Abbozzo di un protocollo di instant messaging basato su server federati, sicuro e facile da usare

Un pezzetto di internet, per esempio

Dato che uno scambio di dati che sia davvero peer-to-peer (che avvenga cioè tra due dispositivi senza passare attraverso altri dispositivi) su internet non avviene praticamente mai (vedi la figura qui sopra), e dato che comunque anche il “peer-to-peer” come lo intendiamo comunemente è sempre meno praticabile (su connessioni mobile è un delirio, perché i provider di connessione mobile non permettono – se non pochissimi e comunque tramite sbattimenti burocratici non indifferenti da parte dellə utentə – di avere un indirizzo IP pubblico sulla internet), e dato che comunque un server di relay che stia tra i client viene comodo per registrarci sopra i messaggi crittati end-to-end quando un@ dellə utentə destinatariə di un messaggio è offline, e al tempo stesso, grazie alla crittografia end-to-end, può essere altrettanto sicuro di un’immaginaria connessione realmente peer-to-peer tra client, e dato che la crittografia end-to-end sarebbe comunque necessaria per la privacy dellə utentə anche con il “peer-to-peer” come comunemente inteso, mi chiedo se non sarebbe fattibile un protocollo di instant messaging basato su server federati, in cui la crittografia end-to-end non è opzionale, in cui però l’id univoco di ciascun utentə non è legato a un particolare server-dominio, in cui lə utentə scambiano dati tra loro passando attraverso i server federati e sono i server federati a fare “peer-to-peer” tra loro sincronizzando un database distribuito con una tabella che contiene l’id e la chiave pubblica di ciascun utente (mentre quella privata rimane sempre sui loro dispositivi), più l’indirizzo IP del server su cui ciascun utente è loggat@ (se è loggat@, altrimenti NULL), e un’altra tabella che contiene gli indirizzi IP dei server federati e il loro stato (tipo un numero da 0=offline a 9=“non mi sta usando nessun*”), così che se un server va giù per qualsiasi motivo lə utentə possono continuare a scambiare dati attraverso gli altri server senza interruzione di servizio e senza che, se poi quel server non torna più su, debban fare un nuovo account su un altro server e comunicarne il nuovo id a tuttə l’altrə, e così che il carico di utentə sia sempre abbastanza equamente distribuito tra i server. Ogni release di un client dovrebbe includere la lista dei server disponibili al momento della sua compilazione, così che il bootstrap di ogni sessione del client sia facile per l’utentə (poi il client scaricherebbe periodicamente la lista aggiornata dei server dal server cui è connesso). Per l’anonimato, i client dovrebbero potersi collegare ai server tramite Tor. Il sito di presentazione di questo protocollo, e tutti i vari siti coinvolti, dovrebbero mettere in chiaro che, lato server, non deve essere reso disponibile via web, e che, lato utente, non deve essere utilizzato via web, quand’anche qualche server desse questa possibilità.
Mi chiedo se non sarebbe fattibile.

Ciao “metaverso” ciao

Ho chiuso i miei account facebook e instagram e per quanto riguarda i social userò solo il fediverso. Zuckerborg lascia la possibilità di annullare la cancellazione degli account sulle sue piattaforme per 30 giorni, e i miei non sono ancora passati, ma a ’sto giro non ci ricadrò, non cederò ai ricatti affettivi di parenti e amic* tipo “eh ma io qui ci ho tutt* lə miə amic* poi come faccio”, “eh ma io non le so usare quell’altre robe lì son complicate e così poi non ci si sente più”: potrebbero iniziare a farsi un account sul fediverso e poi magari fare un post di saluto nel “metaverso” linkandolo, come ho fatto io, e nella stragrande maggioranza dei casi non avrebbero difficoltà a imparare quel poco di diverso all’uso che c’è. Così, in un post di saluto su facebook, ho scritto ciò:

