi sempre gli adulti si sparino in testa, non è affatto una coincidenza. Sparano a quel pessimo padrone».

Di tutti gli effetti fenomenologici riferiti dalle persone sotto l’effetto degli psichedelici, la dissoluzione dell’ego mi sembra di gran lunga il più importante e il più terapeutico. Ho trovato uno scarso consenso terminologico tra i ricercatori che ho intervistato; tuttavia, in ultima analisi, quando esplicitano le proprie metafore e i propri vocabolari – siano essi di natura spirituale, umanistica, psicoanalitica o neurologica –, essi indicano quale fondamentale fattore psicologico che orienta l’esperienza la perdita dell’ego o del sé (quella che Jung chiamava la «morte psichica»). È questa perdita a donarci l’esperienza mistica, il processo di far pratica della morte, l’effetto della veduta d’insieme, l’idea di un riavvio mentale, la costruzione di nuovi significati e l’esperienza dell’awe.

Consideriamo il caso dell’esperienza mistica: le sensazioni di trascendenza, sacralità, coscienza unitiva, infinitezza e beatitudine riferite dai soggetti possono tutte essere spiegate come ciò che una mente prova quando le viene improvvisamente a mancare il suo senso di essere, o di avere, un sé distinto. C’è forse da meravigliarsi se ci sentiamo tutt’uno con l’universo, nel momento in cui i confini tra il sé e il mondo, sorvegliati dall’ego, improvvisamente vengono meno? Poiché siamo creature che generano significati, la nostra mente cerca di escogitare nuove storie per spiegare quanto sta accadendo durante l’esperienza. Alcune di esse probabilmente saranno soprannaturali o «spirituali», se non altro perché i fenomeni sono così straordinari che è difficile dar loro una spiegazione utilizzando le nostre consuete categorie concettuali. Il cervello predittivo riceve un tal numero di segnali d’errore che è costretto a sviluppare nuove e stravaganti interpretazioni di un’esperienza che va oltre le sue capacità di comprensione.

Se poi le più grandiose di queste storie rappresentino una regressione al pensiero magico, come credeva Freud, oppure l’accesso a domini transpersonali quali l’«Intelletto in Genere», come credeva invece Huxley, è essa stessa una questione di interpretazione. Chi può dirlo con sicurezza? A me comunque sembra molto probabile che la perdita o la contrazione del sé faccia sentire più «spirituali», comunque si decida di definire la parola, e che questo tenda a far stare meglio.

Il consueto antonimo del termine «spirituale» è «materiale». Questo almeno è ciò che credevo quando ho cominciato questa ricerca – ovvero che l’intera questione della spiritualità dipendesse da una questione di metafisica. Adesso sono incline a pensare che probabilmente un antonimo di «spirituale» molto migliore e di certo più efficace sia «egotistico». Il sé e lo spirito definiscono gli estremi opposti di uno spettro, ma affinché quello spettro abbia per noi un significato non occorre che si spinga al cielo: può benissimo restare qui sulla terra. Quando l’ego si dissolve, si dissolve anche una concezione limitata non soltanto del nostro sé ma anche del nostro personale interesse. Immancabilmente, quella che emerge al suo posto è un’idea più ampia, più magnanima e altruistica – in altre parole, più spirituale – di ciò che conta nella vita: un’idea in cui sembra essere prominente un nuovo senso di connessione o di amore, comunque lo si definisca.

«Il viaggio psichedelico può non darle ciò che desidera,» fu il memorabile avvertimento di più d’una guida; «ma le darà ciò di cui ha bisogno». Credo che nel mio caso sia stato così – forse nulla di simile a ciò per cui mi ero imbarcato, ma adesso capisco che in definitiva il viaggio è stato un’educazione spirituale.