Dal dentista: la procedura, l’orgoglio (e il pregiudizio?)

Ho avuto molte carie in vita mia, in un certo periodo, perché (me l’ha detto il dentista) ho una dentatura piuttosto particolare (ho gli incisivi storti, i canini pure un po’, ho dovuto togliere tutti i denti del giudizio perché c’era poco spazio, crescevano in orizzontale senza spuntare dalla gengiva, creavano problemi al resto dei denti, e in un paio di casi cominciavano a far male) che richiede pulizia più accurata di altre e per un po’ di anni quella che facevo, per quanto accurata, era troppo saltuaria.
Da 5 anni a questa parte (ma potrebbero anche esser 10) non ho più avuto carie: lavo i denti tutti i giorni almeno una volta al giorno, la sera, e con la cura che serve. Anche all’ultimo controllo è risultato che non ho carie, ma ho un dente devitalizzato che si sta incrinando.
Ieri son stato dal dentista, mi ha ridotto il dente devitalizzato limandolo con i trapani, per poi poter prendere l’impronta dentale, costruire la capsula, impiantarla sul moncone.
Oggi ci son dovuto tornare, mi ha preso entrambe le impronte dentali. Quando mi ha messo l’accrocchio con la pasta per prendere l’impronta superiore – un’operazione che sarà durata 3 minuti –, per 3 o 4 volte mi son trovato a dover deglutire la saliva che mi si era accumulata in fondo al cavo orale. Ho cercato di farlo senza muovermi. La prima volta non è andata benissimo, le successive meglio. In tutti i casi è stata una cosa piuttosto difficoltosa e fastidiosa.
Quando mi ha levato l’accrocchio palatale, prima che mi mettesse quello inferiore (linguale?), gli ho chiesto se poteva mettermi il tubetto per aspirare la saliva.
«Non lo facciamo mai per queste cose, non serve… però se vuoi si».
Ho pensato: “Non serve? Ma l’hai visto che mi è venuto da deglutire e ho fatto fatica”. Ho detto: «Va be’, proviamo», sorridendo.
E così, subito dopo avermi messo l’accrocchio, mi ha messo il tubetto, e non ho dovuto deglutire mai. A un certo punto mi ha detto: “Vedi? Non serve”. Era serio.
“Eh, va bo’, mi hai messo il tubetto”, ho pensato, ma non ho potuto dirlo, per ovvie ragioni. Non gliel’ho detto neanche dopo, perché non mi andava di creare tensioncine inutili: il tubetto me l’aveva messo, “Se mi capiterà di nuovo glielo richiederò”, ho pensato. E bom.
Però, non so all’altr* ma a me la cosa creava quel problema: perché devi prima negare che ho avuto quel problema e poi fare un’osservazione stupida, trattandomi e trattandoti da stupido? Perché la cosa va fuori dalla procedura consolidata? E-o per orgoglio, perché fai fatica a mandar giù (a deglutire!) che, per me, per il mio caso, avevo ragione? E-o per orgoglio (maggiormente?) ferito dal fatto che sai che sono strambo?

Paesaggi di fitness

Da Il quark e il giaguaro, di Murray Gell-Mann

Paesaggi di fitness

Una difficoltà generale si evidenzia quando introduciamo la nozione qualitativa di «paesaggio di fitness». Immaginiamo che i diversi genotipi siano disposti su una superficie orizzontale bidimensionale (in realtà si tratta di uno spazio matematico a molte dimensioni di possibili genotipi). Il valore di fitness di un dato genotipo è rappresentato dall’altezza di un punto; al variare del genotipo, la fitness descrive una superficie (bidimensionale), con moltissime colline e valli, nello spazio a tre dimensioni. I biologi rappresentano convenzionalmente la crescita della fitness con altezze progressivamente maggiori, così che i suoi massimi corrispondono alle cime delle colline e i suoi minimi agli avvallamenti più profondi; io userò invece la convenzione inversa, che è abituale in molti altri campi. Nella mia rappresentazione, quindi, la fitness aumenta con la profondità, e i suoi massimi coincidono con i punti più bassi delle depressioni, come mostra la figura di pagina 285 [qui sotto].