«Ciao ciccett*, chiudo l’account facebook e instagram e non ci rimetto più piede: facebook fa schifo, lo sappiamo, per tanti motivi. Per i messaggi privati vorrei chiudere anche whatsapp e usare solo signal e xmpp, che già uso, ma tropp* amic* usano ancora solo whatsapp, perciò per ora lo tengo.
Per quanto riguarda la mia presenza più o meno “pubblica” in rete tengo solo il blog, https://bu.noblogs.org, e tre account nel fediverso: due su mastodon (una piattaforma “simile a twitter” nel fediverso), uno dei quali sta qui, https://sociale.network/[mio_nome_e_cognome], mentre il secondo, che uso molto di più, preferisco non linkarlo qui; e un terzo su pixelfed (la piattaforma “simile a instagram” nel fediverso) per postare le foto: https://pixelfed.social/pongrebio
Perché questo post sia visibile ancora per un po’, per poterci salutare e magari se vi va seguirmi nel fediverso, la procedura di disiscrizione da facebook la farò domani.
Qui trovate un motore di ricerca di istanze (nodi) mastodon che consiglia alcune istanze italiane buone, https://mastodon.help/instances/it, e ha una buona guida su mastodon che spiega anche un po’ in generale cos’è il fediverso: https://mastodon.help/it.
Abbracci sparsi :)»

L’account su sociale.network con nome e cognome me lo sono fatto apposta per non spaventare ai parenti e perché non mi va che quello che uso abitualmente sia troppo riconducibile a me-persona-fisica.

NetworkManager: come cambiare i DNS

Cambiare i DNS con NetworkManager, il “gestore di rete” di gran lunga più usato su Linux, magari per aggirare la censura di qualche sito italiano, è facile.

Per prima cosa si tratta di cliccare con il tasto destro del mouse sull’iconcina di rete che sta nella “system tray” del desktop e, dal menu che compare, cliccare col tasto sinistro su “Modifica connessioni…”.

NetworkManager - Cambiare i DNS - 1

Dalla finestra “Connessioni di rete” che compare bisogna selezionare la connessione che si sta utilizzando, nel mio caso “Ethernet”, e poi cliccare sull’iconcina con l’ingranaggio.

NetworkManager - Cambiare i DNS - 2

Dalla nuova finestra che compare bisogna selezionare la scheda “Impostazioni IPv4”.
Se il “Metodo” è impostato su “Automatico (DHCP)”, bisogna cambiarlo in “Automatico (DHCP) solo indirizzi”. Se invece, come nel mio caso, è impostato su “Manuale”, va già bene così. Nella casella di testo “Server DNS” bisogna specificare i DNS che si vuole usare (se sono più di uno basta separarli con uno spazio, o con virgola e poi spazio), poi cliccare sul pulsante “Salva”.

NetworkManager - Cambiare i DNS - 3

Ora si può chiudere anche la finestra “Connessioni di rete”.
Poi, perché il cambiamento di DNS sia effettivo, bisogna (almeno sul mio sistema), disattivare la connessione in uso cliccando col tasto sinistro sull’iconcina di rete e poi su “Disconnetti”…

NetworkManager - Cambiare i DNS - 4

…per poi riattivarla cliccando di nuovo col tasto sinistro sull’iconcina di rete e poi sul nome della connessione.

NetworkManager - Cambiare i DNS - 5

Ecco fatto.

