Quando i Machnovisti spazzarono via Grigoriev e Petliura

Questo testo, scritto tra marzo e aprile 2022 da Dimitris Chatzivasileiadis, un compagno anarchico greco attualmente incarcerato, poi pubblicato in pdf su athens.indymedia.org una prima volta, in greco, ad aprile e una seconda volta, in inglese e in greco, a giugno, è stato in seguito tradotto in italiano e pubblicato su corrispondenzeanarchiche.wordpress.com, ilrovescio.info e altri siti anarchici italiani, sempre in pdf. Siccome volevo leggerlo sul lettore di ebook senza doverne stampare le 57 pagine, e siccome i pdf sui lettori di ebook si leggono quasi sempre male ne ho fatto prima una versione in epub, che poi ho convertito anche in mobi con Calibre, e in seguito, avendo già l’html per l’epub, l’ho pubblicato anche qui sotto, per contribuire a farlo girare, perché mi sembra un testo importante.

 

Prefazione alla pubblicazione

 

La stesura del testo Quando i Machnovisti spazzarono via Grigoriev e Petliura* iniziò nei primi giorni di guerra e fu completata nella sua terza settimana. Nel momento in cui il manoscritto sortì dalla prigione e venne trascritto erano trascorsi due mesi di guerra. Il testo in greco fu poi pubblicato su athens.indymedia.org nell’aprile del ’22. Le notizie di stampa dall’esterno all’interno del carcere e le comunicazioni scritte dal carcere all’esterno arrivano con ritardo, anche quando per il combattente catturato esiste un gruppo organizzato di supporto per questo compito (non è il mio caso). Tuttavia gli sviluppi confermano pienamente la presente analisi. Nazionalisti e imperialisti di entrambe le parti stanno prolungando il conflitto. E i libertari rimangono intrappolati nel consueto dilemma tra fuggire e abbandonare la lotta sociale sul campo o commettere suicidio politico schierandosi con il nazionalismo. La necessità di un dialogo internazionale per la rinascita dell’anarchismo rivoluzionario attraverso la definizione congiunta delle responsabilità pratiche che spettano a coloro che desiderano essere soggetti attivi nell’evoluzione storica diviene più urgente ogni giorno che passa.

 

(Un glossario chiarificatore è stato aggiunto alla fine del testo).

 

* Grigoriev era un disertore dell’armata rossa, ex zarista, che aspirava a diventare leader dell’Ucraina. Machno lo eliminò durante un incontro pubblico. Petliura era il leader dei nazionalisti ucraini. Egli venne ucciso nel 1926 in Francia dal machnovista ebreo Scholem Schwarzbad, che aveva perso 14 parenti nei pogrom antiebraici perpetrati dai nazionalisti. Nel post originale in greco di questo testo solo Petliura era menzionato, come se fosse stato giustiziato al posto di Grigoriev. La confusione storica fu notata solo dopo la pubblicazione, a causa della mancanza di tempo e della carenza di accesso alle risorse all’interno del carcere. Comunque, il significato politico è lo stesso.

 

Quando i Machnovisti
spazzarono via Grigoriev e Petliura

 

Introduzione

 

Non appena è iniziata l’invasione militare dell’imperialismo russo sul territorio ucraino, un appello alla mobilitazione internazionale per la «Difesa territoriale dell’Ucraina» è stato pubblicato da anarchici con la firma «Comitato di Resistenza»1. Un tale appello, nella situazione data e nel mezzo di una guerra tra Stati e ancor più nella prospettiva di un intervento attivo nel conflitto, è importante, e la sua posizione politica, quale che sia, è cruciale per il movimento libertario in tutto il mondo.

Nel corso della sua vita degli ultimi due secoli il movimento socialista, e in particolare gli anarchici, sono stati spesso presi nel vortice della guerra tra Stati. La guerra, in quanto espressione più cruda dell’autorità, che si impossessa totalmente dello spazio sociale, è la congiuntura più critica per il movimento sociale rivoluzionario. Ci sono stati molti momenti in cui il movimento socialista si è diviso in relazione a una guerra particolare o in relazione alla guerra in generale, momenti in cui è stato condotto al massacro o in cui ha riprodotto esso stesso strutture guerrafondaie e imperialiste. D’altra parte, tutte le rivoluzioni proletarie sono emerse dalla guerra o dalla dittatura militare. La nostra posizione durante il denso periodo della lotta di classe militarmente definita determina lo sviluppo del movimento sociale.

A mio avviso, le osservazioni e le proposte di Michail Bakunin sulla guerra franco-prussiana rimangono le più lucide posizioni anarchiche rivoluzionarie sulla guerra. Bakunin vide abbastanza presto la dinamica rivoluzionaria nella battaglia tra internazionalismo e nazionalismo all’interno della difesa patriottica, contrapposta ai deliri imperialisti e razzisti di Marx ed Engels, molto prima che Lenin formulasse l’antimperialismo. In seguito, la rivoluzione sovietica libertaria nel territorio ucraino divenne, fino ad oggi, l’esperienza più educativa sul ruolo degli anarchici in guerra.

La politica mutevole dell’Esercito Rivoluzionario Ribelle dell’Ucraina (machnovista) in relazione alle forze stataliste coinvolte nella guerra controrivoluzionaria ci fornisce linee guida chiare e valide in ogni tempo (entro i limiti storici del capitalismo). La rivoluzione sociale nel territorio ucraino è stata portata avanti contro tutte le forme di governo militare della controrivoluzione: contro le potenze (monarchiche, feudali e, in misura minore, borghesi) dell’ex impero dominante, l’intervento esterno delle potenze imperialiste dell’Europa centrale, il tentativo nazionalista di controllare i movimenti locali, oltre alle bande di razziatori e, infine, contro la continuazione dell’imperialismo zarista da parte della dittatura bolscevica, che aveva precedentemente svenduto i territori ucraini con il trattato di Brest. I machnovisti furono esemplari nello sviluppare una strategia di guerra che fosse subordinata all’obiettivo politico: la rivoluzione sociale in atto.

Per molte ragioni ho sentito il bisogno di entrare nel dibattito intorno alla chiamata del Comitato di Resistenza. In primo luogo, questo breve appello non contiene alcuna posizione o proposta politica, fatta eccezione per la vaga apologetica dichiarazione che si tratti di una guerra contro l’impero, «non per lo Stato». Oltretutto, gli imperativi conclusivi sono più che vaghi, sono controversi: «Ucraina libera» è un concetto espresso ugualmente dal popolo, dai nazionalisti, dai nazisti e dagli imperialisti della NATO, e perfino dai militaristi russi. La delimitazione del progetto rivoluzionario entro i confini dell’«Europa rivoluzionaria» e, quindi, nella geografia dell’accumulazione capitalista, può solo sollevare interrogativi. Il nazionalsocialismo dell’èra dei Battaglioni d’assalto troverebbe in questo slogan la sua espressione più adeguata. L’appello del Comitato di Resistenza si limita a vaghe proposte di carattere militare. Il testo più ampio2 a cui rinvia il Comitato, riguardo alle sue «posizioni e opinioni», nulla aggiunge alla mancanza di riferimento a qualsiasi politica rivoluzionaria. Più avanti esaminerò questo articolo-rinvio, che è per lo più una narrazione storica ripubblicata dal gruppo Crimethinc. Una critica è già stata fatta3 dai compagni del gruppo Anarchist Fighter o Combattente Anarchico (Russia). D’accordo con i commenti dell’Anarchist Fighter, estenderò la revisione critica.

Un secondo motivo, correlato, per scrivere questo testo, è la propaganda a favore della subordinazione del movimento anarchico e sociale alle forze stataliste, che si esprime direttamente attraverso testi pubblicati nei media antiautoritari, come per il precedentemente citato articolo di autopresentazione identitaria del Comitato di Resistenza.

Il terzo motivo, legato al precedente, è la distorsione dell’esperienza e delle proposte del Movimento di Liberazione curdo.

Scrivo da anarchico incarcerato per la mia partecipazione alla guerriglia all’interno dei confini territoriali di uno Stato appartenente alla struttura capitalista interstatale dominante di questo pianeta.

L’Organizzazione di Autodifesa Rivoluzionaria4, di cui difendo la storia5 e di cui riaffermo le proposte, è nata dal movimento sociale, per servire e manifestare la strategia internazionalista come base della lotta rivoluzionaria.

Scrivo anche sulla base dei legami creati attraverso la lotta comune con il Movimento di Liberazione curdo e con l’esperienza e la proposta confederali, legami con i quali mi sono impegnato sin dall’inizio della rivoluzione in Rojava.

Dovrei inoltre far notare che sono chiaramente posizionato su una prospettiva piattaformista, combattendo per l’unità politica territoriale internazionale degli anarchici e la coltivazione della responsabilità sociale collettiva nell’ambito dell’autodeterminazione rivoluzionaria, e quindi difendo le conseguenze armate della volontà e dell’etica anarchiche. La guerra attuale ha portato il piattaformismo alla ribalta del discorso anarchico. Un dibattito che diviene polemica all’interno dello stesso quadro teorico conferma che questo quadro è di attualità.

Per brevità, inizialmente mi asterrò dal fornire una mia analisi della situazione politico-economica planetaria e ucraina. Il comunicato descrittivo della politica di classe delle Federazioni anarchiche6, con il quale sono d’accordo, sarà sufficiente. Il loro testo comune costituisce un approccio anarchico elementare ai conflitti interstatali e di regime, nella direzione della formazione di un orientamento rivoluzionario. Esaminerò di seguito una critica7 rivolta al testo delle federazioni. Lì mi soffermerò in particolare sui punti deboli delle proposte di questo testo, che anche altri hanno indicato. Tuttavia credo che queste debolezze, che sono croniche, non siano state affrontate fino a oggi in una direzione rivoluzionaria.

 

«Non per lo Stato»,
con lo Stato o contro lo Stato?

 

Comincio col commentare la narrazione storica dell’articolo a cui si riferisce il Comitato di Resistenza, perché dipinge un quadro della realtà che aspira ad essere esaustivo, pur essendo largamente e deliberatamente inaccurato. In breve, il testo ha uno stile giornalistico, lasciando che le sue intenzioni politiche si nascondano nell’ombra di una pura descrizione, ambigua e pretestuosamente neutrale. I punti salienti politici del suo linguaggio narrativo sono schiettamente filoborghesi. Gli eventi vengono descritti o nascosti con l’evidente scopo di occultare il fattore fascista. Allo stesso tempo è assente ogni riferimento a posizioni anarchiche, che siano storiche, contemporanee o particolari degli autori.

In particolare, la distorsione della storia inizia con la rivolta di Maidan. Dietro la menzogna che «nessuna delle forze era assolutamente dominante», relativizzata dalla parola «assolutamente», si cela l’assoluto dominio militare dei nazisti sulla strada, culminato nel loro attacco armato contro il parlamento, che, sebbene simbolico (nemmeno venti fucili, secondo tutti i rapporti disponibili), fu l’occasione per il passaggio del governo al direttorio borghese filo-NATO e ai fascisti. La consegna dello Stato fu realizzata dall’apparato statale stesso. Il lassismo della polizia durante la fase più acuta del conflitto viene presentato al rovescio. Mentre si fa riferimento ai corpi mercenari fedeli al dittatore teleguidato dalla Russia, viene ignorato il fatto provato che la leadership dell’opposizione pro-NATO avesse organizzato e compiuto omicidi di manifestanti attraverso cecchini della polizia allo scopo di minare il regime.

Alla fine, sono bastati pochi colpi di fucile da parte di un gruppo di fascisti per determinare il cambio di posizione e di orientamento che la borghesia ucraina, con l’appoggio degli USA, aveva predeterminato. Certo, il movimento Maidan non è stato un colpo di Stato militare e, altrettanto chiaramente, è stato innescato per realizzare e ha determinato un cambiamento istituzionale simile a quello segnato dalla Marcia su Roma delle Camicie Nere di Mussolini.

Gli autori dell’articolo affermano che il progetto anarchico di organizzarsi autonomamente dai fascisti era impotente, sottolineando alcune ragioni della debolezza degli anarchici nei momenti cruciali, indipendentemente dai luoghi e dai momenti. Tuttavia, non fanno alcun commento politico sull’inesistente autonomia degli anarchici all’interno del movimento Maidan, sull’assenza di organizzazione dell’autodeterminazione sociale e dell’autodifesa, su come la partecipazione combattiva degli anarchici fosse subordinata al militarismo fascista e sul fatto conseguente del dominio politico del nazionalismo contro il movimento sociale.

Come chiarisce l’articolo, il movimento Maidan non aveva alcuna componente sociale o politica con finalità proletarie. Per quanto ne sappiamo, nessuno ha sollevato la questione dello sfruttamento di classe, nemmeno gli anarchici partecipanti. Il punto di incontro di proletari e anarchici con il resto del movimento, che era guidato politicamente dalla borghesia, era l’antiautocrazia. È nella stessa ottica ristretta che oggi viene promosso l’allineamento con il nazionalismo. L’imperialismo russo non è percepito come una struttura di dominio di classe all’interno di un sistema più complessivo di dominio politico e di classe, che è il capitalismo globale, ma solo astrattamente come un agente di oppressione, e addirittura personificato («il dittatore Putin»). Come possiamo combattere il capitalismo e lo Stato contemporaneo ritornando all’ideologia antimonarchica della borghesia di quattro secoli fa? Già dall’Unione americana e dalla Rivoluzione francese sappiamo che la democrazia borghese e i diritti che essa definisce non offrono alcuna protezione per il popolo e nessuna libertà sociale. Dall’èra della Coesistenza Pacifica (“Guerra fredda”) sappiamo che la promozione della libertà e della democrazia da parte dell’anticomunismo a guida NATO e dei nazionalismi, finanche quelli sostenuti dal blocco dei monopolismi di Stato, è la copertura della controrivoluzione. Dopo la piena integrazione nell’economia di mercato, l’assalto militare-capitalista-statalista ormai sfrenato in tutto il mondo ha completamente strappato le sontuose vesti della democrazia. I diritti civili oggi non solo hanno cessato di essere un campo conteso tra difesa sociale e controllo statale, ma appartengono all’arsenale ideologico del più feroce attacco di classe, a causa della sovraespansione e dell’estremo frazionamento dei rapporti capitalistici. A Maidan, il focalizzarsi degli anarchici sulla antiautocrazia, in quanto elemento di raccordo del movimento, ha contribuito all’egemonia dei poteri borghesi e quindi al progresso della struttura autoritaria dominante, lo Stato-Nazione.

Per evitare equivoci, fatemi affermare che sono fermamente contrario alla condanna delle rivolte sociali prive di un chiaro programma rivoluzionario e di organizzazione. Parti della sinistra statalista, che hanno condannato le rivolte popolari in Siria, Venezuela, Bielorussia e Cuba, lo hanno fatto per difendere i regimi di classe, solo e soltanto per svolgere il ruolo di comparse in seno alle rivalità imperialiste e ai giochi di potere. Coloro i quali si sono astenuti dalla rivolta di Maidan si sono astenuti dalla vera lotta di classe. La posizione contraria alle tendenze euroborghesi e nazionaliste a Maidan non avrebbe potuto essere posta in nessun altro spazio o tempo. Tuttavia, la posizione identitaria del Comitato di Resistenza rimane intrappolata tra due poli di subordinazione politica. Così intrappolata, di fronte alla rinascita dello storico nazismo ucraino, non ha potuto conoscere altro che una farsa.

Per quanto riguarda la fase post-Maidan, lo scritto non fornisce alcuna descrizione di come si siano sviluppati i rapporti di sfruttamento e di dipendenza politica. Invece, verso la fine, difende il regime politico fondato sul dogma ideologico capitalista della separazione e dell’indipendenza delle tre autorità (parlamento borghese, magistratura, esecutivo).

Nella descrizione della guerra nelle province orientali non si fa menzione del terrorismo antisociale praticato dal regime. Inoltre, le comunità russe sono trattate dagli autori come organi inanimati dello Stato russo, prive di determinazioni sociali e di classe, proprio come la propaganda filorussa racconta la storia di Maidan esclusivamente come un prodotto di laboratorio dei NATOisti. Per inciso, dal momento che una parte delle persone che vivono entro i confini dello Stato ucraino è presentata come uno strumento dell’imperialismo, la guerra etnica contro lo stesso sembra giustificata. Qual è la differenza tra questa propaganda di pulizia etnica e quella filo-“sovietica”, che giustificava quanto il popolo ucraino aveva sofferto (come tutti i popoli dell’URSS) per mano dei bolscevichi, decenni prima, invocando le pratiche dei banderisti?

L’articolo non riporta nulla sulle persecuzioni fasciste e sugli omicidi di Rom, LGBTQI e altre comunità, né sui crimini contro i residenti russi nelle province orientali perpetrati dalle organizzazioni naziste, come Azov, che sono integrate nell’esercito ucraino e i cui membri detengono incarichi di governo. Gli autori, pur promuovendo la “democrazia europea”, hanno tralasciato il fatto che anche l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani (UNHCR) ha accusato il battaglione Azov, che mantiene un’autonomia organica e operativa all’interno della Guardia Nazionale ucraina, di crimini di guerra come saccheggi di massa, torture, percosse di civili, scosse elettriche, finti annegamenti e rapimenti di giornalisti. Ancor peggio dell’insabbiamento riguardo la guerra per la sottomissione etnica delle province orientali e, più in generale, riguardo la pulizia etnica dagli elementi russi, l’articolo sorvola sulla strage nel palazzo sindacale di Odessa riferendosi, in una sola frase, a «diversi attivisti uccisi durante rivolte di strada». Come gli annunci della polizia e dei media mainstream. Forse gli assassinati non sono stati abbastanza per svezzare gli autori dell’articolo dal nazionalismo. Decine di persone che si erano rifugiate nell’edificio, inseguite da una manifestazione fascista, furono circondate e letteralmente massacrate, impiccate e bruciate dai fascisti, in diretta televisiva. Presumibilmente, alcuni tra quanti furono massacrati erano burocrati sindacali. Ma niente può perdonare un atto nazista così orribile. Il suo silenzio indica, da un lato, la coscienza sporca di coloro i quali hanno aderito al nazionalismo ucraino e, dall’altro, la loro decisione di continuare a servirlo.

