La sedia sacra – un sogno di tanto tempo fa

Sono in una specie di campeggio gigantesco, un bel posto – in realtà bei posti, molto diversi tra loro, perché il territorio è enorme; non è propriamente vacanza, ma anche sì; siamo all’aperto, ci sono varie tende, in cui dormono dei nuclei di persone, ma insomma nelle tende non ci si sta molto, a quanto pare si sta più fuori, anche se io non so bene cosa facciano fuori gli altri; io sono in una di queste tende, in un’area abbastanza periferica del campeggio, abbastanza bella; c’è un albero di fianco alla tenda, i rami usati per sostenerla; è pomeriggio inoltrato, tipo mezza estate; sono in questa tenda e ci sono molte cose in cui potrei «perdermi», oggetti macchinari attrezzi di tutti i tipi; non c’è nessun altro nella tenda oltre a me, e io sono molto spaesato; mi pare la mia tenda, e allo stesso tempo è nuova; mi pare di riconoscere tutto, e allo stesso tempo che sia tutto nuovo; ma non so come sto, la mia situazione interna è un po’ un limbo con grandi punti interrogativi; in particolare, non ho la minima idea di chi ci sia in quel grande campeggio lì intorno oltre a me, non so facce, non so niente, oltre a me che riconosco la situazione, e mi pare nuova; non sono preso male ma ho queste domande, allora esco per vedere se incontro qualcuno: di star lì a giocare con i vari attrezzi da solo in quel momento non ho voglia, voglio vedere le persone; esco, e passa un tipo che, nella realtà, vedevo nella piazza dove andavamo, e che non ho mai frequentato molto; mi saluta come conoscendomi parecchio, e normalmente, con un certo affetto che non è direttamente per me ma è anche per me. È che sembra preso bene, e dice: «bah non so bene dove siano gli altri, comunque a sera…»; e fa un gesto con la mano come dire, succedono cose, qui, ci sono persone; a quel punto il sogno si fa più incomprensibile, per me, e non ricordo benissimo, ho dei buchi; quello che ricordo è che: uscito, dopo l’incontro con quel tipo, bighellonando con un senso strano addosso, sperando di incontrare qualcuno, entro in un’altra tenda, che poi però è una casa, sia pure stranissima, tipo una casa al mare non finita o geometricamente diroccata; su una scala c’è una donna bionda, molto adulta, che potrebbe somigliare un po’ a un’amica carissima d’infanzia di mia madre, con cui mia madre si vede ora pochissimo ma con cui quando si vedono va sempre abbastanza a finire che si ritrovano parecchio; ora, nella realtà, con questa sua amica che ha vicissitudini personali difficili alle spalle, un marito autoritario e spesso violento, manesco, che lei amava tantissimo, che poi è morto per una malattia, con questa sua amica mia madre si è risentita di recente; l’amica le ha detto che è in un periodo molto allegro, il primo da una vita forse, perché frequenta degli evangelisti e con quelli fa delle cose tipo feste con bambini – lei è insegnante alle elementari – nelle quali si diverte molto con i bambini, e così… c’è questa donna nel sogno, che in realtà all’inizio è solo così, molto indefinita, il parallelo con l’amica di mia madre l’ho messo frettolosamente per «spiegare» una cosa che avviene dopo… fin qui è molto indefinita, e assolutamente io non penso nel sogno possa essere in qualche modo in relazione con mia madre; c’è questa donna, di serietà sconcertante ed enigmatica, con cui c’è un bacio, strano, abbastanza freddo, come un tentativo, un’esplorazione in fondo risaputa, e con poco trasporto; ma c’è anche una misura d’affetto, almeno da parte mia, e forse mi pare un po’ anche da parte sua, sebbene lei sia di una serietà allarmante – ferma, quasi immobile – c’è un accenno di affetto in fondo agli occhi; dopo il bacio, vedendo che rimane in quel modo, io ho un po’ paura e una forma di tristezza grande, per quell’accenno di affetto che rimane in fondo agli occhi; compare da sopra la scala, scendendo, mia madre; la donna esprime un minimo di allarme, che però su quel volto prima così fermo, di serietà distante, sembra alludere a una condizione interna di allarme terrificante, forse – o forse lo penso io, come potevo pensare prima che quell’accenno di affetto in fondo agli occhi fosse il riflesso di qualcosa di molto più profondo dentro, per qualche motivo imprigionato – è molto simile, in questi tratti, in realtà, me ne accorgo ora, a come pensavo a volte fosse A., la ex ragazza del mio amico, con cui avevo avuto una specie di storia-delirio, con gelosie di lui e con la roba. Lei era una sfinge, e non capivo se dentro le passasse qualcosa di più; dentro di me passava di tutto, quand’ero con lei però solo speranza d’affetto, di una possibilità di amore; mia madre nel sogno non sa di quel bacio, ma sembra intuirlo; ora lo sa, ne è certa; è severa e autoritaria, in una maniera più dinamica di quella della sua amica; all’improvviso, anche la serietà dell’amica si fa più dinamica; è l’amica quella che parla, che sa parlare; e non ricordo cosa dice, ma fatto sta che arriva un uomo, che è suo marito, che forse è loro marito, di mia madre e della sua amica; un tipo bassino, ferrigno, con un paio di baffi neri, che assomiglia a come immagino il padre di mio padre quando mio