La competizione fra gli uomini (K. Lorenz)

La vita organica si è posta, come una strana diga, nel mezzo della corrente dissipatrice dell’energia universale: essa “divora” entropia negativa e cresce attirando a sé energia; man mano che cresce essa acquista la possibilità di accaparrarsi sempre più energia con un ritmo la cui velocità è direttamente proporzionale alla quantità assorbita. Se tali fenomeni non hanno ancora condotto al soffocamento e alla catastrofe, ciò è dovuto anzitutto al fatto che le forze impietose del mondo inorganico, le leggi della probabilità, mantengono entro certi limiti l’incremento degli esseri viventi; ma in secondo luogo anche al formarsi, nell’ambito delle diverse specie, di circuiti regolatori.

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Nel primo capitolo ho spiegato come e perché, nei sistemi viventi, la funzione dei circuiti regolatori, anzi, di quelli a retroazione negativa, sia indispensabile ai fini del mantenimento di uno stato costante; e inoltre come e perché la retroazione positiva, in un circuito, comporti sempre il pericolo di un aumento “a valanga” di un singolo effetto. Un caso specifico di retroazione positiva si verifica quando individui della stessa specie entrano in una competizione che, attraverso la selezione, ne influenza l’evoluzione. Al contrario della selezione causata da fattori ambientali estranei alla specie, la selezione intraspecifica modifica il patrimonio genetico della specie considerata attraverso alterazioni che non solo non favoriscono le prospettive di sopravvivenza della specie, ma, nella maggior parte dei casi, le ostacolano.

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Il mio maestro Oskar Heinroth diceva, nel suo solito modo drastico: «Dopo lo sbatter d’ali del fagiano argo, il ritmo di lavoro dell’umanità moderna costituisce il più stupido prodotto della selezione intraspecifica». Al tempo in cui fu pronunciata, questa affermazione era decisamente profetica, ma oggi è una chiara esagerazione per difetto, un classico understatement. Per l’argo, come per molti altri animali con sviluppo analogo, le influenze ambientali impediscono che la specie proceda, per effetto della selezione intraspecifica, su strade evolutive mostruose e infine verso la catastrofe. Ma nessuna forza esercita un salutare effetto regolatore di questo tipo sullo sviluppo culturale dell’umanità; per sua sventura essa ha imparato a dominare tutte le potenze dell’ambiente estranee alla sua specie, e tuttavia sa così poco di sé stessa da trovarsi inerme in balìa delle conseguenze diaboliche della selezione intraspecifica.

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La competizione fra uomo e uomo agisce, come nessun fattore biologico ha mai agito, in senso direttamente opposto a quella «potenza eternamente attiva, beneficamente creatrice».

Un gioco dimmerda

Due pensieri su due passaggi di questo articolo (Il riduzionismo psichiatrico e la variabile umana) che mi hanno colpito…

 

«[la psichiatria] Ignorando la componente socio-economica nell’origine dei problemi del singolo […] mira a stornare l’attenzione critica dai problemi socio-politici, concorrendo al mantenimento dello status quo per nulla vantaggioso per la maggior parte dei cittadini» (p. 84).

 

Sono d’accordo.

 

Inoltre tende a decolpevolizzare i singoli «individuando l’origine dei loro problemi non in scelte e comportamenti sbagliati, bensì in un loro presunto malfunzionamento neuronale, in qualche scompenso chimico. La decolpevolizzazione va di pari passo con l’irresponsabilizzazione, attuata attraverso il conferimento di una diagnosi. Infatti una diagnosi è sempre, in prima battuta, l’istituzionalizzazione di un deficit» (p. 85).

 

Invece qui non capisco e mi sembra contraddittorio: perché dovrebbe essere colpevolizzato (di scelte e comportamenti “sbagliati”) il singolo, se il problema è socio-politico? Il singolo depresso, tipicamente, già si colpevolizza moltissimo: “sono un perdente, incapace”, ecc.

Io la vedo così: la società è sempre più competitiva e sempre più carente di meccanismi redistributivi e soprattutto di una base di diritti garantiti. Così, sempre più persone arrivano a non farcela più, cascano fuori dal “gioco”. Perché? Perché sotto la facciata “civile” il gioco è crudele e viziato. Ammettiamo che l’uomo sia un essere competitivo e che non possa fare a meno, almeno in qualche misura, di esserlo; ammettiamo che non possa, non riesca a essere solo collaborativo; ma anche in questo caso, comunque, che razza di gioco è quello in cui le carte non vengono mai redistribuite ai giocatori, ma si accumulano in mano ai vincenti? In cui – a parte casi sempre più rari e improbabili – non possono vincere se non i già vincenti? E in cui chi perde si ritrova senza nessuna carta in mano? E in cui i più nascono con zero carte in mano? Un gioco dimmerda.