Un paesaggio di fitness: il valore della fitness aumenta al diminuire dell’altezza
Un paesaggio di fitness: il valore della fitness aumenta al diminuire dell’altezza

Il paesaggio è molto complicato, con numerose voragini (massimi locali di fitness) di profondità assai varia. Se l’effetto dell’evoluzione fosse sempre quello di scendere a valle – di migliorare sempre l’adattamento – il genotipo si fisserebbe probabilmente sul fondo di una depressione poco profonda e non avrebbe modo di raggiungere i buchi profondi vicini, cui corrisponde una fitness molto maggiore. Quanto meno, esso dovrebbe muoversi in un modo più complicato di quello di scivolare semplicemente verso valle. Se avesse anche qualche moto casuale in altre direzioni, potrebbe evadere da depressioni poco profonde e trovarne altre più profonde nelle vicinanze. Questi moti casuali non dovrebbero però superare certi limiti, altrimenti l’intero processo cesserebbe di funzionare. Come abbiamo visto in una varietà di situazioni, un sistema complesso adattativo funziona al meglio in una situazione intermedia fra l’ordine e il disordine.

“Asperger” ancom

A volte penso a Elon Musk, che pare sia “asperger” e si è fatto una vita da ricchissimo privilegiatissimo come sappiamo, e a Temple Grandin, che sicuramente è “asperger”, e al fatto che si è fatta una vita mettendo a profitto la propria sensibilità nei confronti degli animali, ovvero progettando impianti che li portano al macello inconsapevolmente, senza causargli paura; io credo di essere un po’ “asperger”, ma non vorrei mai fare con l’altr* uman* quello che Grandin fa con gli animali, perché tra l’altro noi uman* abbiamo più possibilità di rivoltarci, di cambiare radicalmente il “destino” di ecocollasso, guerre miseria sfruttamento malattie scritto da altr* per noi. Di fare l’Internazionale anarcomunista, insomma, per redistribuire e riprenderci tutti i mezzi di produzione, tutto, perché tutto è nostro e di tutt*, e gestirlo comunitariamente per il bene di tutt* l’esser* viventi su questo pianeta.
:-) <3

Per la consueta rubrica “padri e figli”

Per la consueta rubrica “padri&figli”: mi scrive su facebook G. B., in un commento (ora non più visibile) a un mio post in cui linkavo questo mio “tentativo autobiografico di un mezzo matto”, che nella sua parte finale è poi principalmente un tentativo di chiarirmi e chiarire le difficoltà del rapporto con mio padre: “A volte si ha bisogno di dire un bel vaffanculo a qualcuno. E dopo ci si riconcilia più facilmente”.
Cara G., scherzi? Quando è capitato con mia madre presente, lei subito pompierizzava in stile super-tragico, probabilmente per la paura che passassimo alle mani, conoscendo l’orgoglionità e la rabbia represse di mio padre, ma anche la mia tendenza a subire, si, ma solo fino a un certo punto. Sicché, con lei presente, non era possibile. Inoltre, se alzavo i toni con lei, perché lei era autoritaria, mentre mio padre era quello “fai ciò che vuoi”, invece di trovarmelo alleato… quella volta, più unica che rara, che mi scappò un “vaffanculo” rivolto a lei, lui mi portò a schiaffoni dalla cucina in camera mia, al ringhio di “Hai mancato di rispetto a tua madre! Hai mancato di rispetto a tua madre!”. Così, essendo questa la situazione di base (impossibile mandare affanculo e poi riappacificarsi: tabù totale, rischio escalation, rischio disgrazia), capisci che uno che già ha qualche difficoltà sua è facile che vada fuori di testa.
Quando mia madre non c’era, durante l’adolescenza un paio di volte ho provato ad attaccarlo, sempre dapprima con critiche circostanziate, ma siccome *non capiva* quelle critiche, proprio *non le capiva*, non le *poteva* capire – perché aveva avuto una storia tutta diversa, non era stato figlio “come noi” (più o meno), non era stato bambino “come noi” (più o meno), era cresciuto in brefotrofio, ecc., ecc., e perciò aveva una scorza orgogliona spessissima, e una certa tendenza a passare alle mani (di solito anche giustamente, nel mio caso magari un po’ meno) – entrambe le volte è finita che, per evitare lo scontro fisico che si stava delineando, e che comunque dubito molto avrebbe portato poi a maggiore comprensione reciproca, sfondai a pugni una porta (di legno, non spessissimo): quella di camera mia la prima volta, quella del bagno la seconda. Capisci che poi uno, facile che finisca allo psichiatrico.
Così, questo “vaffanculo” che mi suggerisci avrei potuto dirlo soltanto “a babbo morto”, ma, più che dirgli “vaffanculo”, mi è venuto da raccontare quel che è successo tra noi, compresa la domanda sbagliata che gli feci per svalvolamento (mi paiono ormai abbastanza chiari i motivi dello stesso), e la sua non-risposta, se non altrettanto sbagliata, quasi.
Non riesco, insomma, neanche adesso, quando ci penso, a mandarlo affanculo, se non per quel tanto di paraculaggine che ebbe nel rapporto con me (“non so fare il papà, perché non l’ho avuto”, “va be’ ma provaci”), non ci riesco perché guarda in che mondo stiamo, e lui insomma ci provava a modo suo a cambiarlo, e questo è uno dei motivi per cui alla fine pure io, in parte come lui, un papà l’ho avuto molto poco, ecc., ecc., ecc. – ma il mio non è un lamento, è il racconto di una storia sfortunata, e il mondo resta lo schifo di immane ingiustizia che vedeva lui e resta lo schifo di ancora più immane ingiustizia che vedo io e che a volte mi pare voi non vediate, o non vogliate affrontare seriamente, e per questo io con lui, con il lui per me migliore, dico ancora rivoluzione (e quello che mando affanculo in pieno è, come sempre e se possibile di più, il nonno fascista).