L’articolo stesso descrive come alcuni anarchici ucraini sono diventati fascisti. Ancora una volta, gli autori sembrano non provare a capire le cause profonde della debolezza politica degli anarchici nello spazio ucraino (e non solo lì, ovviamente). La guerra ha inghiottito il movimento anarchico e il movimento sociale più in generale, poiché il movimento non era pronto per la guerra. Proprio come la repressione inghiotte le insurrezioni quando nessuna forza sociale è determinata a fare una rivoluzione. Ricordiamo la spaccatura tra gli anarchici all’inizio della prima guerra imperialista mondiale. Il pacifismo e l’assimilazione ai nazionalismi, entrambi ugualmente derivati dalla persistente disorganizzazione del movimento libertario dopo la dissoluzione della Prima Internazionale. Fino a quando gli anarchici rimarranno indecisi sul passaggio all’azione rivoluzionaria diretta, la storia non indugia, ma continua alle condizioni dei poteri esistenti. La mancanza di orientamento politico e di basi sociali porta al militarismo e questo porta al fascismo.

La scissione, all’interno del movimento, tra il pacifismo (che in guerra non può andare oltre la carità) e il militarismo si amplia all’interno dei vari nazionalismi e poli di potere in competizione tra loro.

Infine, in assenza di un’auto-organizzazione rivoluzionaria, il movimento sociale viene assimilato alla politica borghese, in un modo o nell’altro.

L’articolo, riferendosi alle attività degli anarchici nel campo della guerra nazionalista, fa particolare riferimento a un’organizzazione nazionalista («Resistenza Autonoma»), con cui alcuni anarchici hanno collaborato e che ha rimandi all’Autonomia Zapatista e al Movimento di Liberazione curdo. L’articolo non fa alcun cenno alla patina ideologica di questa organizzazione nazionalista, come se la somiglianza tra il nazionalismo ucraino e il modello di resistenza nazionale sviluppato dal PKK fosse un dato di fatto. Si tratta di una volgare distorsione delle esperienze rivoluzionarie degli zapatisti e dei movimenti curdi. Abdullah Ocalan, il PKK e la KCK (Unione delle Comunità curde) hanno formulato e messo in pratica le idee della Nazione Democratica e dell’Autonomia Confederale.

La Nazione Democratica è un superamento delle rivalità nazionalistiche, razziali e religiose che sono fomentate dall’imperialismo e servono ai suoi scopi. La Nazione Democratica è la fraternità e la co-organizzazione di diverse comunità all’interno e al di là dei confini statali. La Nazione Democratica è la comunità auto-organizzata che diventa, nel programma, la base della democrazia inclusiva senza confini.

La guerra per negare l’autonomia di una comunità, di una società, di interi continenti e del mondo nel suo complesso (come la guerra del nazionalismo ucraino contro l’autonomia delle comunità russe e la guerra dell’imperialismo zarista contro la società ucraina) è il principale nemico della Nazione Democratica. L’Autonomia Confederale è allo stesso tempo il rifiuto dei recinti nazionali, il rispetto delle identità sociali e della loro solidarietà organizzata contro tutti gli Stati e contro la generica sovranità dello Stato-Nazione. Le conseguenze storiche del colonialismo russo e della pulizia etnica interconnessa perseguita dal fascismo ucraino non hanno nulla a che fare con l’autonomia. La visione dell’autonomia è stata carpita dalle forze stataliste di entrambe le parti al fine di manipolare i movimenti sociali.

L’assimilazione del movimento sociale è stata la missione innata e fondamentale del fascismo. Non permetteremo a nessun nazionalismo di distorcere le proposte del Movimento di Liberazione curdo, che oggi rappresentano l’alternativa antistatale e anticapitalista più sviluppata.

Il PKK ha abbandonato l’idea e la politica dello Stato-Nazione avendo riesaminato la trasformazione dei regimi statali-monopolistici e lo stallo cronico della lotta anticoloniale nazionalista-statalista. Questo cambiamento di mentalità e di prassi è emerso dalla concomitanza dei nuovi nazionalismi degli ex-Stati socialisti con le loro scissioni e dalla manipolazione della NATO dei nazionalismi in tutto il mondo.

I rivoluzionari curdi hanno cercato risposte alle catene storiche che, tra le altre cose, hanno portato all’attuale guerra all’interno dei confini dello Stato ucraino.

L’articolo-posizione identitaria del Comitato di Resistenza descrive come se fosse la sua causa la semplicistica patina storico-ideologica del colonialismo neozarista (nazismo, seconda guerra mondiale ed euroatlantismo) da cui questo regime dipende ancora per disciplinare i russi e per manipolare il movimento anticapitalista a livello internazionale. Data l’assenza di un’analisi politica di classe, l’articolo adotta la visione complottista anticomunista della storia e lo stile sordido dei romanzi di Gérard de Villiers. Da nessuna parte si riconoscono la lotta di classe e la lotta per l’autodeterminazione politica e l’uguaglianza economica. Sono riconosciuti solo combattenti ucraini puri (ma forse fuorviati) da una parte e agenti pagati dal dittatore dall’altra. La verità è che il denaro scorre in ogni campo nazionalista. È banale dire che nel capitalismo tutte le relazioni di potere si traducono in denaro. Tuttavia, la fede nel nazionalismo «puro» è degna di nota.

Lo stile propagandistico del revisionismo storico anticomunista fa un uso ideologico della storia antifascista da parte dell’imperialismo russo e dei suoi sostenitori, in modo da svuotare di significato l’antifascismo e la sua storia in generale.

L’antifascismo, facendo riferimento alle sue radici storiche, viene caratterizzato come apolitico. La manipolazione della storia, invece, è per definizione profondamente politica. Gli autori, a mio avviso, credo siano senza dubbio consapevoli delle motivazioni politiche dello storicismo russocentrico. Tuttavia, il loro obiettivo è quello di cancellare la retrospettiva antifascista in quanto tale. Nella fase in cui entrambi i fascismi si travestono da antifascismo, i difensori del nazionalismo ucraino non indicano la radice comune, cioè il capitalismo, lo Stato-Nazione e il suo dominio militare, ma invece la memoria antifascista.

Avendo sollevato la questione della natura politica dell’antifascismo, vediamo qual è la natura politica del testo di autodefinizione del Comitato di Resistenza. Esso afferma di difendere l’«indipendenza» dell’Ucraina.

Sebbene il Comitato dichiari «guerra contro l’impero, non per lo Stato», l’articolo non spiega cosa intende con la parola Ucraina: una comunità culturale, i territori in cui questa comunità risiede, il territorio di uno Stato, o anche le strutture di questo Stato? Il concetto di indipendenza si riferisce solitamente agli Stati. L’articolo sostiene l’«indipendenza dell’Ucraina», difendendo le istituzioni borghesi dello Stato ucraino. Pur non avanzando alcuna proposta rivoluzionaria, chiede la difesa della democrazia borghese come condizione preferibile di sottomissione. Le posizioni pro-istituzionali dell’articolo non hanno il carattere di una manovra politica. Sfruttano la sua proposta politica. Gli autori dichiarano che «in questa fase» (senza fare riferimento a una fase successiva) si collocano «nel campo democratico», con «approcci e punti di vista radicali». Anche se c’è un breve riferimento alle attività del movimento libertario antifascista, non ci sono testimonianze né suggerimenti di pratiche radicali in relazione alla lotta per l’autonomia sociale e l’uguaglianza. Qui riservo convenzionalmente il concetto di democrazia alle istituzioni civili capitaliste, proprio come intendono gli autori, in modo da non confondere i lettori con riformulazioni concettuali. Sappiamo, naturalmente, che la democrazia borghese si è formata e si è mantenuta fino a oggi come forma di potere statale che corrisponde al dominio di classe oligarchico centralizzato.

Gli autori, per dissociare il loro sostegno al regime di classe e politicamente repressivo, forniscono l’informazione che le organizzazioni fasciste sono una minoranza all’interno della tavolozza politica della democrazia ucraina. Il fatto stesso che i nazisti partecipino alle istituzioni borghesi e all’esercito nazionale non li preoccupa. Mentre l’articolo-posizione identitaria del Comitato di Resistenza accarezza dolcemente i brufoli nazisti della democrazia ucraina, sorvola sul fatto che i partiti comunisti (o le «posizioni comuniste») sono vietati. La sua spudorata propaganda a favore del regime lo presenta come pluralistico, così pluralista che abbraccia i nazisti, ma mette al bando i partiti che si dichiarano, sia pure falsamente, antifascisti. Sicuramente quando Bakunin scriveva che «la democrazia più imperfetta è mille volte migliore della monarchia più illuminata» non poteva sapere che un giorno la democrazia avrebbe generato regimi più orribili della monarchia più oscura. Non dimentichiamo che il nazismo è nato dalla democrazia rappresentativa. È un insulto a Bakunin definire come democrazia imperfetta un regime che è stato instaurato dall’azione dei nazisti, che ha effettuato pulizie etniche e che ha messo al bando i partiti di opposizione. È un’espressione di rozzo nazionalismo denunciare giustamente il nazionalismo russo per le sue propaggini naziste mentre si ripulisce il nazionalismo ucraino coprendo i propri nazisti nel miscuglio di un inesistente pluralismo.

Nel testo manca qualsiasi riferimento al contesto storico di classe del potere o all’attuale lotta di classe sul territorio ucraino o nel mondo. Ho trovato solo due riferimenti a fenomeni ovviamente di classe ed erano entrambi in stile filoborghese: le piccole e medie imprese che «non potevano lavorare liberamente» sotto il precedente regime perché erano costrette a pagare i suoi funzionari, e gli anarchici che si sono allontanati dalla tradizionale autenticità proletaria perché lavorano nel settore informatico (come se questo non appartenesse alla catena capitalistica). I nomi degli Stati-Nazione in guerra compaiono a ogni frase, ma la parola capitalismo solo una volta, e tra virgolette. Evidentemente gli autori, che si sono posti senza riserve sotto l’illusoria protezione della NATO, non riconoscono l’esistenza del capitalismo selvaggio.

L’articolo, così come il breve appello del Comitato, oltre a difendere la democrazia borghese ucraina, pone l’attenzione sull’Europa come custode della democrazia e come luogo di riferimento in se stessa. Non presterò molta attenzione all’assurdità secondo cui la Russia avrebbe piani a lungo termine per distruggere qualsiasi democrazia in Europa, che è uscita direttamente dai libri di testo della Guerra Fredda della propaganda anticomunista. Non so se sia più grave che gli autori abbiano adottato deliberatamente conclusioni così irrealistiche e fuorvianti, dovute al fatto di essersi schierati con un campo nazionalista, o se sia peggio per loro credere davvero a tali conclusioni; essere posseduti da una interpretazione del mondo definita dalla «resistenza dell’Europa democratica» all’«assalto della monarchia russa».

Solo Zelensky ha osato dare una formulazione così terroristica della compenetrazione tra il politico e il nazionale. Il problema fondamentale della visione politica dell’articolo è che attribuisce all’Europa un’esistenza politica autonoma. Che sia a rischio la «democrazia europea» o «l’Europa rivoluzionaria» (lo slogan conclusivo dell’appello del Comitato), gli autori propongono l’europeismo come loro identità. Dobbiamo chiederci: si riferiscono a un’identità geografica, razziale, culturale o politica? Quale identità unica sarebbe costituita dal recinto europeo? Al di fuori delle sue strutture di classe e politiche storicamente sviluppate, il continente europeo non costituisce un’unità particolare, nemmeno in senso geofisico. Il territorio ucraino è più vicino al confine siriano, per esempio, che a quello francese. L’imperialismo russo ha devastato, con bombardamenti aerei, intere città nel territorio siriano negli ultimi anni (come Grozny in tempi precedenti) e il regime coloniale turco sta conducendo una guerra di occupazione permanente all’interno dei confini siriani e iracheni. Nei primi giorni dell’invasione in territorio ucraino l’imperialismo russo ha evitato di effettuare attacchi diretti di massa contro i residenti, nel tentativo di non far scoppiare la resistenza popolare dei russi e degli ucraini e del movimento contro la guerra a livello internazionale. Nessuna «democrazia» della NATO si è preoccupata dei bombardamenti a tappeto russi sulle città siriane. Ora versano lacrime di coccodrillo per il popolo ucraino, che serve loro meglio come vittima della guerra.

Gli autori non riescono a vedere l’imperialismo russo al di fuori della propria realtà nazionale, che collocano all’interno di un recinto che è, in realtà, storicamente e attualmente patriarcale, guerrafondaio, statalista, colonialista, imperialista, capitalista e razzista: l’«Europa». Che tipo di rivoluzione può avere luogo nel Nord capitalista europeo se il suo militarismo imperialista, il suo controllo di sfruttamento sulla Terra, le sue istituzioni oligarchiche, ecc., non vengono smantellati? L’«Europa rivoluzionaria» può essere solo una distorsione fascista del progetto rivoluzionario, perché l’Europa è una frontiera della costituzione e della difesa del dominio planetario, e non una comunità di oppressi, anche se comprende molte comunità di oppressi.

Le osservazioni politiche di questo articolo si riducono a uno specifico orientamento pratico: il militarismo nazionalista. Tra le opzioni disponibili, sostiene «l’adesione alle forze armate dell’Ucraina, il coinvolgimento nella difesa territoriale, la coscrizione e l’arruolamento». Ovviamente, in assenza di una proposta organizzativa alternativa, la difesa del territorio e il volontarismo sono subordinati allo knuto (per richiamare l’espressione di Bakunin) dell’esercito nazionale e agli interessi politici per cui agisce. Anche nel punto in cui l’articolo descrive il raggruppamento antimperialista tra gli autori, «la capacità di difesa del Paese» resta il quadro politico dominante e, di conseguenza, il sostegno all’esercito regolare e la richiesta di un contributo della tecnologia della NATO rimangono indiscutibili. Ma la guerra di guerriglia popolare detiene il primato, idealmente, secondo il raggruppamento più moderato. L’intero articolo su cui il Comitato di Resistenza basa politicamente il suo appello punta esclusivamente su una dichiarata conseguenza pratica: la partecipazione alla guerra in obbedienza al militarismo del nazionalismo ucraino e ai suoi patrocinatori della NATO.

Concludo le mie osservazioni sull’articolo-posizionamento del Comitato di Resistenza rilevando una contraddizione che, nelle condizioni reali di conflitto di classe e politico, dissolve lo scopo principale del Comitato. Ho commentato che l’articolo sostiene «l’indipendenza dell’Ucraina» e allo stesso tempo considera necessario il sostegno della NATO. Come sottolinea anche il gruppo antimperialista degli autori, una vera indipendenza, autonomia sociale, libertà e uguaglianza non possono essere raggiunte in uno stato di dipendenza da un potere imperialista. Coloro che considerano impossibile la resistenza senza l’appoggio della NATO non credono in alcuna indipendenza e, più profondamente, non credono nel potere di emancipazione dei popoli, nella sua intrinseca capacità di liberazione sociale.

Abdullah Ocalan e il PKK hanno abbandonato l’obiettivo dello Stato-Nazione, l’idea dell’indipendenza dei confini e dello statalismo, e hanno sviluppato la teoria e la pratica internazionalista e confederale transfrontaliera, quando hanno capito che nella modernità capitalista post-socialista non c’è più spazio per l’indipendenza popolare attraverso il sistema degli Stati-Nazione.

Vedremo ora alcune esperienze storiche e contemporanee che abbiamo nelle nostre mani.

 

Quando i Machnovisti
spazzarono via Grigoriev e Petliura

 

Il testo del collettivo Anarchist Fighter risponde da compagni all’articolo che accompagnava l’appello del Comitato di Resistenza riconoscendo un potenziale di co-evoluzione in direzione rivoluzionaria. Le osservazioni correttive sono formulate in uno stile neutro e i punti critici sono posti come domande. Comprendo e condivido la preoccupazione dei compagni. Ritengo, tuttavia, che la data condizione di guerra non lasci tempo di aspettare che le risposte emergano dalle prossime esperienze, e richieda che gli interrogativi vengano posti subito in tutta la loro profondità.

Ho già descritto come la narrativa maidaniana fosse confusa e del tutto oscura riguardo al fascismo. È importante aggiungere un significato politico alla cortese osservazione del Combattente Anarchico sulla «assenza di riflessioni riguardo alla politica interna e alla struttura sociale dell’Ucraina». Questa assenza suggerisce il pericolo, se non l’intenzione opportunistica, di uno scadimento nel nazionalismo. L’interpretazione politica dell’assenza di riferimenti alle contraddizioni di classe all’interno del territorio ucraino è supportata dall’osservazione conclusiva del paragrafo in relazione alla povertà crescente sotto il nuovo regime. Il passaggio conclusivo della critica, sulla democrazia capitalista e soprattutto sulla sua soggettivazione europea, ha giustamente individuato la questione più fondamentale per il movimento sociale rivoluzionario e per la resistenza all’invasione dello Stato militare russo. Come concludono i compagni del gruppo Combattente Anarchico, la partecipazione attiva alla battaglia contro l’imperialismo di Putin offre speranza, ma sul campo manca ancora una posizione rivoluzionaria libertaria. Se tale tentativo viene fatto, sarà importante che venga comunicato a livello globale nel prossimo futuro.

Passerò a una critica politica delle posizioni nazionaliste e filoimperialistiche dell’articolo-posizionamento del Comitato, sulla base dell’esperienza storica dell’anarchia e delle proposte attuate dal Movimento per la Libertà curdo. In primo luogo la questione dei confini, delle etnie e della guerra, intrecciata con la questione della democrazia borghese e della dipendenza dal controllo imperialista.

Ho sottolineato sopra la svolta storica radicale del PKK in relazione allo Stato-Nazione, che è stata il risultato di una valutazione complessiva dell’èra capitalista e del movimento socialista, nonché di una profonda autocritica della tradizione patriarcale-autoritaria. Ho anche fatto riferimento al concetto di Nazione Democratica, che racchiude la lotta contro i nazionalismi, i settarismi di ogni tipo e le loro dipendenze dall’imperialismo. Una lotta che si svolge principalmente in campo sociale. La Nazione Democratica, così come è costruita dal Movimento di Liberazione Curdo e dai suoi compagni combattenti, è la forma concreta dell’internazionalismo contemporaneo, dentro e contro le catene della frammentazione imposte dagli antagonismi capitalistici. Il PKK e il KCK sono organizzazioni patriottiche, nel senso che difendono l’autodeterminazione di una comunità culturale nel territorio in cui essa vive e più specificatamente, da un punto di vista storico, nel senso di resistenza comunitaria al colonialismo, al genocidio, all’assimilazione, alla pulizia etnica, all’oppressione culturale, politica e di conseguenza di classe, ecc. Ma avendo abbandonato la tradizione sistemica del recinto statale che, invece di offrire indipendenza, diffonde guerra e dipendenze, l’autonomia della lotta patriottica non si fonda sulla dominazione entro i confini, ma sulla resistenza e co-organizzazione civile di tutte le comunità dentro e fuori i confini, alla maniera della comune.

