Forme estreme di violenza simbolica

Da Frammenti di antropologia anarchica, di David Graeber

[…] Ma il ragionamento di Mauss e Clastres suggerisce qualcosa di più radicale. Suggerisce che il contropotere, almeno in un senso molto elementare, esiste anche là dove gli Stati e i mercati non sono ancora presenti. In casi del genere, piuttosto che realizzarsi in istituzioni popolari che si oppongono al potere di signori, re e plutocrati, si realizza in organizzazioni capaci di garantire che figure del genere non compaiano sulla scena. Quello che è «contro», allora, è un aspetto potenziale, latente, o se preferite una possibilità dialettica interna alla società stessa.

Questo può aiutare a spiegare un’altra particolarità, ovvero il fatto che le società egualitarie sono le più dilaniate da terribili tensioni interne o perlomeno da forme estreme di violenza simbolica.

Ovviamente tutte le società sono in qualche modo in guerra con se stesse. Ci sono sempre scontri tra interessi divergenti, fazioni, classi, e via di questo passo; anche i sistemi sociali si basano sempre sulla ricerca di differenti forme di valore che spingono le persone in direzioni contrapposte. Nelle società egualitarie, che pongono un’enfasi enorme sulla creazione e il mantenimento del consenso generalizzato, questo sembra creare una sorta di meccanismo compensatorio basato su un mondo notturno abitato da mostri, streghe e altre creature orribili. E le società più pacifiche sono quelle più perseguitate, nel loro immaginario cosmologico, da spettri di guerre interminabili. I mondi invisibili che li circondano sono dei veri e propri campi di battaglia. È come se l’incessante opera di costruzione di un accordo mascherasse una continua violenza interna – o forse sarebbe meglio dire che quella violenza interna è dosata e contenuta da questo processo – e l’intreccio di contraddizioni morali che ne consegue risulta essere la fonte primaria della creatività sociale.

Ma questi principi in conflitto e questi impulsi contraddittori non costituiscono la realtà della politica, che va invece cercata nel processo regolatore che li media.

Alcuni esempi possono essere di aiuto.

Primo esempio: i Piaroa, una società altamente egualitaria che vive lungo i tributari dell’Orinoco, è stata descritta dall’etnografa Joanna Overing come una società anarchica. Essi attribuiscono un valore enorme alla libertà individuale e all’autonomia e sono ben consci dell’importanza di non sottomettersi agli ordini di un altro, o di evitare che qualcuno conquisti il controllo delle risorse economiche per poi utilizzarle per limitare la libertà degli altri. Eppure sostengono che la loro cultura è stata creata da un dio malvagio, un buffone cannibale con due teste. I Piaroa hanno sviluppato una filosofia morale che definisce la condizione umana come racchiusa tra due mondi: un «mondo dei sensi», con desideri selvaggi e pre-sociali, e un «mondo del pensiero». Crescere significa non solo imparare a controllare e contenere il primo mondo attraverso una ponderata sollecitudine verso gli altri, ma anche elaborare un senso dello humour. Non si tratta di un compito facile, perché le forme della conoscenza tecnica, sebbene necessarie alla sopravvivenza, sono intrecciate – a causa della loro origine – con elementi di follia distruttiva. Così, i Piaroa sono famosi per i loro sentimenti pacifici – non si registrano casi di omicidio, dal momento che si pensa che chi uccide un altro uomo è immediatamente contaminato e avrà una morte orribile – ma abitano un cosmo di continue guerre invisibili, nel quale gli stregoni parano i colpi sferrati da divinità rapaci e insensate e le morti sono provocate da forme spirituali di assassinio che devono essere vendicate con il massacro, sempre realizzato magicamente, di intere comunità (distanti e sconosciute). […]


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La competitività

Ipotesi varie… Tra le nostre caratteristiche innate una molto forte è la competitività. Se nei comportamenti diventiamo meno competitiv* di altr* è forse soprattutto perché abbiamo visto a quali orrori e abissi di tristezza può portare la competizione tra gli esseri umani, e perché abbiamo ipotizzato che la vita possa essere meglio al di fuori delle dinamiche competitive, e abbiamo deciso di tentare di essere diversi. Dapprima è soprattutto un entrare in competizione con la nostra stessa competitività. Poi pian piano ci si libera un po’ e si scopre che si sta meglio. Si arriva a pensare che se ne potrebbe fare totalmente a meno, della competitività, che la si potrebbe eliminare totalmente da sé, e forse è vero. Però forse non è tanto consigliabile far fuori la propria competitività troppo di più degli altr*.

Spostamenti di rabbia

A me pare che non di rado la rabbia si sposti dalle sue cause specifiche ad altro spontaneamente, ovvero anche senza che ci sia qualcuno a indicare il “capro espiatorio”. Secondo me se non se ne è consapevoli si rischia sempre che accada, e forse a volte accade anche quando se ne è consapevoli, ma certo meno. Poi c’è anche chi ne è consapevole e consapevolmente se la prende con chi non c’entra, e chi consapevolmente pilota questo meccanismo negli altri per il proprio interesse. Ma mi pare capiti a tutti, a volte anche quando consapevoli, di essere incazzati per qualcosa e non riuscire a non essere bruschi anche con chi non c’entra (per fare un esempio soft).

La cometa

La cometa è il numero dopo di quella di prima

Poi d’improvviso la grande cometa
fuggì dall’ombra di freddo Plutone
la scia avvolse il terzo pianeta
qualcuno disse “è la redenzione”
Ai quattro lati che segnano il mondo
su diagonali di vecchio dolore
si vide un fuoco allegro e rotondo
che rovesciava scintille d’amore
e come sogno d’antica follia
qualcuno disse non più frontiere
non più miseria non più malattia
né fame o […] o morte o potere
non più divise né capi né guerra
non più moneta, già l’oro si tace
Ai quattro lati dell’ultima terra
s’apran le porte dell’ultima pace
e poi fu tempo dei suoni di gioia
tempo di amore senza il bisogno
ma anche l’eden non vinse la noia
e lo sbadiglio uccise anche il sogno
Così mi sveglio e sto sbadigliando
la gola stretta da nodi di sete
“soltanto lei, mio buon Sigismondo
può dare un senso a queste comete”
e Freud mi disse “ben venga la mamma
che si fa figlia di sua creatura
ben venga il figlio che sa farsi mamma
per un amore compiuto in natura.
Quando il bisogno si scioglie nel sogno
per l’impotenza dell’io narcisista
resta il bisogno del solo bisogno
e l’io scisso si fa comunista
e non accetta la madre cometa
e non accetta il padre un po’ dio
si tiene stretto lo sporco, il pianeta,
tutto l’umano bastardo suo io
e questo infine, nel bene o nel male”
mi disse Freud con austro umorismo
“è un complesso di Edipo banale
dove la mamma si fa comunismo”
E fu così che un grande analista
morì strozzato alle cinque di sera
da un’idiota marxista-interista
forse a Vienna o in Bassa Baviera
Sia benedetta la psicologia
la psicotutto che tutto ti spiega
basta una mamma per ogni utopia
per ogni sogno avanza una sega
Sia benedetta la psicologia
la psicotutto che tutto ti spiega
basta una mamma per ogni utopia
per ogni sogno avanza una sega

Ivan Della Mea – La cometa