Lo shiatsu e la rivoluzione

A me il trattamento shiatsu che mi fa una mia amica che per impararlo ha fatto un corso di tre anni fa un sacco bene. E’ il fatto di esser palpugnato, certo, ma anche, mi sembra, che con le sue mani, ginocchia, gomiti, schiaccia, a volte in profondità, dei punti in cui accumulo tensione muscolare, probabilmente di origine prevalentemente psichica, senza neanche accorgermene; a volte anche provocandomi un po’ di dolore iniziale, finché il corpo oppone resistenza. Mi sembra che rispetto alla resistenza lei stia molto attenta al respiro: prova a premere un po’ di più solo mentre espiro, sente la reazione della parte che sta premendo (se resta tesa, immagino) e vede un po’ anche quella del mio corpo in generale (se smetto di espirare, se sposto un po’ la parte, e tant’altro), e decide se e quanto affondare di più alla successiva mia espirazione. L’idea che mi son fatto è che sciolga, almeno per un po’, le tensioni muscolari lì dove si accumulano. Poi, noto che per un po’ (un paio di giorni) penso meno, o meno freneticamente, in particolare alle piccole e grandi violenze e oppressioni in cui siamo immersi, e forse le noto anche meno, probabilmente perché il trattamento mette in circolo endorfine, o simili; e noto di più le cose belle, gentili, che pure continuano a esserci, un pochino. Così poi pian piano mi torna la voglia di uccidere i prepotenti, di fare la rivoluzione, e la tensione ricomincia ad accumularsi, e mi resta la domanda: dove la metteremo, poi, la nostra “parte cattiva”, competitiva, ecc., ecc.? Basteranno l’arte, la catarsi in fiction sempre più interagibili, l’autocontrollo per consapevolezza culturale? Be’, quando la reprimeremo in noi, per autocontrollo, accumulando via via tensione, anche lo shiatsu potrà aiutarci, penso.

Gesù e me

[Ultima modifica: martedì 17 maggio, 15:20]

Dal vangelo secondo Matteo

«Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra; e a chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà a fare un miglio, tu fanne con lui due. […] Allora Pietro gli si avvicinò e gli disse: “Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?”. E Gesù gli rispose: “Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette.»

Dalla mia testa

Allora Pietro gli chiese: “Quanto fa?”. Rispose Gesù: “Abbastanza da ridursi a non potersi più nemmeno difendere, forse a schiattarci”. “Diabolico!”, esclamò Pietro, gli voltò le spalle e se ne andò. Non si videro più per millenni. Si reincontrarono nel 2021, e Pietro disse a Gesù quanto segue.

