Angelino terme

Noli me tangere:
la gente ne morì.
Tangi meno relè,
Lorène, tangi me,
è meglio… tranne
lo menàge in tre.
Tre no, ne geliàm!
Non temi le gare?

 

È germinato nel
limòn reagente
tenero legàm, in
almeno tre geni:
mentore geniàl.
Né geniàl morte
mi regna; e lento,
lento, regnai me.

 

Temi lagne? Nero
miele rognante?
Non letargie (me
le mangi, tenero
amòr gentile), né
gennai. Le morte
menti relegano
ogni elementàr
legame ne’ troni.

 

Le mina Geronte:
Monti. Regale, ne
mantien regole:
«non le terga mie».
Regalò mentine,
monetine e gral.

 

Mentre gela noi
(margine lento e
gerle montane)… i
re gnomi, le tane
(in arte le gnome)
regnano: li teme?
È generàl Monti!,
e giornalmente
mantièn le orge.

 

Tenermi angelo?
Lignea, morente
rogna. E le menti
in letame ergon
golem, “rinate”: ne
ignoran le mete?

 

Rimangon “tele” e
gol, niente mare.
Gol: mantenere i
regnanti. È melo
gramo, niente, le
note lagrime; né
le tergan moine.

 

[È un robo di anagrammi di “noli me tangere” che ho fatto almeno 10 anni fa aiutandomi con un programmino che avevo scritto in python – non faceva gli anagrammi automaticamente, era solo un aiuto: ci scrivevi la frase da anagrammare e poi sotto potevi scrivere usando solo le lettere rimaste della stessa]

Malatesta sulla strage del Diana (oggi, cento anni fa) e la violenza

Oggi, 100 anni fa, intorno alle 23, si compì la strage al teatro Diana di Milano, e mi pare giusto ricordare anche questo, che credo fu tra gli errori nostri più tragici. Anarcopedia riporta, a chiusura della pagina linkata qui sopra, che Malatesta «sempre condannò risolutamente il gesto ma mai gli autori», dei quali disse: «Quegli uomini hanno ucciso e straziato degli incolpevoli in nome della nostra idea, in nome del nostro e del loro sogno d’amore. I dinamitardi del “Diana” furono travolti da una nobile passione, ed ogni uomo dovrebbe arrestarsi innanzi a loro pensando alle devastazioni che una passione, anche sublime, può produrre nel cervello umano […]», e penso che a questa posizione pervenne in particolare quando seppe che la loro intenzione non era di compiere una strage, ma di colpire soltanto il questore; però – citando dal bel librone di Vincenzo Mantovani Mazurka blu – La strage del Diana – il primo commento noto a proposito dell’attentato al Diana, che Malatesta fece dal carcere, fu più duro nei loro confronti:

 

I giornali parlano di attentato anarchico. Ebbene io ci tengo a dichiarare che quel triste fatto non può aver niente a che fare con le idee anarchiche. Quell’orribile gesto di massacro non corrisponde, anzi è contro, alla dottrina e alla tattica anarchica. Gli anarchici sono per la insurrezione armata contro lo stato capitalistico, contro il governo borghese, al fine di instaurare un ordine sociale nuovo, di formare una società di giustizia e di libertà, ma restano assolutamente contrari alla piccola o grande violenza individuale, alla vana guerriglia contro le persone, alla inutile strage. Io ricorderò ai miei giudici e al popolo le antiche e le recenti mie polemiche contro gli atti terroristici individuali, contro il ravasciolismo, contro il cosiddetto banditismo rosso, contro la propaganda col fatto. L’umanità nuova non si prepara, non si costruisce con azioni selvagge e pazzesche, uccidendo donne, bambini e pacifici spettatori in un ritrovo popolare. Anch’io qualche volta mi recavo al teatro al Diana. Neanche come rappresaglia ad altre violenze può esser compreso quell’attentato. Se tu hai colpito me io risponderò colpendo te, non mai facendo del male a un terzo che non sa niente delle nostre querele, che vi è perfettamente estraneo. La morale anarchica deve essere una morale superiore, non scendere alla barbarie. Se coloro che hanno compiuto l’opera di distruzione e di sangue dovessero o volessero chiamarsi anarchici, restano però sempre degli individui che non sanno che cosa è l’anarchismo.