Il demone di Maxwell

Da Il quark e il giaguaro, di Murray Gell-Mann,
parte seconda, capitolo 15

Il demone di Maxwell

[…] introdurremo un ipotetico diavoletto che passa il tempo a scegliere e ordinare: il famoso demone di Maxwell, escogitato da quello stesso James Clerk Maxwell che scoprì le equazioni per l’elettromagnetismo. Lo scienziato scozzese si stava occupando di un’applicazione molto comune (e forse la più antica) del secondo principio della termodinamica: quella a un corpo caldo e a un corpo freddo posti l’uno accanto all’altro. Immaginiamo di avere una camera divisa in due da un tramezzo asportabile. Metà della camera è riempita di un gas molto caldo e l’altra metà di un’uguale quantità del medesimo gas a temperatura molto inferiore. La camera può essere considerata un sistema isolato contenente una certa quantità d’ordine: infatti le molecole del gas caldo, in moto con velocità statisticamente maggiore da un lato del tramezzo, sono isolate dalle molecole, mediamente più lente, del gas freddo dall’altro lato.
Supponiamo innanzitutto che il tramezzo sia di metallo, capace dunque di condurre calore. Tutti sanno che il gas caldo tenderà a raffreddarsi e il gas freddo a diventare più caldo, fino a quando le due masse di gas raggiungeranno la stessa temperatura. Questo è chiaramente ciò che richiede il secondo principio, dato che la segregazione ordinata di gas più caldo e gas più freddo viene gradualmente annullata dalla conducibilità termica del metallo, cosicché si ha aumento dell’entropia.
Supponiamo ora che il tramezzo non conduca calore, cosicché si conservi la separazione delle due masse di gas a diversa temperatura. L’entropia rimarrà allora costante, cosa anch’essa compatibile col secondo principio. Ma che cosa accadrebbe se il nostro demone separasse le molecole in molecole più veloci e più lente? Potrebbe determinare una diminuzione dell’entropia?
Il demone di Maxwell vigila su un portello nel tramezzo, che anche in questo caso si suppone non conduca il calore. Egli osserva le molecole provenienti dalle opposte direzioni e ne giudica la velocità. Le molecole del gas caldo sono solo statisticamente più veloci di quelle del gas freddo; ogni campione del gas contiene molecole in moto a velocità molto diverse. Il perfido demone apre e chiude il portello in modo da lasciar passare solo le più lente tra le molecole del gas caldo e le più veloci tra le molecole del gas freddo. Il gas freddo riceve così molecole lentissime, che lo raffreddano ulteriormente, mentre il gas caldo riceve molecole velocissime che lo rendono ancora più caldo. In chiara violazione del secondo principio della termodinamica, il diavolo ha prodotto un flusso di calore dal gas freddo al gas caldo. Com’è possibile?
Poiché il principio si applica solo a un sistema chiuso, dobbiamo includere nei nostri calcoli il demone. Il suo aumento di entropia deve perlomeno pareggiare la diminuzione di entropia nelle due metà della camera riempite di gas. Che cosa vuol dire, per il demone di Maxwell, aumentare la sua entropia?

Cani e gatti sciolti, il mio ricordo di Genova G8 2001

Antefatto: ero ancora in analisi, dal ’96 mi pare: 4 incontri a settimana. Avevo 25 anni, ora ne ho 45. Avevo detto alla mia analista che con un amico, F., sarei andato a Genova per partecipare alle manifestazioni contro il G8. L’intenzione era di andare il 19 luglio, il giorno del corteo dei migranti, e fare 19, 20 e 21. Non ricordo cosa disse lei di questo progetto, probabilmente niente (facevo analisi “classica”, “freudiana”, steso sul lettino con lei alle spalle, spessissimo non diceva niente su quel che dicevo e raccontavo), ma quando le chiesi esplicitamente “Lei ci sarà?” mi rispose “Ah io no!” con un tono da “Fossi matta!” che mi dette fastidio. Tempo dopo seppi che suo marito, anche lui analista freudiano, col quale lei condivideva appartamento e studio nello stesso palazzo, era andato a Genova con un gruppo organizzato di psicologi, anche con pazienti mi pare.