Quando il PKK è passato a questa visione del mondo e a questa politica ha adattato di conseguenza la sua strategia e tattica, ha dato spazio alla pace per dare tempo al movimento rivoluzionario turco affinché convergesse in una direzione confederale, e da allora combattono insieme. All’interno dei confini dello Stato siriano, il Movimento di Liberazione curdo si è opposto alla creazione di Stati etnicamente separati all’interno di una Siria smembrata che sarebbe stata federalizzata solo nel senso corrente, secondo l’aspirazione degli Stati Uniti e dei nazionalisti curdi. La Confederazione della Siria del nord è un ordinamento politico unitario, aperto a tutte le diversità sociali. Questo è il paradigma proposto dal Movimento di Liberazione curdo per l’autodeterminazione sociale dell’intero territorio siriano, per la liberazione del Medio Oriente dagli imperialisti, dai loro eserciti e dal fascismo, ma anche per tutta la terra.

Quindi la pratica patriottica del movimento sociale internazionalista che abbraccia e applica la filosofia politica di Ocalan e del KCK inizia con un’auto-organizzazione sociale inclusiva e senza confini, che intraprende e organizza la sua difesa territoriale in modo autonomo dalle strutture di potere e non sulla base di divisioni etniche. Il rifiuto pratico dello statalismo, radicale per lo stesso movimento patriottico curdo, non solo non ha cancellato le sue origini proletarie (che continua a propugnare8), ma al contrario ha aperto la strada al rizoma della forza sociale contro le strutture che perpetuano il dominio di classe, delle quali la più fondamentale è lo Stato-Nazione. Abbandonando il nazionalismo latente di un’ingannevole «indipendenza nazionale», il movimento sociale può diventare e diventa veramente indipendente dal punto di vista culturale, politico e di classe.

Proprio in questo modo il Movimento di Liberazione curdo, i suoi compagni e la Confederazione della Siria del nord sono le uniche forze che si difendono dalle ripetute invasioni del colonialismo turco dentro i confini siriano e iracheno, nonché le uniche forze che non seguono gli ordini degli imperialisti. I curdi confederali, nello stesso momento in cui non riconoscono i confini tra comunità, si sacrificano nella difesa dei confini interstatali contro le violazioni militariste, ponendo la necessità di rispettare questi confini, perché comprendono che ogni invasione militare e ogni disputa di confini specifici nasce dallo statalismo e porta guerra alle società e all’unità popolare internazionalista. Per questo, ad esempio, il KCK aveva criticato la proclamazione di indipendenza della regione curda del nord Iraq, attuata dal governo regionale curdo del KDP (Barzani). Il KDP è un partito nazionalista, sottomesso al colonialismo turco e alle potenze imperialiste. Per inciso, durante l’assalto dell’ISIS contro il territorio iracheno e poi siriano le forze affiliate al PKK sono state le uniche a resistere, e vittoriosamente.

Sebbene la politica internazionale del PKK non sia uscita da un manuale, questa visione della guerra, del nazionalismo, dell’autodifesa sociale e della rivoluzione è stata elaborata un secolo e mezzo fa da Bakunin. Cito i relativi estratti, con le informazioni introduttive, dal testo dell’Unità Popolare Anarchica (UNIPA, un’organizzazione piattaformista in Brasile), Guerra e rivoluzione nelle trincee del Rojava: posizione degli anarchici rivoluzionari9 (2015):

 

Di fronte a questi episodi, vale la pena segnalare qui l’esperienza storica, la politica e la teoria degli anarchici rivoluzionari: Mikhail Bakunin e l’Alleanza, la Machnovitcina e il gruppo Dielo Trouda, Jaime Balius e gli amici di Durruti. Tutti questi anarchici hanno difeso un percorso di indipendenza politica del proletariato come tassello fondamentale per il trionfo non solo della rivoluzione, ma anche della guerra antimperialista; in altre parole, hanno difeso l’inseparabilità delle due sfere (nazionale-internazionale) del conflitto sociale. Secondo Bakunin nelle sue Lettere sulla situazione della guerra franco-prussiana: «Non si deve contare sulla borghesia (…) La borghesia non può vedere, non può capire nulla al di fuori dello Stato, al di fuori dei normali mezzi di Stato. Il massimo del loro ideale, della loro immaginazione, della loro abnegazione e del loro eroismo, è l’esagerazione rivoluzionaria del potere e dell’azione dello Stato, in nome della salvezza pubblica. Ma ho sufficientemente dimostrato che lo Stato in questo momento e nelle circostanze attuali – con i bismarckiani all’esterno e i bonapartisti dentro –, lungi dal poter salvare la Francia, non può che sconfiggerla e ucciderla. Di fronte a un pericolo mortale dall’interno e dall’esterno, la Francia può essere salvata solo da una spontanea, intransigente, appassionata, anarchica e distruttiva sollevazione delle masse popolari in tutta la Francia. Stai certo: senza di essa, non c’è salvezza per il tuo paese» (Bakunin, pp. 112-113).

L’elaborazione teorica di Bakunin sulle conseguenze della guerra di difesa nazionale in un periodo di decadenza e di svolta controrivoluzionaria del liberalismo borghese, per cui l’interesse principale della borghesia è il mantenimento dello Stato e la permanenza dello sfruttamento lavorativo, è chiara e fondamentale. La difesa del paese colonizzato o vittima dell’invasione imperialista richiede un’azione autonoma del proletariato. Questa azione autonoma, massificata, organizzata in resistenza popolare armata (sia essa in forma di milizie o di esercito rivoluzionario), per esprimere veramente le sue potenzialità e la sua forza sociale, non deve essere guidata dagli ideali politici del patriottismo e della grandezza dello Stato che hanno animato la borghesia in passato, ma dagli ideali internazionalisti e dalla costruzione pratica del socialismo e della libertà. La guerra antimperialista o antifascista deve diventare la guerra rivoluzionaria socialista. Proprio così è possibile non solo sconfiggere un particolare fascismo/imperialismo, ma anche avanzare risolutamente nella lotta universale per l’emancipazione del proletariato (…)

L’anarchico russo Bakunin, quando combatté in Francia contro l’invasione prussiana nel 1870-1871, aveva già preso posizione in relazione alla politica dei settori della “sinistra” che sostenevano la direzione politica della borghesia repubblicana in nome dell’unità nazionale e della forza. Bakunin parla della sinistra radicale repubblicana: «E la sinistra ha contestato? Non ha fatto assolutamente nulla. Ha stupidamente acclamato questo ministero infausto che, nel momento più terribile che la Francia potesse passare, si è presentato non come un ministero politico, ma come un ministero della difesa nazionale. (…) La sinistra radicale credeva o sembrava credere che si potesse organizzare la difesa del paese senza fare politica, che si potesse creare una potenza materiale senza ispirarla a nessuna idea, senza sostenerla con alcuna forza morale. (…) Per patriottismo o per paura di paralizzare gli sforzi sovrumani di questi uomini dignitosi per la salvezza della Francia, la sinistra radicale si asteneva da ogni recriminazione e da ogni critica. Gambetta riteneva suo dovere rivolgere caldi ringraziamenti al generale Palikao ed esprimergli la sua piena fiducia. Dopotutto, non avrebbero dovuto “mantenere a qualsiasi prezzo l’unità e impedire divisioni dannose che avrebbero solo giovato ai prussiani”? Tali erano le scuse e l’argomento principale della sinistra, che serviva ad occultare tutte le sue imbecillità, tutte le sue debolezze, tutta la sua codardia» (Bakunin, Lettere, p. 200).

 

Secondo Bakunin, la guerra come condizione spinge verso la rivoluzione e la rivoluzione sociale è l’unica via di resistenza popolare territoriale e di uscita dalla politica guerrafondaia dei padroni. Lasciatemi aggiungere una precisazione: il concetto di patriottismo acquista un significato diverso quando fa parte dell’antagonismo tra gli Stati, e ancor più tra i centri capitalistici dominanti (come «l’Europa»), e quando esprime la lotta anticoloniale e anticapitalista. La Comune di Parigi del 1871 fu la prima esperienza di posizionamento pratico in relazione alla guerra, come aveva proposto Bakunin.

Il prossimo esempio storico, il più educativo, è la rivoluzione sociale nell’area ucraina un secolo fa. L’Esercito Rivoluzionario Ribelle dell’Ucraina ha resistito efficacemente e ha scacciato l’alleanza del colonialismo russo con la controrivoluzione e gli imperialisti europei. A differenza di Lenin, che aveva svenduto i territori ucraini all’imperialismo tedesco per mantenere il dominio del partito bolscevico sulla rivoluzione nello spazio russo, gli anarchici (non solo ucraini) che guidarono la rivoluzione nel territorio ucraino si dimostrarono coerenti antimperialisti. Per quanto contraddittorio possa sembrare, la teoria leninista sul disfattismo rivoluzionario all’interno del campo imperialista, sulla guerra antimperialista e sulla difesa socialista, si ispirava alle posizioni di Bakunin. L’opportunista Lenin copiò molte idee da Bakunin10, così come certamente copiò e incorporò nella socialdemocrazia elementi di blanquismo, di Nechayev e Tkachev11. I machnovisti non si sentivano in dovere di cercare l’appoggio di alcun potere sovrano per proteggere la rivoluzione sociale: essi combatterono efficacemente contro tutti i “protettori” del popolo ucraino.

I vari concorrenti coinvolti nella Prima Guerra Mondiale imperialista e tutte le classi oppressive dell’impero russo si allearono perché riconoscevano il loro comune fondamentale nemico: la rivoluzione sociale. Di recente, tutti gli imperialisti hanno acconsentito alla repressione militare della rivolta proletaria in Kazakistan. Quando l’ISIS ha perso la sua autonomia con la liberazione di Raqqa, gli Stati Uniti hanno cessato di dipendere dal movimento curdo. Sia la NATO sia l’imperialismo russo ora percepiscono la Confederazione della Siria del nord solo come un contrappeso all’occupazione turca, che entrambi hanno approvato per mantenere il regime di Assad sotto minaccia, uno come spauracchio e l’altro come protettore. Il Movimento di Liberazione curdo non ha mai avuto bisogno del sostegno della NATO e dal 2017 la Confederazione della Siria settentrionale ha continuato a resistere avendo contro, apertamente o per procura, tutte le forze capitaliste. Più avanti vedremo la natura e la portata della collaborazione tra la Confederazione e la NATO. C’è qualche condizione o anche solo qualche indizio a sostegno dell’opinione che il nazionalismo ucraino e la NATO abbiano ragioni per sostenere la rivoluzione sociale?

I compagni della resistenza siriana, in un articolo ripubblicato su Crimethinc, hanno fatto eloquenti osservazioni sul ruolo della NATO e sulla debita posizione dei combattenti ucraini: «Non rappresentate i paesi occidentali come l’asse del bene. Anche se non sono quelli che direttamente invadono l’Ucraina, non siamo ingenui nei confronti della NATO e dei paesi occidentali. Dobbiamo rifiutarci di ritrarli come i sostenitori del “mondo libero”. Non dimentichiamo che l’Occidente ha costruito il suo potere sul colonialismo, l’imperialismo, l’oppressione e il saccheggio della ricchezza di molti esseri umani in tutto il mondo – e continua a farlo oggi. Per parlare solo del 21° secolo, non dobbiamo dimenticare la devastazione causata dalle invasioni dell’Iraq e dell’Afghanistan. Più recentemente, durante le rivoluzioni nel mondo arabo nel 2011, invece di sostenere le tendenze democratiche e progressiste, l’Occidente era più preoccupato di assicurarsi il proprio dominio e i propri interessi economici, ma allo stesso tempo continua a vendere armi e mantenere relazioni privilegiate con le dittature arabe e la monarchia del Golfo. Con i suoi interventi in Libia, la Francia ha aggiunto l’oscena menzogna di una guerra per motivi economici mascherata da tentativo di sostenere la lotta per la democrazia. Al di là di questo ruolo internazionale, la situazione all’interno di questi paesi continua a deteriorarsi con l’intensificarsi dell’autoritarismo, della sorveglianza, della disuguaglianza e, soprattutto, del razzismo. Oggi, se crediamo che il regime di Putin sia una minaccia maggiore all’autodeterminazione dei popoli, non è perché i paesi occidentali sono diventati improvvisamente “buoni”, ma perché le potenze occidentali non hanno più tanti mezzi per mantenere la loro sovranità ed egemonia. E rimaniamo sospettosi di questa ipotesi, perché se Putin viene sconfitto dai paesi occidentali, ciò contribuirà al loro crescente potere. Quindi, consigliamo agli ucraini di non fare affidamento sulla “comunità internazionale” o sulle Nazioni Unite – che, come in Siria, è ovviamente ipocrita e tende a fuorviare le persone facendole credere alle chimere».

I compagni siriani sono chiari nel loro progetto rivoluzionario: «Esiste una terza opzione, oltre alla NATO e a Putin: l’internazionalismo dal basso (…) Siamo internazionalisti non solo per princìpi morali, ma anche come conseguenza della strategia rivoluzionaria». Nel loro appello pratico conclusivo fanno riferimento alla lotta contro il nazionalismo e la NATO, e allo stesso tempo fanno una critica polemica alla propaganda di sinistra che favorisce Putin. Nell’articolo hanno analizzato la posizione controrivoluzionaria di difesa dei campi imperialisti, definendola «campismo»:

 

– Combattere il discorso pro-Putin, soprattutto di sinistra. La guerra in Ucraina offre un’opportunità cruciale per porre fine definitivamente al campismo e alla mascolinità tossica.

 

– Combattere ideologicamente il discorso pro-NATO.

 

– Rifiutarsi di sostenere coloro che in Ucraina e altrove sostengono politiche nazionaliste, xenofobe e razziste.

 

– Costante critica e decostruzione delle azioni della NATO in Ucraina e altrove. 12

 

Devo sottolineare che questo collettivo della resistenza siriana sta promuovendo consigli rivoluzionari locali e comitati di coordinamento della rivolta popolare, democratica ed emancipatrice, basati sui princìpi della democrazia diretta, del femminismo e dell’uguaglianza.

Solo i nazionalisti hanno ragioni da investire nel sostegno della NATO, e di nuovo senza garanzie. Zelensky è un burattino, poiché l’apparato militare ucraino è debole e lui stesso è completamente prevedibile. Ora sta maledicendo i “protettori” del nazionalismo ucraino, che lo hanno abbandonato. Il popolo ucraino e russo ha bisogno della guida di un tale avventuriero per smantellare il capitalismo zarista?

Quando Machno spazzò via Grigoriev e Petliura la rivoluzione si indebolì o si rafforzò? Con la cacciata dei nazionalisti le radici sociali della rivoluzione si svilupparono e si rafforzò così il suo potere di combattimento. Certamente né Grigoriev né Petliura potevano offrire alcunché alla resistenza contro i bolscevichi, a parte la sottomissione a Wrangel e un compromesso con Denikin. Esattamente quello che farà Zelensky. Condividere la torta per mantenere lo sfruttamento. L’Esercito Ribelle Rivoluzionario dell’Ucraina non ha combattuto né per l’unità nazionale degli ucraini né per la democrazia borghese; ha organizzato la rivoluzione comunista libertaria nel territorio ucraino e si è battuto per difenderla e per promuovere la confederazione sovietica libertaria in tutto l’ex impero zarista. Il movimento di guerriglia anarchico, la rivolta operaia e il dilagare della rivoluzione sociale portarono alla guerra contro tutte le forze controrivoluzionarie; non è stato il fronte nazionale che ha portato alla rivoluzione. La lotta di classe rivoluzionaria e il suo sviluppo nell’autodeterminazione sociale portarono vittorie. Senza una pratica rivoluzionaria, cioè un programma rivoluzionario immediato e un’iniziativa popolare autonoma, tutto è perduto. La Piattaforma per l’Unione Generale degli Anarchici (la proposta radicale di Dielo Truda) ha evidenziato queste necessità. La rivoluzione sociale richiede un orientamento politico organizzato e propri corpi militari.

Il fascismo prevale quando le forze anticapitaliste non riescono a consolidare il loro potere politico-militare. La sconfitta del movimento libertario nel territorio ucraino un secolo fa aprì la strada all’egemonia politica dei nazisti nella resistenza della nazione ucraina contro il totalitarismo bolscevico. Nel 2014 e fino ad oggi, l’assenza di un movimento anarchico rivoluzionario ha lasciato il campo vulnerabile alla rinascita della tradizione nazista e all’attaccamento del popolo ucraino al nazionalismo servile occidentale e alle sue mortali avventure belliche. L’articolo di autopresentazione del Comitato di Resistenza rileva «il potenziale nella società ucraina, che è una delle più attive, indipendenti e rivoluzionarie della regione». Non ne dubito. Ma ricordiamo che il nazionalismo tedesco fu anche rivoluzionario nei suoi esordi (dopo Bonaparte), certamente indipendente e attivissimo, almeno fino alla sua sconfitta nella seconda guerra imperialista mondiale. La cronica debolezza della corrente rivoluzionaria nel movimento sociale proletario nel territorio tedesco ha determinato la trasformazione del potenziale rivoluzionario in nazionalismo rivoluzionario. La svolta al militarismo nazionalista fu compiuta prima dai socialdemocratici, la parte più attaccata alla democrazia europea, e poi dai nazionalsocialisti. Inoltre, il bonapartismo fu anche il culmine del disciplinamento delle masse alla controrivoluzione borghese.

Se sembra che non ci sia altra via d’uscita per la resistenza popolare all’interno dei confini ucraini che arruolarsi sotto la guida dei nazionalisti, questo è perché la lotta rivoluzionaria è assente, e di conseguenza il nazionalismo ha preso il sopravvento sul campo sociale e sulla coscienza collettiva. Non è successa la stessa cosa nel 1914, quando il nazionalismo ha portato il proletariato a un massacro a tutto campo di dimensioni incomparabili rispetto a tutti i massacri di guerra della storia precedente?

La coscrizione sotto la guida dello Stato ucraino è una pietra tombale per l’anarchismo rivoluzionario e la liberazione sociale sul territorio ucraino. Una condizione negativa per il movimento sociale anche in territorio russo e una pesante eredità per il movimento anarchico in tutto il mondo.

Combattendo sotto lo Stato e quindi per lo Stato, è un dato di fatto che gli imperi rimarranno dominanti. Diventa chiaro che il famoso Comitato di Resistenza non è neppure un comitato, poiché non ha autonomia politico-militare dallo Stato.

