Bambino decrepito

Babbo forse non è mai stato bambino, o meglio non è mai stato bambino tranne con me (costringendomi piuttosto e anzichenò a ruoli ribaltati, soprattutto a partire dalla mia preadolescenza) e mia mamma. Così si spiega, tanto per fare un esempio, come si è comportato con me e con mia mamma e anche “con sé stesso” quando se n’è andato a Sesto Fiorentino: dall’oggi al domani, e “se venite con me bene, se no vado lo stesso”, lasciandomi con poche, pochissime parole: solo un rimando alla teoria di Girard, che aveva leggiucchiato molto prima di quando poi lo feci io e su cui aveva una mezza idea di imbastire un racconto in cui la vittima sacrificale designata si ribellava al suo destino; mentre io, nell’inversione di ruoli, siccome già si trattava molto male, non trovavo altro da dirgli che “se vuoi andare vai, solo cerca di non strafare, di non andare a star male”. Quella poi è stata la sua adolescenza, il confronto con (il fantasma del)l’unica figura paterna sostitutiva (a quello stronzo fascista di mio nonno) che aveva vissuto come tale nel suo percorso, che aveva in parte accettato come tale nel suo percorso, ovvero Gianni Bosio. Mentre la mia adolescenza andava in frantumi, non uscivo più di casa, non andavo più a scuola e scrivevo e scrivevo e scrivevo cose che non facevo leggere a nessuno e scrivevo tra l’altro che mi sentivo “bambino decrepito”, nel primo periodo a Sesto lui vide più volte il fantasma di Bosio e ci litigò al punto che una notte prese a tirare sedie in giro per l’Istituto Ernesto de Martino, e nello stesso periodo vide più volte il fantasma mio appeso fuori alle sbarre della finestrella del loculo in cui dormiva all’Istituto. Rimasto fuori.
Forse alla fine sono più orfano di quanto lo sia stato lui: forse alla fine ha ragione quel personaggio femminile di Isabelle Allende quando, dopo essersi vista costretta a rivelare a sua figlia che suo padre non era morto poco dopo la sua nascita ma se n’era semplicemente andato, alla domanda “perché non me l’hai mai detto?” risponde “meglio un padre morto che un padre assente”.
Resta di fatto che tuttora mi vivo e mi sento bambino decrepito.
A questo proposito mi viene sempre in mente questa canzone di mio padre, e poi mi viene sempre in mente “certo, riuscissi a farmi fuori il decrepito resterei solo bambino”, e poi mi vengon sempre in mente questo video e questa canzone dei Placebo, e poi mi viene sempre in mente una cosa che ha scritto quel simpatico scoppiatone di Tom Robbins: “non è mai troppo tardi per farsi un’infanzia felice”; ma non so se valga anche per l’adolescenza: la mia infanzia, a parte la paranoia sul sesso (che non son certo giuggiole) è stata abbastanza felice, e a tratti molto; la mia adolescenza un cazzo d’inferno declinato nelle più varie maniere (dal morire di freddo al morire di fiamma) in cui sono ancora invischiato (da bambino decrepito quale sono tuttora più spesso che no aborro l’adultitudine).
E poi non è forse vero che da vecchi si torna come bambini?
“Demenza precoce” la chiamavano una volta, una parte della malattia con cui mi hanno etichettato (“psicosi schizoaffettiva”).
In realtà non ne capiscono un cazzo.
È un po’ come essere il buon selvaggio di Rousseauiana memoria, che non a caso non è mai esistito. È un po’ come essere figli di tutti e di nessuno. È come essere tutto ed essere niente.
E a questo proposito mi viene sempre in mente questa canzone di mio padre:

Può anche darsi che un bel giorno
Ad una quercia antica
Io sogni un cristo tutto biondo
E con la mano amica
Che mi racconti, ma fino in fondo
La sua vera vita
Ed io saprò se andare avanti
O se farla finita.

Lui mi dirà d’esser figlio
Di una santa madre
Un po’ borghese, un po’ massaia
Un po’ anche puttana
Un poco santa, un po’ dannata
Un poco saggia e strana
Un poco mamma, un poco donna
E soprattutto umana.

Lui mi dirà: io ero bimbo
E vivo in allegria
In riso o in pianto
In odio o amore
E pure in fantasia
Bimbo di terra o di officina
O di salumeria
Bimbo tra bimbi e come bimbo
Soltanto bimbo e così sia.

E poi da grande fui contadino
E fui studente e via
E fui operaio e fui padrone
E poi fui ladro e via
E fui ruffiano ed assassino
E saggio e pazzo e via
Fui mentecatto e poi generale
Poi commissario e spia.

Per esser Dio, io ero tutto
Ed ero anche niente
E questo è umano e molto in uso
Tra la divina gente
E allora scelsi, sudando sangue
Sotto l’ulivo ardente
E scelsi rosso ma rosso sangue
Contro il nero vincente.

O donn semm chí a cantà ‘l Cristé
de fà ‘ndà ben i cavalé
se me darì un quei uvètt
farem ‘ndà ben anca i galètt
se me darì un palancún
farem ‘nda ben anca i marciún.
O donn semm chí a cantà ‘l Cristé
de fà ‘ndà ben i cavalé.

(Donne siamo qui a cantare il “Cristé”
per far andar bene i bachi da seta
se mi darete qualche uovo
faremo andar bene anche i bozzoli
se mi darete una palanca
faremo andar bene anche i bozzoli marci.
Donne siamo qui a cantare il “Cristé”
per far andare bene i bachi da seta)

Un commento su “Bambino decrepito”

  1. Che lucidità! E che profondità! È sempre così quando si capiscono e si sentono dentro troppe cose. Troppa intelligenza. Non è giusta la sofferenza, il livello di sofferenza. Quello è ingiusto! So di che si tratta. L’inversione dei ruoli mi ha rovinato la vita. Me l’ha molto limitata. Mi ha impedito di amare in modo normale, senza eccedere nelle richieste. Poi le persone sono quelle che sono! Molto limitate e dentro i luoghi comuni.
    Mi piacerebbe sentirti ogni tanto. So che è difficile. Ma proviamo
    Grande affetto per te

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