Non ricordo per che motivo, non partiamo il 19 mattina ma la mattina seguente, il 20. Il corteo dei migranti del 19 è stato bello partecipato e tranquillo, e noi siamo abbastanza tranquilli. Del viaggio di andata ricordo solo che col mio amico ci sedemmo per caso in un vagone su cui la maggioranza delle persone erano del centro sociale Vittoria, che allora (forse anche adesso) stava in via Muratori a Milano. Ricordo che a un certo punto un compagno del Vittoria ci dette delle mascherine leggere, tipo le FFP1 di adesso, “per difendervi dai gas, facile che ci saranno”. Per il resto situazione nostra, mia e del mio amico, che mi pare di ricordare un po’ tesa, emozionata, ma in chiave di presa bene.
Il treno viene fermato prima della stazione di destinazione, non ricordo con che motivazione. Scendiamo a questa stazioncina di periferia genovese già tuttə un pochetto più in tensione per via di questo imprevisto. Io e il mio amico aiutiamo altri a portare confezioni da 6 di bottiglie d’acqua. Prendiamo un autobus e l’autista ci fa scendere vicino a piazzale Kennedy. Girelliamo lì intorno, soprattutto intorno e dentro piazza Rossetti, dove ci sono vari stand tra cui alcuni di Rifondazione Comunista. Ricordi vari. Una mucca di agricoltori francesi nel pratino della piazza, dico al mio amico che mi ricorda la mucca allucinatoria che vede uno dei personaggi de L’odio di Kassovitz, ridiamo. Un ragazzo in fuga da un manipolo di rifondaroli incazzati, io e il mio amico appoggiati a delle transenne, il ragazzo corre nella nostra direzione, qualcuno dal manipolo grida “Bloccatelo, non fatelo passare!”, noi vediamo che sono tipo 10 contro 1, spostiamo una transenna e lasciamo passare il ragazzo, inseguito ancora da 2 o 3 del manipolo se li lascia sempre più abbondantemente dietro, gli altri del manipolo si fermano da noi, “Stronzi quello ha fatto…” non ricordo cosa, “Be’ noi abbiamo visto che eravate 10 contro 1” dico, il mio amico che studia psicologia accenna un discorso sulla psicologia delle masse, dopo poco il manipolo se ne va. Riprendiamo a girellare. Ci spostiamo all’inizio di via Rimassa. Lì ci sono 4 o 5 tizi tutti vestiti di nero che cercano di svellere delle assi messe davanti a dei negozi. Qualche fotografo fotografa. Qualcuno da lontano gli urla “Ma che fate? Smettetela!”. Noi proseguiamo un po’ lungo via Rimassa, ma a un certo punto torniamo indietro perché più avanti vediamo in lontananza del fumo e un fotografo ci dice che “C’è casino”. Torniamo a piazza Rossetti, dove la situazione pare più tranquilla, ma poco dopo vediamo che un sacco di polizia si schiera, uomini in fila e qualche tank di quelli blu, davanti alla rotonda 9 novembre. Un po’ di gente si siede davanti allo schieramento, a una ventina di metri. Ci sediamo anche noi. Ci sono 2 o tre giocolieri che, qualche passo più avanti, giocolierano. Uno prende una buccia di banana e la mette un po’ più avanti, come a dire “Se partite occhio che scivolate” ai poliziotti, noi ridiamo. Poco dopo parte la carica, i tank un po’ più veloci della corsa dei poliziotti appiedati, qualcuno dice “Non spostiamoci!”, chi prima chi dopo ci spostiamo tuttə perché questi non sembrano avere la minima intenzione di fermarsi; per un po’, con altrə, corriamo insieme ai poliziotti appiedati dietro ai tank, gridando insulti vari, stanno correndo, tank e poliziotti, verso gli ingressi a piazzale Kennedy e piazzale Cavalieri di Vittorio Veneto, dove sono più o meno asserragliate un sacco ma un sacco di persone di varie realtà (tra le quali mi pare Cobas, o qualche altra sigla sindacale), io mando un bacio d’odio a un poliziotto che mi sta guardando, “Bravo sei fortissimo!” gli grido con ironia rabbiosa. Dopo un po’ questi ci lasciano indietro. Da lontano vediamo che han sfondato gli ingressi dei due piazzali. “Sono pazzi!” ci diciamo. Fumo di lacrimogeni dentro. Un fottio di gente. Elicotteri sopra la testa. Chi riesce sciama, esce dal piazzale. I poliziotti menano. Ci allontaniamo, torniamo dentro piazza Rossetti, giriamo un po’ lì, scambiamo qualche parola con chi è lì, poi proseguiamo verso l’interno di