Cose che sto pensando

L’intelligenza maggiore della specie umana rispetto alle altre racchiude in sé al tempo stesso l’opportunità per la diffusione della vita su altri pianeti (che è importante per la continuità della vita per esempio rispetto al problema, certo molto di là a venire, dello spengimento del sole) e il rischio di un’estinzione potenzialmente totale della vita sul pianeta (guerre atomiche).
La specie di scimmie da cui si è evoluta la specie umana non era certo tra le più pacifiche (era onnivora, non plantivora), ma forse non era neanche, di per sé, più aggressiva e competitiva di altre specie onnivore; però uno dei frutti della sua maggiore intelligenza, l’invenzione di certe tecnologie, in particolare delle armi da caccia, la mise in condizione di squilibrare pesantemente l’ecosistema tutto già al tempo delle tribù di cacciatori-raccoglitori, determinando periodi di carestia di altre specie da cacciare e raccogliere che a loro volta contribuivano a rendere le rivalità tra individui e gruppi di individui di questa specie, siccome armata, una vera e propria tragedia ricorrente: per esempio, se una tribù su un territorio già divenuto povero di altre specie da cacciare e raccogliere ne incontrava un’altra su un territorio ancora ricco, erano guerre sanguinosissime; se invece non incontrava altre tribù e non trovava territori ancora ricchi, si determinava un crescente “tutti-contro-tutti” interno alla tribù soprattutto intorno al possesso del poco che restava da mangiare; un “tutti-contro-tutti” che, in ragione dell’uso delle armi, decimava gli appartenenti alla tribù.
In questo caso, il sacrificio di un individuo della stessa tribù era un modo per evitare il “tutti-contro-tutti” catastrofico, e questo era tanto più vero quanto più l’individuo era emarginato, debole, solo, senza amici e parenti che lo potessero poi vendicare, e “innocente”, ovvero estraneo alle rivalità interne alla tribù, accresciute dalla carestia.
Il meccanismo sacrificale, in assenza di prigionieri di guerra di altre tribù, si produceva su un individuo della stessa tribù, quello maggiormente portatore delle caratteristiche di cui sopra.
Tutto l’intreccio di “colpe” reciproche veniva addossato a questo individuo, lo stesso veniva sacrificato e nella tribù si ripristinava una certa coesione, utile alla sopravvivenza dei singoli e della tribù nel suo insime.
Questo meccanismo, ritualizzato, si rivelò funzionale alla sopravvivenza dei vari gruppi anche al di fuori dei periodi di carestia e in particolare, credo, col passaggio dalle pratiche di caccia e raccolta allo stanzialismo agricolo e di allevamento: l’aggressività che prima si sfogava nella caccia ora “stazionava” più tempo all’interno del gruppo di appartenenza.
In certe società il meccanismo sacrificale “catartico” evolvette dal sacrificio umano a quello animale, poi a quello di piante (la storia di Caino e Abele è contradditoria rispetto a questa ipotesi: il “dio” degli ebrei accoglie il sacrificio animale di Abele a rifiuta quello vegetale di Caino, ma probabilmente perché ai tempi gli ebrei erano costretti alla sola pastorizia nomade; Caino risentito ammazza il fratello).

Ora sono stanco, magari proseguo più avanti.

Il fatto è, comunque, che quel meccanismo non è mai finito, ed è la base della costruzione di potere. Per ora sono dell’idea che la nostra forza di individui variamente fragili può essere solo la solidarietà e, a un certo punto, anche l’autodifesa “a schiaffazzi”.

I robot del futuro potranno venir buoni anche per sfogare le nostre tensioni, competitività, aggressività, sull’inanimato.

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