Le organizzazioni che negli anni precedenti hanno sostenuto la guerra nazionale contro i separatisti russi sono chiaramente fasciste. L’appropriazione indebita del linguaggio e delle pratiche degli anarchici (squat, strutture assistenziali auto-organizzate, riferimento all’autonomia zapatista e al Movimento di Liberazione curdo, ecc.) è un problema. È una missione intrinseca del fascismo assimilare il movimento anticapitalista. Coloro che si sono uniti volontariamente alla guerra contro l’autonomia delle province orientali hanno contribuito allo smantellamento dell’internazionalismo proletario e hanno aperto così la strada al conflitto militare tra gli interessi imperialisti. La guerra contro i separatisti russi differisce solo per dimensioni dall’attuale invasione del militarismo russo. Le motivazioni sono della stessa qualità, così come la mentalità militare del terrorismo. Ma qual è la differenza in termini di ontologia politica tra la guerra antiautonomista al confine russo-ucraino e la devastazione dell’autogoverno democratico delle città di confine curde da parte dell’esercito turco nel 2015? Sicuramente l’oppressione etnica delle diverse comunità è il metodo per riprodurre il controllo imperialista e non la via dell’autonomia.

Il concetto di «difesa territoriale» è determinato dalle caratteristiche politiche delle forze che tentano di detenere il territorio conteso; ha un significato diverso in condizioni di conflitto politico e di classe diverse. Difesa del territorio furono la Rivoluzione americana, le guerre della Rivoluzione francese, ma anche la guerra degli imperi contro Bonaparte, la Comune del 1871, ma anche la resistenza del nazismo tedesco al contrattacco dei suoi avversari, la resistenza della città di Kobane contro l’ISIS, la resistenza del cantone di Afrin e Serikanie, ma anche la resistenza dell’ISIS all’espansione territoriale della Confederazione della Siria del Nord.

Facevano difesa territoriale i separatisti russi, la facevano i nazionalisti ucraini per preservare il totalitarismo nazionale nel territorio ucraino, e anche l’imperialismo russo sta facendo difesa territoriale invadendo il territorio ucraino, contro l’espansione della NATO. Come si può chiarire la confusione? Semplicemente, col rispondere cos’è che stiamo difendendo. È il terreno dell’autodeterminazione sociale o è un territorio nazionale, cioè capitalista? Finché questa domanda non avrà una risposta concreta, la difesa nazionale è una prigione di sterminio per il movimento sociale e per gli anarchici.

Consideriamo la questione dell’alleanza con le forze nazionaliste dal punto di vista della libertà politica. Osservo che democrazia e nazionalismo non sono condizioni contraddittorie. Ogni Stato è fondato e si sostiene sul nazionalismo. Lo Stato-Nazione è stato la territorializzazione della borghesia contro l’impero e il feudalesimo. Costituiva anche l’infrastruttura materiale dei centri urbani come economia difensiva nella competizione tra loro. La riproduzione frazionata dello Stato-Nazione, a partire dalla Rivoluzione americana (dopo che il cardinale francese Richelieu ha gettato i semi del nazionalismo) e con la sua manifestazione storica più esplosiva nella frammentazione del blocco dei monopoli di Stato e dell’URSS, è essenzialmente un processo evolutivo all’interno del capitalismo. È un processo democratico, nel senso dell’espansione verso il basso della borghesia. È allo stesso tempo un processo di approfondimento della guerra di classe, poiché espande la piramide di classe a livello globale e locale, consolidando poteri, sfruttamenti e antagonismi. In questo asse storico, la moderna democrazia nazionale è una forma di capitalizzazione politica del dominio di classe e una forma capitalista di organizzazione delle istituzioni politiche. Una costituzione fondamentalmente oligarchica e militaristica. I regimi rappresentativi sono strutturalmente più capaci delle dittature nella difesa degli interessi nazionali e nella guerra nazionale, perché hanno un consenso più forte e una partecipazione popolare alla guerra. Soprattutto, però, perché entrano in guerra molto più per i veri interessi dello Stato che per il mantenimento del regime, e i loro quadri politici raramente hanno spazio per l’autocompiacimento nazionale in cambio della permanenza al potere. È proprio così che la democrazia borghese ucraina, fondata dal movimento Maidan, ha investito negli anni nella guerra nazionale. Non dimentichiamo che gli USA hanno avuto la loro massima efficacia combattiva nelle fasi di massimo consenso di classe. Anche Israele ha condotto guerre espansionistiche fintanto che si basava su una forte socialdemocrazia partecipativa. La democrazia dello Stato-Nazione non ha affatto contribuito alla fraternità dei popoli. Né, naturalmente, le sue manifestazioni dittatoriali.

Le stesse condizioni si applicano alla controrivoluzione. I regimi rappresentativi si sono dimostrati più efficaci nella repressione. Parlamentaristi e fascisti si completano a vicenda nella manipolazione dei movimenti. Nella controrivoluzione i fascisti vengono dopo; intraprendono la decostruzione del movimento sociale quando è già stato sconfitto politicamente e militarmente. Fino ad allora, i fascisti sono i precursori del militarismo parlamentare, del nazionalismo e del razzismo istituzionale. Le libertà civili non sono mai state un fattore decisivo nello sviluppo del movimento rivoluzionario. L’idea che la democrazia borghese sia un passo necessario contro l’impero, come suggerito da alcuni anarchici ucraini, è una teoria delle fasi politiche che relega la lotta di liberazione sociale nel lontano futuro dell’utopia, proprio come il determinismo marxista ha relegato il comunismo in un metafisico futuro. È una sottomissione fatalistica alla stratocrazia borghese. Ad oggi, le rivoluzioni sono emerse attraverso la guerra interimperialista, il colonialismo e la dittatura, vale a dire dialetticamente piuttosto che consensualmente, come sviluppo del riformismo borghese.

La dittatura è un fenomeno omogeneo nella piramide di classe globale. Il primato storico della borghesia nordatlantica nell’accumulazione capitalista e nell’autostrutturazione imperialista ha precluso la necessità, ma anche le condizioni adatte a una dittatura militare all’interno. Nella periferia capitalista, dove i popoli sono esclusi dal beneficio delle moderne strutture industriali, depredati delle loro risorse naturali di sopravvivenza e quindi esclusi anche dalla dipendenza dalle istituzioni rappresentative, la dittatura è il regime normale. Nella zona semiperiferica stabile a cui appartengono la maggior parte degli ex-Stati socialisti, ma anche quello greco, turco e grandi Stati latinoamericani, la dittatura è stata in molti casi la fase embrionale della costituzione borghese, e dopo la territorializzazione della rivoluzione socialista (anche come spaventapasseri) fu la forma politica della controrivoluzione nei suoi momenti critici, data la posizione precaria delle classi borghesi locali. Pertanto diventa necessario vedere il neozarismo russo come un prodotto storico del tardo sviluppo borghese dell’impero russo e del susseguente totalitarismo monopolistico di Stato, e allo stesso tempo come una continuazione della loro posizione imperialista in ciascuna e in tutte queste fasi. Il bonapartismo che sta alla base del nazionalismo russo non è un’espressione mai superata di un monarchismo tradizionale (sebbene indossi questa veste), né una questione di amoralismo; implica una dinamica storica di classe di carattere puramente capitalista. Putin non ha resuscitato l’assolutismo; la competizione capitalista globale e la lotta di classe creano le strutture politiche e fanno emergere i leader che sono loro dovuti.

Putin è un prodotto dello sviluppo capitalista nell’ex blocco dei monopoli di Stato e della concorrenza imperialista. Senza sminuire la nostra ostilità nei suoi confronti, la sua guerra non è peggiore delle guerre della NATO contro iracheni, jugoslavi, afghani, pakistani, africani o gli islamo-fascisti che la NATO stessa ha allevato. Le dittature imposte dagli USA dopo la seconda guerra imperialista mondiale non sono certamente inferiori all’autoritarismo russo. I confronti sono sempre utili per i rispettivi interessi dei vari politici, ma togliere dall’equazione quelli che si considerano propri alleati è solo volgarità politica. Ed è sospetto. Nel suo discorso di guerra prima dell’invasione, Putin, rivolgendosi agli altri imperialisti, ha ricordato loro che sono della stessa pasta, capitalisti e anticomunisti, e che avevano, hanno e avranno affari in comune. Ha detto una verità.

Con il travolgente assalto capitalista seguito all’integrazione degli Stati dell’Europa orientale nell’economia di mercato, che segnò il crollo dello spaventapasseri socialista, la democrazia borghese fu screditata nelle metropoli del Nord imperialista. L’offensiva capitalista nella periferia del mondo e anche nel centro imperialista ha reso irrealistica la rappresentazione, la democrazia partitica è storicamente obsoleta. Nel Nord Europa la rappresentanza sopravvive nella misura in cui gli organismi nazionali sono stati deproletarizzati, poiché il plusvalore è ora interamente derivato dal lavoro degli immigrati. Sia dove la divisione di classe tra padroni locali e proletari stranieri è assoluta, sia dove il sistema politico ha perso ogni fondamento nella classe operaia locale impoverita, la moderna democrazia borghese è un regime oligarchico, non solo nel senso di eteronomia politica (come è sempre stato), ma soprattutto nel senso che rappresenta esclusivamente gli interessi delle direzioni imperialiste e le loro mediazioni nazionali da parte di sciacalli opportunisti.

Gli Stati dell’Europa orientale non sfuggono a questa dinamica storica. La democrazia rappresentativa vi conserva ancora una coloritura idealistica, se non altro perché vi è ancora conservata la memoria del totalitarismo monopartitico. La alimenta il passato, ancora per un po’, e non il futuro. In questo contesto, il nazionalismo russo contro l’avanzata imperialista della NATO e, allo stesso tempo, il nazionalismo ucraino contro quello russo, danno energia alle democrazie rappresentative d’Europa. Solo che entrambi sono intrinsecamente fascisti. La democrazia ucraina è di questo tipo: uno specchio del bonapartismo russo, che può ancora sedare un gran numero dei suoi cittadini affamati. Ecco quale può essere la qualità ottimale della democrazia borghese nell’attuale èra capitalista. Un regime nazionalista da stato di emergenza. Ecco perché al suo interno il fascismo si sta rafforzando.

L’unico motivo per cui gli anarchici possono avere una libera attività politica nel territorio ucraino, mentre le idee comuniste e la memoria antifascista sono perseguitate, è il fatto che alcuni hanno sostenuto il regime, chi attivamente e chi passivamente. Che importanza ha la sopravvivenza politica degli anarchici se la loro politica è nazionalista e filoimperialista? Che importanza ha la sopravvivenza di qualcuno, quando il prezzo per questa sopravvivenza è la sepoltura della lotta rivoluzionaria? In conclusione, anarchici filoborghesi, nelle file del militarismo nazionale, si sacrificano per il bene dei padroni, dopo aver sacrificato l’emancipazione sociale.

Gli anarchici ucraini che agitano l’alone sacro della “democrazia europea” ovviamente non hanno studiato la storia della controrivoluzione borghese condotta dalla NATO in Europa negli ultimi cinquant’anni. Non hanno sentito parlare di Piazza Fontana, di Gladio, delle celle di isolamento, del GSG9 e del SAS di Mogadiscio, dei guerriglieri morti… Non cercano aggiornamenti attuali sulla repressione su vasta scala degli anarchici da parte dello Stato italiano, di squat e manifestanti in territorio tedesco, francese, spagnolo e italiano, di lotte sindacali ovunque… Non si sono accorti della feroce lotta politica in territorio greco tra il movimento sociale e tutti i governi. Sono indifferenti al fascismo ungherese e al razzismo polacco, ecc. Si sentono più vicini ai padroni della loro nazionalità e quindi anche ai padroni della Terra, che ai popoli in lotta dell’Europa capitalista.

Certamente il radicamento nel localismo non caratterizza solo il movimento ucraino, ma l’intera storia del movimento anarchico dopo lo scioglimento della Prima Internazionale. Tuttavia, la svolta verso il nazionalismo è un’eccezione. Forse i compagni ucraini si sentono isolati, come probabilmente i russi. Consideriamo l’isolamento in cui si è sviluppato il movimento rivoluzionario curdo. Ora accoglie e si apre al mondo intero, avendo coltivato un territorio di autonomia sociale attraverso decenni di lotte. Solo la lotta per la liberazione e la coltivazione del terreno sociale ci avvicina. Terreno sociale significa autonomia politica militare della base oppressa, non schiavitù politica verso la borghesia, non disciplinamento per lo Stato.

La democrazia comunista confederale riconosce ogni potenza imperialista come un nemico. Un anno fa, in un discorso registrato13, Cemil Bayik (membro fondatore del PKK, perseguitato dal Dipartimento di Stato), in qualità di copresidente del KCK, ha spiegato in dettaglio la posizione del Movimento di Liberazione curdo riguardo la NATO, gli Stati e i movimenti. Era una presentazione della strategia rivoluzionaria per la liberazione del Medio Oriente contro la NATO. Il compagno Bayik ha descritto la missione controrivoluzionaria della NATO, la ferma posizione anticurda di quest’ultima e la schiacciante responsabilità di diffondere e promuovere il fascismo islamico.

Il Movimento di Liberazione curdo non riconosce la NATO come alleato politico. Esso la denuncia come il più forte nemico dei popoli. In generale, il KCK dichiara con forza che non riconosce gli Stati e le potenze come alleati, ma le persone e i movimenti sociali per la libertà, la democrazia e il socialismo.

Il movimento curdo nel nord della Siria non ha fatto alcun accordo politico con gli USA, non ha fatto concessioni sul programma di autonomia democratica. La cooperazione militare delle YPG/YPJ e poi delle SDF (le forze armate della Confederazione) con gli USA riguardava solo la guerra con l’ISIS. Le forze curde e confederate erano politicamente e strategicamente autonome e autosufficienti. La cooperazione militare si è svolta in un campo in cui la NATO era già impegnata in un’azione militare contro lo stesso avversario. Dopo che la resistenza rivoluzionaria curda ha lasciato ai margini le varie forze nazionaliste e di opposizione nel nord della Siria, la NATO è stata costretta a cooperare con la resistenza per rimanere sul campo di guerra siriano contro l’ISIS e, di conseguenza, nell’accordo imperialista sopra il territorio siriano. Per il movimento confederale, la cooperazione era una mossa per salvare le forze. Ecco perché è stata una cooperazione costruttiva: il Movimento di Liberazione non dipendeva da essa. La gente del posto non è mai stata costretta a collaborare con la NATO, come affermano falsamente gli autori. Lo scenario secondo cui l’unica alternativa per loro era fuggire o essere uccisi è una volgare distorsione storica. Il Movimento di Liberazione curdo stava già combattendo da quarant’anni avendo la NATO contro; non aveva bisogno di “salvatori”. Sta combattendo contro il fascismo turco, che è l’apice dell’aggressione della NATO. Il movimento rivoluzionario del Rojava, dopo aver ottenuto vittorie decisive, ha imposto i suoi termini alla NATO. Se la dipendenza fosse stata invertita non ci sarebbe stato alcuno sviluppo rivoluzionario.

Esaminiamo le particolarità del conflitto nel territorio siriano. Il movimento rivoluzionario in Rojava non si è scontrato militarmente né con la NATO né con l’imperialismo russo. Questo perché non era direttamente minacciato dalle potenze imperialiste. L’iniziativa di attaccare il militarismo imperialista non avrebbe ampliato la rivoluzione sociale, avrebbe invece sottoposto le sue forti radici a un estenuante contrattacco. Da quando l’ISIS è stato contenuto e posto sotto il controllo diretto del regime turco, gli Stati Uniti hanno attaccato indirettamente la rivoluzione sociale nel nord della Siria attraverso il militarismo turco, i suoi mercenari e il riaccendersi dell’attività dell’ISIS. Inoltre, l’imperialismo russo sta attaccando la Confederazione attraverso lo stesso meccanismo bellico sotto il suo controllo, così come attraverso i paramilitari di Assad. La Confederazione sta resistendo con forza a tutti loro.

Tuttavia, il movimento rivoluzionario del Rojava si è scontrato politicamente con gli imperialisti e con i loro piani per smantellare l’unità siriana e ripristinare il governo del regime. Si è scontrato efficacemente promuovendo il suo potere sociale-militare. L’ISIS è un nemico speciale. I rivoluzionari curdi non hanno collaborato con un imperialista contro un altro imperialista. Al contrario, nella lotta per la pace che la rivoluzione sociale cerca e può imporre, hanno assunto una posizione di disimpegno ed equilibrio. Stanno collaborando con gli imperialisti in una condizione particolare, contro il mostro che l’imperialismo ha allevato per mantenere guerra e tirannia in Asia e in Africa (e anche Assad lo ha allevato contro la rivolta siriana). Per la NATO è lotta con uno scopo limitato: regolare i confini dei giocatori. Per il movimento confederale è una lotta fino al traguardo.

Nessuna analogia può essere fatta con il conflitto sul territorio ucraino, tranne per il fatto che ovunque il fascismo turco ha i suoi interessi e svolge un ruolo nel fomentare la guerra. Tutti sanno e sostengono che la no-fly zone chiesta dallo showman Zelensky comporterebbe un conflitto interimperialista immediato e, di conseguenza, un inferno nucleare. Nello spazio aereo siriano è stata imposta, ma dalla NATO contro Assad. L’aviazione russa non è stata affatto infastidita dal divieto: ha raso al suolo le città senza violare alcun “trattato internazionale”. Inoltre, affinché due potenze imperialiste in competizione possano volare all’interno degli stessi confini, è necessario che abbiano costanti scambi di informazioni. Dopotutto, il presunto nemico era comune: il “jihadismo”.

Si dice anche falsamente che i curdi siano costretti a collaborare con il regime di Assad. Dall’invasione turca ad Afrin, sanzionata sia dall’imperialismo statunitense sia da quello russo, la Confederazione ha chiamato l’esercito nazionale a difendere i confini dello Stato siriano sulla base della ferma posizione del movimento della Confederazione Democratica contro tutte le invasioni e i cambiamenti di confine. Assad non ha risposto. Durante l’invasione del 2018 attraverso il confine del Rojava l’esercito del regime ha inviato alcune unità che sono state adattate all’organizzazione delle truppe confederate, ma non hanno partecipato a nessun combattimento. Da allora i paramilitari di Assad, in collaborazione con mercenari coloniali turchi, hanno assassinato i leader delle comunità non curde partecipanti alla Confederazione, al fine di spezzare la solidarietà nazionale intercomunitaria multietnica.