Genova, probabilmente per via Finocchiaro Aprile, o per via Magnaghi. I ricordi si diradano. Camminiamo un sacco, situazione abbastanza tranquilla, dopo un po’ più tranquilli anche noi. Vediamo vie chiuse da alti sbarramenti di metallo, altre da container. Incontriamo gente di Genova che non riesce a tornare alle proprie case. Vari gruppi di manifestantə sparsə, alcunə di uno di questi gruppi ci danno qualcosa da mangiare e da bere (del formaggio, del pane e due birre mi pare). A un certo punto ci troviamo davanti alla stazione Brignole. Passiamo tra un container e il muro e entriamo in piazza Verdi. Pochissima gente. Sulla sinistra della stazione ci sono dei container, andiamo verso i container pensando di riuscire a passare anche lì e proseguire poi verso sinistra, sperando di trovare un qualche corteo cui unirci, ma non sappiamo bene dove stiamo andando. Arrivati a una decina di metri dai container vediamo che c’è un manipolo di poliziotti lì dietro. Ci vedono, ormai ci han visti, ci pensiamo fottuti, ma paiono “tranquilli”, niente caschi addosso, sembra cazzeggino tra loro. Decidiamo che se svoltassimo e ce ne andassimo sarebbe più pericoloso, e quindi di proseguire verso di loro e, se ci chiedono qualcosa, di dirgli che vogliamo solo passare per unirci a qualche corteo pacifico. Quello che sembra il capo ci ferma, ci prende in giro, “Dove pensate di andare?”, “Stiamo cercando di unirci a un corteo pacifico”, un suo sottoposto enorme si mette di fronte a noi e ci sbraita in faccia “Nun ce dovevate venì qui perché ve ce ammazziamo! Ve ce ammazziamo!”, il capo ordina a un altro suo sottoposto di portarci dietro uno dei container e perquisirci, andiamo col sottoposto che nel frattempo estrae il manganello e agitandolo, una volta che siam fermi dietro il container, ci intima di togliere gli zaini e svuotarli davanti a lui. Eseguiamo, piuttosto impauriti, ma riusciamo a dire che non c’è bisogno del manganello, lui si indurisce di più, ci tratta sempre peggio. Svuoto il mio zaino prima del mio amico. Ne esce la mascherina datami dal compagno del Vittoria sul treno. “E questa che cazzo è?” urla il poliziotto e mi tira una manganellata sul ginocchio. Non fa molto male ma mi spaventa un po’ di più. “Prendila!”, mi piego di nuovo, la prendo, mi rimetto dritto, manganellata sul polso, “CHE CAZZO È QUESTA?”, gridando più forte, “È una mascherina da bricolage che ci han dato sul treno per difenderci dai lacrimogeni”, e poi non ricordo bene ma diciamo che parlando con odiata deferenza al poliziotto quello alla fine ci molla e ci lascia pure passare. Passiamo. Io un po’ sotto per quel che è successo. Altri giri in giro, molta più gente ora. A un certo punto ci troviamo davanti a un ponte sul torrente Bisagno. Sul ponte ci sono poliziotti e tank. All’inizio del ponte un bel po’ di gente sta mettendo in piedi barricate. Ricordo due freakkettoni psichedelici che suonano dei bonghetti intanto, con aria divertita, e un monaco buddista di rosso vestito che passa. Noi stiamo nei dintorni, indecisi se prendere parte alla costruzione della barricata o allontanarci, a un certo punto un ragazzo con una maglietta legata intorno alla bocca, che sta andando verso la barricata, ci incalza dicendo che “Hanno ammazzato un ragazzo, dobbiamo fargliela pagare”, e prosegue. Io ho un momento di profondissimo sconforto. Mi siedo sul marciapiede. “Che cazzo vuol dire che hanno ammazzato un ragazzo, che senso ha? Che senso ha?”. Non ho una reazione di rabbia, ho sul momento una reazione di annichilimento. Il mio amico mi si siede a fianco, “Cerchiamo di capire meglio cos’è successo” mi dice, ci rialziamo, cerchiamo di parlare con qualcunə intorno ma poco dopo parte la carica della polizia, tank e poliziotti, dal ponte, scappiamo con altrə, scappiamo scappiamo inseguiti dai tank e dai poliziotti, per viuzze strette, tutte in salita, vediamo qualcunə che non ce la fa più a correre scavalcare cancelli per entrare in cortili, continuiamo a correre, quelli sempre dietro, finché dopo un po’ non li vediamo più. Siamo con un gruppo di ragazzə giovanə, siamo contenti di averla scampata, ridiamo e