 

E Mantovani prosegue citando un articolo di Malatesta apparso nel 1892 sulla rivista parigina En-dehors

 

Siamo rivoluzionari per amore degli uomini; né colpa nostra è se la storia ci ha costretti a questa dolorosa necessità; ma soprattutto rispetto alla rivoluzione occorre tener conto dell’uso del minimo mezzo, del più parsimonioso, giacché il dispendio si totalizza in vite umane.

Conosciamo abbastanza le spaventevoli condizioni materiali e morali in cui si trova il proletariato per spiegarci gli atti di odio, di vendetta, persino di ferocia che potranno prodursi. Ma altro è spiegarli, certi eccessi selvaggi, altra cosa è l’ammetterli. Non sono questi gli atti che possiamo accettare, incoraggiare, imitare.

Dobbiamo essere risoluti ed energici, ma dobbiamo anche sforzarci di non oltrepassare mai il limite segnato dalla necessità. Dobbiamo fare come il chirurgo che taglia quando occorre ma evita d’infliggere inutili sofferenze; insomma dobbiamo essere ispirati dal sentimento dell’amore degli uomini, di tutti gli uomini.

Ci sembra che questo sentimento d’amore sia il fondo morale, l’anima del nostro programma; ci sembra che solamente concependo la rivoluzione come il grande giubileo umano, come la liberazione e la fratellanza di tutti gli uomini, qualunque sia la classe o il partito al quale hanno appartenuto, il nostro ideale potrà realizzarsi. La ribellione brutale si produrrà certamente e potrà anche servire a dare l’ultima spinta che deve atterrare il sistema attuale; ma se non trovasse il contrappeso dei rivoluzionari che agiscono per un ideale si divorerebbe da se stessa. L’odio non produce l’amore; per mezzo dell’odio non si rinnovella il mondo. E la rivoluzione dell’odio o fallirebbe interamente o farebbe capo a una nuova oppressione, che potrebbe magari chiamarsi anarchia, come si chiamano liberali i governi attuali, ma che non sarebbe meno un’oppressione e non mancherebbe di produrre gli effetti che produce ogni oppressione.

 

…e poi un altro, scritto cinque anni dopo per l’Agitazione di Ancona:

 

L’atto di rivolta collettivo, a priori, a parità di circostanze, è più importante dei fatti individuali; ma sarebbe illogico misurare la bontà di un atto dal numero di quelli che l’hanno compiuto. Noi protestiamo contro certi fatti che ci sembrano cattivi e dannosi perché sono quei tali fatti, e non già perché sono stati commessi da un uomo isolato. Così, per esempio, io disapprovo l’attentato al caffè Terminus [che fu del genere di quello del Diana, benché le sue conseguenze fossero state infinitamente meno gravi][…] perché mi pare ingiusto, feroce, insensato, intendendo con ciò di giudicare, non le intenzioni e la personalità di Henry, ma l’atto obbiettivo nella sua portata sociale, cioè sul bene o sul male che poteva produrre agli altri uomini.

 

Io a volte penso però che l’errore tragico della strage del Diana fu anche e forse soprattutto conseguenza di un altro errore: l’aver abortito – i sindacati confederali, la gran parte dei socialisti e dei comunisti – la rivoluzione che sarebbe stata possibile all’apice del biennio rosso.

Ma forse in realtà ha ragione Malatesta su tutta la linea: «Noi facemmo tutto quello che potevamo[…]. Non riuscimmo, e il movimento fallì perché noi eravamo troppo pochi e le masse troppo poco preparate.» (dalla nota VIII qui).
Perciò, anche se gli anarchici di allora avessero “forzato le cose” (anche se per esempio avessero davvero fatto prigionieri i dirigenti confederali, come Bosio, socialista, rimprovera loro a posteriori di avere “solo architettato”), e anche se il moto rivoluzionario avesse avuto seguito e successo, a raccoglierne i frutti sarebbero stati proprio i socialisti e-o i comunisti, sfruttando il vuoto di potere per prendere il potere.

Sarebbe stato comunque meglio?

Visto come andarono le cose in URSS, direi proprio di no.