Allo stesso modo, le forze della guerriglia curda chiedono allo Stato iracheno e alle sue forze armate, che sono state militarmente colpite dal colonialismo turco, di difendere i propri confini nel Bashur (Kurdistan del sud), ma il regime iracheno, essendo sottomesso agli USA, guarda passivamente l’espansionismo turco. Solo il PKK sta difendendo i confini iracheni.

Oltre a rielaborare arbitrariamente la storia, la narrazione dell’articolo-posizionamento del Comitato di Resistenza ribalta la realtà del potere del movimento per minarne le proposte. L’errata interpretazione delle collaborazioni militari del movimento rivoluzionario mira a proiettarvi posizioni politiche antagonistiche a quelle del Movimento di Liberazione curdo: sottomissione fatalistica alle forze imperialiste, negazione della lotta diretta per l’autodeterminazione sociale (cioè al di fuori delle strutture oligarchiche borghesi), abbandono del terreno alle forze stataliste. Il Comitato, chiedendo la coscrizione nell’esercito statale ucraino, ha tentato di utilizzare il Movimento di Liberazione curdo per sostenere la sua proposta inaccettabile, presentando i curdi come se avessero accettato il disfattismo e la sottomissione mostrati dal Comitato stesso.

Quando in Rojava è stato lanciato il progetto di auto-organizzazione comunista, migliaia di guerriglieri sono scesi dalle montagne e si sono dedicati con abnegazione alla rivoluzione sociale. Quando l’ISIS (che gli USA avevano scatenato in Iraq come contrappeso al potere sciita iraniano) invase Sinjar, lanciando un nuovo genocidio degli Yezidi, nessuna forza statalista si alzò per difenderli. Dodici ribelli hanno preso la responsabilità e organizzato la resistenza, fermato l’avanzata dei jihadisti, capovolto la storia. La terra degli Yezidi è stata liberata per iniziativa popolare, non concessa da alcun governo, da alcun “protettore”. Al contrario, un anno e mezzo fa gli USA hanno redatto un accordo con il governo iracheno e il sottomesso governo regionale curdo del nord Iraq, che opera come agente del colonialismo turco, per imporre il disarmo degli Yezidi e la loro sottomissione allo Stato iracheno, che li aveva abbandonati agli artigli dell’ISIS.

Gli scriventi, posseduti dal militarismo, concludono sulla necessità dell’assimilazione politico-militare della resistenza alle moderne tecnologie belliche. Ed è qui che entra in gioco il loro riferimento utilitaristico al Movimento di Liberazione curdo, con il quale non hanno contatti e nemmeno l’interesse dell’aggiornamento di base. Negli ultimi cinque anni, il movimento di guerriglia curdo sta affrontando un’intensa guerra tecnologica, senza disporre di mezzi equivalenti. Adattando la sua organizzazione e tattica è riuscito a vanificare la superiorità tecnologica dell’esercito turco. Dalla primavera del 2020 l’esercito turco, con il forte supporto aereo di UCAV e droni bombardieri, ha cercato di impossessarsi delle basi ribelli delle Media Defense Zones sul confine turco-iracheno. La battaglia di Heftanin nell’estate del 2020 ha dimostrato che le forze di guerriglia possono resistere alla superiorità tecnologica di un esercito della NATO con risorse inesauribili. Nel febbraio del ’21 a Gare e di nuovo in primavera e in autunno durante l’assalto a tutto campo a Mediya le forze della guerriglia, arricchite dalle lezioni apprese dalla battaglia di Heftanin, trasformarono l’apice dell’offensiva antiguerriglia in una sconfitta senza fine per i colonialisti, infliggendo molte vittime e mantenendo la linea di difesa. Come ha sottolineato il comandante generale dei ribelli, Murat Karayilan, uno dei tre ribelli veterani del PKK ricercati dal Dipartimento di Stato, si tratta di «un moderno esercito di guerriglia, un esempio per il mondo intero»14. Se gli autori del Comitato ucraino avessero dato un’occhiata al flusso costante di testimonianze pubblicate dai guerriglieri curdi15 non avrebbero diffuso il fatalismo con cui tentano di corroborare la loro posizione filoimperialista.

Il Movimento di Liberazione curdo interagisce con chiunque abbia intenzioni di pace e combatte chiunque lo attacchi. Ha parlato con Assad, con l’imperialismo russo, con l’imperialismo della NATO, con i traditori del KDP e con i jihadisti curdi nazionalisti dell’ENKS (che hanno massacrato il popolo del Rojava), e in passato con Erdogan. Non per debolezza. Il suo potere sociomilitare gli conferisce la capacità di chiedere un tipo di pace fruttuosa. I rivoluzionari non cercano la guerra, portano la pace, perché la guerra è la gioia del potere e la miseria della società. Il movimento confederale si batte per la protezione e l’espansione delle conquiste sociali. La capacità del movimento sociale di cooperare anche con le forze stataliste, senza negoziare la sua autonomia, si basa sulla sua indipendenza politico-militare.

Se i soviet libertari non avessero messo radici, gli anarchici non sarebbero stati in grado di collaborare con Petliura e Grigoriev, né avrebbero potuto eliminarli senza complicazioni. Né, naturalmente, i bolscevichi sarebbero stati costretti a collaborare con i machnovisti. Questa cooperazione durò finché l’esercito libertario poté continuare indomito. Quando i bolscevichi furono in grado di radunare forze sufficienti per distruggere l’esercito libertario, la cooperazione fu tolta dall’elenco delle opzioni.

Oggi, nella guerra per il territorio ucraino, la coscrizione sotto la guida e la dipendenza dal governo è una dichiarazione di sconfitta per l’anarchismo rivoluzionario. Sostenere il nazionalismo guerrafondaio che dal 2014 invita l’imperialismo della NATO è la distorsione più pericolosa dell’anarchismo in tutta la sua storia. Il popolo ucraino dovrebbe essere il primo a rifiutarsi di dare più terreno all’avanzata della NATO nell’Europa orientale. Sono i popoli che, attraverso la propria tragedia all’interno dell’apocalisse dei poteri in guerra, possono incitare al salto rivoluzionario verso la frontiera della metropoli imperialista.

 

Crimethinc, yahoo!
In groppa a una democrazia nucleare
senza ideologia

 

L’articolo a cui si riferisce l’appello del Comitato di Resistenza è stato ripubblicato sul blog di Crimethinc. Sicuramente questa ripubblicazione ha contribuito alla sua diffusione, un punto evidenziato da Anarchist Fighter. Commenterò questa ripubblicazione perché, nel complesso, le posizioni politiche dell’articolo sono completamente in contrasto con le posizioni dogmatiche di Crimethinc, che le ha difese con insistenza. La strana adozione di opinioni diametralmente opposte, da parte di un mezzo di dibattito che fino ad oggi ha scelto ciò che pubblica con rigidi criteri ideologici, mi ha spinto a riflettere sul fatto.

Un anno e mezzo fa ho criticato (senza firmarmi) i post e i commenti pubblicati su Crimethinc sull’attuale guerra civile negli Stati Uniti, sul riformismo e sui gruppi di affinità16. Durante la Rivolta Nera, Crimethinc era una delle voci pubbliche che cercavano di negare l’esistenza e la legittimità della guerra civile, ovvero della guerra di classe aperta. Al centro di definizioni scolastiche storicamente incoerenti si poneva la convinzione che uno scontro militare tra il movimento sociale e le forze armate statunitensi avrebbe portato a un massacro insensato. Ma ora Crimethinc ha avanzato un appello per un confronto militare con un altro esercito moderno. Cosa è cambiato? Forse un parametro è la distanza. Più lontano è, meglio è: altri metteranno la mano nel fuoco. Ma non voglio accontentarmi di una tale sottovalutazione dei criteri politici dei redattori. Ci sono problemi più profondi sotto l’apparente differenza nel rischio.

Perché in un caso il conflitto armato è classificato come inaccettabile militarismo, mentre nell’altro è accettabile che la lotta sia interamente identificata con il militarismo statale? C’è un filo comune. Crimethinc deve convincere che alla base del suo pensiero c’è qualche altro filo conduttore, in grado di spiegare l’apparente componente comune: in entrambe le aree geografiche siamo chiamati a non confrontarci con il militarismo americano e, inoltre, siamo chiamati a riconoscerlo come nostro alleato al di fuori dei suoi confini. Il pacifismo all’interno del movimento locale viene aggiornato come manifesta collaborazione con il nemico esterno. No alla guerra civile di classe, sì al nazionalismo e all’imperialismo. In fondo le due posizioni non sono contraddittorie in termini di militarismo: sono ugualmente militariste e, anzi, sotto lo stesso capo. Come ho spiegato nell’opuscolo Antimilitarismo e anarchismo rivoluzionario17, l’antimilitarismo idealistico che evita la guerra politica di classe (la quale richiede un’organizzazione politico-militare) è una sottomissione feticista al militarismo di Stato, una manifestazione del dominio del suo terrorismo. Dunque, semplicemente, l’argomento per arruolarsi nel nazionalismo ucraino e nell’imperialismo della NATO era lo stesso per rifiutare la guerra civile negli Stati Uniti: le forze sociali non ne sono capaci.

In modo del tutto incostante, Crimethinc negli anni precedenti ha affermato tra l’altro che «i gruppi di affinità sono onnipotenti». Onnipotenti in modo generale e astratto (citando esempi solo dall’attivismo simbolico), ma totalmente incapaci di scontrarsi con il governo militare [in greco «stratokratia», ndr]. Così il movimento anarchico nel territorio ucraino, disperso, senza orientamento rivoluzionario e senza agire direttamente verso l’autonomia culturale, e quindi di necessità verso l’autonomia politico-militare e sociale, è scaduto nel nazionalismo. L’osservazione che avevo fatto sulle origini della guerra e del nazionalismo dalla affinità vale anche al contrario, sebbene non avessi profetizzato l’appello del Comitato di Resistenza, né fossi a conoscenza della partecipazione di (ex) anarchici alla guerra antiautonomista. L’affinità ha trovato una radice secolare, la nazionalità, e un caldo focolare, il fascismo. Ho l’impressione che questo tipo di confusione tra anarchismo e nazionalismo sia germogliato anche negli Stati Uniti e sia espresso dagli anticentralisti Boogaloo fino ai sostenitori di Trump come Blake a Capitol Hill. Dalla fiducia fanatica nei gruppi di affinità, Crimethinc si è trovata a promuovere uno pseudopiattaformismo con la mediazione del nazionalismo.

La questione dell’ideologia, che aveva preoccupato Crimethinc, diventa di attualità. Crimethinc, riproducendo la purezza accademica dei situazionisti, ha criticato l’ideologia. Partendo da una banale negazione del dogmatismo (con cui oggi tutti sarebbero d’accordo), gli anti-ideologi si credono e si professano liberi da pregiudizi: dicono solo verità. Non occorre dilettarsi col termine psicoanalitico di negazione per capire che chi dice «Non faccio questo terribile errore» lo farà alla cieca al primo turno. L’ideologia più oscura è la negazione dell’ideologia. È vero che Crimethinc ha difeso idee come gruppi di affinità, negazione della democrazia, negazione della guerra civile e negazione dell’ideologia con passione monolitica. Il dogmatismo che nega l’ideologia differisce dal dogmatismo che riconosce di fare ideologia nella coerenza della sua sostanza. L’anti-ideologo mescola tutto e niente senza cercare la coerenza. Può elevare il dettaglio insignificante a un principio cosmologico. Mentre l’ideologo almeno capisce che ogni idea trae la sua verità o inutilità dalle sue relazioni con la totalità delle idee. E se non è un dogmatico, comprende che i concetti in un dialogo sono relativi.

Cosa ha a che fare, allora, la «resistenza territoriale dell’Ucraina» con l’ideologia o con la non-ideologia? Era perfettamente ripulita dall’ideologia e quindi adattata all’ideologia apparentemente più naturale: l’ideologia della pulizia nazionale e della pulizia storica dall’antifascismo, dall’antimperialismo, dall’anticapitalismo… Simply, «Europe».

Dalla denuncia assoluta del concetto di democrazia emerso, come interrogativo sui processi sociali reali, dal Kurdistan, Crimethinc è passato istantaneamente alla promozione di alcuni che propongono la democrazia oligarchica e i regimi dell’Europa centro-occidentale come il corpo della Vergine Maria. Crimethinc aveva aperto un dialogo intorno al concetto di democrazia. Tuttavia, è degna di nota la ripubblicazione acritica di una propaganda polemica a favore della democrazia imperialista. C’è un punto di incontro tra le due posizioni, che si autodefinisce nel conflitto vero e proprio. Nel 2020 Crimethinc si è opposto alla guerra politica di classe e ha invece identificato i liberal (in senso politico, come usato dagli americani) e il Partito Democratico come alleati del movimento sociale. Non democrazia di e per il movimento sociale, liquidata come pura ideologia; invece, democrazia da parte dello Stato e sotto lo Stato, senza ideologia: solo nuda capitolazione. Ora, in una guerra che mette a nudo la piena dinamica distruttiva del capitalismo, con il presidente democratico degli Stati Uniti che supera i pragmatici del Pentagono nel fomentare la guerra, Crimethinc ha dato il “la” all’opportunismo avventuriero di identificarsi con un personaggio televisivo, Zelensky, assurto al ruolo di eroe nazionale con sogni nucleari. Bravi compagni! Avanti così, dritti a far saltare in aria la Terra!

 

Pace celeste

 

Il testo delle Federazioni e delle organizzazioni anarchiche pone come dovere rivoluzionario e di classe l’organizzazione e il rafforzamento del movimento internazionalista contro la guerra e antimperialista della classe lavoratrice. Tuttavia, non prende una posizione concreta sulle conseguenze pratiche di questo compito sul terreno della guerra. Si riferisce astrattamente al sabotaggio della macchina da guerra. Dove può avvenire questo sabotaggio? Nella retroguardia della guerra imperialista e interstatale si sta già manifestando in forma seminale, con le mobilitazioni di massa in territorio russo e mondiale. Il rifiuto dei russi di arruolarsi è molto significativo. Tuttavia, la guerra imperialista si ferma solo con la sconfitta delle potenze imperialiste, sia sul territorio conteso, sia con una rivoluzione nelle loro metropoli. La macchina da guerra russa crollerà o per la resistenza ucraina o per la rivoluzione sociale dentro i confini russi. Le due prospettive sono collegate: la resistenza ucraina è il catalizzatore del rafforzamento del movimento sociale sul territorio russo, come hanno osservato i compagni di Anarchist Fighter18. È quindi importante tenere presente che la resistenza politicamente e militarmente indipendente del movimento rivoluzionario libertario darà il contributo più forte al movimento russo, oltre a limitare i pretesti pseudoantifascisti del nazionalismo russo. A sua volta, l’emergere di un movimento rivoluzionario in Russia sarà l’arma più potente della resistenza ucraina. Inoltre, per quanto riguarda il movimento all’interno della Russia, l’azione rivoluzionaria indipendente dei libertari e la loro distinta pratica anticapitalista non solo contro il regime di Putin, ma anche contro quelle parti della borghesia con cui la NATO prevede di manipolare il movimento sociale al fine di sostituire Putin, sono fondamentali. Una rivolta persa nel cosiddetto riformismo democratico non farà uscire né il popolo russo né quello ucraino dalla tirannia dell’oligarchia imperialista e dalla guerra che sta facendo rivivere. Non c’è via d’uscita pacifica per i popoli senza la comune lotta rivoluzionaria, anche se questa necessità implica prolungati conflitti dei popoli stessi contro i poteri capitalisti.

Allo stesso modo, l’avanzata della NATO sarà fermata o dalla conversione della resistenza ucraina in una rivoluzione sociale, o da una rivoluzione sociale al centro dell’alleanza imperialista. Quest’ultima ipotesi sembra la più improbabile. Ma la Rivolta Nera negli USA ha infranto in un giorno anche le mire conservatrici. Vorrei sottolineare a questo proposito che da un lato l’incapacità dello Stato americano di gestire internamente i conflitti di classe spinge verso la riesportazione di guerra e “democrazia”, e dall’altro l’incapacità dell’insurrezione di organizzarsi in una guerra sociopolitica permanente lascia la macchina da guerra americana libera di fare il suo gioco a livello globale. Vedere la guerra sul territorio ucraino al di fuori delle sue dimensioni globali è autodistruttivo.

La più forte garanzia per fermare la guerra imperialista e per il prevalere delle idee rivoluzionarie tra il popolo russo e ucraino è un movimento antimperialista militante, e quindi armato, nelle retrovie della NATO e sui fronti di guerra della NATO. Per risvegliare la guerriglia metropolitana dei cinquant’anni precedenti. La rivoluzione sociale nel territorio russo-ucraino passa attraverso il supporto pratico della rivoluzione sociale in Medio Oriente, in Kurdistan, in Palestina, in territorio turco, in quello arabo, e dell’autodifesa e dell’autorganizzazione delle donne in territorio afghano e non solo.

I compagni siriani hanno osservato quanto segue: «È auspicabile comprendere precisamente gli interessi economici, diplomatici e militari delle grandi potenze; accontentarsi di un quadro geopolitico generico della situazione può lasciarci con una comprensione astratta e sconnessa del campo. Questo modo di intendere tende a nascondere i protagonisti quotidiani del conflitto, quelli che sono come noi, quelli con i quali possiamo identificarci».