parliamo un po’ con loro. Poi cerchiamo di tornare da dove siamo partiti, torniamo verso il mare e arriviamo di nuovo a piazza Rossetti, dove la situazione ora pare tranquilla, entriamo in piazzale Kennedy-Cavalieri di Vittorio Veneto dove ora c’è molta meno gente, rispetto alla mattina, ma comunque ce n’è un bel po’, incontriamo un amico che è in comunità da Don Gallo ed è lì con un gruppo suo, di Don Gallo, ci facciamo le feste, c’è una banca che brucia su corso Marconi, commentiamo, “Che delirio!”, ridiamo, “Ma dai insomma stiamo bene, ma il ragazzo che è morto?”, ci dice M. il nostro amico che forse è un punkabbestia, non sa bene nemmeno lui, non si sa bene, “Porco dio, che merde, che merde!”, arrivano i pompieri spengono l’incendio, con il nostro amico M. ci salutiamo, continuiamo a girare in piazzale Kennedy-Veneto, c’è il concerto di Manu Chao, a un certo punto – non ricordo se prima o dopo il concerto – c’è questa cosa allucinante, nel piazzale montano una specie di gazebone bianco, luci forti accese puntate sullo spazio sotto il gazebone, telecamere, parte una diretta di Gad Lerner che vuole fare tipo il punto della situazione, personaggi vari che non so, non ricordo se ne conoscessi riconoscessi, c’è una contestazione in diretta di alcune ragazze, noi le sosteniamo, gridiamo “Siete assurdi!” e altro, è tutto assurdo, questi in doppiopetto calati da chissà dove a pretendere di fare il punto della situazione, ce ne andiamo, torniamo in strada davanti a piazza Rossetti, c’è un assurdo divertente passarci a calci una bottiglia d’acqua mezza vuota con altrə per almeno un’oretta, è notte, sarà tipo l’una, proviamo a dormire, ci stendiamo nel prato di piazza Rossetti, io non riesco a chiudere occhio, il mio amico si, a un certo punto partono gli innaffiatori automatici del prato, svegliano di soprassalto i dormienti, le dormienti, dico al mio amico un po’ impanicato da quel risveglio che sono gli idranti della polizia, ridacchiamo, tuttə ci spostiamo dal prato, non ricordo poi bene. Del 21 mattina non ricordo niente, mi sa che è lì che son riuscito a dormire un po’, il mio amico credo abbia continuato, ricordo a un certo punto siam riusciti a mangiare qualcosa, boh. Più tardi c’è il corteo del 21. Andiamo sul lungomare, risaliamo lungo corso Italia insomma, in controsenso rispetto al corteo che sta scendendo, lo risaliamo un po’, la situazione sembra tranquilla, a parte gli onnipresenti elicotteri, manifestantə pacifichə gridano “Assassini!, Assassini!” un po’ al vento un po’ agli elicotteri, anche noi. Incontriamo un mio amico che da poco è uscito dai disobbedienti, scambiamo un abbraccio e due parole, ci salutiamo, poco dopo la situazione si intesisce di nuovo, gira voce che più avanti, ovvero più indietro nel corteo, stiano menando, invertiamo rotta, cominciamo a ridiscendere lungo corso Italia, svelti sempre più svelti, e più avanti vediamo in lontananza, di nuovo davanti alla rotonda 9 novembre, un botto, ma un botto di polizia schierata con tank camionette ecc. Alle nostre spalle ormai è il panico, davanti un botto di polizia e cominciano a lanciare i primi lacrimogeni, è chiaro che vogliono spezzare il corteo, tiriamo dritti verso lì, partecipiamo un po’ al tentativo di resistere, tiriamo indietro qualche lacrimogeno a calci, coperti con le magliette intorno alla bocca a tratti, a tratti anche no, respiriamo un sacco di lacrimogeno, ci spremiamo limoni sul volto passiamo limoni, un gruppo sta sfondando quel che resta delle vetrine della banca data alle fiamme il giorno prima, parte la carica che spezzerà il corteo, scappiamo verso il centro, ci perdiamo!, io e il mio amico, non lo vedo più, io o lui non abbiamo cellulare, forse nessuno dei due, il resto è fuga e fuga verso nord, quando la situazione torna un po’ più tranquilla (niente sbirri niente tank con gli idranti alle calcagna) faccio amicizia con uno un po’ sperso come me, con lui poi ci aggreghiamo a un gruppo, non ricordo bene come alla fine riusciamo a prendere un treno e tornare a Milano, non ricordo se col mio amico ci sentiamo già quella sera per telefono o il giorno dopo.