– Ti do ragione su un sacco di cose, «meglio insegnare a pescare che dare un pesce», per esempio, molto bella e giusta, sebbene a volte, se uno sta morendo di fame per esempio, daglielo il pesce, prima d’insegnargli. Ma ti credo e la penso come te, non scherzo, anche su un’altra cosa, credo la più importante: credo davvero che il capro espiatorio, prima di “diventare una capra” (prima che il sacrificio ritualizzatosi diventasse a danno di una capra) era, quando non poteva essere qualche prigioniero di guerra, qualche solitari* magari stran* ai margini della comunità e perciò con nessun* in grado di vendicarl*, che progressivamente, siccome non partecipava all’escalation delle rivalità e delle vendette, veniva identificato da sempre più persone come “origine del male”, come demone responsabile di quel che stava loro accadendo, di tutti i loro mali, e così poi sacrificato: improvvisamente, dopo il tutti-contro-un* e il sacrificio cruento, le rivalità della comunità si smorzavano, rientravano, e il sacrificio del “capro” aveva riportato la pace, e il capro diventava “sacro” (Girard arriva a sostenere che la capacità di simbolizzazione propria della mente umana nascerebbe da queste dinamiche ancestrali: un “demone” che poi diventa un “angelo”; io penso che possa essere in parte vero, ma penso anche che abbiano influito tanti altri fattori); e che senza questo “tutti-contro-uno” iniziale, poi più o meno ritualizzatosi, non sarebbero state possibili unità e progresso, e non lo furono, per come li intendiamo noi, tra quelle civiltà che praticavano meno il sacrificio, e magari mangiavano più psichedeleci; perché è vero: soprattutto in occidente facciamo tendenzialmente schifo, siamo competitivi da far schifo, e vanesi vanitosi ecc., ecc., ed entriamo in rivalità anche solo per competitività, anche quando non ci sono ragioni materiali più stringenti. Ti credo: «La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo», come hai citato dall’antico testamento. Perciò si: hai cominciato a rivelare il meccanismo ancestrale e sempre attuale del capro espiatorio, hai contribuito in modo determinante a mettere in luce la pratica ancestrale e mai finita del capro espiatorio, René Girard l’ha chiarita ulteriormente, ma al contempo mi sembra che tu non li abbia per niente aiutati i più fragili, gli oppressi, quelli che più facilmente diventano tuttora i capri espiatori, dicendogli di porgere sempre l’altra guancia, di lasciarsi sfruttare e anzi «se uno ti obbliga a fare un miglio, tu fanne due». Non li hai aiutati, così, non ci hai aiutati, così, e anzi di questo si sono approfittati i più stronzi, i padroni e i potenti, e guarda come siamo messi nel 2021. Avresti potuto dire ai forti «Guardate che schifo avete fatto, e che schifo fate, io sto coi miei simili, con le pietre scartate, con gli emarginati, i dropout, quelli che voi uccidevate e uccidete nel nome di una ‘unità’ che è una piramide di sfruttamento, e di un ‘progresso’ delle tecniche distribuito anch’esso a piramide che sta massacrando, tra l’altro, l’ecosistema; io sto con loro e insieme impareremo almeno a difenderci da voi prepotenti, e quando necessario anche a contrattaccare». Perché magari ora che sappiamo come siamo, tendenzialmente, e  lo schifo cui riusciamo ad arrivare a causa della competitività e della vanità, magari poi riusciremmo non dico a vivere in pace assoluta, ma tanto meglio si, o almeno senza che la competizione, la rivalità, le gelosie, le invidie arrivino agli ammazzamenti; ci sono tanti modi per sublimarla giocosamente, innocuamente, la competitività, ce ne sono sempre di più e ci sono tante cose che si potrebbero fare meglio per tutt*, così che almeno la competizione non si innesti sulla necessità o sull’invidia per eccesso di diseguaglianza e almeno non diventi causa di rivalità così enormi da finire in ammazzamenti. Che poi magari era quello che già dicevi, che poi magari tutte quelle parti del nuovo testamento sul subire sempre, e «Date a cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio», sono aggiunte postume, riscritture, fatte dal potere. Ora non potremmo fare la pace tra gli oppressi, e chi non vuole più opprimere, e chi si sforza di non opprimere, e la guerra agli oppressori? La dinamica sociale del capro espiatorio non è mai finita, le cacce alle “streghe” sono state compiute anche in nome delle tue parole (Matteo 19:9-12: «“Perciò io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di concubinato, e ne sposa un’altra commette adulterio”. Gli dissero i discepoli: “Se questa è la condizione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi”. Egli rispose loro: “Non tutti possono capirlo, ma solo coloro ai quali è stato concesso. Vi sono infatti eunuchi che sono nati così dal ventre della madre; ve ne sono alcuni che sono stati resi eunuchi dagli uomini, e vi sono altri che si sono fatti eunuchi per il regno dei cieli. Chi può capire, capisca”») e tuttora le donne, anche nei paesi “sviluppati”, sono le più maltrattate; nel nome tuo e di quel che hai detto o ti han messo in bocca ci son stati i più grandi genocidi della storia, quelli nelle americhe e in africa, il colonialismo, il capitalismo, una piramide sociale di altezza mai vista prima, la tecnologia ai ricchi sempre più ricchi e pochi, i poveri sempre più poveri e tanti, e il mondo intero nel caos climatico e, in zone sempre più vaste e sempre più povere, con le risorse vitali e tante specie che non ce la fanno più a rigenerarsi abbastanza da sfamarci, dissetarci, vestirci, ecc., e che anche perciò trotta verso la terza guerra mondiale, nucleare, tra coalizioni di stati più o meno “forti”, più o meno armati. Non sarebbe il caso di fare la pace tra gli oppressi e la guerra agli oppressori, una nuova Internazionale, invece di continuare a subire dall’alto la competizione tra i ricchi, come loro pedine e carne da macello, e invece di continuare a competere in basso come se non ci fosse speranza alcuna per questo mondo?»