Il testo delle Federazioni anarchiche non dice nulla sulla resistenza nello spazio ucraino, né sulla rivoluzione sociale come forma necessaria del movimento contro la guerra e antimperialista nel territorio ucraino, russo e della NATO. Le Federazioni sostengono il rafforzamento delle lotte di classe e sociali, senza una parola sugli impegni e le iniziative necessari che abbiamo la responsabilità di assumere come anarchici, collettivamente e singolarmente, per accendere lotte di classe e sociali con le caratteristiche rivoluzionarie che corrispondono ai bisogni attuali. Poiché le Federazioni non si assumono alcuna responsabilità, la visione politica è distaccata dalle lotte sociali di classe e quindi queste lotte rimangono prive di segnali rivoluzionari. Nella realtà concreta della guerra russo-ucraina e NATO-Russia, il compito degli anarchici rivoluzionari è di contrastare attivamente l’intera matrice del militarismo imperialista in modi idonei a provocarne la sconfitta. Chiaramente, l’obiettivo di sconfiggere le forze militariste implica un’azione diretta per l’autodeterminazione sociale e l’autodifesa e allo stesso tempo un’azione di guerriglia diretta. Nel testo delle Federazioni, la «rivoluzione sociale mondiale» è un punto di orientamento temporalmente e praticamente astratto di «costruzione della società comunista libertaria», l’utopia che segue la rivoluzione senza tempo. Sono proprio i rinvii utopici e le varie teorie degli stadi (che sono variazioni dei primi) che cedono all’opportunismo il divenire reale. Ad esempio, tale era il rapporto del marxismo, con la sua filiazione socialdemocratica e leninista. Tale è il congelamento storico dell’anarchismo e anche la sconfitta della rivoluzione sociale iberica del 1936 nella capitolazione alla democrazia borghese. L’utopismo lascia il campo sociale inerte per il suo sfruttamento da parte del fascismo, come è successo nello spazio ucraino. E gli stessi utopisti, nell’ora della lotta politica, ricorrono al pacifismo passivo: mentre i soldati russi montavano sui carri e i bombardieri scaldavano i motori, le Federazioni anarchiche si accontentavano di dichiarare che «non ci uccideremo l’uno con l’altro». La preghiera della domenica. Il fatto più certo in guerra è che la chiamata antiguerra non raggiungerà nemmeno un solo soldato russo. Solo la resistenza, cioè che anche i soldati russi sperimentino gli orrori della guerra, può rompere la loro disciplina e risvegliare il bisogno di disobbedienza per la fraternità e per una comune lotta rivoluzionaria. Così, durante la seconda guerra imperialista mondiale, soldati italiani e tedeschi disertarono verso il fronte antifascista. Se non condividiamo il dolore, come si supera la disuguaglianza di classe? Infine, per la fraternità del Popolo russo, che manovra la macchina da guerra dell’imperialismo russo, con il popolo ucraino, fattore fondamentale è la presenza politico-militare autonoma del movimento rivoluzionario nella resistenza.

Il testo delle Federazioni si conclude sostenendo che è tempo di affrontare il sistema in modo organizzato e dinamico, organizzandone il rovesciamento su scala internazionale. Dopo un anno e mezzo, chiederò ancora una volta almeno alle organizzazioni politiche in Grecia se hanno stabilito come obbligo non negoziabile per i loro membri di rifiutare la coscrizione militare. Se hanno operato per l’autodifesa del movimento sociale, cioè se si sono occupati di creare strutture armate, questo oggi si dovrebbe vedere nella pratica.

Almeno il contatto delle Federazioni con la partecipazione diretta alla rivoluzione nel nord della Siria è un segnale promettente. E anche alcune organizzazioni politiche come la FAU, che è stata coinvolta19 nella lunga lotta armata antidittatoriale, penso possano capire il significato di una simile critica.

Il testo delle Federazioni anarchiche non commette un errore più grave di qualsiasi altro testo libertario mondiale su questa guerra. Al contrario, riconosce l’antagonismo imperialista come il contesto generale di questa particolare guerra, avvicinandosi di un passo a una posizione rivoluzionaria, in contrasto con l’operaismo idealistico e il pacifismo che dominano i testi libertari. Ho scelto di commentare questo testo per il peso delle sue firme e soprattutto perché è stato il primo in territorio greco a descrivere in modo un po’ concreto la situazione. Credo che la risposta più costruttiva alla metafisica operaista e pacifista venga dalla Federazione Anarchica Londinese-AF Nomads20. «Gli anarchici ucraini sono ora costretti a scegliere se combattere contro l’imperialismo russo e rischiare di essere trascinati nel sostegno pratico alle istituzioni nazionaliste e militariste a cui tutti gli anarchici si oppongono, o cercare di opporsi a qualsiasi azione militare e rischiare di consentire al popolo ucraino di acquisire uno Stato fantoccio che sarà loro imposto ed è molto probabile che sia anche peggio dell’attuale Stato ucraino. Non invidiamo chi deve fare questa scelta e non ci sentiremmo a nostro agio nel giudicare nessuno dei nostri compagni per qualunque scelta facciano. Vi auguriamo buona fortuna». Questo paragrafo da solo, in contrasto con tutto il resto che è stato scritto dai libertari, dice la dura verità. Attraverso un’inevitabile dichiarazione negativa, descrive la prigionia degli anarchici e dei popoli che non si organizzano in una direzione rivoluzionaria, e quindi porta inconsciamente alla ribalta l’urgente proposta piattaformista, anche se gli autori di questo paragrafo prendono le distanze dalla questione. Almeno il loro sostegno al Comitato di Resistenza, dopo aver dichiarato solidarietà al popolo ucraino, è l’atteggiamento più sincero nel congelamento generale del movimento libertario internazionale, il più sincero nel generale distanziamento.

Per penetrare le debolezze politiche e le conseguenze dell’operaismo idealista e del pacifismo, è sufficiente esaminare la posizione del Partito Comunista di Grecia (KKE). Il KKE ha espresso un disfattismo antimperialista, probabilmente per la prima volta nella sua storia. Finora, in ogni intervento della NATO, il KKE ha commentato il carattere anticomunista-controrivoluzionario della resistenza islamica, come ha fatto con il regime di Saddam (non ha parlato dei regimi di Milosevic e di Assad), ma allo stesso tempo ha sottolineato che l’imperialismo viene sconfitto sul campo di battaglia. Ora il KKE non riconosce nella resistenza ucraina il carattere di difesa antimperialista, secondo i libri di testo di Lenin; percepisce il popolo ucraino come la prima linea dell’imperialismo della NATO contro l’imperialismo russo. Sebbene da un punto di vista politico sia così, l’annientamento ideologico della difesa del popolo ucraino contro l’offensiva militare a cui è sottoposto suggerisce il loro prevedibile abbandono al dominio della Russia. Altri leninisti, non revisionisti come il KKE, ricordano che disfattismo rivoluzionario significa guerra contro tutte le potenze borghesi. In che modo i libertari che sostengono la resistenza passiva dei lavoratori idealisti sono diversi dal KKE? Anche loro stessi non credono che uno sciopero generale sul territorio ucraino possa ostacolare anche solo lontanamente la macchina militare russa. Dimenticano quante battaglie militari combatté il movimento operaio tedesco durante il suo periodo rivoluzionario dopo la prima guerra imperialista mondiale, e dimenticano le successive sconfitte dovute all’assenza di un’organizzazione rivoluzionaria unificata.

Il movimento machnovista è nato dalla resistenza della guerriglia, non dall’accoglienza fraterna delle truppe di Denikin e Wrangel. La forza del movimento era il raggiungimento diretto e la costituzione dell’autodeterminazione sociale e dell’autosufficienza politico-militare. Le conquiste sociali della rivoluzione nello spazio ucraino furono inseparabili dallo sviluppo dell’esercito popolare libertario. Ora, ancora una volta nella storia, come movimento anarchico internazionale ci troviamo impreparati a intervenire come si conviene alla situazione.

 

Un esempio di artificio e rassegnazione
o di cruda propaganda di regime?

 

Proseguendo il dibattito sul testo delle Federazioni anarchiche, farò riferimento anche a un testo critico sul posizionamento delle Federazioni pubblicato su indymedia-atene. Poiché questa non è una ripubblicazione, probabilmente non è stato coinvolto nel dibattito internazionale. È di particolare interesse, tuttavia, perché va oltre i testi del Comitato di Resistenza, tentando di avvolgere in una veste teorica le posizioni filobelliche e filoimperialistiche, principalmente facendo riferimento all’esempio del Confederalismo curdo. I capovolgimenti storici e politici sono palesi. Il testo, intitolato e firmato Posizione rivoluzionaria del movimento anarchico sulla questione ucraina, individua opportunamente la debolezza del testo delle Federazioni nel punto in cui «invita i lavoratori a sabotare la macchina da guerra in modo generico e vago». Ma a che scopo identifica questa fondamentale debolezza?

Il testo si apre con una posizione chiaramente filoimperialista, che tenta di cancellare l’intera storia internazionalista del movimento operaio e la storia della lotta del movimento contro la guerra e antimperialista, trasformandola in un allineamento con l’imperialismo della NATO all’interno del proprio territorio. Il disfattismo antimperialista viene messo a tacere e viene invece portato alla luce un antirussismo autosufficiente, presuntamente antimperialista, simile a quello che aveva condotto i proletari tedeschi al macello della prima guerra imperialista mondiale. «La posizione internazionalista, contro la guerra, antimperialista, ha senso solo sui territori dell’Occidente e solo se si parla di azioni dirette aggressive e scioperi contro il capitale russo e la rappresentanza politica russa».

Pura retorica socialista-nazionale.

È immediatamente evidente che il suo riferimento alla tradizione pacifista e antimperialista è solo un pretesto. Le posizioni contro la guerra sul terreno ucraino, cioè sul campo di guerra, sono descritte come astensionismo e resa collettiva. Contro il posizionamento antimperialista degli anarchici viene schierato il tradizionale linguaggio monarchico-fascista: i collettivi anarchici sono caratterizzati come «asserviti» all’analisi antimperialista dei «comunisti».

Successivamente, il testo copia elementi del paradigma confederale, che poi inchioda a soggetti e processi politici inesistenti, per arrivare a un crescendo di sottomissione pro-NATO.

Plagiare proposte confederali per sostenere apertamente una belligeranza pro-NATO è inaccettabile. Ho spiegato sopra, così come in altri testi di aggiornamento analitico pubblicati recentemente21, in traduzioni di dichiarazioni pubbliche del Movimento di Liberazione curdo, in confronti filosofici, valutazioni politiche, ecc., che per il Movimento di Liberazione curdo, i suoi guerriglieri, le sue milizie e nella Confederazione nord-siriana, il criterio politico contro la guerra è fondamentale e determina la loro cultura, la loro politica, la loro strategia e perfino i loro modi di combattere. È ovvio che la percezione antidialettica che pervade questo testo, che non riconosce la possibilità di una posizione contro la guerra in guerra, appartiene interamente alla tradizione statalista militarista, all’ideologia patriarcale più conservatrice.

Il testo, prima di concludere con un appello politico generale come quello delle federazioni, spara il colpo più velenoso contro il modello curdo e la liberazione sociale: «al momento non può esserci guerra rivoluzionaria popolare vittoriosa contro le forze espansionistiche senza l’appoggio di altre forze espansionistiche». A questo punto il testo chiede la sottomissione all’imperialismo, al nazionalismo e allo Stato in termini assolutistici: «per quanto riguarda i paesi della NATO e il governo ucraino, le forze rivoluzionarie devono obbedire (alle necessità della guerra rivoluzionaria) (…)». Devono obbedire. E anche «così oggi la rivoluzione ha esigenze oggettive». Il cattivo vecchio determinismo marxista al servizio della dittatura borghese. Niente a che vedere con la cosmologia radicale del Movimento di Liberazione curdo, che è critico nei confronti dello scientismo, del positivismo, della separazione soggetto-oggetto e della (ora scientificamente contestata) oggettività.

«Chi sta formando un campo per la liberazione dei popoli» oggi nello spazio ucraino? Non certo quelli che chiedono la coscrizione sotto la guida delle potenze borghesi e al fianco di quelle naziste. Non quelli che chiedono di entrare a far parte della Legione paramilitare internazionale di difesa territoriale, che è un organismo simile alle organizzazioni jihadiste del regime colonialista turco nel nord della Siria e probabilmente anche con la presenza di jihadisti. Non coloro che non praticano l’autonomia sociale e l’autodifesa, ma vogliono invece portare il popolo ucraino e il movimento per la libertà internazionale nelle file dell’imperialismo della NATO. Come sarà sconfitto l’esercito russo «principalmente a livello politico» se il nazionalismo, il riformismo e la sottomissione all’imperialismo non saranno sconfitti politicamente? Ovviamente, il testo interpreta la vittoria politica sul militarismo russo come la vittoria della propaganda della NATO. Chi sono le forze che formano un «campo democratico rivoluzionario» e hanno il potere di imporre i loro termini alla NATO, come il TEV-DEM (Movimento Democratico del Rojava), le YPG/YPJ e la Confederazione della Siria settentrionale? Quali condizioni sono state imposte a Zelensky e ai suoi mecenati dal movimento rivoluzionario? Parole vuote.

Quali «anarchici ucraini sono in guerra con i fascisti»? Non certo i suddetti, dal momento che anche l’articolo-autopresentazione del Comitato di Resistenza non richiede una lotta antifascista. Quindi hanno creato «il proprio braccio armato» sul nazionalismo e non sulla rivoluzione sociale. Al momento non conosciamo alcun “vuoto di potere” nello spazio ucraino, ma solo un’eccessiva concentrazione di poteri di guerra. Sappiamo che esiste un vuoto di presenza anarchica rivoluzionaria che stanno cercando di colmare con il nazionalismo.

Questa dichiarazione di fedeltà al dominio imperialista invoca anche come esempi, ma solo per nome, «gli anarchici in Spagna contro Franco» e «l’alleanza dei comunisti con l’Inghilterra contro i nazisti». Ma non dice nulla sui fatti storici, le circostanze e le debolezze delle decisioni politiche citate, né sui loro risultati.

In Spagna, ai tempi, gli anarchici davvero chiesero e attesero l’aiuto dalle democrazie borghesi d’Europa, e soprattutto di quella francese. Nessuno Stato europeo aveva alcun interesse a farsi coinvolgere nella guerra civile spagnola e tanto meno a sostenere una rivoluzione libertaria. Del resto nessuno voleva scontrarsi di nuovo con il militarismo tedesco e, inoltre, fino all’attacco al confine francese, la borghesia europea voleva e credeva che l’imperialismo tedesco si sarebbe rivolto esclusivamente a est, con l’obiettivo principale del territorio dei bolscevichi, che erano il loro nemico comune. I “democratici” europei hanno tenuto in attesa gli spagnoli, mentre il loro abbandono era una conclusione scontata. Questa illusione degli anarchici è costata loro in termini di autosufficienza e iniziativa; ha contribuito al loro confinamento all’interno del campo governativo.

Gli anarchici spagnoli guardavano al centro capitalista dell’Europa invece di rivolgersi ai loro alleati nella periferia coloniale. Franco iniziò con i mercenari mauritani dal Marocco. Attraversò Gibilterra in barca dopo che la marina spagnola si era schierata con i repubblicani. Il movimento militare nella terraferma spagnola era stato sconfitto. Gli anarchici hanno compreso con un ritardo frenante l’importanza di lavorare con il movimento anticoloniale marocchino22. Non facciamo ipotesi sulle ragioni che hanno tenuto gli anarchici spagnoli lontani dalla lotta nelle colonie spagnole, ma ricordiamo che si tratta di una posizione disastrosa.

Gli alleati del popolo ucraino non sono la NATO, che comunque non avrebbe lanciato una guerra nucleare, né per un ricco pezzo di terra ai piedi dell’imperialismo rivale, né per avventurismo nazionalista. Se gli USA cercheranno di sostenere la guerra in territorio ucraino, come sembra, lo faranno per lo stesso motivo per cui l’hanno fomentata: indebolire l’economia europea, sia occidentale sia russa, direttamente e politicamente, minando l’alleanza imperialista delle potenze dominanti dell’UE con il capitalismo russo, e promuovere i propri interessi commerciali rispetto a quelli dell’imperialismo russo. L’intervento della NATO nello Stato ucraino, almeno dal 2013 e oggi in guerra, è finalizzato alla ridistribuzione del territorio delle infrastrutture produttive (per esempio i gasdotti) tra i monopoli imperialisti, e a tal fine assume la forma di guerra e distruzione per i popoli. L’analisi anarchica è classista in relazione a ogni fenomeno della cultura capitalista. Gli sviluppi transnazionali hanno il retroterra di classe più profondo. I rapporti di classe diventano sempre più concreti man mano che esaminiamo livelli più globali, mentre la riduzione alla struttura più elementare del capitalismo, la schiavitù salariale, non chiarisce nulla se non la necessità di abolirla. Quando perdiamo di vista le condizioni di classe e le loro dinamiche, cadiamo nel militarismo e poi in posizioni filonazionaliste o nel complemento passivo del militarismo, il pacifismo. Gli alleati del popolo ucraino sono il popolo russo, i popoli bombardati e perseguitati del Medio Oriente, gli emarginati e i proletari dell’Africa, affamati e massacrati dai signori della guerra, il movimento internazionalista, antimperialista e contro la guerra, le rivolte proletarie e i movimenti rivoluzionari ovunque sulla Terra.

Per quanto riguarda l’alleanza del KKE con l’imperialismo britannico nella seconda guerra imperialista mondiale, costituisce un modello per rifuggirne. Proprio lo spirito teso a mantenere disciplinati i fronti nazionali alla linea stalinista e all’Accordo di Yalta fu il fattore decisivo per la svendita della rivoluzione sociale in Grecia, per il tradimento del partito nei confronti della resistenza popolare nella capitale, per il suo abbandono alle armi e ai bombardieri inglesi durante gli eventi del dicembre ’44, per la tardiva battaglia di retroguardia (la guerra civile) e, infine, per il lungo disarmo del movimento, le stragi, le persecuzioni, gli esuli, ecc. Se c’è una verità storica incontrovertibile, è che la resistenza antifascista nei Balcani non ha avuto bisogno di alcun aiuto esterno, né per formarsi, né per sopravvivere, né per indebolire e confinare le forze fasciste, come hanno fatto i movimenti di guerriglia albanese, jugoslavo e greco (e quello Slavo-Macedone al loro interno). I comunisti albanesi, alla fine della guerra, arrivarono a proibire alle forze inglesi di mettere piede in territorio albanese.

È specialmente questa distorsione storica, fatta in modo superficiale, a rendere sospetto il testo firmato «Posizione rivoluzionaria». Sebbene i poteri cospirino, la concezione più veritiera è quella più coerente ed è l’analisi delle relazioni di classe, dei loro strati ideologici (per esempio l’economia) e dei conflitti politici che li circondano. La lotta sociale non è guidata da agenti, è guidata dagli interessi di classe e dalle idee politiche ad essi associate. E le idee politiche non sempre finiscono dove pensano di arrivare. Piuttosto, lo fanno raramente. L’eterogenesi dei fini è inevitabile: non è la Ragione perfetta a dominare, ma gli infiniti e l’entropia. Come hanno riscontrato diversi filosofi della storia (Hegel, Marx, Kondylis, ecc.), l’«artificio della storia» produce spesso risultati così decisivi che nessun programma politico e nessuna forza organizzata potrebbero averli avviati, ma vi cadono dentro. La debolezza politica e i raggiri fanno il lavoro principale, non le cospirazioni e i tirapiedi. Il fatto cruciale è l’assenza di visione rivoluzionaria (memoria e ideologia) e l’assenza di orientamento politico. Ciò è evidente nei testi che chiedono un impegno per il nazionalismo ucraino e per l’aspettativa della protezione imperialista. La cronica negazione della necessaria unità politica degli anarchici e della necessaria pratica socialmilitare (l’antipiattaformismo diffuso) porta a subordinazione militarista o pacifista. Il militarismo cerca un varco attraverso le teorie degli stadi o nelle illusioni cospirative.