Riuscii a piangere per la morte di Carlo Giuliani solo a partire da una settimana dopo, ascoltando una poesia che aveva scritto dedicata ai suoi genitori, in un video che non ricordo più come si intitolasse né di chi fosse, e poi ancora in altre occasioni, e mi capita ancora, ogni anno, in questi giorni, che mi vengano i lucciconi.

Ciao “comunismo”, buon ritorno comunismo: anarchia

Questo post che ho letto sulla Indymedia Time Machine mi pare una discendenza diretta, in parte un ricalco, dell’eterna diatriba tra l’anarchismo migliore e il “comunismo” migliore. Tagliandola un po’ con l’accetta, ma forse neanche tanto… L’anarchismo migliore è comunista: è la convinzione che tutt* potremmo vivere evitando le deleterie concentrazioni di risorse-e-potere che devastano l’umanità e il pianeta, sapendo che la concentrazione di potere diventa automaticamente anche concentrazione di risorse e viceversa (e sapendo che ogni concentrazione di risorse è concentrazione di potere, e viceversa). L’anarchismo è il comunismo completo, il “comunismo” è comunismo a metà, per ragioni che vorrebbe “strategiche”: si pose come “strategicamente più avveduto” dell’anarchismo sostenendo che la presa del potere (quindi la contraddizione della sua concentrazione nelle mani di qualcuno, nella fattispecie “il proletariato”, poi “la classe operaia”) sarebbe stata una fase strategicamente necessaria per instaurare il comunismo delle risorse e poi quello del potere. Non è andata così manco per niente, e non sarebbe andata così manco per niente neanche se il “comunismo” avesse preso il potere in tutti i paesi nel mondo. Il “comunismo” è comunismo a metà, e il comunismo delle risorse senza comunismo del potere non funziona (crolla, o diventa una concentrazione delle risorse pari a quella capitalista, e del potere forse anche di più). Funziona già di più, laddove lo si pratica e nonostante sia ancora tanto, tantissimo più minoritario del “comunismo” a metà, l’anarchismo, ovvero il comunismo reale, il comunismo di risorse-e-potere. Per come la vedo io, ora la situazione richiederebbe una Internazionale anarchica, combattere per fermare la morte dilagante per ipersfruttamento di tutto il vivente e durante e poi praticare l’anarchia, il comunismo di risorse-e-potere, il comunismo reale, in tutti i paesi.

Dal dentista: la procedura, l’orgoglio (e il pregiudizio?)

Ho avuto molte carie in vita mia, in un certo periodo, perché (me l’ha detto il dentista) ho una dentatura piuttosto particolare (ho gli incisivi storti, i canini pure un po’, ho dovuto togliere tutti i denti del giudizio perché c’era poco spazio, crescevano in orizzontale senza spuntare dalla gengiva, creavano problemi al resto dei denti, e in un paio di casi cominciavano a far male) che richiede pulizia più accurata di altre e per un po’ di anni quella che facevo, per quanto accurata, era troppo saltuaria.
Da 5 anni a questa parte (ma potrebbero anche esser 10) non ho più avuto carie: lavo i denti tutti i giorni almeno una volta al giorno, la sera, e con la cura che serve. Anche all’ultimo controllo è risultato che non ho carie, ma ho un dente devitalizzato che si sta incrinando.
Ieri son stato dal dentista, mi ha ridotto il dente devitalizzato limandolo con i trapani, per poi poter prendere l’impronta dentale, costruire la capsula, impiantarla sul moncone.
Oggi ci son dovuto tornare, mi ha preso entrambe le impronte dentali. Quando mi ha messo l’accrocchio con la pasta per prendere l’impronta superiore – un’operazione che sarà durata 3 minuti –, per 3 o 4 volte mi son trovato a dover deglutire la saliva che mi si era accumulata in fondo al cavo orale. Ho cercato di farlo senza muovermi. La prima volta non è andata benissimo, le successive meglio. In tutti i casi è stata una cosa piuttosto difficoltosa e fastidiosa.
Quando mi ha levato l’accrocchio palatale, prima che mi mettesse quello inferiore (linguale?), gli ho chiesto se poteva mettermi il tubetto per aspirare la saliva.
«Non lo facciamo mai per queste cose, non serve… però se vuoi si».
Ho pensato: “Non serve? Ma l’hai visto che mi è venuto da deglutire e ho fatto fatica”. Ho detto: «Va be’, proviamo», sorridendo.
E così, subito dopo avermi messo l’accrocchio, mi ha messo il tubetto, e non ho dovuto deglutire mai. A un certo punto mi ha detto: “Vedi? Non serve”. Era serio.
“Eh, va bo’, mi hai messo il tubetto”, ho pensato, ma non ho potuto dirlo, per ovvie ragioni. Non gliel’ho detto neanche dopo, perché non mi andava di creare tensioncine inutili: il tubetto me l’aveva messo, “Se mi capiterà di nuovo glielo richiederò”, ho pensato. E bom.
Però, non so all’altr* ma a me la cosa creava quel problema: perché devi prima negare che ho avuto quel problema e poi fare un’osservazione stupida, trattandomi e trattandoti da stupido? Perché la cosa va fuori dalla procedura consolidata? E-o per orgoglio, perché fai fatica a mandar giù (a deglutire!) che, per me, per il mio caso, avevo ragione? E-o per orgoglio (maggiormente?) ferito dal fatto che sai che sono strambo?

