Un incontro

Stamattina, come al solito, più o meno, ho fatto un giro al parco, quello più vicino a casa. A un certo punto mi son seduto su una panca per fumare una sigaretta.

Sento un rumoretto di ghiaia calpestata, do un’occhiata dietro la mia spalla destra, vedo risalire camminando lentamente lungo la stradina sterrata di fianco al pratone-bassopiano un uomo molto barbuto, di barba bianca e lunga abbastanza curata, dall’aspetto per il resto un po’ dimesso, che spinge una bici da città vecchiotta con telaio grigio scuro e sul retro borse portarobe piene di non so e sul davanti una cesta sotto il manubrio, vuota.

Quando arriva all’altezza della panca su cui son seduto si ferma una prima volta, mi volto ancora, ci guardiamo un po’, gli sorrido, resta serio. Poi di nuovo lo fa mentre è proprio alle mie spalle. Poi un po’ più avanti. Al che gli dico «Ciao, vuoi una sigaretta?»

«Non fumo più», risponde, e si avvicina. Mi scanso un po’ sulla panca, si siede.

È gayssimo, ha voce e modi gayssimi, molto gentile, un po’ provolone (mi si siede proprio attaccato e quando mi passa il suo accendino, perché il mio non lo sto trovando, indugia un bel po’ sul contatto delle dita, ecc.).

– Bene che non fumi più

– Eh fumavo tantissimo ma son trent’anni ormai che ho smesso, però mi piacciono i sigari

Nel dubbio glisso e boh, non ricordo che gli dico, comunque insomma cominciamo a raccontarci, «Cosa fai?»

Abita da solo nei paraggi, ha 66 anni, nel 2020 sua madre ottantaseienne è morta e lui, tra questo e il lavoro da cameriere in un ristorante in centro dove lo bullizzavano e il covid che da una parte lo soffocava in casa dall’altra gli ha permesso di guardare la sua situazione con un po’ di distacco, dopo qualche tentativo al CAF è riuscito ad avere pensione, “quota 100”, che non so cosa sia, ma comunque insomma ci campa, in ristrettezze ma ci campa, «per fortuna son vegetariano e mi arrangio con poco», dice. Quando mi dice «quota 100» equivoco pensando abbia invalidità 100% come me e gli dico «anch’io», gli racconto molto sinteticamente del mio ricovero nel 2013 e di tutto il resto fino ad oggi.

Ci alziamo, facciamo due passi, ci spostiamo su una panchina ai piedi di una collinetta poco più in là e continuiamo.

Mi racconta che è nato in sardegna e «fin da piccolo» adorava, ricambiato, sua mamma, eran 5 tra fratelli e sorelle, «ce n’erano altri ma sono morti», lui era il più piccolo a parte una sorellina, era un po’ tanto invidiato e anche preso in giro dai più grandi perché sua mamma “lo preferiva”, «ma perché io la trattavo bene, ero gentile, gli altri gliene facevano di tutti i colori», a 17 anni (suo padre è già morto mi pare) scappa e s’imbarca su navi, non so in che ruolo, forse già cameriere, poi va in francia e fa il cameriere, arriva la cartolina del servizio militare ma lui è là e può rimandare, in italia ci torna di tanto in tanto solo per fare un salto a torino perché «i vestiti italiani sono i migliori», e poi d’estate raggiunge la famiglia e fa un periodo là, in sardegna, poi deve per forza rientrare in italia per il militare, viene riformato, rimane in italia e viene a milano, e comincia a fare il cameriere qua.

Nei suoi discorsi torna spesso sul fumare, su come è riuscito a smettere, sul fatto che prima fumava «non come uno, ma come due turchi», al che a un certo punto gli chiedo «ma davvero fumi un sigaro ogni tanto?», mi risponde «no, no, mi piace il sigaro di carne», ridiamo.

Quando gli racconto che sto cercando affitto possibilmente calmierato per l’invalidità, per staccarmi da mia madre, parte con una tirata pazzesca del tipo «no, non lasciarla, pensa che ti ha partorito con dolore, poi ti ha dato il suo seno e ti ha amato», e pim e pum e pam, tutto su questo tenore, e la finisce solo quando gli dico «ma non andrei lontano, continuerei a darle una mano per la spesa, ecc., e sarei vicino per eventuali emergenze, e anche il mio psicologo e la mia psichiatra mi consigliano di farlo»; «ah, be’, se te lo consigliano loro, che ne sanno più di te e me messi insieme, allora si»; però poco dopo riparte da capo sullo stesso tenore di prima, gli dico sperando si fermi «forse hai ragione, ci penserò, adesso però devo andare», «va bene ma mi raccomando non lasciare tua madre goditela fino all’ultimo poi tra l’altro se capitasse qualcosa a te quel che hai non rimarrebbe più a lei», e su questa frase vado un attimo in paranoia, anche perché questo è l’argomento che usa mia madre al momento per dirmi che non ha senso che mi sposti, che tanto non mi daranno affitto calmierato perché anche se dividessimo il conto comune in banca, ecc., avrei comunque i 60.000 euro di assicurazione che mi ha intestato qualche anno fa, e quindi non andrei comunque in graduatoria, «si ma anche la tipa con cui ho parlato al sicet della cisl esclude che mi faranno entrare in graduatoria con questo primo tentativo, ma mi ha detto anche che c’è un’altra strada da provare, però prima bisogna aver tentato questa, anche senza la divisione del conto, altrimenti all’altra strada non si può accedere», e lei niente, per ora dice che è meglio cercare senza calmierazione, vedrèm; mi viene in mente tutto ciò mentre lui continua a perorare la causa del mio rimanere con mia madre e insomma non mi sta mollando più su questa cosa, finché non gli do la mano, gli dico «si hai ragione, mi sa che farò come dici», e mi viene spontaneo mentre lascio la sua di accarezzargli un po’ le dita; è contento, sono contento anch’io del tempo passato insieme prima che attaccasse con la mamma, e mi allontano.

Mentre torno a casa mi viene in mente un “vicino di casa” (di condominio in realtà) anzianotto, col quale “ci salutavamo sempre” e che di recente ho incontrato un paio di volte al parco, che del parco conosce tutta la storia, che me l’ha raccontata in due riprese per poi concludere dicendo «qui non ci devono venire i matti, i culattoni, i drogati, gli zingari!», e vorrei picchiarlo forte.

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