Gli inganni politici che circondano la resistenza nazionale ucraina non sono affatto indifferenti. Vediamo come si tenta di abbattere tutte le vittorie del Movimento di Liberazione curdo, di far precipitare le rivoluzioni nel vergognoso pozzo della manipolazione politica. È fondamentale riconoscere che la guerra in territorio ucraino, a causa di debolezze storiche, apre la strada all’assimilazione di parti del movimento anarchico al fascismo. Dovremmo essere vigili a livello internazionale e soprattutto nello spazio greco, dove negli anni passati, con i trattati memorandum e la questione macedone, sono emerse deviazioni nazionaliste da parte di anarchici con un passato di lotta importante.

Quanto alle lezioni apprese dal Movimento di Liberazione curdo, mentre le Federazioni perdono di vista il loro specifico compito per la loro inerzia strutturale, questa distorsione del confederalismo non è primariamente segno di debolezza, ma piuttosto di uno sfruttamento senza radici nel movimento. Sul tema della storia, aggiungerò un commento. Con un testo23 su un sito web correlato, il Comitato di Resistenza produce un argomento certamente accattivante. Cita la partecipazione degli esiliati spagnoli al maquis (gruppi di guerriglia antinazisti francesi) come esempio di anarchici che collaborano con i democratici. È vero. Menziona anche il fatto che gli anarchici con i carri armati furono i primi ad entrare a Parigi, insieme alle truppe di De Gaulle. Solo che il regime ucraino ha più cose in comune con il regime di Vichy che con De Gaulle, per non parlare del maquis, che era in gran parte presieduto da comunisti: perseguita i comunisti e ha nazisti nel suo apparato e in prima linea, e ha anche seppellito la memoria antifascista, incorporando il nazismo di Bandera nella sua narrativa nazionale.

Il testo fa un salto da Parigi all’URSS, citando alcuni marxisti antistalinisti (apparentemente come copertura del pluralismo) per notare attraverso i loro scritti che «Stalin non era migliore di Hitler» e che la sinistra dell’epoca chiedeva di «non difendere l’Unione Sovietica». Da una prospettiva antiautoritaria è inaccettabile discutere quale tiranno abbia sterminato più persone. La cosa importante di questa narrazione è che mentre la cooperazione degli anarchici con tutte le normali forze capitaliste è giustificata, in merito alla difesa antinazista dell’URSS viene mantenuta una posizione neutrale simile a quella che il Comitato denuncia come «partecipazione ai crimini di Putin» (lo vedremo tra poco). Possiamo dubitare della sincerità di questa contraddizione nelle posizioni del Comitato. Sarebbe prudente chiedersi se questa non sia una giustificazione implicita del nazismo ucraino, di Bandera.

Il fatto che lo Stato militare russo abbia nelle sue fila nazisti e mercenari non giustifica l’altra parte. Oggi nello spazio ucraino le condizioni sono più chiare che mai per riconoscere la necessità dell’autonomia politico-militare del movimento anarchico e delle forze sociali. Nella direzione opposta, il Comitato di Resistenza, per sostenere la sua svolta verso le forze nazionaliste, sta ricorrendo all’aperta difesa dello Stato ucraino contro le accuse delle sue manifestazioni naziste. Nel suo articolo più recente24 su Crimethinc, anche se definisce lo Stato ucraino neoliberista (i fascisti possono facilmente adottare questa critica riformista) e «non simpatico» (come se ci fossero Stati simpatici), lo paragona agli Stati russo e bielorusso per scagionarlo. Sfacciatamente sminuisce e giustifica le pratiche di pulizia nazionale: il divieto di usare la lingua russa viene definito come «alcuni problemi di discriminazione linguistica», pratica anche scagionata, poiché «il russo è liberamente parlato nella sfera della vita privata»; come a dire, «sei fortunato che ti abbiamo lasciato sopravvivere in clandestinità». In conclusione, il Comitato attacca il movimento antifascista internazionale, chiamando tutti i critici dello Stato ucraino «complici dei sanguinosi crimini del regime autoritario di Putin». La polarizzazione nazionalista permea il discorso del Comitato. «Quindi, chiunque faccia congetture sull’Ucraina (suona come un proclama totalitario), dicendo che si tratta di “uno Stato nazista o qualcosa del genere” (come avere tra le sue file il battaglione Azov per commettere atrocità?) (…) è partecipe delle forze di Putin (…)». Il Comitato di Resistenza non riesce a convincere che non stia intraprendendo un progetto di integrazione degli anarchici locali e dei solidali internazionalisti nelle strutture fasciste della borghesia ucraina e della NATO, consapevolmente o inconsapevolmente.

«La nostra esperienza in Siria ci incoraggia a non sottovalutare le correnti reazionarie all’interno dei movimenti popolari. Oltre ad offrire incarichi importanti agli ultranazionalisti, il regime ucraino è stato rifondato da oligarchi e altri preoccupati di difendere i propri interessi economici e politici e di estendere un modello di disuguaglianza capitalista e neoliberista». I rivoluzionari siriani, che fino a due settimane fa odiavano Putin più di chiunque altro sulla terra, sono «complici dei crimini di Putin»?

Quanto all’accusa di «partecipazione alle forze e ai crimini di Putin», da questo orecchio i rivoluzionari anarchici non ci sentono. Il fascismo ucraino e russo sono fratelli che combattono sullo stesso campo. Solo loro combattono massacrando le persone sul campo.

Andiamo avanti.

 

E ora cosa facciamo?

 

Non c’è buona teoria se non dà risposte pratiche ai bisogni specifici, nelle circostanze date. Inizierò con le proposte dell’Organizzazione di Autodifesa Rivoluzionaria, «non nella convinzione che lo abbiamo detto meglio», ma per semplicità. Le tre «linee di riferimento per un movimento rivoluzionario internazionale su basi solide», che l’Organizzazione Rivoluzionaria di Autodifesa aveva proposto, sono, credo, una formulazione abbastanza concisa e condensata in merito all’unità tra la dimensione politica, di classe e sociale della liberazione dal potere. Le tre linee di orientamento:

 

A – Il movimento rivoluzionario del nostro tempo deve e può essere antistatalista e deve porsi come obiettivo immediato il rovesciamento del regime politico-militare ed economico, l’abolizione delle istituzioni statali e lo sradicamento dei meccanismi di potere.

 

Osservando la rivoluzione in Rojava, diventata l’argomento giustificativo di coloro che sostengono l’arruolamento nelle forze stataliste nazionali, possiamo vedere che il TEV-DEM ha di fatto annullato le forze politico-militari e il dominio economico del regime di Assad, così come quello dell’ISIS. Ha creato nuove istituzioni sociali e politiche e si oppone ai meccanismi di potere e, estendendo l’autonomia sociale e l’autodifesa, li sradica. Il movimento di autogoverno democratico ha tentato di cancellare l’autorità del regime turco dietro il confine turco nel 2015.

 

B – Il movimento rivoluzionario del nostro tempo deve e può porsi come obiettivo immediato la socializzazione di tutta la ricchezza attraverso comuni armate che devono e possono essere stabilite da oggi attraverso l’azione rivoluzionaria delle assemblee operaie e delle comuni. Lo schema caratteristico del socialismo statalista, “prima il potere politico, poi la rivoluzione sociale”, è storicamente morto, avendo portato a irreparabili arretramenti. Lo abbiamo analizzato nella nostra precedente dichiarazione. Ora, nella fase di autodissoluzione della mediazione politica, che è espressione della crisi sistemica, nessun cambiamento politico è possibile senza rivoluzione sociale, nemmeno come farsa (…) Oggi il rovesciamento del regime politico-militare può essere compiuto solo dal movimento sociale che, rifiutando ogni mediazione politica, costruirà le sue strutture federali aperte sulla base del rovesciamento diretto del regime economico, attraverso l’imposizione di condizioni sociali contro gli interessi dei padroni e l’espropriazione della ricchezza sociale.

 

La guerra sul territorio ucraino riguarda sia le relazioni militari imperialiste sia lo sfruttamento economico e, di conseguenza, il regime politico. Nel territorio ucraino, come in ogni territorio, rivoluzionario è il movimento internazionalista che costituisce il potere politico-militare degli sfruttati, dei lavoratori, dei lavoratori autonomi poveri e degli esclusi. Soprattutto in questa guerra, il primo articolo di un programma rivoluzionario deve essere la persecuzione di tutti i capitalisti e degli oligarchi politici russi, ucraini e affiliati alla NATO, la socializzazione di tutte le risorse naturali e delle infrastrutture produttive e la loro gestione confederale secondo criteri ecumenici ed ecologici.

Non dimentichiamo che l’oligarchia capitalista russa e il regime di Putin sono il risultato del predominio del capitalismo di mercato sul capitalismo monopolistico di Stato. Il neoimperialismo russo non è una variante dell’URSS, sebbene entrambe le strutture abbiano raccolto l’eredità della civiltà zarista; è il completamento e la frammentazione del centralismo statale dell’ex impero zarista all’interno del capitalismo globale. Da questo punto di vista, nazionalismi divergenti, come quello ucraino, sono il completamento della democrazia borghese, ma nel senso storico specifico dell’integrazione frazionata dell’oligarchia politica e di classe del capitale.

«Certo, viviamo all’ombra dell’internazionalismo operaio – che è stato sostenuto da Stati, partiti politici, associazioni e grandi organizzazioni – che ha saputo sopportare il peso dei conflitti internazionali in Spagna nel 1936 e successivamente in Vietnam e Palestina negli anni 1960 e 1970» (Collettivo degli esuli siriani).

 

C – Oggi è necessario e fattibile diffondere l’auto-organizzazione rivoluzionaria nella grande massa degli sfruttati e degli esclusi. È necessario e fattibile sviluppare l’autodeterminazione sociale qui e ora.

 

Gli appelli a unirsi al campo nazionalista, come quello del Comitato, hanno come premessa la negazione dell’attualità e della possibilità di questa linea di riferimento, sottomettendosi di conseguenza all’oligarchia politica ed economica nazionale e imperialista.

Come ha osservato l’Organizzazione di Autodifesa Rivoluzionaria, «le tre linee di riferimento fondamentali per un movimento rivoluzionario internazionale sono conseguenti allo scopo della liberazione dell’umanità dalla schiavitù politica, dallo sfruttamento e da ogni esclusione. Le tre linee formano un’unità dall’inizio. Ciascuna esiste nelle altre e da queste si deduce. Esse si rafforzano tutte insieme, o il movimento rivoluzionario non si sviluppa affatto».

L’impegno militare per le forze nazionaliste, e in particolare per la piramide militare statale, esclude l’autonomia politica delle forze sociali. Anche senza adesione agli ordini della leadership nazionalista, la dipendenza militare dalla stessa produce il medesimo effetto annientante. Non c’è autonomia politica senza autonomia militare. I compagni ucraini dovrebbero essere i primi a saperlo. È la lezione principale dell’esperienza del movimento machnovista e una delle due principali idee radicali della Piattaforma (la prima è la responsabilità collettiva).

Senza autonomia politico-militare, il movimento è incapace di tentare qualsiasi attuazione di un programma economico rivoluzionario. I combattenti sono chiamati a dare la vita per gli interessi degli oligarchi ucraini e della NATO. Per questo non posso escludere l’ipotesi che dietro la richiesta di coscrizione nazionale si nascondano persone o addirittura organizzazioni che cercano di condurre l’anarchismo alla sua autodistruzione per il bene dei padroni.

Il cosiddetto “campo democratico”, che in realtà è il fronte dell’oligarchia borghese locale insieme alle bande naziste e ai militaristi, in una condizione di totale sottomissione e dipendenza dalla strategia della NATO, non ha nulla di radicale, né potrebbe. Il sostegno di questa “democrazia” (è ora di mettere le virgolette attorno a questa marcia finzione) è una garanzia per l’asservimento politico e di classe del popolo ucraino, durante la guerra e nella prossima divisione intercapitalista di territori, infrastrutture, rotte commerciali, nuovo mercato della ricostruzione e forza lavoro.

La democrazia sociale delle comuni armate, che il Movimento curdo di liberazione ha seminato (e che ha radici opposte alla socialdemocrazia borghese) scaturisce dalla fede nelle forze sociali. La posizione dell’Organizzazione di Autodifesa Rivoluzionaria sulla fattibilità dell’autodirezione sociale qui e ora è ispirata dall’esempio vivente dell’Autonomia Democratica e anche dall’esperienza storica della rapida diffusione della rivoluzione sociale nello spazio ucraino un secolo fa, attraverso l’azione catalizzatrice dei guerriglieri anarchici. Al contrario, quelli che notano che «gli anarchici non hanno abbastanza risorse in Ucraina o in qualsiasi altro posto per reagire efficacemente all’invasione del regime di Putin» non hanno compreso le dinamiche travolgenti di una società in rivolta.

Non ci sono state altre risorse per la lotta rivoluzionaria, nel corso della storia, se non il potere indomabile delle masse precedentemente deboli che co-organizzano la propria politica. Quando questa fonte manca, non può essere sostituita né dal militarismo nazionale né dai “protettori”. La percezione militarista del Comitato di Resistenza è una manifestazione di tradimento politico e di classe, mascherato dalle intrinseche illusioni avventuriste del militarismo. Inoltre, è una distorsione ostile e un’appropriazione indebita del piattaformismo.

Nei primi giorni dell’invasione russa, il fantoccio Zelensky ha implorato la NATO di farlo uscire, dicendo in una teleconferenza UE «questa potrebbe essere l’ultima volta che vi parlo», mentre lo stesso giorno si è dichiarato disponibile per i negoziati. A quanto pare, i suoi patroni americani gli hanno chiuso le vie di fuga. Al di fuori dei territori ucraini occupati, sarebbe stato inutile per loro. La sua sopravvivenza è dipesa dal completamento del suo ruolo cinematografico di eroe della nazione, della “democrazia” e della “civiltà”. Gli Stati Uniti vogliono una guerra prolungata, il massimo danno militare, economico e morale per lo Stato russo e il massimo danno politico per Putin. Il popolo ucraino viene spinto al macello sotto la guida servile della sua leadership nazionale, per gli interessi di entrambi gli imperialisti. La NATO, come pure gli oligarchi russi, gli hanno preparato solo la morte, più povertà e nessun vantaggio. Lo stesso per il popolo russo.

Tutti gli imperialisti, americani, russi, cinesi, eccetto l’UE, hanno guadagnato da questa guerra. Anche gli Stati produttori di petrolio (OPEC e anche Iran e Venezuela). Tutti gli imperialisti, tranne gli USA-britannici, stanno progettando una nuova pace, cioè una suddivisione del bottino. L’imperialismo americano auspica una crisi prolungata ai piedi dell’imperialismo russo e nell’economia dell’Europa occidentale. Lo stesso popolo ucraino, tuttavia, perseguirà la pace, contro le aspettative degli USA, perché non tollererà a lungo di vivere e morire nel mattatoio imperialista. Non passerà molto tempo prima che abbandoni del tutto il militarismo nazionalista. Quando arriverà la pace degli imperialisti, sarà evidente chi stava combattendo oggi per la liberazione sociale e chi è strumento del fascismo. Sarà evidente se la partecipazione alla guerra di alcuni che si professano anarchici è riuscita a impiantare basi rivoluzionarie. Nel seguito, sarà evidente la lotta rivoluzionaria.

La resistenza armata è necessaria purché serva immediatamente alla difesa dell’autonomia politica confederale internazionalista del popolo, delle comuni viventi, delle risorse socializzate, delle rivendicazioni economiche dei proletari e delle comunità, dei territori liberati dal controllo politico-militare di ogni autorità. I primi due compiti inseparabili degli anarchici rivoluzionari sono la creazione di liberi soviet e la formazione del fronte socialmilitare attraverso l’iniziativa di guerriglia.

Nell’attuale fase incalzante della crisi capitalista a lungo termine della sovra-accumulazione e degli effetti distruttivi del capitalismo sulla Terra e sulle persone, non c’è tempo per le illusioni riformiste.

Nessuno stadio intermedio può più inserirsi prima della decomposizione generale della civiltà umana o della rivoluzione sociale nella totale rigenerazione della classe disarticolata. Ogni opportunità successiva porta i debiti della precedente. Siamo ora entrati nella fase dell’incasso. A meno che non venga presa un’iniziativa per formare un movimento rivoluzionario internazionalista oggi nel sofferente spazio ucraino, molto probabilmente i popoli ucraino, bielorusso e russo resisteranno fino a quando la rivoluzione non vincerà in tutto il resto del pianeta. Ma niente è garantito. «Allah non ha altre mani se non le tue».

 

In pratica

 

Unità politico-militare degli anarchici nell’autodifesa fuori e contro ogni organizzazione statalista e istituzione statale.

 

Trasformazione della solidarietà sociale in via di sviluppo in un movimento di autonomia politica della base di classe.

 

Formazione di organismi di autodifesa antistatalista che derivino da autonome e confederali organizzazioni sociali che siano responsabili nei loro confronti.

 

Disarmo dello Stato e degli organismi parastatali.

 

Invito a soldati e miliziani a disertare dall’esercito nazionale e ad arruolarsi nei corpi comunardi, portando con sé le armi. Impegnarsi in discussioni politiche con i combattenti delle unità nazionali in questa direzione.

 

Mandare reclute al corpo nazionale, con l’esclusivo impegno e scopo di appropriarsi delle armi.

 

Attacco contro organizzazioni fasciste come l’Azov. Rimanere neutrali, ma attenti all’autodifesa sociale, ovunque le organizzazioni fasciste si scontrano con le forze militari degli invasori.

 

Cooperazione con le attuali forze nazionali non ancora disarmate solo a livello tattico (di battaglia), a seconda delle esigenze della politica rivoluzionaria immediata sul territorio conteso e delle immediate necessità popolari.

 

Riconoscimento dell’entità autonoma dei russi delle province orientali, della Crimea e ovunque, come di qualsiasi altra comunità. Creazione di legami in direzione confederale. Denuncia della pulizia etnica contro i russi in territorio ucraino.

 

Appello per l’autogestione confederale su entrambi i lati del confine ucraino-russo. Fronte di collaborazione organica con il movimento libertario e rivoluzionario russo.

 

Invito ai soldati russi a disertare, basato sul programma rivoluzionario internazionalista.

 

Contrattaccare le truppe imperialiste nella massima misura possibile.

 

Coformazione di istituzioni civili nelle organizzazioni sociali e un programma confederale di trasformazione economica internazionalista, socialista ed ecologica.