Paesaggi di fitness

Da Il quark e il giaguaro, di Murray Gell-Mann

Paesaggi di fitness

Una difficoltà generale si evidenzia quando introduciamo la nozione qualitativa di «paesaggio di fitness». Immaginiamo che i diversi genotipi siano disposti su una superficie orizzontale bidimensionale (in realtà si tratta di uno spazio matematico a molte dimensioni di possibili genotipi). Il valore di fitness di un dato genotipo è rappresentato dall’altezza di un punto; al variare del genotipo, la fitness descrive una superficie (bidimensionale), con moltissime colline e valli, nello spazio a tre dimensioni. I biologi rappresentano convenzionalmente la crescita della fitness con altezze progressivamente maggiori, così che i suoi massimi corrispondono alle cime delle colline e i suoi minimi agli avvallamenti più profondi; io userò invece la convenzione inversa, che è abituale in molti altri campi. Nella mia rappresentazione, quindi, la fitness aumenta con la profondità, e i suoi massimi coincidono con i punti più bassi delle depressioni, come mostra la figura di pagina 285 [qui sotto].

Un paesaggio di fitness: il valore della fitness aumenta al diminuire dell’altezza
Un paesaggio di fitness: il valore della fitness aumenta al diminuire dell’altezza

Il paesaggio è molto complicato, con numerose voragini (massimi locali di fitness) di profondità assai varia. Se l’effetto dell’evoluzione fosse sempre quello di scendere a valle – di migliorare sempre l’adattamento – il genotipo si fisserebbe probabilmente sul fondo di una depressione poco profonda e non avrebbe modo di raggiungere i buchi profondi vicini, cui corrisponde una fitness molto maggiore. Quanto meno, esso dovrebbe muoversi in un modo più complicato di quello di scivolare semplicemente verso valle. Se avesse anche qualche moto casuale in altre direzioni, potrebbe evadere da depressioni poco profonde e trovarne altre più profonde nelle vicinanze. Questi moti casuali non dovrebbero però superare certi limiti, altrimenti l’intero processo cesserebbe di funzionare. Come abbiamo visto in una varietà di situazioni, un sistema complesso adattativo funziona al meglio in una situazione intermedia fra l’ordine e il disordine.

“Asperger” ancom

A volte penso a Elon Musk, che pare sia “asperger” e si è fatto una vita da ricchissimo privilegiatissimo come sappiamo, e a Temple Grandin, che sicuramente è “asperger”, e al fatto che si è fatta una vita mettendo a profitto la propria sensibilità nei confronti degli animali, ovvero progettando impianti che li portano al macello inconsapevolmente, senza causargli paura; io credo di essere un po’ “asperger”, ma non vorrei mai fare con l’altr* uman* quello che Grandin fa con gli animali, perché tra l’altro noi uman* abbiamo più possibilità di rivoltarci, di cambiare radicalmente il “destino” di ecocollasso, guerre miseria sfruttamento malattie scritto da altr* per noi. Di fare l’Internazionale anarcomunista, insomma, per redistribuire e riprenderci tutti i mezzi di produzione, tutto, perché tutto è nostro e di tutt*, e gestirlo comunitariamente per il bene di tutt* l’esser* viventi su questo pianeta.
:-) <3