padre ne racconta, il nonno che non ho mai visto perché è morto parecchio tempo prima che io nascessi, che era fascista, godereccio decadentista, beveva, e picchiava la moglie, la mamma di mio padre, che era una cattolica di fedeltà totale; c’è quest’uomo che forse è il marito di entrambe, che pare proprio un tipo di quel tipo, e loro se ne vanno con quello; ora la casa al mare è di nuovo l’altra tenda, quella nella quale sono entrato bighellonando, e inspiegabilmente, è mattina, come mi fossi perso una notte in quei giri; è mattina inoltrata, e la tenda è parimenti vuota; mi accorgo solo allora che è molto diversa da quella dove stavo all’inizio del sogno, la «mia»: non ci sono strumenti attrezzi e così; è una tenda arredata come da baita appena fatta, con pochissime robe; e io son lì e mi chiedo un po’ in ansia ora dove sia finito tutto, dove mi son perso la notte, e lo so – in quel giro con l’amica di mia madre e così via – e allo stesso tempo non lo so, cioè non so dove andare. C’è questo tavolone di legno, e una sedia tipo da baita, in stile tipo «elfico»-plastico, sebbene sia di legno, appena costruita in qualche segheria industriale nella valle; c’è tutto un senso di colazione con miele scientifico, regressione fredda e salutista; è nell’immagine, e un po’ è in me; io sono un po’ paralizzato, e un po’ perso; arriva mia madre, diversissima da prima; affetto-balia, insegnante d’asilo con bambino difficile; dice: siediti, sulla sedia, che ci sono cose da fare – tipo compiti, mi pare. Mi siedo, un po’ perso in un affetto che è come quando da piccoli si «pensa»: come ti saprò far felice mamma e mai ti farò male e tutto sarà splendido e perfetto – una cosa così; e allo stesso tempo, sotto, sono allarmato – più che allarmato attento quanto posso; allora dico «Mamma, questa sedia è strana, non mi trovo», e lei risponde «Sì, prima o poi la farò sconsacrare»; mi guarda, intuisce quello che le pare un dubbio, aggiunge «Te lo prometto»; «Va be’», dico, e non ci credo, «Non avverrà mai», penso, se non altro perché a lei piace che le cose antiche rimangano «proprio com’erano una volta» (sebbene quella sia finta antica a un tratto appare vera antica); non credo la farà mai sconsacrare, e però nella sua risposta ho la conferma di ciò che pensavo osservandola prima: quella sedia, è consacrata – non si sa a cosa, in che senso, è un sogno – ma è consacrata; per me no, nel senso che non credo a ’ste cose, eppure un po’… nel sogno, rischio di confondermi intorno all’argomento, evito quel rischio così: il problema non è se è consacrata o meno, o se mia madre la considera o meno consacrata (in merito a questo, l’unica quasi-certezza che ho è che mai la farà sconsacrare, checché ne dica) – perciò, appena mia madre si volta, scappo. Sono fuori e poi boh, non ricordo un pezzo… Poi sono in una stanza bianca chiusa, con tre uomini che non so perché ma sono libanesi dei servizi segreti; m’hanno acciuffato, non so perché abbiano voluto acciuffarmi. In qualche modo, è una situazione che mi pare rischiosissima, ma anche conosciuta: arriva spesso, a un certo punto nei miei sogni, qualche forza di qualche polizia che mi vuol sparare addosso o blindarmi o…; c’è una quarta persona con loro, che li manovra, ma non so chi sia: è lì, e non la vedo mai, è sempre di lato nel mio campo di visione; i tre libanesi, serafici, estraggono ciascuno una pistola; due sono pistolette che sembran giocatoli, e allo stesso tempo è evidente che una loro schioppettata sarebbe fatale, ma anche che potrebbero incepparsi; la terza ha un’apparenza molto più solida, altrettanto fatale, molto meno inefficiente; il primo mi punta la pistoletta, tira il grilletto, non parte nessun colpo – è scarica? La guarda, la esamina, e mentre lo fa, il secondo mi punta la sua, e stesso giro; il terzo, mi punta la sua, quella che non dà nemmeno un po’ l’impressione del giocattolo, e io faccio una cosa che non so bene cos’è, un gesto, mi pare che tocco anche la pistola in questo gesto, e questo gesto mette al tipo il dubbio stupido che volevo mettergli, cioè: «forse sarebbe meglio la provassi, prima: sarà mica scarica anche quella, e finirò mica come gli altri due, e siccome il quarto invisibile, il capo, non ha pistola… il ragazzo, qui, potrebbe avere il tempo per scappare»; così, gli metto quel dubbio – che a ricordare meglio: quel gesto che ho fatto è una finta come: senti, facciamola finita ok, ma non si fa così, vedi di assicurarti che stavolta il colpo parta – e lui si porta la pistola all’altezza degli occhi ed esaminandola, gli parte un colpo che arriva in testa al secondo; io sto già per scappare ma mi immobilizzo un attimo perché il colpo in testa lo sento come fosse arrivato a me e penso di aver perso un pezzo di testa, allo stesso tempo mi fermo imbambolato un attimo a pensare: non m’aspettavo sparasse, non capisco se il terzo abbia volutamente fatto una folle stupidissima prova reale invece di limitarsi a verificare che ci fosse il colpo, o se gli sia partito per accidente; allo stesso tempo, è la mia occasione per scappare, e sto rischiando di bruciarmela, e scappo.

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