 

Difesa della libera attività di tutte le organizzazioni politiche. Restauro della memoria antifascista, persecuzione del nazismo e banderismo.

 

Solidarietà pratica con tutti i popoli e i movimenti sociali del mondo.

 

Espulsione dei mercenari della Legione Internazionale di Difesa Territoriale.

 

Fare appello ai rivoluzionari internazionalisti e dare loro accoglienza organizzata nelle strutture di autonomia sociale e autodifesa.

 

Dichiarazione di ostilità alla politica razzista, genocida e classista dell’UE contro gli immigrati. Richiesta di aprire le frontiere a tutti gli sfruttati e gli sfollati. Denuncia dello sfruttamento eurorazzista dei profughi di guerra ucraini e della disumana degradazione dei non europei.

Come affermano i compagni siriani: «Sia chiaro che l’accoglienza dei rifugiati siriani in Europa, sebbene tutt’altro che ideale, è stata spesso più accogliente dell’accoglienza dei rifugiati dall’Africa subsahariana, ad esempio. Le immagini dei rifugiati neri inseguiti al confine ucraino-polacco e i commenti dei media mainstream che danno uno status privilegiato all’arrivo di rifugiati ucraini di “alta qualità”, in contrapposizione ai barbari siriani, dimostrano il razzismo europeo sempre più dilagante. Chiediamo un’accoglienza incondizionata per i rifugiati ucraini in fuga dagli orrori della guerra, ma respingiamo qualsiasi assegnazione di priorità ai rifugiati».

 

Dichiarazione di ostilità a tutte le potenze imperialiste, militariste e guerrafondaie. Dichiarazione del territorio ucraino della guerriglia come territorio proibito al militarismo russo, alla NATO e agli investimenti capitalisti.

Secondo Stoltenberg, i più importanti aiuti militari che il nazionalismo ucraino ha ricevuto dalla NATO sono i droni turchi, gli stessi droni che stanno bombardando i territori liberati del Rojava e del Bashur Kurdistan, che hanno assassinato donne combattenti dell’autonomia delle donne nel nord della Siria, che sostengono l’attuale attività controrivoluzionaria dell’ISIS, che attaccano le strutture e i combattenti Yezidi dell’autonomia del Sengal, che hanno insanguinato il campo profughi di Makhmur, che forniscono copertura per gli attacchi chimici alle basi ribelli nelle Mediya Defense Zones, che hanno rifornito la guerra in Libia, Nagorno-Karabakh, Etiopia e domani ancora nei Balcani. Dal 2021 lo Stato ucraino produce i Bayraktar droni TB-2 a Kiev25. Le compagnie ucraine hanno anche rifornito l’industria bellica turca di motori ad alta tecnologia per i droni. Ora, con la guerra, lo Stato militare turco chiede ai suoi alleati della NATO di rimuovere le barriere imposte alla sua tecnologia ed equipaggiamento bellico (sia a causa dei suoi legami con l’imperialismo russo sia per i crimini commessi con i droni). Con la sua politica di bilanciamento e ora di mediazione, il regime neo-ottomano dell’alleanza di Erdogan con i Lupi Grigi ora si sente libero ed è sfrenato nell’intensificare ovunque i suoi affari di guerra e i suoi attacchi controrivoluzionari e di occupazione nel Kurdistan siriano e iracheno. Il riconoscimento pubblico che il regime turco ha ricevuto da Putin e Blinken, nello stesso giorno, per la sua presa di posizione in questa guerra, mentre iniziavano i negoziati di pace, è stato il via libera per un attacco frontale alla Confederazione della Siria del Nord e per la promozione dei suoi piani espansionistici intorno ai suoi confini.

Il movimento rivoluzionario in territorio ucraino ha il dovere di colpire la collaborazione controrivoluzionaria e bellicosa della borghesia ucraina con il fascismo turco. Ha il dovere di sostenere in modo manifesto e pratico la lotta rivoluzionaria in Medio Oriente contro il controllo imperialista. Il movimento rivoluzionario libertario dello spazio ucraino deve diventare parte della partecipazione internazionale alla resistenza curda.

Il movimento sociale internazionalista mondiale dovrebbe essere pronto per i nuovi attacchi che la rivoluzione confederale riceverà nel nord della Siria, nel nord dell’Iraq, nel Rojhilat Kurdistan (territorio iraniano) e nella Turchia continentale.

 

Anarchici di tutto il mondo, con la comprensione della proposta piattaformista della responsabilità collettiva, uniamo organicamente le nostre forze e facciamo in modo che sia nostra comune attività seguire i compiti morali, sociali e politici della partecipazione diretta negli attuali campi rivoluzionari, per contrattaccare la linea bellica antimigranti del nord europeo e americano, dove si combatte la guerra antiproletaria più sanguinosa degli ultimi 30 anni, e per sabotare drasticamente il militarismo imperialista su tutti i suoi fronti e le sue basi.

 

E tutto ciò che dimentico…

 

Con tutto il cuore sono dalla parte di coloro che combattono per la liberazione sociale dagli Stati, dall’imperialismo e dalla guerra.

 

Epilogo

 

Nel momento in cui è stata completata la redazione finale di questo testo (17/3), era iniziata la contrattazione interstatale. Il conflitto è continuato per decisione di entrambi i governanti, più ferocemente, proprio a causa delle trattative, affinché ciascuno acquistasse carte migliori e riducesse quelle dell’avversario. Più sangue significa una posizione migliore sulla bilancia. Come ha detto Lavrov, «lo spirito impenditoriale prevarrà…».

Lo stesso giorno, l’uomo di paglia Zelensky ha ricordato il muro di Berlino, invitando Scholz a farsi coinvolgere. Un (altro) cenno statunitense al capo-imperialista europeo, riguardo gli accordi sull’energia. Salvo che in questa guerra sono gli Stati Uniti che cercano di erigere una barriera alla rete monopolistica tra l’UE e il capitalismo russo. Zelensky vive in un film di Rambozo [versione parodistica di Rambo, ndr], che finisce all’apice degli anni ’90. Dopo la caduta del muro di Berlino, sui confini e sulle teste di ponte del Nord capitalista si cominciarono a costruire nuovi muri, tanti muri insanguinati: in Palestina, sul confine USA-Messico, a Evros, nel Mediterraneo una muraglia cinese navale, sui confini turco-siriano e turco-iraniano.

Il giorno prima, Rambozo ha ricordato Pearl Harbor. Dopo la prima settimana dell’invasione, gli Stati Uniti e Stoltenberg hanno sottolineato ogni giorno che non sarebbero andati avanti per una guerra mondiale, specificando ad ogni richiesta che un’assistenza militare specifica (coinvolgimento delle truppe, concessione di aerei, concessione di aeroporti, atterramento di voli, ecc.) comporterebbe un conflitto generalizzato immediato. Pearl Harbor, ovviamente, non è stata una richiesta specifica, è stato l’evento decisivo per ottenere il consenso degli elettori americani alla partecipazione degli Stati Uniti alla Seconda guerra mondiale. I consiglieri di Biden hanno indicato a Rambozo di dirlo, in modo che gli americani ascoltassero: «Stiamo entrando in una fase di un’inevitabile guerra di emergenza nazionale». Solo che Pearl Harbor era sulla costa occidentale. Ci sono voluti sette decenni prima che la costa orientale raggiungesse il territorio dell’Azov. Dall’altra parte, il fantasma di Ivan il Terribile sta ancora vagando. È ora di finirla con loro.

Non appena ho consegnato il manoscritto per la battitura a macchina, ho ricevuto il recente annuncio del PKK26 del cinquantesimo anniversario del movimento apoista (Apo, soprannome di Abdullah Ocalan). È un’analisi politica e storica di più pagine dello sviluppo del Movimento di Liberazione curdo contro condizioni oggettive devastanti. Viene chiaramente descritto il ruolo controrivoluzionario e anticurdo della NATO, dal colpo di Stato fascista-militare degli anni ’80 agli interventi in territorio iracheno e alla presa di Ocalan. Poco prima, nel suo rapporto annuale27, il PKK aveva evidenziato ancora una volta il sostegno statunitense al fascismo ottomanista turco, individuando il contesto storico dell’imminente conflitto globale e i compiti rivoluzionari: «L’incontro ha evidenziato i segni del declino degli Stati Uniti e ha sottolineato che le prospettive sviluppate da Abdullah Ocalan trent’anni fa sono state confermate. È stato sottolineato che la terza guerra mondiale continuerà e il Medio Oriente continuerà a svolgere un ruolo centrale in questa guerra. È stato affermato che forme di azione e un atteggiamento conservativo e difensivo non possono vincere nelle circostanze attuali, ma è necessaria una posizione attiva e aggressiva. Riferendosi al crollo storico del capitalismo e del suo sistema di potere e Stato, l’importanza storica di sviluppare la lotta per la democrazia globale basata sulla libertà delle donne e sull’ecologia sociale è stata enfatizzata».

Sempre alla fine di marzo, il rapporto del Primo Congresso Internazionalista del Rojava è stato pubblicato28, invitando «tutte le forze antisistemiche a combattere nell’ambito della Confederazione Democratica dei Popoli del Mondo», vista l’espansione della crisi e della guerra, e fissando come accordo programmatico lo sviluppo di un fronte antifascista internazionalista. La pubblicazione ha sottolineato che «l’organizzazione internazionale dell’autodifesa dei popoli è la risposta più forte contro il fascismo, gli attacchi reazionari e razzisti in tutto il mondo. Poiché il problema è su scala globale, la resistenza e la lotta devono essere corrispondentemente internazionali e globali».

In questa luce, e secondo il posizionamento politico29 del Comitato di Coordinamento Riseup4Rojava, il suo sostegno politico e finanziario diretto al Comitato di Resistenza dovrebbe essere accompagnato da un ampio aggiornamento internazionale della reale sostanza di questa organizzazione e del suo atteggiamento verso le organizzazioni nazionaliste. Perché la confusione danneggia anche la resistenza curda.

Il completamento di questo testo è coinciso con uno sciopero della fame di una settimana dell’autore (11-17/03) in solidarietà con i rivoluzionari turchi detenuti nelle carceri greche e con il movimento rivoluzionario nelle regioni turche e curde, in vista dell’imminente incontro del governatore dello Stato greco, Mitsotakis, con Erdogan (13/3).

 

Dimitris Chatzivasileiadis
marzo-aprile 2022

 

Glossario

 

Nel linguaggio ordinario, che porta i segni ideologici della borghesia, vari concetti sono intrecciati alle stesse parole. Ritengo importante che la comprensione delle opposizioni di classe e politiche permei il nostro discorso fino ai suoi materiali più elementari, i concetti disponibili. Ecco perché uso termini diversi quando mi riferisco agli Stati, diversi per gli oppressi e diversi per ogni diversa forma di relazione dei corpi sociali con gli Stati, e per ogni particolare manifestazione dello statalismo. Non si tratta di essere scolastici, si tratta della chiarezza della descrizione e delle proposte pratiche.

 

Popolo: l’insieme generale di esseri umani sul pianeta che non detengono potere politico o economico all’interno degli Stati. Inoltre, le sue comunità (ad esempio il popolo ucraino). Mentre l’ideologia borghese identifica i nemici di classe all’interno del concetto di popolo, qui il termine viene usato con una precisa definizione di classe.

 

Società: un ampio corpo di persone, non necessariamente concentrato o localizzato geograficamente, che formi e sviluppi legami di solidarietà autonomi e non dettati da una struttura di potere. Non uso la parola né nel senso accademico della popolazione generale, che riecheggia una sorta di oggettivismo statalista, né nel senso del corpo dei cittadini come definito dallo Stato-Nazione. La società è un processo attivo consapevole e lo è intrinsecamente in antagonismo con lo Stato e il dominio di classe.

 

Nazione: il fantasma ideologico di una comunità che si identifica con lo Stato.

 

Etnia/nazionalità: una comunità culturale attaccata a Stati particolari o che si identifica in contrapposizione a essi (esempio la nazione irochese e la nazione nera degli USA).

 

Spazio etnico (es. spazio ucraino): i territori e l’ambiente culturale in cui un’etnia vive.

 

Territorio nazionale: i territori occupati da uno Stato. I territori racchiusi entro certi confini. Gli spazi etnici si intersecano. I confini li sezionano, i territori li omogeneizzano.

 

Piattaforma nazionale o imperialista: la base territoriale per la costituzione di uno Stato-Nazione che controlli economicamente, politicamente o militarmente i territori al di fuori dei suoi confini ufficiali.

 

Terra: territorio terrestre e campo di competizione tra potere e processi sociali.

 

Nomi di “paesi”: cos’è un paese? A quale dei concetti di cui sopra corrisponde? Uso raramente il nome di uno Stato senza la designazione “Stato”, solo per brevità quando mi riferisco a informazioni minori nel testo e solo quando è chiaro che mi riferisco all’organizzazione statale. Gli USA sono l’eccezione, poiché il nome dello Stato è interamente politico (Amerigo non è una comunità culturale, è stato il padre dei colonialisti). Allo stesso modo, il movimento sociale non dovrebbe riconoscere il continente come americano. Nomi di “paesi” sono registrati con enfasi nei miei testi quando si parla di territori di resistenza anticoloniale (Siria del Nord, Kurdistan, Palestina…).

 

Imperialismo, colonialismo, governo militare o stratocrazia: io uso la parola imperialismo nel senso particolare che esprime le relazioni interstatali nel capitalismo, considerando fino in fondo le osservazioni di Lenin su questo. Il colonialismo ha il carattere speciale di alterazione culturale, assimilazione o sterminio dei vinti. L’imperialismo non ha sostituito il colonialismo, lo ha incorporato nella sua struttura. L’imperialismo si basa sul governo militare, ma si estende all’insieme delle relazioni politiche, di classe e culturali. Il governo militare è la radice dello Stato e attraversa tutte le sue relazioni all’interno e all’esterno dei suoi confini. Come ho spiegato nel recente passato (https://athens.indymedia.org/post/1611720/ nelle note a piè di pagina), ho rifiutato la parola «geopolitica». È un concetto commerciabile, superficiale, digressivo in termini di percezione di classe e che fa eco ai presupposti razzisti delle sue origini naziste.

 

Di classe: l’identificazione del concetto di rapporto di classe con la schiavitù salariata è un’astrazione storica derivata dal dogmatismo marxista. Sebbene il capitalismo si fondi e si sviluppi su questa relazione, al suo interno si formano numerose relazioni di eteronomia strutturata e disuguaglianza. Sono rapporti di classe, indipendentemente dalla loro attuale correlazione col furto del lavoro (plusvalore).

 

Comunismo e soviet: ovviamente le due parole non si riferiscono alla storia bolscevica che li ha violati. La rivoluzione libertaria nello spazio ucraino fu dichiaratamente sovietica.

 

Organizzazione militare: in lingua greca la parola esercito («stratos») non deriva dalla parola «guerra», né dalla parola «arma», ma dalla parola italiana «strada» (corso, corteo), da cui presero il nome i mercenari cinquecenteschi. Trovo la sua etimologia appropriata nel contesto della proposta libertaria piattaformista: un corpo organizzato in marcia, nel contesto della guerra politica rivoluzionaria di classe. Termine preferibile alla nuda «organizzazione di guerra». La guerra è l’esternalizzazione della relazione, il soggetto attivo è l’organizzazione politico-militare.

 

Note

 

1. https://medium.com/@blackheadquarterinua/the-resistance-committee-eng-49056e2d0e84 e https://athens.indymedia.org/post/1617242/

2. https://crimethinc.com/2022/02/15/war-and-anarchists-anti-authoritarian-perspectives-in-ukraine

3. https://avtonom.org/freenews/otvet-na-tekst-ukrainskih-tovarishchey-voyna-i-anarhisty

4. https://athens.indymedia.org/post/1579563/

5. https://athens.indymedia.org/post/1606087/ e https://athens.indymedia.org/post/1611720/

6. https://www.anarkismo.net/article/32552

7. https://athens.indymedia.org/post/1617261/

8. https://anfenglish.com/features/duran-kalkan-says-the-european-union-blocks-a-solution-in-turkey-51534

9. https://asmpa.espivblogs.net/2015/10/02/analysis-about-rojava-revolution-and-internationalist-solidarity-from-the-anarchist-popular-unity-unipa-brazil/

10. https://uniaoanarquista.wordpress.com/documentos/documentos-internacionais/

11. Un ricco studio sull’argomento del partigiano e filosofo Kostas Papaioanou, «Η ΓΕΝΕΣΗ ΤΟΥ ΟΛΟΚΛΗΡΩΤΙΣΜΟΥ» (prima edizione, 1959).

12. https://crimethinc.com/2022/03/07/war-in-ukraine-ten-lessons-from-syria-syrian-exiles-on-how-their-experience-can-inform-resistance-to-the-invasion

13. https://anfenglish.com/features/cemil-bayik-speaks-about-the-political-strategy-of-the-kck-51307

14. https://athens.indymedia.org/post/1612439/

15. https://athens.indymedia.org/post/1606738/

16. https://athens.indymedia.org/post/1609173/

17. https://asmpa.espivblogs.net/2020/10/11/antimilitarismos-ki-epanastatikos-anarchismos-apo-ton-evro-kai-tin-karantina-sto-platformistiko-protagma/

18. https://crimethinc.com/podcasts/the-ex-worker/episodes/82

19. https://zabalazabooks.net/2020/03/05/the-strategy-of-especifismo/#more-4383

20. https://organisemagazine.org.uk/2022/03/05/on-the-russian-federations-invasion-of-ukraine-statements/

21. https://athens.indymedia.org/author/Sol

22. https://www.alerta.gr/archives/10778 e https://www.alerta.gr/archives/10849

23. https://avtonom.org/en/author_columns/why-should-we-support-ukraine

24. https://crimethinc.com/podcasts/the-ex-worker/episodes/82/transcript

25. https://anfenglishmobile.com/news/war-in-ukraine-and-turkey-s-bayraktar-tb-2-drones-58350

26. https://anfenglishmobile.com/features/pkk-releases-statement-to-mark-50th-victory-anniversary-of-apoist-movement-58683

27. https://athens.indymedia.org/post/1617049/ e https://anfenglish.com/features/pkk-holds-annual-meeting-a-year-of-the-greatest-struggle-and-victory-is-ahead-57858

28. https://anfenglishmobile.com/rojava-syria/first-internationalist-conference-of-rojava-releases-final-declaration-58905

29. https://riseup4rojava.org/we-stand-with-the-democratic-society-riseup4rojavas-perspectives-on-the-russian-invasion-of-ukraine/

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